Perché Camilleri non è morto

Camilleri

Scrivere di un morto come Andrea Camilleri è una enorme rottura di “cabbasisi“. E lo dico con rispetto, certo di non fargli torto, convinto come sono che lui stesso odierebbe pensarsi tale. Perché così come avvenuto per il mitico dottor Pasquano, che a furia di “sbafarsi” cannoli è sopravvissuto nella memoria dei lettori alla fine terrena del grande attore che lo interpretava, così Camilleri – da immenso autore qual è stato – ha scelto per sé un ruolo eterno.

Ecco, è in questo senso che parlare di lui da morto si traduce in un “grannissimo scassamento di minchia“. Perché Camilleri, in fondo, morto non è: almeno per me. La compagnia della sua voce profonda e inconfondibile risuona perfettamente, parola per parola, anche ora – l’ho sperimentato – che ho tirato fuori dalla mia libreria uno dei libri di Montalbano.

Il suo universo di personaggi, destinato a finire con la pubblicazione dell’ultimo capitolo della serie – pare riposto in un cassetto da anni e intitolato “Riccardino” – continuerà nella mia mente a vivere ogni giorno, senza bisogno di nuove pagine, tanto hanno preso vita in troppe sere, in quante estati, quasi fossero amici veri, fidati.

Così come le repliche del commissario Montalbano registrano e registreranno sempre nuovi successi d’ascolti, allo stesso modo a Catarella continuerà a “sciddricare” (scivolare) la mano nel gesto di aprire la porta dello studio del “dottori” Montalbano (che inevitabilmente “santierà“).

E non pensate che Mimì Augello rinuncerà alla sua fama di “fimminaro“. No, pure nel paradiso dei personaggi dei libri senza seguito, il vice di Salvo non resisterà al fascino di questa o quell’altra “fimmina“.

E che dire di Fazio? Chissà se resisterà alla tentazione di parlare del morto, in questo caso Camilleri, senza tirare fuori la sua scheda anagrafica, ma limitandosi alle informazioni che più contano.

E Montalbano? Montalbano si sveglierà di soprassalto da uno dei suoi tremendi incubi premonitori, pensando che Camilleri per fortuna non è morto. Poi si farà un caffè, lo assaporerà sulla sua verandina di Marinella e infine si tufferà in acqua per una lunga “natata“. Giunto in commissariato, Catarella gli comunicherà in lacrime la verità: “Dottori, Camilleri è morto“.

Ma si sa che Catarella i cognomi li sbaglia sempre. E qui nessuno ha voglia di “babbiare“.

No, Camilleri non è morto.

Sinisa, nella paura e nel coraggio

Sinisa Mihajlovic

Non puoi fare a meno di pensare che sia tutto un incubo se te lo dice pure lui, Sinisa, che ancora fatica a credere sia tutto vero. Perché capita sempre così, quando un treno ti finisce addosso: è tutto troppo brutto per ritenerlo credibile, fa tutto troppo male per pensarlo possibile. E la tecnica dei pizzicotti non funziona, stavolta non ti svegli. Chissà perché nei film fanno sempre così.

Parla, Sinisa. Parla e ti arriva al cuore. Perché pure nel giorno più buio, l’uomo vero non cambia. Non si tratta di indossare una maschera, di ostentare la corazza del “Sergente”. Mihajlovic conosce un solo modo per affrontare la vita, anche nella malattia: a petto in fuori, a testa alta. Ma se per una volta colui che sfondava le porte coi suoi sinistri violenti vacilla, se oggi il padrone della tecnica e della potenza non ha riferimenti, è lì che bisogna sostenerlo, aiutarlo.

Così il gigante si fa piccino: si affida ai medici perché non può far altro, alla moglie che ha voluto proteggere per qualche ora nascondendole il fatto, alle figlie che non vuole lasciare, agli amici di sempre che non vorrebbe perdere. Chiede aiuto, voglioso di fare la sua parte, desideroso di capire come un carattere forgiatosi nei Balcani può fare la differenza, incapace di considerare l’idea della sconfitta.

