Perché Salvini pensa ad Alex mentre la Libia sta per esplodere?

Salvini a "Fuori dal coro", Rete 4

Le immagini delle prigioni libiche (qui il video), dei centri di detenzione dove migliaia di persone (sì, persone) vengono trattenute contro la loro volontà, sono un colpo al cuore. Li vedi lottare per bere un sorso d’acqua di dubbia provenienza, tutti dallo stesso bicchiere, tutti dallo stesso secchio. Sgomitano, si spingono, si accalcano, forse si odiano, perché sanno che un sorso per un compagno è un sorso in meno per sé, perché sanno che quell’acqua prima o poi finisce, e il momento di dissetarsi rischia di essere rinviato, ancora e ancora.

Sono lì, costretti a dormire accanto ai rifiuti, tra mosche e vermi, ammassati su giacigli di fortuna, privati della dignità che dovrebbe essere propria di ogni essere umano, prigionieri in quanto africani, destinati a soffrire per un caso, condannati a scontare l’essere nati nel posto sbagliato nel momento sbagliato, mentre nessuno sembra preoccuparsi realmente della loro condizione.

Le parole del ministro dell’Interno del governo di Tripoli, quello che fa capo a Sarraj, sono state chiare:”Il governo di accordo nazionale è obbligato a proteggere tutti i civili, ma gli attacchi verso i centri di detenzione dei migranti da parte dei caccia F16 è al di là della capacità governativa di proteggerli“.

Significa che migliaia di persone potrebbero essere presto libere di tentare la traversata della vita nel Mediterraneo, cercando così di sfuggire ad una guerra che è il frutto di un intervento scellerato (chiedere a Sarkozy). Il risultato sarebbe un esodo di massa che – a quel punto sì – si tradurrebbe in una vera e propria “emergenza” soprattutto per l’Italia, mettendo a nudo tutti i limiti delle politiche migratorie di Salvini, talmente concentrato, così sul punto, da investire tutte le sue energie nel contrattare uno scambio dei 54 migranti della nave Alex con 55 migranti di Malta (siamo ormai alla logica delle figurine) piuttosto che preoccuparsi delle migliaia che potrebbero arrivare nelle prossime settimane.

La notizia che Vladimir Putin ha portato nei suoi colloqui a Roma è di quelle preoccupanti: centinaia di foreign fighters di ritorno stanno lasciando la Siria per concentrarsi nel Nord Africa. Un dato di fatto che rende ancora più vergognoso l’atteggiamento di una comunità internazionale che non è stata neanche capace di trovare l’accordo su uno straccio di comunicato di condanna del raid aereo che a Tajoura ha provocato un bilancio di almeno 44 morti e 130 feriti per non urtare la suscettibilità (e l’autorità) del generale Haftar.

Se Putin come sempre ha colto il nocciolo della questione (“Chi ha distrutto la stabilità della Libia? Per me è stata una decisione della Nato. E questo è il risultato. Abbiamo osservato il caos, e la lotta tra vari gruppi paramilitari. Non dobbiamo portare noi un ruolo stabilizzatore“) lo stesso non sembra essere per il governo italiano, incapace di imporre le proprie ragioni (è ovvio che non possiamo accogliere in Italia tutto il continente africano) a causa dell’atteggiamento da bullo di quartiere di un ministro che preferisce lucrare (lui sì) sulla tragedia umana di un manipolo di migranti mentre un vulcano sta per esplodere a poche miglia marine dalle nostre coste.

C’è poi la questione di un governo incapace di esercitare la propria leadership nell’unica area di interesse strategico che le è rimasta. La Libia rappresenta a livello geopolitico una priorità per l’Italia (basta leggere alla voce Eni). Ogni turbolenza rischia di ripercuotersi pericolosamente sul nostro Paese. L’atteggiamento ondivago del nostro esecutivo (abbiamo deciso da che parte stare? Con Haftar o con Sarraj?) non fa altro che alimentare il caos, rendere sempre più utopico un disegno di pace e stabilizzazione dell’area, ed esporre l’Italia all’arrivo di migliaia di migranti tra cui potrebbe (stavolta davvero) nascondersi qualche malintenzionato.

