Dove ci porti, Dibba

Richiamato dal Guatemala in fretta e furia, atteso a dicembre come l’Avvento, Alessandro Di Battista – adesso è chiaro – ha fatto ritorno in Italia con l’intento di realizzare un’impresa epica: spararle più grosse di Salvini. In questo reality chiamato politica ciò che conta è il clamore, e poco importa che faccia rima con errore.

Dibba salvaci tu, ha chiosato Grillo da Genova. E la macchietta pentastellata del “Che” è salita sul primo aereo per la Penisola sentendosi un unto dal Signore, uno statista mancato desideroso di riappropriarsi del suo destino. Peccato ora che voglia farlo coincidere con quello degli italiani, chiamati a sorbirsene le “fumose” idee senza un motivo, senza neanche da scontare la colpa di averlo votato ed eletto.

Eppure è lui, questo figlio di fan di dittatore, che la linea ci detta. Come quando parlando della Tav decreta che non si deve fare e “Salvini non rompa i cogli**i”. D’altronde bisognava aspettarselo dal prediletto del teorico del “vaffa”, da questo ruspante finto idealista privo di qualsivoglia percezione della realtà.

Poi però ogni tanto arriva la sveglia. Tipo oggi, tipo sul Venezuela. Con Mattarella che ad un certo punto dice va bene, anche basta. Il Presidente fa il Presidente e dice che “non ci può essere incertezza né esitazione” perché la scelta è “tra la volontà popolare e richiesta di autentica democrazia da un lato e dall’altro la violenza della forza”. Insomma, Mattarella ha capito che il giusto lato della storia è quello che vede capofila Guaidò. Maduro no, grazie.

Però vallo a spiegare a Di Battista…Secondo lui:”Ci vuole coraggio a mantenere una posizione neutrale in questo momento, lo so”. Lo statista ha parlato. La figuraccia internazionale è assicurata. Dibba rules, Dibba al governo senza essere al governo. Ma dove ci porti, Dibba…

Cosa state insieme a fare?

Ce lo dite? Ce lo chiarite questo dubbio che c’assilla e che c’assale? Questa domanda che ci viene dal cuore, da italiani senza tessere e interessi, senza secondi fini e doppi sensi. Questo quesito che non trova risposta, che sorge spontaneo come il sole ogni mattina, ma mai tramonta, mai riposa.

Perché fa male, molto, rendersi conto che ad indicare la direzione di un Paese, il nostro, sì, pure il nostro, possa essere un signorotto arrogante che si distingue ogni giorno per i suoi francesismi e la sua classe. Del tipo: “Se la Lega intende andare avanti su un buco inutile che costa 20 miliardi di euro e non serve ai cittadini, tornasse da Berlusconi e non rompesse i coglioni“. Che finezza, che statisti, quanta eleganza. E che spreco sono stati tutti questi anni senza questa classe non-dirigente al potere, vero?

Ma se pure vogliamo fingere che della Tav Torino-Lione non ci importi poi molto, che i problemi sono altri, allora va bene, parliamone, diciamoci le cose in faccia, guardiamoci negli occhi. Il lavoro. Questa è la priorità, l’urgenza che diventa emergenza. Ma Di Maio vuole un reddito per non lavorare. Salvini fa il nuovo duce della destra ma non ha proposto una politica neanche lontanamente di centro-destra. E le imprese se ne ricorderanno.

Va bene, potrà dire qualcun’altro, lascia stare il lavoro, c’è dell’altro dai, se guardi bene…Sì, tipo? Che so, la politica estera! Ecco, prima ridevano di Berlusconi, prima non contavamo nulla! Peccato che adesso contiamo per quelli sbagliati. Maduro, il dittatore Maduro, ringrazia l’Italia. Noi, proprio noi, italiani brava gente, associati ad un tiranno sanguinario, isolati dall’Europa e dagli Stati Uniti. Eh ma vuoi mettere l’autonomia di pensiero? Adesso decidiamo noi, nessuno ci dice cosa fare, metti l’Afghanistan! Sì, è vero: prima magari creavamo problemi solo in casa nostra, adesso andiamo a fare danni in giro per il mondo.

Però una cosa bisogna ammetterla. Al di là di tutti i litigi, le posizioni opposte, le vedute più diverse. Una cosa, una almeno, su cui questo governo è compatto come una testuggine, alla fine c’è. C’è dall’inizio, anzi, c’è da prima dell’inizio. C’è da sempre e non è mai sparita, c’è con coerenza ed evidenza. C’è, è la poltrona. Non si molla, mai.

Cosa vuol dire (politicamente) Savona alla Consob

Da uomo intelligente qual è sempre stato, Paolo Savona ha compreso da un pezzo che la sua esperienza nel governo gialloverde è arrivata al capolinea. Sull’altare della sua persona, di ciò che filosoficamente incarnava, ad un certo punto, e a torto, seriamente ha rischiato di strapparsi l’Italia. Al Professore, però, vanno imputate due colpe almeno.

La prima è stata non rinunciare alle proprie teorie di accademico quando dal Quirinale gli era stato domandato se non di sconfessarle, quanto meno di archiviarle. Era d’altronde l’unico modo per ottenere il ministero dell’Economia dopo aver postulato l’esistenza di un “cigno nero” dietro l’angolo e fatto opera di terrorismo psicologico nei confronti dei mercati.

La seconda è stata non denunciare pubblicamente ciò che invece ha confidato in privato: “La situazione è grave“. Una frase smentita con una nota che in tempi di spread sopra 300 punti era a dir poco doverosa, ma che non fa onore all’onestà intellettuale di un uomo che nella vita è stato un visionario. E per una volta ha preso un abbaglio.

