Perché il Fronte Repubblicano è una buona idea

fronte repubblicano

 

A lanciare l’idea del Fronte Repubblicano è stato un uomo concreto come Carlo Calenda. E già questo dovrebbe deporre a favore di un progetto che per tanti è soltanto un esercizio di fantasia. L’idea che si riescano a superare – almeno temporaneamente – le categorie di destra e sinistra, a difesa della Repubblica, in nome dell’istituzione che negli ultimi 70 anni ci ha tenuti insieme, è a dir poco affascinante.

Ha il sapore della pacificazione, porta in dote la consapevolezza che errori sono stati compiuti da una parte e dall’altra ma che, come sempre hanno fatto gli italiani nei momenti più difficili della loro storia, dinanzi ad un pericolo incombente ci sia la capacità di mobilitarsi, di ritrovarsi, di riunirsi.

E in questo momento i pericoli sono più di uno. Sono le ventate di populismo che spirano potenti su un Paese fragile. Sono i mercati internazionali che guardano all’Italia con preoccupazione e per questo ci preoccupano. Sono Salvini e Di Maio, per dirla chiaramente, che giocano una partita continuamente al rialzo, suggerendo che il loro vero obiettivo sia quello di far saltare il banco.

Ma se salta il “sistema”, se vincono le urla sulle buone ragioni, se le teorie del complotto fanno più rumore delle verità, allora c’è bisogno di qualcosa di straordinario. Serve togliersi le casacche indossate per anni, accantonare per un po’ questa o quella fede, spiegare agli italiani – ad uno ad uno, in maniera semplice e concreta – che per una volta è necessario individuarla una parte giusta della storia.

E in questo caso è quella che vede il suo leader in Sergio Mattarella, nell’arbitro che resterà imparziale sempre, ma che dei giocatori scorretti hanno messo proprio al centro della contesa.

Aprire un Fronte Repubblicano, dunque, significa spiegare che per un’Italia migliore non serve ricorrere agli estremisti e ai “nuovisti”. Piuttosto serve mettere insieme le competenze migliori e il buon senso. Dimenticare gli scontri ideologici e dimostrare che la buona politica serve.

Il percorso di costituzione dovrà essere rapido, anche più di quanto servirebbe normalmente per mettere da parte orgoglio e rancori. Servirà soprattutto un sacrificio da parte di due leader: Renzi e Berlusconi.

Dovranno essere loro, se il progetto vuole sperare di andare in porto, a superare da una parte l’idea di un Pd rissoso e autoreferenziale, e dall’altra la rassegnazione che il centrodestra debba essere quello estremista rappresentato da Salvini e Meloni.

Magari con partiti nuovi, che suggeriscano un’evoluzione del Partito Democratico e di Forza Italia, capaci di attrarre tutti gli italiani di centrosinistra e centrodestra che alla “vera democrazia” non vogliono rinunciare, che quando hanno sentito accusare Mattarella di tradimento si sono sentiti personalmente feriti, che alla Repubblica credono ancora.

Tu quoque Salvini, il centrodestra pugnalato

salvini uscita

 

Parlano ormai la stessa lingua, utilizzano gli stessi argomenti e gli stessi toni. Si sono conosciuti, piaciuti, reciprocamente apprezzati: si sono presi, Di Maio e Salvini. E non si lasceranno.

Troveranno il modo per riunirsi, per continuare la crociata folle contro il “sistema”, lo stesso di cui vogliono tornare a far parte da qui a qualche mese.  Resta soltanto da capire il modo, la maniera per far digerire alle rispettive basi un’alleanza che oramai è nei fatti.

Arrivano da Barbara D’Urso in successione,  Luigi e Matteo, ma è soltanto per non ufficializzare il matrimonio troppo presto, per non bruciarsi tutte le cartucce adesso, che non intervengono in contemporanea. I diarchi dell’abortita Terza Repubblica sanno che il loro parto è travagliato, ma non per questo rinunceranno all’idea di mettere al mondo un governo che si ostinano a considerare legittimo.

La rottura col centrodestra di Salvini è negli atteggiamenti, nelle dichiarazioni che il leader del Carroccio si lascia volutamente sfuggire a Pomeriggio 5, a dispetto di un Berlusconi che ancora pochi minuti prima dell’intervista diffonde una nota in cui auspica che la coalizione resti unita. Ma Matteo freme per rompere: nel pianeta a 5 Stelle ha scoperto un mondo a lui più affine.