Eppure Sinisa fa una specie di miracolo. La sua provvisoria impotenza dà il metro della vita, anche a quelli che Sinisa non l’hanno mai visto dal vivo, a quelli che ogni tanto allo stadio o sul divano lo hanno insultato, ma non con cattiveria, da tifosi. “Miha” li stordisce, come fossero malcapitati difensori sulla traiettoria di un suo missile da fuori. Perché la storia di Mihajlovic è anche la loro, se ci pensano: Sinisa è lì da anni, per qualcuno da sempre, pensare che se ne vada è fuori discussione.

Ma è in quell’ammissione tenera e straziante, in quel “ti passa la vita davanti” cui seguono le lacrime, in quegli occhi piccoli che vorrebbero affrontare la malattia a muso duro, quasi fosse un avversario indisponente a cui insegnare come si sta al mondo in un campetto di Vukovar, al confine tra Croazia e Serbia, che riconosci la fibra dell’uomo, la potenza di chi muore dalla voglia di vivere.

E per questo è capace di coraggio, pur avendo una paura folle. Non è da tutti. È da Sinisa.

Cosa ci insegna la vicenda Sea Watch 3

L'arresto di Carola Rackete

Carola Rackete è stata arrestata. I migranti sono sbarcati dopo 16 giorni di odissea. Salvini esulta neanche l’Italia avesse vinto i Mondiali (ah già, lui di solito tifa contro la Nazionale).

Cosa ci insegna quanto accaduto?

  • Che in un anno di governo Matteo Salvini non ha risolto il problema immigrazione. Non c’è uno straccio di strategia di ampio respiro, nulla di diverso dall’improvvisazione. Saremo punto e a capo al prossimo barcone. Mentre i barchini continueranno a sbarcare. Nuovi tweet. Nuove parole. Nuova vergogna.
  • Che gli strepiti di Salvini hanno dato un alibi ad un’Europa ingiustificatamente assente (ma mai quanto il nostro ministro dell’Interno alle riunioni in cui si discute di immigrazione). Che siamo sempre più soli.
  • Che gli atteggiamenti di Salvini mettono a repentaglio anche le nostre forze dell’ordine. Si veda l’incidente sfiorato alla banchina di Lampedusa con la motovedetta della Guardia di Finanza. Perché quando alimenti tensione, quando stressi fino all’inverosimile la situazione, non puoi aspettarti lucidità. E senza lucidità rischi che accada l’incidente. E’ così elementare che sorge il dubbio che qualcuno, dalle parti del Viminale, se lo sia persino augurato.
  • Che questa politica dell’odio (non solo Salvini, ma vogliamo parlare del video in cui la Meloni chiede di affondare la nave?) ha creato un clima irrespirabile. Fatevi un giro sulla pagina della Lega in queste ore. Troverete commenti del tipo “Carola, adesso spero che ti stuprino quei negri di m….“.

Chissà se Salvini condannerà anche queste condotte in nome di un ritrovato afflato legalitario. Chissà.

E chissà se l’Italia si sveglia. Prima o poi.

Le toghe e il segreto di Pulcinella

Toghe del Csm

Lo scandalo nel CSM si allarga ogni giorno di più. E ogni giorno di più la Giustizia appare agli occhi della gente meno giusta. E’ vero che la commistione tra politica e magistrati è il segreto di Pulcinella. Ma ora che questo segreto è venuto definitivamente a galla è giunto il momento di guardarsi negli occhi, tutti, e di porvi rimedio con serietà.

Dopo anni di proclami e di proposte lasciate cadere nell’indifferenza generale penso sia arrivata l’ora di compiere un taglio netto, di recidere legami inaccettabili, di ripristinare il concetto di separazione dei poteri, in una frase: di abolire le correnti dei magistrati.

Non si capisce per quale motivo un giudice, che dovrebbe essere la personificazione della terzietà, dell’imparzialità, debba collocarsi all’interno di un’associazione che prende posizione politica.

Dico di più: sono dell’idea che un magistrato non possa fare politica. In nessun caso.

L’attuale norma prevede che un giudice non possa essere iscritto ad un partito politico: siamo dinanzi ad una grande ipocrisia, visto che i magistrati possono essere comunque eletti in Parlamento e ad altri incarichi politici da “indipendenti” (per modo di dire).

