Il governo dell’asilo

salvini interno

 

Non è tanto la stretta sui richiedenti asilo, annunciata da Salvini con tanto di circolare inviata a prefetti e presidenti delle Commissioni per il riconoscimento della protezione internazionale. Non lo è perché se esistono delle regole sulla concessione del permesso di soggiorno è giusto che vengano osservate. Certo, a patto che pure i “seri motivi” che la prevedono (privazione o violazione dei diritti umani nel Paese di origine) vengano tenuti in considerazione.

E non lo è nemmeno il fatto che il ministro della Salute Giulia Grillo, in vista dell’anno scolastico 2018/2019, annunci che per entrare in classe basterà l’autocertificazione, e cioè presentare alle scuole una dichiarazione sostitutiva delle vaccinazioni effettuate. Mentre prima era compito dell’Asl garantire la copertura vaccinale mediante una certificazione ufficiale.

Il punto è che questo è il governo dell’asilo. E il comune denominatore (asilo) non vale solo nel senso dei richiedenti e dei bambini in età (e anche dei più grandi) che saranno le prime vittime di questo esecutivo. No, è il governo dell’asilo come atteggiamento, come metodo e come caratteristiche.

Lo si capisce quando nel tritacarne del giorno, in assenza di atti concreti per migliorare la vita degli italiani, finiscono temi che dovrebbero vedere tutta la classe dirigente compatta.

Ma se non si è in grado di capire che i vaccini obbligatori sono al momento la via più breve e sicura per garantire la copertura più elevata, se non si esce dal malsano schema secondo cui “quelli di prima” hanno fatto tutto sbagliato, allora è chiaro che il governo sarà sì quello del cambiamento, ma così, tanto per. Cambiare per cambiare.

E allora eccola, la logica dell’asilo: un dispettuccio qua e un altro là. Ora si fa a modo nostro, oh!

Con tutto il rispetto per i bambini, di certo più reattivi nell’apprendimento dei nostri governanti.

Tria conta più della Triade

giovanni tria

 

Dicono che Giovanni Tria nutra una passione nemmeno tanto nascosta per il tango. Sostengono che dietro quegli occhiali da professore universitario noioso, da uomo grigio che sa solo far di conto, si celi in realtà lo sguardo divertito di chi la sa lunga. Pure più degli altri. Raccontano di un’autostima spiccata, di una personalità che il diretto interessato ama definire “creativa”.

Dicono, sostengono, raccontano di ingerenze quotidiane di Paolo Savona, dell’uomo che del dicastero dell’Economia è stato per giorni il titolare in pectore, ma che poco scalfiscono l’imperturbabilità del vero ministro di via XX Settembre. Tanto il suo turno per parlare prima o poi arriva sempre. E allora si percepisce tutto lo scarto tra Tria e la Triade: Salvini, Di Maio e Conte. In quest’ordine gerarchico.

Ma la differenza rispetto agli attori che si prendono ogni giorno la scena, Tria la marca non solo nello stile, ma soprattutto nella sostanza. Le parole pronunciate dinanzi alle commissioni economiche riunite di Camera e Senato sono calibrate con cura, non c’è non detto che non sia voluto.

Così il mancato riferimento alla riforma della Fornero e all’introduzione della quota 100 è la conferma che il sistema pensionistico non si può toccare.  Mentre la costruzione dei due pilastri economici dei programmi di M5s e Lega, reddito di cittadinanza e flat tax, è ancora all’impalcatura iniziale. Non è un caso che Tria parli di “task force” incaricate di studiare la fattibilità dei due provvedimenti. Piuttosto è la prova che si proseguirà sulla strategia degli annunci a costo zero ancora a lungo, dal momento che di soldi per mantenere le promesse non ce ne sono.

Ma è il paradosso più paradossale di tutti, però, che proprio Tria – l’uomo forse coi piedi più saldati al terreno di tutto – venga già osservato come un intruso dai due vicepremier, da quei Salvini e Di Maio che di questo amico di Brunetta avrebbero volentieri fatto a meno; da Conte stesso, che per qualsiasi passo deve prima citofonare Tria, salvo tornare a Palazzo Chigi con la coda tra le gambe, sempre più conscio che spetterà a lui metterci la faccia quando sarà chiaro che le promesse degli uomini che lo hanno scelto come frontman silenzioso del governo sono semplicemente irrealizzabili.

