Il nuovo partito di Salvini farà bene, a tutti gli altri

 

Come quando da piccoli si giocava a nascondino. C’è l’ultimo, quello rimasto coperto fino alla fine, che ha il potere di salvare i compagni precedentemente catturati. Tana libera tutti, si urlava. Ma basta sostituire “tana” con “Lega” per rendersi conto che il nuovo – nascente – partito di Salvini avrà il merito di porre fine a tutti i bluff iniziati dopo l’Apocalisse del 4 marzo.

Perché se tra qualche giorno, come sembra probabile, il Tribunale di Genova confischerà i conti della Lega per la truffa ai danni dello Stato targata Bossi e Belsito, allora ecco che tutti i giocatori – volenti o nolenti – dovranno uscire dai loro rifugi.

Salvini quasi non vede l’ora: essere il Re del Nord non basta più. Trasformare la Lega da un partito settentrionale ad un contenitore di destra è possibile. Il piano è formare un partito sul modello dei Repubblicani americani, dove la componente conservatrice è preponderante, ma non mancano sfumature moderate. Sfumature, appunto.

Ma pure tutti gli altri saranno contagiati dal “domino” innescato dalla “morte” leghista. Perché a quel punto dovrà essere Berlusconi, lui sì fondatore del centro-destra, a rivolgersi alla sua gente, ai moderati e ai liberali italiani, e a dirgli se davvero può essere il partito di Salvini la loro nuova casa politica. Sarà allora, soltanto allora, che Berlusconi dovrà decidere se piegarsi ad un delfino che per se non avrebbe mai scelto. Sarà a breve, che il Cavaliere dovrà scegliere se venire a patti con un ribaltamento della storia, dove non è più lui quello che fa il predellino e lancia il Popolo della Libertà, ma è quello che lo subisce, che si vede costretto ad ingoiarlo, quello che fa “la fine di Fini”.

E tutti gli altri? Non potranno che beneficiarne. Da una parte perché al Nord, vuoi o non vuoi, si perderà parte della spinta elettorale dettata dalla territorialità che dalla sua nascita è stata la caratteristica predominante della Lega. Il nuovo partito di Salvini sarà uno dei tanti in lizza per prendere voti: più nordista di altri, magari, ma comunque non solo del Nord. E va bene che già alle Politiche del 4 marzo la Lega era solo Lega, ma era – ancora- pur sempre la Lega.

Il MoVimento 5 Stelle sarà costretto a guardarsi dentro e intorno. A scegliere cos’è e cosa vuol diventare. Se la costola di un partito di destra o una “cosa” senza direzioni, costretta a giocare sull’antagonismo a prescindere verso tutto e tutti.  E il Pd, o ciò che sorgerà al suo posto? Potrà guadagnare il centro, lasciato smarrito dalla svolta a destra della Lega Repubblicana by Salvini.

Per questo motivo ben venga il nuovo partito di Salvini. Costringerà gli altri a buttare giù le maschere. Sarà un bene per tutti. Noi.

Dal Vangelo a San Salvini martire

salvini vangelo

 

L’onda lunga della Diciotti è uno tsunami di cui avremmo fatto volentieri a meno, un teatrino squallido, dove tutto rasenta il ridicolo. Così Salvini non si smentisce e come per ogni vicenda cerca di trarre un vantaggio personale pure da questa. Si conferma dunque un rapace, un giocatore scaltro, lucido ma soprattutto fortunato: un Inzaghi della politica, non un fenomeno, ma sempre al posto giusto quando si tratta di segnare a porta vuota.

Ma bisogna ringraziare chi passa i palloni da spingere in rete: in questo caso il pm di Agrigento Patronaggio, perché ci sono pochi dubbi sul fatto che l’inchiesta verrà archiviata. Siamo dinanzi ad un atto che non farà altro che alimentare la retorica del “re populista”, dell’eroe senza macchia e senza paura pronto a rinunciare alla propria libertà pur di garantire quella altrui. Uno schema vincente, soprattutto in un’Italia a caccia di uomini forti, alla ricerca disperata di un capo cui affidarsi, capace di tirarla fuori dalle sabbie mobili in cui è finita da tempo.

E allora ecco spiegate le nuove dichiarazioni di Salvini, l’impavido che non negherà l’autorizzazione a procedere, la “vittima” prescelta da chi si ostina a negare il cambiamento (quale?) voluto dal popolo, il perseguitato dalla giustizia, da quella magistratura politicizzata che in Italia non è nuova (e questo è in parte vero) ad aprire e chiudere inchieste a seconda del proprio credo.