Il tutto mentre quelle immagini di essere umani ridotti a bestie continuano ad esistere, anche ora, in questo preciso istante, e a perseguitare chi ha un po’ di coscienza.

Prima gli essere umani

Illustrazione per Carola Rackete

Quelli che “Carola Rackete ha infranto la legge”, quelli che “come fate a dare contro Salvini anche stavolta?”, quelli che “W la giustizia”, da ieri sera hanno pochi argomenti, meno credibilità e tanto ingiustificato livore. Il gip che ha reso libera la comandante della Sea Watch 3, tenuto conto dell’emergenza a bordo – la cosiddetta “scriminante” che ha portato Carola a forzare il blocco della Guardia di Finanza e ad attraccare a Lampedusa – ha affermato un principio di civiltà. Non vengono prima gli italiani: in ogni caso, sempre, vengono prima gli essere umani. Compresi gli italiani.

Nel commentare la decisione del giudice, Matteo Salvini ha dimostrato ancora una volta i suoi maggiori difetti: la sua tendenza al dispotismo e la sua abitudine a mentire. Partiamo da quest’ultima: ha parlato di un provvedimento di espulsione già pronto per la comandante. Peccato non abbia detto che il pm di Agrigento gli ha già negato il nulla osta necessario ad attuarlo. Di più: Salvini ha dimenticato di dire che il provvedimento di espulsione può essere notificato soltanto in caso di gravi comportamenti sanzionati da un giudice. Cosa che a quanto pare non è successa. Il resto è un copione già visto, già sentito, fatto di attacchi ai giudici soltanto quando non assecondano i suoi desideri. Troppo facile.

Così da ieri Salvini è più debole. Perché il pronunciamento del gip sottolinea una volta per tutte che salvare vite non è reato, oltre che rimarcare l’ovvio: Tunisi e Tripoli non sono porti sicuri (ma va?) e non possono essere considerati tali. Parlare di “criminale”, di “pericolo per la sicurezza nazionale” rispetto ad una ragazza che ha fatto il suo dovere si è dimostrato un grande imbroglio. Un bluff dettato da una narrazione distorta della realtà.

Di falsi dilemmi è piena la nostra agenda politica. Esempio: aiutiamo i terremotati italiani o aiutiamo i migranti? Risposta: aiutiamoli tutti. Perché una cosa non esclude l’altra. Perché non sempre è questione di soldi: il più delle volte è questione di burocrazia, di lungaggini da superare, di organizzazione che manca, di coordinamento assente, di volontà e priorità politiche.

Bisogna sforzarsi di spiegarlo. E’ l’unica medicina contro la Salvinite acuta, il pericoloso male che ha colpito il nostro Paese.

Perché Salvini non è Trump (e perché per l’Italia è un peccato)

Trump e Salvini

L’ultima frontiera è il muro. Lo è fisicamente, ma lo è anche simbolicamente, per la politica di Matteo Salvini. La volontà di innalzare una barriera al confine con la Slovenia non è soltanto una sparata nata con l’obiettivo di solleticare l’appetito cattivista di una certa parte di leghisti. Non è soltanto il desiderio di spostare l’attenzione degli italiani su una finta emergenza rispetto ai problemi (seri e veri) di un Paese che si è fermato. C’è un desiderio di emulazione, un’operazione di copia e incolla nei confronti di Donald Trump che è storia vecchia.

Comincia con l'”America First” mutuato in “Prima gli italiani”. Prosegue con i cartelli “alla americana” con la scritta “Salvini premier”. Passa per l’appoggio della lobby delle armi e arriva fino alle gaffe sul riscaldamento globale che non esiste – a detta di Salvini – poiché a maggio ha fatto più freddo del solito.