Ma Tria ciò che lo attende lo ha già messo in conto, lui che i numeri li consulta da mattina a sera. Sa che alla fine se la prenderanno con lui, quando per un motivo o per un altro dovranno decidere di far saltare il governo. Si scaglieranno contro il più normale di tutti, per provare a giustificare le loro bugie. Sceglieranno di colpire l’economista che dice no alle capriole sulle finanze pubbliche, piuttosto che svelare il loro bluff .

Perché Tria, l’uomo che vale più della Triade, sa bene che un conto è essere creativi, un altro fare miracoli.

 

Sì, Roberto un po’ è Fico

roberto fico

 

Non sono mai stato un estimatore del M5s. E se Roberto Fico è il capo della sua ala ortodossa – di quella cioè che più strettamente ne osserva i precetti – allora capirete bene come non sia neanche un fan storico del Presidente della Camera.

Sono inoltre un amante dello stile classico: il fatto che la terza carica dello Stato, in visita istituzionale, giri per l’Italia con maglietta, smanicato e collanina mi disturba. Così come mi irrita chi strizza l’occhio al popolo con gesti mediatici e basta. Esempio: primo giorno alla Camera? Ma sì, vado in autobus.

Una premessa che è d’obbligo per chiarire che chi scrive Roberto Fico non lo ha mai particolarmente apprezzato. Ma credo si debba essere intellettualmente onesti per ammettere che non tutto ciò che ha il marchio 5 Stelle sia un fake. Ad esempio è stato vero e tangibile il dissenso espresso da Fico sulla linea del governo e dei migranti.

Magari un dissenso interessato, volto ad accreditarsi sempre più come l’alternativa “sinistra” rispetto a Di Maio. L’ancoraggio al passato rispetto alla svolta destrorsa del capo politico grillino, infatuatosi di Salvini – o forse ancora di più del “sentiment” del Paese – al punto da catalogare le parole del compagno di MoVimento come punti di vista personali che neanche di un millimetro sposteranno la linea del governo.

C’è la possibilità che Fico abbia usato i migranti, dal luogo simbolo di Pozzallo, per iniziare la scalata alla leadership di un grillismo diverso. C’è il concreto rischio che l’ascia di guerra sotterrata tra due “mai amici” sia destinata ad essere dissepolta, che l’abbraccio d’inizio legislatura non sia stato altro se non un’illusoria tregua armata, preludio non di un armistizio, ma di un conflitto feroce che promette di dilaniare il MoVimento.

Non si può escludere, però, che dietro le richieste di Fico che invoca sull’immigrazione un atteggiamento imperniato su “intelligenza e cuore”, ci sia in realtà una volontà di esporsi priva di doppi fini. Quella di chi crede che con le urla e le minacce si ottengono soltanto caos e morti, di chi pensa che chiudere i porti non farà che continuare ad isolarci, di chi preferisce al bullismo fine a se stesso un buon senso che prima o poi da qualche parte porterà.

Ecco, se queste parole sono il frutto di un coraggio non banale, soprattutto in un MoVimento in cui il dissenso viene tollerato malvolentieri, allora il Presidente della Camera guadagna qualche punto.

Sì, Roberto un po’ è Fico.

Ha ragione Berlusconi, sui migranti e sull’Europa

berlusconi sorriso

 

Lo rimpiangono in tanti, in Europa. E in Italia qualche altro sta iniziando. Era meglio Berlusconi, ripetono sottovoce. Perché alla fine il pregiudizio resterà sempre. Pochi avranno il coraggio di dirlo pubblicamente. Ma il nemico di un’epoca non era il demonio che tutti dipingevano.

Basta leggere la lettera sull’Europa e sui migranti inviata al Corriere da Berlusconi in persona, per rendersi conto che alzare la voce come fa Salvini non serve. Andare al muro contro muro, se la tua parete è la più debole, a cosa serve se non a farti crollare?

Il Cavaliere scopre una terza via, tra il buonismo e il cattivismo. Si possono aiutare i disperati, senza rimetterci. Si possono difendere gli interessi nazionali, senza per questo isolarsi.

Per questo motivo, se è vero che “il nostro Paese non è più disposto ad essere il ventre molle d’Europa, e a doversi far carico da solo dell’emergenza migratoria, in nome di una retorica dell’accoglienza tanto astratta quanto pericolosa“, d’altra parte lo è pure che “se può essere giusto battere i pugni sul tavolo, anche a difesa della dignità nazionale, la politica estera del nostro Paese non può ridursi ad un’esibizione muscolare che non saremmo neppure in grado di sostenere“.