Salvini lo dice apertamente:”Da Agrigento verranno tante cose positive e quindi ringrazio il pm perché sarà un boomerang“.

Ha ragione, purtroppo.  Ha già iniziato la messinscena, indossato i panni del martire, non vede l’ora di essere crocifisso.

Avremmo dovuto intuirlo. Dal rosario al Vangelo. Fino a San Salvini.

Quindi chi ha “vinto” con la Diciotti?

migranti nave diciotti

 

La prima considerazione è la seguente: quei 150 migranti, i disperati coi volti scavati e i piedi scalzi, sono finalmente sbarcati. Con una decisione arrivata di notte, dopo i telegiornali delle 20 del sabato sera. Una scelta un po’ vigliacca, volta a smorzare l’impatto mediatico di una piccola giravolta, ma tant’è: Salvini li ha fatti scendere.

Sull’indagine della magistratura nei confronti del ministro dell’Interno ci sono diversi dubbi: con ogni probabilità non andrà “in porto”. Servirà ad almeno due cose: a ricordare a Salvini che di questo Paese non è – ancora – il sovrano e a gonfiare ulteriormente i suoi sondaggi. Sì, perché da scaltro plasmatore di verità qual è, il leader del Carroccio ha già iniziato a dipingersi come l’eroe pronto ad immolare la sua libertà personale sull’altare della nostra sicurezza. Come se a bordo della Diciotti vi fossero 150 delinquenti, terroristi, ricercati internazionali.

Rispetto a Di Maio, che usa come sempre la doppia morale, c’è ormai poco da commentare. Alfano indagato doveva dimettersi in 5 minuti. Salvini indagato no, ufficialmente perché non viola il codice etico del M5s. Ed è un dettaglio che nel tempo quel regolamento sia stato scritto, riscritto e annacquato a proprio comodo.

Ma allora chi ha vinto con la Diciotti? Non Salvini, che alla fine i migranti ha dovuto farli sbarcare, che sulla sua pelle ha visto a cosa serve il braccio di ferro con l’Europa: a nulla. Non l’UE, che a dirla tutta ha sì dato una lezione al leghista, ma neanche stavolta ha battuto un colpo. Non Di Maio, delle cui minacce in Europa hanno sorriso, come si sorride di un giovane che vorrebbe ma non può, che dice ma non sa. Non la maggioranza tutta, che alla fine è stata salvata dalla Chiesa italiana, quella che tante volte è finita nel mirino dei suoi sostenitori. Perché quante volte abbiamo letto frasi del tipo: “Se li prenda il Vaticano i migranti, se ci tiene tanto all’accoglienza”. Se li è presi, alla fine. Così come se li è presi l’Albania. E non per chissà quale motivo, soltanto per debito di riconoscenza, perché non ha dimenticato quando l’Italia ha aiutato la sua gente. L’accoglienza del passato ha salvato Salvini. Ecco, tutto torna. Con i migranti della Diciotti al sicuro ha vinto l’Italia. Non questa.

Siamo meglio di così

nave diciotti

 

Dovrà pur esserci una via di mezzo tra il ricatto e la resa. Perché è vero che quello dell’immigrazione è un problema comune a tutta l’Europa, così com’è ingiusto che a dover gestire la maggior parte del fenomeno sia l’Italia. Ma a cosa serve la politica se non a questo? A trovare soluzioni, a cercare risposta attraverso le trattative, il dialogo, a volte anche la fantasia.

Se però la vittoria dell’anti-politica deve tradursi nel primato del “no alla politica” allora è chiaro che dovremo abituarci ad alzate d’ingegno “alla Di Maio“, che una sera d’agosto, con 150 persone a bordo della nave di Diciotti in attesa di sbarco, decide di optare per il ricatto duro e puro: amici europei, o vi prendete i nostri migranti (perché stavolta sono nostri, senza alcun dubbio sul punto) oppure noi non vi versiamo 20 miliardi di euro.

Così, dal nulla, con tanti saluti all’agitazione dei mercati, allo spread che fa paura, all’assalto finanziario che tutti temono tra agosto e settembre, alle parole rassicuranti ed equilibrate che un governante dovrebbe utilizzare in momenti caotici come quello attuale. Ma non c’è da sorprendersi: Di Maio è lo stesso che ha chiesto l’impeachment per quel galantuomo di Sergio Mattarella solo perché non voleva Savona ministro dell’Economia. Quando la tensione aumenta dà i numeri, perde il controllo.

Nel Far West delle dichiarazioni, giocano a chi le spara più grosse: Di Maio si gioca tutte le fiches sui 20 miliardi, Salvini ama pensare a se stesso come ad un martire pronto ad andare in galera pur di difendere le sue posizioni (e di ottenere qualche punto in più nei sondaggi).