Profetizza scenari da politica 2.0, “le prossime elezioni non saranno destra contro sinistra“, dice. Lo fa per far materializzare l’idea che la categoria in cui è stato per anni, il centrodestra, è superata, passata, sepolta.

Il fatto vero, però, è che a seppellirla sarà lui. Tenterà di fagocitare Berlusconi e i suoi elettori, probabilmente andrà in coalizione con la sola Meloni, per isolare un Cavaliere mai così debole. Lo stesso che il centrodestra lo ha fondato e tenuto insieme, pure quando la Lega era al 4% .

Ma le stagioni cambiano, gli uomini pure.

E chissà se prima di subire l’ultima pugnalata, Silvio, avrà la forza di urlare “Tu quoque, Matteo“.

Sottrarsi alla congiura, in un estremo fremito di vita, complicato.

Pure per uno come lui.

Di Maio e Salvini, vergognatevi

di maio e salvini

 

In una delle notti più difficili della Repubblica, spicca il coraggio dell’uomo che la incarna. Il Presidente non si sottrae. Mattarella è sempre stato un mite, non un codardo. E come tutti gli onesti non ha paura di assumersi le sue responsabilità nel momento più complicato della sua carriera politica.

Ha fatto il suo dovere, il vecchio Sergio. Scongiurato il rischio di un’uscita dall’euro e dall’Europa su cui gli italiani non si erano espressi, e che in realtà era il vero approdo del governo M5s-Lega.

Di più. Ha garantito i risparmi delle stesse persone che oggi ne chiedono sui social l’impiccagione su pubblica piazza. Neanche al detestato Napolitano erano stati riservati così tanti insulti, ma la colpa non è neanche loro, a dirla tutta. Piuttosto di quei due irresponsabili che pericolosamente li sobillano.

Irresponsabili, solo così si può definire Di Maio e Salvini dopo ieri sera. Perché nessuno può escludere che uno squilibrato – sentendo il suo leader che definisce Mattarella colpevole di “alto tradimento” – non decida di farsi “giustizia” da solo, di trasformarsi nell’eroe che “salva” la Repubblica.

Ma sono stati pure vigliacchi. Perché né Di Maio né Salvini, quando ancora nel pomeriggio si trovavano al Colle, hanno avuto il coraggio di guardare negli occhi Mattarella e di annunciargli che avrebbero dato il via ad una campagna elettorale personale contro di lui.

Se c’erano dei dubbi sulle qualità umane di due leader bravissimi in campagna elettorale, ieri sono stati dissipati. Al contrario chi temeva che Mattarella fosse un debole si è ricreduto.

Peccato solo che sia stata sacrificata la Repubblica.

Cari Di Maio e Salvini, dovreste provare un po’ di vergogna.

Per un Savona qualunque si strappa l’Italia

paolo savona

 

La linea di non ritorno è stata varcata da un po’. Precisamente da quando Matteo Salvini ha chiarito che sul nome di Paolo Savona non arretrerà. Suggerimenti, proposte, idee, davanti alle telecamere; ma al tavolo con Giuseppe Conte quello per il ruolo di ministro dell’Economia diventa un diktat che dalle parti del Colle non vogliono e non possono tollerare.

Eppure è chiaro che Mattarella non ha alcun interesse ad impuntarsi. Per quale motivo dovrebbe opporsi alla nascita di un nuovo governo? Tanti sono stati i passi che il Quirinale ha compiuto affinché le forze politiche riuscissero a formare un esecutivo. Ha percorso diverse strade, promosso consultazioni su consultazioni, proposto perfino che fosse uno tra Di Maio e Salvini – se non addirittura entrambi – ad intestarsi la guida del governo. E allora perché proprio adesso Mattarella viene accusato di essere il sabotatore nemmeno tanto oscuro della partita?

Altra domanda: perché Paolo Savona a tutti i costi? Curriculum importante, non c’è che dire. Ma è davvero lui l’unico depositario della ricetta della salvezza italiana? Al Colle pensano il contrario. Ed è per questo che Mattarella indugia, frena, sconsiglia. Perché se pure qualcuno l’ha dimenticato, lui resta il Presidente “della Repubblica” e quella è chiamato a tutelare e a difendere. Anche dalle avventurose fughe in avanti che rischiano di mettere a repentaglio tutto il sistema di cui – è bene chiarirlo – facciamo parte tutti quanti.