L’uomo di Arcore enuncia un principio di realtà: “Senza l’Europa, o contro l’Europa, i problemi si aggravano, non si risolvono“. Un messaggio diretto prima di tutti a Salvini, soprattutto quando Berlusconi ricorda che “non tutti coloro che sembrano difendere i nostri stessi principi sono in realtà nostri alleati“, con espresso riferimento al blocco di Visegrad e al tedesco Seehofer (gli amici di Salvini), proprio gli stessi che si oppongono al ricollocamento dei migranti che arrivano in Italia.

Buon senso, realismo, moderazione, dignità, europeismo. Cinque concetti semplici, che appaiono oggi rivoluzionari.

Anche su queste basi si fonda la differenza tra Berlusconi e Salvini, tra politica e propaganda, tra centrodestra a guida moderata e centrodestra a trazione leghista.

Un esempio lampante di come non sempre, nella vita, la via nuova sia preferibile alla vecchia.

Gentiloni vuole rifare l’Ulivo coi 5 Stelle: auguri!

gentiloni

 

Chi nasce gregario difficilmente morirà leader. D’altronde una ragione ci sarà se per tanti anni il mediano ha fatto il mediano, e non il goleador. Avrà gambe diverse il ciclista che vince il Giro d’Italia, dal fido compagno di squadra che ha il compito di proteggerlo dal vento e di portargli le borracce.

Basta rendersi conto dei propri limiti, non cedere alla tentazione di credere a chi d’un tratto ti dipinge come il capo che da sempre s’aspettava, il federatore nato, l’uomo del destino e via dicendo.

Così pare complicato pensare ad un Paolo Gentiloni nuovo leader del centrosinistra. Anche perché di “nuovo”, nella mente del pacato Paolo sembra esserci ben poco.

Ad esempio non è una novità la volontà di “allargare” il campo, di tessere trame che intreccino una rete che contenga tutto quel che a destra non è. E allora fatto fuori Renzi con quel “dobbiamo cambiare tutte le facce”, non sarà un problema reimbarcare la ditta disciolta confluita in LeU, da Bersani a D’Alema, che della crisi della sinistra è stata se non artefice principale quanto meno co-protagonista.

Si inseriranno poi richiami al mondo ecologista: torneranno i Verdi. Non se ne andrà Nencini, a significare che il socialismo vive e lotta insieme a noi. Si proveranno a recuperare almeno una falce e un martello, per far sì che gli echi di un vecchio mondo attirino magari qualche nostalgico.

E poi ovviamente il Partito Democratico, il Pd che “deve rinascere”, che “tutto deve fare tranne morire”. Al quale potrebbe affiancarsi, secondo i piani del compassato Gentiloni, magari una neo-formazione centrista – più ambiziosa di quella di Tabacci e Bonino – capitanata (chissà) da Calenda in persona.

Da sinistra al centro, insomma, il vecchio centrosinistra.

Gentiloni vuole rifare l’Ulivo.

Come se in questi anni non fosse successo niente. Come se fosse possibile archiviare sconfitte e schiaffi sonanti con alleanze e ammucchiate.

Senza considerare che la prospettiva che oggi Gentiloni non pare disdegnare è quella di un’intesa con il M5s o almeno con una sua parte. Con quella che alla fine del flirt con Salvini sceglierà vanamente di rappresentare la sinistra, dopo aver fatto parte – chissà per quanto – di un governo di destra.

Forse era lecito aspettarsi una proposta migliore. O forse no. Alla fine se la gente ha portato al governo M5s e Lega non è solo per merito di Di Maio e Salvini…

Sicuri sicuri sia tutta colpa di Renzi?

renzi pd

 

Non una parola, uno spot elettorale, un comizio nei comuni chiamati al voto. Eppure qualcuno ancora tira in ballo Renzi, per spiegare la sconfitta del centrosinistra ai ballottaggi. Come se alla fine il capro espiatorio debba essere sempre e comunque lui, l’ex segretario, l’estraneo, l’usurpatore della ditta.