Siamo al delirio di onnipotenza, alle manie di grandezza motivate da chissà che cosa, alla legge del cortile: il pallone è nostro, o si gioca a quel che diciamo noi o ce ne torniamo a casa. Oh!

Peccato che nel condominio si siano rotti tutti le scatole del nostro chiasso. Qualcuno, prima o poi, ce lo sgonfia.

Siamo diventati l’Italia dei ricatti.  Siamo meglio di così. Basterebbe ricordarcene.

Salvini, falli scendere

diciotti

 

Sulla pelle di 177 migranti si consuma l’ennesimo sfoggio di muscoli del Presidente del Consiglio ombra. Matteo Salvini non ha rivali in questo governo. E forse nemmeno Mattarella ha più la forza di contrastare la brutta piega presa dall’esecutivo. Perché è un fatto, ormai, che l’intenzione del leghista sia quella di rendere normalità ciò che invece normale non è.

Un sequestro di persona plurimo “di Stato”, lo ha chiamato Saviano, che a volte con le parole esagera ma questa volta non è andato troppo lontano dalla realtà. Poiché da ormai sei giorni ci sono uomini, donne e bambini che dopo essere stati raccolti in mare non sono liberi di andare da nessuna parte: intravedono la libertà a pochi metri di distanza, in quel porto di Catania che pare messo lì come una cattiveria, lo guarderanno, lo sogneranno, ma non vi sbarcheranno.

E allora c’è da chiedersi pure il perché di questo atteggiamento. Perché se è chiaro che Salvini sulla partita della nave Diciotti si gioca la faccia, se è vero che il ministro dell’Interno non vuole arretrare di un millimetro proprio ora che l’estate volge al termine e i viaggi della speranza destinati a diminuire, lo è pure che in questo caos ci ritroviamo per un problema di natura politica.

Va detto senza paura di dare ragione ai populisti. L’Europa fino a questo momento è mancata. Senza alcun dubbio è mancata. Ma allora qualcuno ci dica perché, il giorno dopo il Consiglio Europeo di fine giugno, il premier Conte festeggiava euforico la soluzione del problema. Non aveva niente in mano, lui che non perde occasione per ricordarci di essere un avvocato abituato a ragionare sui documenti. C’ha raccontato che sarebbe bastato un impegno assunto su “base volontaria” a risolvere i problemi dell’Italia in materia di immigrazione.

Ha sbagliato lui. Così come adesso si vede che da nessuna parte ci porta l’asse sovranista in Europa di Matteo Salvini. Negli sforzi fatti dalla Farnesina per trovare una condivisione degli oneri dell’accoglienza dei 177 disperati, qual è stato il primo Paese che c’ha chiuso le porte in faccia? L’Austria. L’Austria di Kurz, l’amico di Salvini.

Ma se da una parte la politica può essere materia complicata, se dall’altra questo governo ha fatto l’impossibile per rendere l’Italia sempre più sola, resta il fatto che non possiamo perdere la nostra umanità. Saranno pure “migranti”, ma sono prima di tutto persone. E magari anche stavolta qualcuno mostrerà compassione. Forse pure oggi arriverà in soccorso del governo una voce umana, a dire che i disperati salvati da una nave “italiana” se li prende l’Europa. Forse. Ma non aspettiamo.

Salvini, falli scendere.

Io me ne andrei

renzi pd

 

Sono forse i fischi ai funerali di stato di Genova, spontanei o organizzati che fossero, il segno della fine del Partito Democratico. Un contenitore politico che ha tradito la missione che si era dato agli albori, quella che lo caratterizza persino nel nome: essere “veramente” democratico. Perché è un fatto che il popolo non si senta rappresentato da una cospicua parte dei suoi dirigenti, come lo è pure che milioni di voti per eleggere un segretario siano stati di volta in volta bellamente ignorati dagli sconfitti di turno, sempre gli stessi, o forse sarebbe meglio chiamarli “perdenti”. Loro incapaci di vincere ma insuperabili quando a far perdere gli altri.

In tutto questo c’è Renzi. Un leader che ha sbagliato molte mosse, ma pur sempre un leader. E se il carattere suggerisce di restare a combattere, di riprendersi il Partito, ancora, nonostante tutto e nonostante tutti, forse per una volta è il caso di ascoltare la ragione. Intestardirsi nel tentativo di riesumare un Pd esanime sarà pure uno scopo nobile, dimostrare che è in grado di farlo sarà anche una sfida umanamente impareggiabile, ma in gioco non c’è solo il destino politico di uno, bensì le sorti quotidiane di milioni di italiani che non vogliono essere rappresentati dai populisti al governo.