Il punto, però, è che Mattarella per non forzare la mano quando poteva adesso si trova all’angolo. Perché i partiti “di maggioranza” hanno già dato il via ad una campagna elettorale contro il Colle che ha pochi precedenti nella nostra storia. Salvini ha iniziato a parlare di “frattura tra i Palazzi del potere e gli italiani“, Di Maio lo seguirà a ruota, e l’ipotesi che la gente si faccia convincere che la forzatura sia stata quella del Quirinale – e non dei partiti come in realtà è stato – è concreta.

Dovrebbe preoccuparci il fatto che per un Savona qualunque, sconosciuto ai più fino a dieci giorni fa, venga messa in discussione la più alta carica dello Stato. Dovremmo stare in allarme, pensando che un illustre sconosciuto può strappare l’Italia.

Sono tempi bui.

Berlusconi e il “vorrei ma non posso”

 

Non è la prima volta che la corda con Salvini rischia di spezzarsi. E forse non sarà nemmeno l’ultima. Ma nello strappo che per l’ennesima volta si ipotizza e non si consuma sta tutta la prigionia politica del momento di Silvio Berlusconi.

Il segno che il Cavaliere non sia libero da guinzagli arriva dopo le consultazioni con Giuseppe Conte. Nemmeno il richiamo dei giornalisti, neanche la possibilità di ritrovare il microfono e la parola, dopo le umiliazioni inferte da Salvini al Colle, lo convincono a mostrarsi davanti alle telecamere. Via da un’uscita laterale di Montecitorio e consegna del silenzio alle due capigruppo Bernini e Gelmini.

La nota che Forza Italia diramerà da lì a poco non è altro che la conferma dei sospetti di Berlusconi: sarà opposizione perché non ci possiamo fidare. Ma se dai 5 Stelle sapeva cosa attendersi, è da Salvini che Berlusconi è umanamente deluso. “Mi ha preso in giro“, va sfogandosi da giorni, rimarcando il fatto che i patti con il leader del Carroccio non erano questi.

Ha ottenuto il via libera al governo per non passare da traditore, ma alla fine ha tradito lo stesso, è il Berlusconi-pensiero riferito a Salvini, che anche ieri dopo essere stato braccato dal vecchio Silvio in una stanza di Montecitorio non si è trattenuto dal rifilare una stoccata alla delegazione forzista che non si era presentata davanti alle telecamere: “Siamo qua per non mancare di rispetto alle dirette televisive“, ha detto appena uscito dal colloquio con Conte. Colpito e quasi affondato.

Dicono che ogni giorno Berlusconi mediti un colpo di teatro, che muoia dalla voglia di denunciare la giravolta di Salvini, che intimamente speri di veder naufragare in extremis il balletto di governo M5s-Lega per tornare al voto con il centrodestra unito (o con ciò che n’è rimasto) e dare l’assalto a Palazzo Chigi.

Poi però Gianni Letta gli ricorda i sondaggi e consiglia di aspettare tempi migliori, di attendere almeno che Di Maio e Salvini commettano i primi errori.

È un continuo di “vorrei ma non posso“, nel mondo di Silvio. La domanda che evita di farsi, però, è questa: “Ma prima o poi potrò di nuovo?“.

L’avvocato Conte, che sa già di Azzecca-garbugli

giuseppe conte

 

C’è da dire che Giuseppe Conte ha mostrato una buona dose di coraggio a scegliere per sé la definizione di “avvocato del popolo italiano“. Non fosse altro perché di Avvocato, nell’immaginario collettivo nostrano, resterà sempre e comunque uno solo: l’Avvocato appunto, Gianni Agnelli.

Certo nessuno sa con certezza se quell’appellativo il nobile Conte se lo sia dato da solo oppure se un paio di sceneggiatori (due a caso) abbiano deciso al suo posto di inserire nel primo e imbalsamato discorso da premier incaricato un’indicazione di ciò che ci aspetta.

E sì, perché se Conte sarà il nostro avvocato difensore c’è da pensare che qualcuno vorrà accusarci, attaccarci. La retorica del complottismo, del “ce l’hanno tutti con noi, poveri italiani che siamo” non è destinata a svanire in fretta, purtroppo.

Però nel darsi questa definizione Conte sembra confermare l’idea che quello nascente sia tutto tranne che un governo politico. È una connotazione da tecnico, quella che Conte si è scelto. Monti era il Professore, ad esempio. E lo è rimasto anche dopo aver lasciato Palazzo Chigi. Di Conte cosa diremo tra 5 anni? Verrà naturale chiamarlo Presidente?