E allora cerchiamo di uscire, una volta per tutte, dalla falsità dilagante di chi dice che Renzi è l’origine di tutti i mali. Semmai è vera una cosa: Renzi ha un peccato originale (oltre a quello – forse – di non essere di sinistra), quello di aver politicizzato un referendum e, dopo averlo perso, non aver resistito alla tentazione di ripresentarsi quasi subito, dopo aver promesso l’addio alla politica.

Sarebbe forse bastato saltare un giro di giostra, per rendere evidente a tutti che lui, del centrosinistra, è stato in realtà un valore aggiunto. Perché sono pochi, in Italia, i leader che spostano voti: oggi più di tutti Salvini,  ancora ancora Berlusconi, in passato Prodi, per un breve periodo anche Veltroni. E c’è pure Renzi. Nonostante tutto. Nonostante gli errori che pure ci sono stati, la maggior parte dei quali dettati da un carattere fumino e poco propenso ad ascoltare consigli. Come tutti i capi.

Non lo sapremo mai, ma possiamo affermare con certezza che il Pd a guida Gentiloni sarebbe andato meglio di quello renziano alle elezioni del 4 marzo? Lo stesso Gentiloni che si è speso in Toscana per i ballottaggi, finendo travolto dalla marea leghista. E a poco o nulla servono i sondaggi sulla popolarità del pacato Paolo al governo. Gli italiani lo hanno gradito perché non lo hanno sentito. Non ha dato fastidio. E’ rimasto lì, ha fatto il suo. Non suscita odio né passioni.

Ma non può essere colpa solo di Renzi, se Martina non ha il carisma per superarlo, se Veltroni non ha il coraggio di tornare, se Prodi è ancora offeso per i 101 franchi tiratori, se Gentiloni ha paura ad esporsi, se Bersani si è smacchiato da solo. Se il Pd è il luogo dei litigi, se la sinistra alla fine s’è persa.

Nei giorni in cui il Pd dimostra la sua impossibilità di esistere, con Zingaretti che prende la rincorsa per le primarie, Orlando che dice meglio di no, Calenda che supera il partito e ne lancia un altro, Franceschini che ancora deve scegliere quale sia il capo da pugnalare stavolta, dico, in questi giorni, sicuri sicuri sia tutta colpa di Renzi?

La sinistra notte della sinistra italiana

siena

 

La prima a cadere è Massa. Poi tocca a  Pisa. Subito dopo a Siena.  La Toscana rossa non esiste più. Crolla, come un fortino a cui siano state abbattute tre torri. Il nemico che viene da lontano è un lombardo che accarezza le paure del popolo e le rende illusioni. Si chiama Matteo Salvini e ha in questo momento più di tutti il polso del Paese. Sa come accelerarlo, sa come gestirlo.

La chiamano luna di miele, si convincono che prima o poi quest’incubo finirà. Ma non c’è niente di provvisorio in un cambiamento che segna un’epoca. Vince la destra – e non il centrodestra – dove mai aveva vinto nel Dopoguerra. Significa che forse la sinistra italiana è morta davvero. Che pensare di rianimare il Pd presentando alla sua guida Paolo Gentiloni è come sperare di risvegliare la bella addormentata nel bosco con il bacio di un ranocchio, mica di un principe.

Litigi, divisioni, faide e guerre personali. Fino a quando lo spirito del tempo non ha travolto tutto e tutti, fino a quando le paure della gente hanno detto basta: proviamo altro, quelli di prima non valgono più.

La Toscana e l’Emilia, le “roccaforti rosse” inespugnabili, sono figlie di un’epoca che da ieri è passata per sempre.

Nella sinistra notte della sinistra italiana è successo questo: l’orologio è andato avanti. Siamo nel mondo nuovo.

Un vaccino contro Salvini

salvini

 

Quindi a cos’è servita, alla fine, la vicenda Aquarius? L’annunciata chiusura dei porti italiani, il calvario dei migranti, la guerra diplomatica che mette a rischio l’esistenza dell’Europa: quale problema ha risolto, quale soluzione ci ha garantiti? All’indomani della vicenda scrissi: ha vinto solo Salvini. Lo scriverei di nuovo.

Ma il leghista, che ama farsi chiamare dai suoi “il Capitano”, più che un generale stratega è un maestro dell’improvvisazione. Segue l’istinto, spesso con profitto. Ma quando governi un Paese come l’Italia non puoi permetterti di giocare a dadi ogni volte. Prima o poi becchi un doppio uno e sei fuori dal tavolo.