Allora fossi al posto di Renzi non ci penserei due volte. Mi guarderei intorno, chiamerei gli amici e gli chiederei di seguirmi. Farei lo stesso con le voci critiche. Le persone serie però. Quelle che stanno dentro a tutti i partiti, quelle che quando parlano lo fanno con cognizione di causa. Quelle che se esprimono dissenso lo fanno apertamente, onestamente. Pure a loro direi: venite, che ne dite? Sì. Perché io il Pd lo lascerei. Io me ne andrei.

Almeno state zitti

ponte morandi

 

Si riscoprono tutti ingegneri, un attimo dopo il crollo del ponte Morandi a Genova. È un virus diffuso in tutto il Paese: siamo tuttologi, amiamo puntare il dito, dire “è colpa loro”, sazia la nostra rabbia repressa per qualcosa che negli ultimi 50 anni evidentemente non è andato come speravamo. Perché siamo lì, fermi, a mezzo secolo fa. Non solo perché il ponte crollato è stato terminato nel 1965, ma perché alla fine basta pensarci sopra: nel 2018 ancora guardiamo con nostalgia al boom economico degli anni Sessanta. Qualcosa è andato storto: e si è visto.

Ma tra voglia di giustizia e sciacallaggio c’è differenza, tra stile e improvvisazione pure. I responsabili dovranno assumersi le loro responsabilità davanti alla legge, ma non è normale, non lo è, che a neanche un giorno dalla tragedia un ministro della Repubblica se la prenda con Autostrade, così, senza un dato, un report, un’analisi ponderata di ciò ch’è avvenuto durante il crollo, una valutazione completa, approfondita, basata sul senso di realtà.

Non è possibile che un altro ministro continui la sua campagna elettorale permanente prendendosela con l’Europa che non ci consente di rifare le infrastrutture e mettere in sicurezza l’Italia. Perché i soldi ci sono stati e ci sono, per queste cose. Ma non è colpa dell’Europa se si è scelto di rimandare e rimandare, se i costi di manutenzione di questo ponte hanno coperto l’80% di quello che è costato. Se ne sarebbe potuto costruire un altro, di ponte Morandi. Non si è voluto. Non so il perché. So che non è il momento della caccia alle streghe. Non ancora. C’è gente che pensava ai fatti suoi, che ascoltava la musica in macchina, che parlava con i figli, che ad un certo punto si è vista cadere nel vuoto, senza capire, solo per morire.

Abbiate un po’ di rispetto. Almeno state zitti.

Quindi chi è il traditore?

berlusconi salvini

 

All’epoca del governo Monti, quando Forza Italia decise di sostenere l’esecutivo del Professore – pagandone poi un prezzo altissimo – la Lega restò all’opposizione. Fu quello il primo mattone della ricostruzione, quello il trampolino di lancio che ha portato il partito di Salvini dal 4% all’obiettivo 40.

Nessuno mai, però, quando un giorno sì e l’altro pure la Lega bombardava il governo dei tecnici e i partiti che lo sostenevano, si sognò minimamente di mettere in dubbio l’alleanza di centrodestra. Il leader riconosciuto della coalizione, Silvio Berlusconi, aveva evidentemente una credibilità tale da suggerire che, prima o poi, i cammini di Forza Italia e Lega si sarebbero nuovamente incrociati. Come alla fine è successo.

A pochi anni da quei giorni, la situazione si è ribaltata. La Lega è al governo. Forza Italia è all’opposizione: dichiaratamente, esplicitamente. Risulta dunque strano che dinanzi alle posizioni avverse dei berlusconiani, i leghisti gridino costantemente al tradimento dell’alleanza di centrodestra.

Il no di Forza Italia alla nomina di Marcello Foa a presidente Rai usato dal Carroccio come pretesto per attaccare Berlusconi, per insinuare che alla fine l’uomo di Arcore preferisca (e forse è vero) il Matteo di Rignano anziché quello di Milano, tradisce la voglia maledetta di Salvini di smarcarsi definitivamente dal fondatore del centrodestra.

In Abruzzo, a meno che non si riesca a ricucire, la Lega ha annunciato che correrà da sola. Lo ha deciso, così come per Foa, unilateralmente, senza consultare chicchessia in Forza Italia, senza preoccuparsi che dall’ennesimo atto ostile potrà scaturire la fine della coalizione.

O forse siamo ingenui. Forse Salvini e la Lega se ne sono preoccupati. Eccome se lo hanno fatto.