Nelle ultime settimane, in occasione del viaggio a Washington, il leader della Lega ha poi sposato completamente la politica estera del presidente Usa, giungendo anche a rinnegare se stesso. Ad esempio dicendosi disponibile a valutare sanzioni contro l’Iran, quando soltanto un anno fa, da Mosca (una località a caso!), dichiarava:”Il confronto e il dialogo sono più utili che non lo scontro e la sanzione. E se questo vale per la Russia, vale anche per l’Iran e altri Paesi. C’è gente che sta lavorando al dossier ma in linea di principio non è con le sanzioni che risolvi alcunché“.

Ma messa momentaneamente da parte la tendenza ondivaga di Salvini, che nella sua lunga carriera politica ha detto tutto e il suo contrario, c’è una fondamentale differenza fra Trump e Salvini. Perché per quanto Trump non sia il campione dei diritti umani che tutti vorremmo alla guida della massima potenza mondiale, per quanto la sua politica sui migranti denoti un razzismo pericoloso e inquietante, poi c’è da fare i conti con la realpolitik. Vai a vedere e l’economia degli Stati Uniti cresce. In politica estera The Donald è il vero “game changer” sulla scacchiera internazionale. Con la Corea del Nord è il protagonista di un’intesa per ora solo scenografica ma simbolicamente potentissima; con la Cina ha il coltello dalla parte del manico visto il surplus commerciale statunitense nei confronti di Pechino; e l’Iran è troppo lontano dall’atomica per costituire una minaccia alla sicurezza americana.

L’imprevedibilità di Trump si è così trasformata in un punto di forza. Nessuno sa mai cosa attendersi da lui, ma tutti sanno che la maggior parte delle volte, in un modo o nell’altro, Trump otterrà i suoi obiettivi.

Se l’inquilino della Casa Bianca alterna frasi bombastiche su Twitter a inattesi (e positivi) slanci diplomatici come quello con Kim, Salvini usa i social per i selfie e gli slogan: non è in grado di alternare al bastone la diplomazia (si vedano le continue forzature sui migranti) e così finisce per rendere l’Italia sempre più sola.

Gli Usa di Trump continuano a mietere record economici (è il ciclo, non sono soltanto meriti di Donald) e Salvini dice di voler fare una riforma fiscale “alla Trump”. Poi però non dice come vuole finanziarla, non indica le coperture, brucia miliardi (e tempo) con frasi che fanno impennare lo spread. Copia la retorica trumpiana del sovranismo ma dimentica che l’Italia non è l’America, non è così grande e autosufficiente per “campare” di isolazionismo e protezionismo.

Salvini è insomma una brutta copia: un Trump che non ce l’ha fatta. E per l’Italia, visto il paragone, quasi quasi è un peccato.

Cosa ci insegna la vicenda Sea Watch 3

L'arresto di Carola Rackete

Carola Rackete è stata arrestata. I migranti sono sbarcati dopo 16 giorni di odissea. Salvini esulta neanche l’Italia avesse vinto i Mondiali (ah già, lui di solito tifa contro la Nazionale).

Cosa ci insegna quanto accaduto?

  • Che in un anno di governo Matteo Salvini non ha risolto il problema immigrazione. Non c’è uno straccio di strategia di ampio respiro, nulla di diverso dall’improvvisazione. Saremo punto e a capo al prossimo barcone. Mentre i barchini continueranno a sbarcare. Nuovi tweet. Nuove parole. Nuova vergogna.
  • Che gli strepiti di Salvini hanno dato un alibi ad un’Europa ingiustificatamente assente (ma mai quanto il nostro ministro dell’Interno alle riunioni in cui si discute di immigrazione). Che siamo sempre più soli.
  • Che gli atteggiamenti di Salvini mettono a repentaglio anche le nostre forze dell’ordine. Si veda l’incidente sfiorato alla banchina di Lampedusa con la motovedetta della Guardia di Finanza. Perché quando alimenti tensione, quando stressi fino all’inverosimile la situazione, non puoi aspettarti lucidità. E senza lucidità rischi che accada l’incidente. E’ così elementare che sorge il dubbio che qualcuno, dalle parti del Viminale, se lo sia persino augurato.
  • Che questa politica dell’odio (non solo Salvini, ma vogliamo parlare del video in cui la Meloni chiede di affondare la nave?) ha creato un clima irrespirabile. Fatevi un giro sulla pagina della Lega in queste ore. Troverete commenti del tipo “Carola, adesso spero che ti stuprino quei negri di m….“.