Così se è vero che dal pugno duro in mare aperto Matteo Salvini ha ottenuto un bonus di voti alle amministrative e si è accreditato come il dominus di questo governo, lo è pure che a pagare il conto più salato è proprio l’Italia. Perché dalla sua postazione strategica, trovandosi al centro della grana che lui stesso ha fatto scoppiare, Salvini ha il potere di indirizzare il Paese su un binario scosceso che può portare al precipizio.

L’alleanza con Visegrad, con quei Paesi che respingono l’idea di prendersi una parte dei migranti che sbarcano in Italia, è spiegabile soltanto con la volontà di Salvini e dei suoi partner di spaccare e spacchettare l’Europa. Il nazionalismo a prescindere, dunque. Convinti – a torto – che si sta meglio soli che male accompagnati.

Se non fosse che senza Europa – a meno che tu non sia la Germania, da tempo abituata a ragionare da entità distaccata – sei destinato a diventare poco più che un Paese satellite. Resta solo da capire di chi. Per l’alzata d’ingegno – e di cresta – di Salvini, a rischio c’è perfino Schengen. La libera circolazione dei cittadini e delle merci: che detta così non dice nulla, ma nella pratica significa ritardi negli spostamenti, negli acquisti online, lentezze nei viaggi, nella vita quotidiana di milioni di persone. Disagi, problemi, fastidi. Peccato.

E la triste realtà, forse, è che per capire cosa stiamo perdendo dovremo andarci a sbattere. Per qualche tempo ancora saremo ostaggi di Salvini. Dovremo prima ammalarci, per debellare il virus. A proposito di vaccini, faremmo bene a svilupparne uno contro di lui.

5 domande per Luigi Di Maio

di maio m5s

 

A meno di 24 ore dalle 5 domande a Matteo Salvini non ho ancora perso le speranze di ricevere risposta dal ministro dell’Interno. Però nel rischio mi porto avanti. E allora qualche domanda provo a farla a Luigi Di Maio. Chissà, magari è la volta buona che ci capiamo tutti qualcosa di più.

Caro ministro, da quando questo governo ha preso vita del M5s non c’è più traccia. Sparite le istanze grilline, defunta la partecipazione degli attivisti, seppellito lo strumento dell’uno vale uno. Questo è lo scotto del governo, si dirà. Ci sto. Ma un conto è prendere confidenza con le stanze del potere, un altro è lasciare fuori dalla porta sé stessi.

Domanda numero 1: Non crede che sia passato troppo poco tempo per consegnarsi alla Lega? Non pensa che diventare una costola di Salvini sia un tradimento ai milioni di elettori che a Lei hanno consegnato il 32% perché realizzasse il programma M5s?

Caro ministro, la anticipo. Lei potrebbe essere tentato dal rispondermi che questa legge elettorale studiata a tavolino per non far vincere il M5s vi ha costretti a trattare con la Lega. E dopotutto – potrebbe arrivare a dirmi – avete raggiunto un buon compromesso con Salvini. Eccetera, eccetera. Voglio dirle, però, che la gente comune non ha la sua stessa percezione. La Lega ha preso quasi la metà dei suoi voti. Eppure è apparso chiaro fin dall’inizio che questo è il “governo Salvini”.

Domanda numero 2: Secondo Lei non è stato un errore indicare come Presidente del Consiglio una figura priva di qualsivoglia carisma come Giuseppe Conte? Se è chiaro che Lei non poteva imporre la sua figura perché troppo politica, non pensa che comunque fosse più adatta una personalità capace di spiccare su un Salvini strabordante? Non è che ha avuto paura di esserne oscurato e ora ne paga il prezzo venendo fagocitato ogni giorno di più da Matteo?

Caro ministro, perdoni la mia insistenza, ma in gioco c’è la sopravvivenza stessa del M5s. Io al suo posto sarei preoccupato. Sono bastati neanche 20 giorni per svuotare di significato il MoVimento. Voi siete quelli del reddito di cittadinanza e basta. Tutto il resto, se ancora c’è, è passato in secondo piano. Siete senza forma.