L’impressione (almeno la prima) è che il premier incaricato sia destinato ad essere ricordato come un avvocato celebre della storia italiana, eppure non propriamente stimato: tale Azzecca-garbugli. Quello che Renzo (non Renzi, sia chiaro!) ne I Promessi Sposi definisce “l’avvocato delle cause perse“. Quello che s’ingegna di volta in volta per trovare le scappatoie legali per giustificare gli azzardi di don Rodrigo.

In questo caso la fatica sarà doppia: i don Rodrigo sono almeno due, Di Maio e Salvini. Nella speranza, tra qualche mese o addirittura qualche anno, che il nostro Azzecca-garbugli non prenda in prestito la frase che Manzoni fece pronunciare a Lucia: “Non sono io che ho cercato guai, ma sono i guai che hanno cercato me“.

Conte-nti voi..

conte giuseppe

 

Habemus premier. Capiremo poi, però, se sarà gaudium magnum. Di certo c’è che non si parte col piede giusto. Con un capo (?) del governo come Giuseppe Conte che da una parte dovrà lavare l’onta del curriculum gonfiato, dall’altra chiarire che il suo essere tecnico non lo priva della potenzialità di essere politico.

A questo punto ci si chiede perché un’alleanza che si preannuncia di legislatura, non abbia trovato al suo interno il coraggio e la forza di assumere la guida del Paese. E soprattutto quale forma assumerà la compagine che sta per nascere, ma è chiaro che ci troviamo in un territorio inesplorato: dietro l’angolo può trovarsi la qualunque, pure il baratro purtroppo.

Ciò che è comprensibile, ma non condivisibile, è l’entusiasmo di chi ha votato M5s e Lega.  Conte è ad oggi un ibrido indefinibile. Anche fosse mero esecutore del programma non è detto che tra 5 anni l’Italia starà meglio di oggi.

Al cinema si direbbe che i trailer sono terminati. Adesso inizia il film: ma chi ha il biglietto sia pronto a tutto. Pure a vedere un horror.

Fate presto

mattarella orologi

 

Fermi al 4 marzo, o giù di lì. Incapaci di darsi una guida credibile, di scegliere un nome terzo che li rappresenti entrambi: i due della diarchia, Salvini e Di Maio, sono forse al rettilineo finale di una corsa mai realmente iniziata.

Hanno giocato a nascondino col Quirinale, celato le carte degli accordi finché hanno potuto, cioè fino a quando Mattarella non ha capito il trucco: “Io non sono un notaio”. Nessuno pensi, insomma, di farsi beffe del Colle e della Costituzione. Non è più tempo dell'”utile idiota”, di marionette mosse da oscuri burattinai.

Ancora di più se chi è chiamato ad entrare in scena, in questo caso Giuseppe Conte, al primo screening sul curriculum denota di condividere poco col tanto decantato “cambiamento” di cui Di Maio e Salvini si professavano paladini.

Così si pone il dilemma del “che fare?”. Con Mattarella che spinge per una soluzione politica – lui accusato di volere a tutti i costi un governo tecnico – e Lega e M5s, storicamente per “i governi eletti dal popolo”, ormai consci che solo un professore a Palazzo Chigi può salvare la loro intesa.

Il rischio di un pericoloso ritorno al voto incombe. A pochi giorni dal G7 in Canada, a circa un mese dal prossimo Consiglio Europeo, non conosciamo ancora chi ci rappresenterà. Ed è il meno.

Osservati dai mercati, che non capiscono questi italiani sempre arraffoni, mai concreti, mai puntuali, mai normali. Con l’incubo di essere declassati dalle agenzie di rating, di vedere i nostri titoli di stato diventare carta straccia. Con il ritorno della parolina magica che pensavamo defunta: spread.

Senza sapere cosa sarà dell’aumento dell’Iva o cosa sarà dell’Ilva. Se resteremo nell’Euro e in Europa. La misura è colma, la nave in tempesta.

Fate presto.

Renzi e Berlusconi di nuovo insieme, perché no?

berlusconi renzi

 

Che i due si piacciano è noto da tempo. Fu Berlusconi, da Presidente del Consiglio, ad invitare ad Arcore quel sindaco di Firenze di cui tanto bene gli avevano parlato. E l’impressione dal vivo confermò le recensioni. Renzi al Cavaliere era piaciuto: “Quello non è un comunista“, sentenziò.

La storia ha poi fatto il suo corso: il patto del Nazareno tra il nuovo e il vecchio leader, l’ipotesi di una pacificazione nel Paese che frana sulla scelta del Presidente della Repubblica. Lo zampino di D’Alema che telefona a Berlusconi facendo il nome di Giuliano Amato. La stizza di Renzi che frettolosamente fa saltare il banco ed elegge Mattarella senza i voti di Forza Italia.