Chissà se Salvini condannerà anche queste condotte in nome di un ritrovato afflato legalitario. Chissà.

E chissà se l’Italia si sveglia. Prima o poi.

Meglio la capitana del Capitano

Carola Rackete

Non c’è bisogno di essere di sinistra, di ostentare lo slogan “Restiamo umani” in contrapposizione a quello dei “#portichiusi”, per scegliere il lato giusto della storia nella vicenda della Sea Watch 3, per dire “meglio la Capitana del Capitano”. Non siamo amanti delle forzature, delle violazioni delle acque territoriali, ma ad essere violati per primi sono stati i diritti umani di 43 disperati che stanno friggendo da giorni in mare aperto a poche miglia da quello che ritengono un porto amico, un approdo sicuro. Lampedusa.

Matteo Salvini, sappiatelo, lucrerà su questa violazione da parte della comandante della Ong, la 31enne Carola Rackete, ottenendo tanti consensi così come accadde per la Aquarius prima e per la Diciotti poi. Ma la differenza che passa tra un politico e un acchiappa-voti risiede nella capacità di distinguere il giusto dallo sbagliato, sta nel coraggio di assumere decisioni impopolari purché oneste.

La retorica che Salvini diffonde, invece, quella degli italiani che lo pagano per difendere la Patria, si scontra con una domanda semplice, eppure necessaria: “Ma difendere da chi?”. Dalla comandante Carola? Da 43 uomini e donne che fino a pochi giorni fa sono stati torturati e seviziati nelle prigioni libiche?

Il cinismo di chi esibisce i muscoli, di chi promette di schierare la forza pubblica, di chi del “cattivismo” fa un modo di essere, di chi dice “non sbarcano nemmeno a Natale”, dev’essere smontato da una politica intelligente (Europa, dove sei?).

Perché far sbarcare esseri umani in difficoltà è un dovere, è un obbligo prima di tutto morale. Poi comincia un’altra partita: quella dell’accoglienza. Sono due piani distinti, che Salvini e chi gli fa il verso (tipo una Meloni sempre più macchietta che propone di affondare la nave) tentano di mescolare in maniera subdola, ambigua.

Non serve piangere il giorno dopo sulle foto di un padre e una figlia annegati nel tentativo di varcare un confine. Bisogna agire prima.

Il principio dev’essere: salviamoli tutti, accogliamone una parte.

E’ con questa ricetta, seria, onesta, sensata, che si può condividere e alleggerire il peso dei flussi migratori. Perché pensateci bene: un’estate dopo siamo punto e a capo. Salvini avrà pure aumentato i suoi voti, ma di certo non ha risolto il “problema” migranti.

L’importante è partecipare

Salvini e Di Maio

Se l’assegnazione delle Olimpiadi Invernali 2026 a Milano-Cortina ha fatto valere per l’Italia il principio che “l’importante era vincere, non partecipare“, lo stesso non può dirsi per un governo il cui motto è l’originale di De Coubertin: “L’importare non è vincere, ma partecipare“.

Se ne ha la chiara impressione nell’ennesimo vertice pre-consiglio dei ministri in cui non si raggiunge uno straccio d’intesa su un punto che sia uno: no alle Autonomie, no alla revoca delle concessioni autostradali ad Atlantia, no ad una quadra sulla strategia per evitare una procedura d’infrazione che incombe, no ad un qualsivoglia punto d’accordo su una delle questioni che un governo non dico speciale, ma almeno normale, dovrebbe essere in grado di gestire.

Perché è chiaro che da un po’ di tempo a questa parte il gioco del cerino occupa i pensieri di tutti. Con Salvini deciso a tirare la corda per vedere fin dove arriva e Di Maio attento a non opporre più di tanto resistenza, a concederne ogni giorno un pezzetto in più, troppo preoccupato che si spezzi, ma ignaro del fatto che prima o poi gli sfuggirà totalmente di mano.