Domanda numero 3: Non pensa che il tempo in cui il M5s non è né di sinistra né di destra debba finire? Lei ha sempre detto che le ideologie sono cose superate, appartengono al passato. Ma ammetterà che dentro la mente di ogni cittadino sono sempre presenti. Non fosse altro perché qualsiasi problema politico può essere affrontato con un approccio di destra o di sinistra. E poi Lei sta al governo con Salvini, che oggi è il leader della destra italiana. Insomma: il M5s ha scelto la destra?

Caro ministro, sarò breve, che non le voglio far perdere altro tempo. Ha tante cose da fare, due ministeri da governare non sono roba da poco. E magari tra un po’ di tempo le farò altre domande proprio su quei temi. Restando alla politica, però, ammetterà che a Roma c’è un problema. Le buche sul percorso di Virginia Raggi, a furia di allargarsi, stanno diventando una voragine che rischia di risucchiare tutto il MoVimento.

Domanda numero 4: Non crede che la sindaca di Roma abbia delle responsabilità politiche per il caos che puntualmente sferza la Capitale? Al netto di ciò che ha ereditato in Campidoglio – che non può essere un alibi eterno, altrimenti i romani che l’hanno votata a fare? – non pensa che Virginia Raggi si sia rivelata una guida politicamente inadeguata al ruolo che ricopre? Secondo Lei non sarebbe stato un gesto politicamente rivoluzionario per il M5s prenderne le distanze e chiederne le dimissioni?

Caro ministro, chiudo con un ultimo quesito, certo che si differenzierà dalla condotta del suo alleato di governo Matteo Salvini.

Domanda numero 5: Mi risponde?

5 domande per Matteo Salvini

salvini porta a porta

 

Matteo Salvini viene descritto in questi giorni come un animale politico infallibile, l’uomo del destino, il salvatore della patria che l’Italia aspettava da chissà quanto tempo. Io non lo credo. Ma se solo rispondesse a queste domande, forse potrei pure iniziare a farmi un’idea diversa. Ci provo? Dai, gliele faccio.

Caro ministro, il meccanismo di ricollocamento dei migranti che tanto ossigeno garantirebbe all’Italia va troppo a rilento. Ha ragione. Mi sfugge però un passaggio. L’Austria ha accettato di prendersi in tutto 44 ( per sicurezza mi ripeto, quarantaquattro) richiedenti asilo sbarcati sulle nostre coste. La Polonia zero. La Repubblica Ceca zero. La Slovacchia zero. L’Ungheria zero.

Domanda numero 1:  Perché lei fa l’amicone con l’Austria di Kurz, l’Ungheria di Orban, insomma con Visegrad, se proprio loro non ci aiutano?

Caro ministro, da quando ha messo piede al Viminale ha impostato una lotta sfrenata al fenomeno migratorio. Si dirà: è per questo che è stato votato. Giusto. Lei però è a conoscenza del fatto che dal 2017 al 2018 il numero degli sbarchi è sceso del 77,44%.

Domanda numero 2: Perché soffia sulle paure degli italiani descrivendo un’emergenza che non esiste? Non crede che ci guadagnerebbe pure lei facendo meno demagogia e dedicandosi ad una “gestione” del fenomeno senza strepiti? 

Caro ministro, le sue parole sulla necessità di compiere un censimento sui rom sono state oggetto di critiche. Schedare una parte di popolazione in base alla propria etnia capirà che è quanto di meno costituzionalmente corretto ci si possa attendere da un ministro della Repubblica. Voglio però venirle incontro.

Domanda numero 3: Le hanno detto che un rapporto – che è diverso dal censimento – sulla presenza della popolazione rom in Italia è stato già stilato dall’ISTAT nel 2017? Se vuole può consultarlo, le lascio il link.

Caro ministro, nelle ultime ore ha messo in dubbio l’opportunità che a Roberto Saviano spetti la scorta. Sicuramente ha fatto una battuta. Come ha avuto modo di ricordare lei stesso durante una diretta Facebook, Saviano è l’ultimo dei suoi problemi in questo momento.

Domanda numero 4: Non crede sarebbe meglio passare il tempo – come ha detto di voler fare – a combattere mafia, camorra e ‘ndrangheta, anziché mettere in dubbio la funzione di chi la criminalità organizzata la combatte? Lei dice che preferisce i fatti alle parole: ma Saviano è un giornalista, uno scrittore, cosa deve fare? Presentarsi a Casal di Principe pistola in pugno?

Caro ministro, io ho finito. Ho solo un ultimo quesito.

Domanda numero 5: Mi risponde?