L’importante è capirlo. L’importante è domandarsi se ha tradito Berlusconi, che ha semplicemente votato no su Foa perché bellamente ignorato da quello che ama definirsi “alleato”. Oppure ha tradito Salvini, che in un pomeriggio d’agosto ha rotto ufficialmente il centrodestra annunciando che la Lega correrà da sola in Abruzzo.

Io non ho dubbi.

Sul pugnale che ha colpito, sta uccidendo, seppellirà il centrodestra ci sono le impronte digitali di Matteo Salvini.

E vissero sovranisti e scontenti

erdogan turchia

 

Parla al cuore del suo popolo, il sultano Erdogan.

Anche nel giorno più difficile, quello in cui il crollo della lira turca nel raffronto col dollaro è impietoso, le parole d’ordine sono quelle che tengono unita una nazione. E allora nell’ora più buia il Sultano suona la carica:”Se loro hanno i dollari, noi abbiamo dalla nostra la gente, la giustizia e Dio!“.

C’è l’evocazione di un nemico straniero, il richiamo alla fede, l’insinuazione di una regia occulta che trama contro gli interessi della Turchia, il solito schema dei cattivi che vogliono rovesciare il volere del popolo sovrano.

Scampato miracolosamente al golpe del 2016, il Sultano è riuscito a ribaltare la situazione a proprio vantaggio: purghe, arresti, violazioni dei diritti umani. Il dissenso in Turchia, se c’è, adesso è sopito, domato, chissà fino a quando.

Erdogan c’è riuscito perché ha siglato un patto neanche troppo silenzioso con la sua gente: datemi il potere, vi darò la ricchezza.

Ma che succede se la lira turca da gennaio ad oggi perde il 30% del suo valore? Cosa capita se le imprese, le banche, sono costrette a ripagare i loro debiti in valute estere con una moneta che di giorno in giorno vale sempre meno? Di più: come la mettiamo se a furia di stampare moneta, di farne circolare sempre di più tra la gente, il denaro perde di valore?

Questa volta non c’è l’euro con cui prendersela, nessuna banca centrale cattiva, nessun burocrate amante dell’austerità. No, la Turchia non fa parte di un’unione monetaria. Ha tutta la sovranità di cui ha bisogno. Semplicemente l’ha messa tra le mani del Sultano, che l’ha usata per garantirsi il potere, la rielezione a Presidente/Sovrano, la possibilità di circondarsi di persone a lui gradite (un po’ come il genero designato ministro dell’Economia).

Una lezione per chi dice che da soli si sta meglio. Anche in Italia.

Il rischio è questo: fare la “fine” della Turchia.

Vivere tutti sovranisti e scontenti…

Il giro del governo in 80 euro

Conte Tria

 

Le due anime del governo si sfidano sui conti pubblici. Perché alla fine non può non venire a galla lo scarto (che c’è) tra i politici, animali da campagna elettorale abituati a far promesse, e i tecnici, propensi perlopiù a far di conto.

Così lo scontro sugli 80 euro tra il ministro dell’Economia Giovanni Tria e Matteo Salvini altro non è che il risultato di una differenza di tipo ontologico, il risultato di un’incompatibilità che sottovalutare sarebbe un errore.

Soprattutto se il tema dello scontro sono gli 80 euro di Renzi, quel bonus definito prima “mancia elettorale” e adesso un diritto considerato “acquisito” da milioni di italiani. Al punto che i contraenti del patto di governo, Salvini e Di Maio, non possono permettersi di toccarlo: pena la fine della luna di miele con il Paese.

Giovanni Tria, però, che pensa a sé stesso come ad un fantasista sempre ispirato, ad un numero 10 che del grigio economista non ha nulla, non è tipo da scomporsi. Piuttosto richiama i giovanotti sulla Terra. Volete lasciare intatto il bonus di Renzi? A me sta bene. Ma allora dite addio – o quanto meno arrivederci – ai sogni di reddito di cittadinanza e flat tax.

Perché alla fine, lo scarto tra i politici (questi) e i tecnici in questo sta: c’è chi promette e illude, sapendo di farlo. E poi c’è chi deve rispettare i vincoli di bilancio, chi ha da rapportarsi coi mercati, l’Europa, le finanze, i soldi degli italiani.

Quasi non sembrano componenti dello stessa squadra.

Alla faccia del sovranismo: qui regnano solo confusione e incertezza.

E per sapere qual è la linea non sai a chi domandare; per conoscere cosa accadrà alle casse dello Stato non puoi che incrociare le dita.

E aspettare.

È il giro del governo in 80 euro.