Resta l’idea di un caos annacquato soltanto per poche ore dal successo olimpico, pure quello diventato presto terreno di scontro, da “vittoria di tutti” a rivendicazione di chi non c’ha creduto prima e ha esultato dopo.

E’ l’immagine di un governo unito solo quando si tratta di salire sul carro del vincitore, per nulla interessato alla direzione che questo prende. Basta montare sopra, esserci. Partecipare, appunto.

Come Caino

di battista

Dicono che questa smania di rientrare nell’agone sia dettata da contratti sfumati, da uno stipendio da parlamentare la cui mancanza inizia a farsi sentire, da una sorta di “tengo famiglia” che ha investito pure lui, il Dibba. Fosse anche così, e non lo sappiamo, non ci interessa.

Quel che conta è la sostanza. L’iperattivismo dell’attivista per eccellenza. Quasi d’un tratto si fosse stancato del Guatemala e del buen retiro, quasi abbia voglia di prendersi ciò che sente suo di diritto da sempre, la leadership di un MoVimento movimentista, non di governo.

E per farlo è disposto a tutto, pure al sabotaggio. D’altronde, per Alessandro Di Battista, calza a pennello il titolo che ha dato alla sua ultima “fatica” letteraria: “Politicamente scorretto”. E attenzione: qui nessuno si illude che tra i moralisti per eccellenza si trovi un briciolo di morale, nessuno ha mai creduto alla decantata amicizia tra gemelli diversi.

Chi pensava che la settimana bianca sugli sci o la scampagnata in macchina fino a Strasburgo fosse il frutto di una reale volontà di stare insieme era fuori strada: erano solo i tentativi disperati di compattare il MoVimento, di provare a serrare i ranghi, di dare l’idea di un’unione d’intenti che non solo non c’è, ma neanche (tra i due) c’è mai stata.

Poi Di Battista ha capito che nemmeno i suoi sorrisi da bello e dannato, la sua dialettica incalzante, la sua aura da battitore libero, avrebbero potuto ribaltare il trend di un MoVimento 5 Stelle in picchiata. Nemmeno lui era in grado di arginare il fenomeno Salvini. Mettici pure l’imbarazzo per le inchieste sui papà dei due paladini dell’onestà e allora ecco la scusa per tirarsi fuori, per rivendicare il diritto al silenzio. Ma a tempo.

Perché dopo le Europee è tornato, Di Battista. E Di Maio ha capito. Ha capito che dietro le accuse all’alleato di governo c’è in realtà l’intento di screditare tutto l’esecutivo: lui compreso. Ha capito che Di Battista “fiuta” il momento e che ogni volta in cui augura pubblicamente la tenuta del governo assesta in realtà un colpo alle sue fondamenta. Come quando ieri da una parte ha auspicato che l’esecutivo continui a lavorare, ma subito dopo ha provocato Salvini (“Si berlusconizza ogni giorno di più“).

Che la misura sia colma lo si è capito sia dalle parole “rubate” a Di Maio, che si è detto “incazzato” per come Dibba ha parlato degli esponenti M5s, ovvero di “burocrati chiusi nei ministeri“. Ma soprattutto dall’uscita, quest’ultima su Facebook e quindi ufficiale, in cui il capo politico ha messo in guardia:”Non mi interessa se in buona fede o in mala fede, ma se qualcuno in questa fase destabilizza il MoVimento con dichiarazioni, eventi, libri, destabilizza anche la capacità del Movimento di orientare le scelte di Governo“.

Di più:”Ognuno porti avanti il ruolo che è chiamato ad assolvere nella società: ministro, parlamentare, attivista, cittadino. Un ruolo non è migliore dell’altro, per quanto mi riguarda. Ma tutti devono essere rispettati e ognuno stia al proprio posto“.

L’uno parla in pubblico dell’altro come di un fratello. E Giggino non ha la statura di Abele. Ma in questa storia un traditore c’è. Come Caino.