Da lì le strade si separano, e i due giocano a mostrarsi i muscoli. Un po’ rattrappiti, quelli di Silvio; ancora acerbi, quelli di Matteo. Ma i leader, tra di loro, sanno riconoscersi. Basta annusarsi una volta soltanto, per capire che di fronte c’è un proprio simile.

Così quel filo spezzato pare a poco a poco riannodarsi. Soprattutto adesso che il governo M5s-Lega è ad un passo. E il baratro per il Paese pure.

Allora perché non riprovarci? Perché non fondare quel Partito della Nazione di cui si sussurra da anni? La verità è che mai avverrà una fusione tra Pd e Forza Italia. Perché c’è sempre l’impronta della vecchia “ditta” di sinistra nel dna dei democrats nostrani. Insorgerebbero i padri nobili del Partito, da Veltroni a Prodi. Né Renzi può pensare che la gente di sinistra che per anni ha osteggiato Berlusconi possa seguirlo in questa avventura. Ma c’è un “ma”.

L’ultima Assemblea Nazionale ha chiarito una volta di più che le anime all’interno del Pd sono “almeno” due. La convivenza forzata è agli sgoccioli. E qualcuno prima o poi sbatterà la porta. Possibile che il primo a farlo sia proprio Renzi. Rottamare il vecchio per fondare il nuovo, ancora.

Un partito personale “alla Macron“, il leader europeo nel quale si rivede di più, quello al quale invidia la grande autonomia nell’azione di governo.

Un En Marche! all’italiana, un partito che superi le vecchie categorie di destra e sinistra. Trasversale, appunto. Leaderistico. E a quel punto se Forza Italia offrisse i suoi voti. Se Berlusconi benedicesse l’operazione. Se decidesse di farsi di lato incoronando il suo erede naturale pur di non finire tra le fauci di Salvini. Se, se, se…se tutti questi se si materializzassero. Perché no?

Di Maio e Salvini, metteteci la faccia

di maio m5s

 

Sembra essere definitivamente tramontata l’ipotesi di un governo M5s-Lega che veda come premier uno tra Di Maio e Salvini. Politicamente impossibile, per il leader del Carroccio, sostenere un esecutivo che abbia alla sua guida il capo politico di uno schieramento che sulla mappa elettorale resta rivale. Soprattutto se la speranza è quella di continuare ad essere il leader del centrodestra.

Una scelta strategicamente corretta, forse. Perché raggiungere il pareggio in condizioni di inferiorità numerica (si veda il rapporto di voti tra M5s e Lega tutto favorevole ai grillini) è sempre un buon risultato. Ma resta il retrogusto di un’incompiuta, di un’assenza di coraggio che rischia di riversarsi sull’intera azione di governo.

E’ noto che è proprio il Presidente del Consiglio il fulcro vitale delle politiche messe in atto dall’esecutivo. E non sembra credibile che di volta in volta, prima di assumere una decisione, il premier ascolti prima Di Maio, poi Salvini, dopo ancora i suoi ministri e – in caso di divergenze – passi la palla al nascente “Comitato di conciliazione”, che sulla carta dovrebbe riuscire a mettere tutti d’accordo. E quindi a cosa serve il Presidente del Consiglio?

Affidare ad una figura terza la guida del Paese sarà pure una scelta di equilibrio, ma allo stesso tempo è sintomo delle insicurezze che gli stessi leader di M5s e Lega condividono. In primis sui risultati del governo, ma soprattutto sulla sua durata.

Più semplicemente: se i contraenti del patto avessero realmente prestato attenzione ai temi, siglando un’intesa forte e non di facciata sul programma, avrebbero potuto dirsi ragionevolmente certi che la legislatura sarebbe durata 5 anni. E allora Di Maio (perché no?) avrebbe potuto concedere a Salvini di salire per primo a Palazzo Chigi, raccogliendone il testimone dopo due anni e mezzo.

Un’operazione di questo tipo avrebbe consentito a Salvini e Di Maio di costruire una piattaforma comune tra forze comunque diverse. Una forma ristretta di ciò che fu in passato il Pentapartito. Un’alleanza duratura, paradossalmente in grado di fagocitare consensi tanto a destra quanto a sinistra.

A patto che la scommessa sulla dissoluzione di Renzi e Berlusconi risulti vincente. Molto dipenderà dalle azioni del prossimo governo.

Per questo sarebbe stato utile metterci la faccia.