Attenzione: questo non significa “privare” un cittadino come un altro (in questo caso il giudice) dei suoi diritti politici, ma di “sospenderli”. Tradotto: vuoi fare politica? Rinunci alla carriera di magistrato. Nel momento in cui decidi di scendere nell’agone politico perdi di credibilità e non sei più garante della neutralità necessaria per esprimere un giudizio. E’ come se l’arbitro di una partita di calcio decidesse per qualche minuto di indossare la maglia di una delle due squadre, salvo poi pretendere di tornare a dirigere la gara come niente fosse.

Il presidente emerito della Consulta, Valerio Onida, sostiene che gli eletti nel Csm “devono ricordare che non devono rispondere agli interessi delle correnti quando svolgono le loro funzioni”. Non sono d’accordo. E’ inevitabile che un’associazione che si rifà ad una componente politica sia portata a rispondere ad essa. E’ tragicamente umano che l’associazionismo delle correnti degeneri fino a determinare, come ha sottolineato lucidamente Mattarella, la perdita di “fiducia e prestigio” agli occhi dei cittadini.

Dobbiamo attendere un nuovo scandalo per prendere provvedimenti?

“Cara prof, ha fatto un buon lavoro”

Il video costato la sospensione alla prof di Palermo

La professoressa di italiano dell’istituto di Palermo sospesa per “mancata vigilanza” sui suoi alunni, “colpevoli” di aver associato la promulgazione delle leggi razziali al decreto sicurezza di Salvini, ha detto:”E’ la più grande ferita nella mia vita professionale“.

Non esito a credere che sia un dolore lancinante quello provato dalla docente, umiliata nel suo ruolo, privata della libertà di insegnamento, punita per aver consentito ai suoi ragazzi la libertà d’espressione. Ebbene, per quanto oggi possa far male questa sospensione, per quanto il taglio sia fresco, la prof Dell’Aria sappia che questa è una medaglia al valore, è il riconoscimento della differenza da quel “regime” che vuole imporre il pensiero unico, che scambia l’onestà intellettuale per propaganda. Cara prof, ha fatto un buon lavoro coi suoi ragazzi.

Ciò che dovrebbe preoccupare tutti noi è la catena di comando che ha portato alla sospensione della prof. La prima segnalazione è arrivata da un post sui social di tale Claudio Perconte, attivista di destra, noto per la sua propensione a condividere spesso fake news, che aveva così commentato il video dei ragazzi di Palermo:”Al Miur hanno qualcosa da dire?“.

Evidentemente qualcosa da dire l’avevano, se è vero che il giorno dopo il primo tweet è scesa in campo Lucia Borgonzoni (Lega), sottosegretaria ai Beni Culturali, che ha scritto su Facebook:”Se è accaduto realmente andrebbe cacciato con ignominia un prof del genere e interdetto a vita dall’insegnamento. Già avvisato chi di dovere“.

Chi di dovere è l’ufficio scolastico provinciale, che ha ritenuto corretto sospendere la professoressa, dimezzarle lo stipendio e delegittimarla agli occhi dei suoi allievi.

Ecco, questo significa che un giorno, magari, il governo potrà pensare di creare un ministero ad hoc, chiamandolo “Ministero dei Social“. La promessa sarà quella di liberare il web da fake news e violenza verbale, l’obiettivo dichiarato quello di arrestare haters e cyber-bulli. Nei fatti, però, andrà in scena ciò che è accaduto con la professoressa di italiano di Palermo: ad essere prima sospesi e poi chiusi saranno soltanto gli account che professano idee contrarie a quelle del “regime”, ad essere rimossi – dopo gli striscioni sui balconi – saranno soltanto i post che esprimono dissenso rispetto al governo.

Cara prof Dell’Aria, la sua dignità di docente è riconosciuta proprio da quel video. Ha formato degli studenti in grado di pensare con la propria testa, capaci di individuare riferimenti storici, di formulare un giudizio critico. Li ha resi sensibili alle ingiustizie e ai soprusi. Soprattutto cittadini liberi. Sono la nostra migliore speranza.