Il Capitano abbandona la nave che affonda

Matteo Salvini

E’ quando la nave sta per affondare, quando l’acqua entra ormai da tutte le parti, che il vero comandante afferra il timone e non lo abbandona. Non fino a quando non sia certo che anche l’ultimo marinaio si è messo in salvo. Ma in queste ore di drammatica trattativa con l’Europa, di spasmodica ricerca dei soldi necessari ad evitare una procedura d’infrazione che sarebbe piacevole quanto una bastonata sui denti, del “Capitano” non c’è traccia sul ponte di comando.

Ha detto di avere 60 milioni di figli: eppure non sembra comportarsi come un buon padre di famiglia. Perché quando c’è crisi, c’è difficoltà, si stringono le maglie, si sta tutti più vicini, ci si sacrifica sapendo che domani, forse, sarà meglio. Salvini invece dice al Corriere:”Giù le tasse o lascio il governo”. E’ un po’ come se il capofamiglia dicesse:”Se oggi a tavola non trovo caviale vado via, vi lascio qui e mi faccio un’altra vita”.

Perché c’è tutta la differenza del mondo tra la richiesta di una ricetta economica che dia respiro al Paese e la fuga dalle proprie responsabilità. Salvini oggi parla come se i debiti contratti dal governo non lo riguardassero, come se per un anno non fosse stato alla guida del Paese, come se i balletti sul deficit non fossero stati partoriti anche col suo consenso. Salvini addossa le responsabilità del disastro dei conti ai suoi ingenui partner. O forse non così ingenui, perché consapevoli che denunciare il gioco del leghista sulla pelle degli italiani equivale a perdere le proprie poltrone.

Ma a proposito di italiani, spetta a loro uno sforzo di onestà intellettuale. Bisogna siano loro a rendersi conto che è troppo facile recitare la parte di Salvini: gridare “giù le tasse”, “w l’Italia” e “abbasso Bruxelles”. Sono slogan belli, orecchiabili, perfino condivisibili. Ma restano slogan. Prima si mette in sicurezza il Paese. Poi si programma il futuro dell’Italia. A meno che qualcuno non voglia ipotecarlo sull’altare della propria premiership.

Draghi e lucertole

Mario Draghi

Voglio prendere in prestito la splendida metafora utilizzata qualche giorno fa sul Corriere della Sera da Federico Fubini per spiegare la guerra dell’Italia all’austerità dell’Europa, con il nostro Paese paragonato a Hiroo Onoda, luogotenente giapponese nella Seconda Guerra Mondiale, che nel 1945 rifiutò l’idea che il conflitto fosse finito: “Restò a combattere i suoi fantasmi su un’isola delle Filippine fino al 1974. Il mondo era andato avanti e lui se l’era perso“.

Lo stesso parallelismo si può tracciare all’indomani del discorso pronunciato da Mario Draghi a Sirte, in Portogallo. Sono bastate le sue parole a far abbassare lo spread ai minimi da marzo. Dove non sono riuscite le proposte del governo Lega-M5s è riuscito un signore descritto da certi partiti come un euroburocrate al servizio di Bruxelles.

Draghi, invece, è sì governatore della Banca Centrale Europea, ma ha ben presente il suo essere italiano. Si può dire, azzardando una provocazione, che sia il più sovranista di tutti. Lo ha dimostrato ai tempi dell’ormai mitico “whatever it takes” e lo ha ribadito ieri, lasciando intendere che gli spazi del quantitative easing sono ancora grandi, che la cassetta degli attrezzi della Bce dispone ancora al suo interno di strumenti in grado di sostenere la crescita dell’Europa (e dell’Italia).

Tutto bellissimo, tutto incoraggiante, se non fosse per l’incapacità del governo di fare i suoi interessi. Ovvero i nostri. Mario Draghi ha dimostrato coi fatti di essere il miglior alleato dell’Italia in Europa e nel mondo. In tutto ciò Salvini si consegna mani e piedi a Donald Trump. Non in nome di un’alleanza storica tra Paesi amici, ma di una logica che affonda le proprie radici in quello che Trump ha inventato: “America first” e Salvini copiato (“Prima gli italiani“).

Eppure basterebbe guardare i numeri, osservare la realtà: Draghi parla e lo spread cala, le Borse crescono, l’Italia respira. Subito dopo Trump sbraita su Twitter contro Draghi accusandolo di aiutare troppo l’Euro e l’Europa. Noi da che parte stiamo? Chiedere a Salvini.

Gli attacchi al governatore della Bce di questi mesi danno l’impressione di un nanismo politico preoccupante. Un’assenza di visione che si tramuta in un attivismo sgusciante, viscido. Perché ci sono i Draghi. E poi ci sono pure le lucertole.

Un po’ di sano Calendismo

Carlo Calenda

Un po’ di sano Calendismo. Giusto un po’. Quel che basta ad indignarci e a sbottare. Ciò che serve per dire “aho’, e mo’ me so’ rotto“. Perché in fondo questo è, ciò che Calenda non dice, ma quel che Calenda pensa. E a suo modo lo comunica, ovviamente sui social, dove la sua attitudine al confronto straborda, straripa, come quando si spende anche con chi una spiegazione non la meriterebbe. O come quando risponde un po’ male, anche un po’ troppo, perché si vede che ci crede e ogni tanto no, proprio non si trattiene.

Dunque eccolo, lo sfogo:”Mi vergogno di essere andato in giro a chiedere voti per un partito (il Pd, ndr) che è incapace di stare insieme anche mentre il paese va a ramengo“.

I cuoricini su Twitter non bastano per esprimere la reazione dell’osservatore neutrale. Bravo Calenda, l’hai detto, gliele hai suonate. Ma ora? Perché è chiara la tua buona volontà, come quando facesti la tessera del Pd il giorno dopo la disfatta del 4 marzo, come quando provasti ad organizzare una cena tra i diversi “capi” dem, come quando proponesti la nascita di un Fronte Repubblicano in opposizione alla deriva incarnata da Lega e 5 Stelle, o come quando, poche ore fa, hai provato a rispolverare l’idea di un governo ombra, dimenticando che l’Italia non è l’Inghilterra, che l’elettore medio a queste cose non bada, non pensa.

Sono tutte dimostrazioni d’impegno, di una passione che esiste, di una volontà forte, di un desiderio di fare qualcosa. Il potenziale c’è, è enorme, qualche guizzo interessante pure: come quando hai sfidato Salvini andando al suo comizio a Milano, deciso a non accettare che il ministro dell’Interno stabilisse per te che non ci saresti andato. Il tuo modo di comunicare funziona, è diretto, è d’impatto. Come si vede nei video in cui spieghi a Di Maio come si fa il ministro (un po’ meno riuscita la foto in cui ti tuffi nell’acqua ghiacciata in piscina, me lo consentirai).

Epperò tutto questo, da solo, non basta. Perché va bene il Calendismo, questo modo di fare che ci accomuna un po’ tutti, questo mettersi di traverso rispetto ai soprusi, questa voglia di dire e di fare, di pensare e di provare. Di reagire. Ma poi ad un certo punto serve andare oltre. Tentare la svolta. Senza chiedere il permesso. Senza guardarsi indietro.

Mettere in campo una proposta forte, alternativa all’area di governo e a quella sinistra con cui (diciamocelo Carlè) non hai proprio niente a che spartire. Guardarsi intorno, con chi ci sta, e provare a superare le divisioni di un ventennio: tradotto, pezzi di Pd, pezzi di Forza Italia (ancora più chiaro: vuol dire accettare anche Berlusconi). Se po’ fà?

E poi via, a spiegare con calma agli italiani perché questo governo non funziona, perché la “moderazione” (che bella parola!), in un tempo di estremismi diversi ma pericolosi, può stare in bocca ad uno che ogni tanto sbotta, però a ragione. Perché ci sta, dopo tante buone intenzioni, dopo tanti tentativi andati a vuoto, di pensarlo, se non proprio di scriverlo: “Mo’ me so’ rotto“.

Pure noi. C’hai ragione Carlé.