Eppure Savona ad un certo punto ha capito, si è reso conto di essere cascato nella trappola di un governo che si diceva del cambiamento e poi ha virato verso il peggioramento. La svolta c’è stata quando la Commissione Ue ha annunciato l’intenzione di aprire una procedura d’infrazione nei confronti dell’Italia. Lì Savona ha intuito di aver perso l’azzardo politico, quello che lo aveva portato a credere che un governo europeo a fine mandato non si sarebbe arrischiato, a ridosso delle elezioni continentali, ad aprire una procedura d’infrazione nei confronti dell’Italia.

Quando i fatti gli hanno dato torto, da economista abituato a far di conto, non da populista bravo a dar fiato alla bocca, ha suggerito al governo l’unica cosa sensata da fare: cambiare schema, riscrivere la Manovra, puntare tutto sugli investimenti. Non gli hanno dato ascolto. Se ne iniziano a vedere già i primi effetti. Si vedranno ancora di più tra qualche mese.

Se, come sembra, sarà indicato come nuovo presidente Consob, Paolo Savona concluderà la sua esperienza di governo senza lasciare grossa impronta della propria azione. Ma è soprattutto il fatto che un elemento del suo calibro sia il primo a levare le tende il segnale che più conta. Che parla di un governo in fuga permanente dalla realtà, troppo preso a parlare di cambiamento per trovare il tempo di realizzarlo davvero.

Savona è il primo della lista. Seguiranno altri. Ma il suo addio ha un peso diverso per questo governo, ne mina l’immaginario, ne decreta il fallimento. Se a picconare il sistema non è riuscito un governo con all’interno questo visionario, sarà difficile che potranno altri.

Come un incubo e come un sogno“, così si intitolava il libro che a Savona è costato il ministero dell’Economia. Letto al contrario: “Come un sogno e come un incubo” rende meglio ciò che questo governo è stato per il Professore. Quel che un giorno sarà chiaro a tutti.

L’Italia in recessione: il governo da retrocessione

L’Italia si riscopre in recessione tecnica: l’Istat certifica un dato che Conte ha tentato ieri di minimizzare preannunciandolo, il Prodotto interno lordo mostra una variazione negativa per il secondo trimestre consecutivo. Il tentativo è simile a quello di un bambino che ha rotto un vaso: va dalla mamma e dice, “sono sicuro che mi vuoi così bene che non ti arrabbieresti neanche se rompessi il tuo vaso preferito“. Come va a finire? Male, in tutti e due i casi.

Di Maio non è da meno, anzi. Se la prende con chi lo ha preceduto dimenticando che l’andamento negativo dei dati ha avuto inizio proprio con il balletto di questa maggioranza sul deficit e conseguente impennata per lo spread.

Il governo è nato esattamente 8 mesi fa: non abbiamo sentito da parte sua ancora un mea culpa, un’ammissione non tanto di responsabilità, ma che so, di un errore di valutazione. Nulla di nulla. L’uomo che dal balcone di Palazzo Chigi ha abolito la povertà verrà messo prima o poi di fronte alla realtà. Ad esempio capiterà, più prima che poi, che qualcuno gli ricordi le parole con cui aveva accompagnato l’approvazione del decreto Dignità: “E’ la Waterloo del precariato“. Leggendo i dati Istat non si direbbe. L’unica voce che aumenta un po’ più delle altre in fatto di occupazione è proprio quella degli occupati a termine. L’opposto della stabilità. Resta Salvini, che per l’economia non ha tempo: pensa alla Diciotti, cerca di capire se può rappresentare il colpo di pistola di Sarajevo per porre fine al governo e prendersi tutto.

Vivono sulla Luna, negano la realtà, accusano sempre gli altri, curano il loro orticello: l’Italia è in recessione e ha un governo da retrocessione.

I milioni di italiani ostaggio di Salvini

Salvini e il suo destino. Personale e non. Politico e non. Dibattito a dir poco lunare, scollegato dalla realtà, che intanto corre, eccome se lo fa.

Di Maio reduce dall’ennesima notte insonne. Si arrovella da giorni sul sistema da trovare per salvare la faccia e quel che resta del MoVimento 5 Stelle. Perché era evidente fin dalla richiesta di autorizzazione a procedere contro Salvini: solo un kamikaze avrebbe potuto avallare la proposta del Tribunale dei Ministri dopo aver approvato pure le virgole nella gestione del caso Diciotti.

Ma vallo a spiegare alla frangia manettara dei 5 Stelle, a quelli che il garantismo lo usano solo per le inchieste delle Iene sui papà dei loro leader, che se Salvini dev’essere processato allora toccherà pure a loro, almeno a livello politico, essere rinviati a giudizio.

Così, pare, alla fine proveranno ad immolare Conte. Il quale, si dice, depositerà agli atti del Senato un documento per tentare di spostare la discussione su un altro piano: “Voi, M5s in Giunta, approvate o no la condotta del GOVERNO sulla Diciotti?“.

La chiamano exit-strategy, via di fuga, è l’unico modo per salvare il salvabile. Non solo di Salvini, ma pure del governo. Visto che della dignità si è fatto un decreto e dell’onestà non si parla più.

In tutto ciò, però, al pari dei migranti in attesa da giorni su una nave che per loro è diventata un’altra prigione, ostaggio di Salvini e di questa discussione sono pure alcuni milioni di italiani.

Quelli che si meravigliano di come un bel giorno il ministro della Difesa Trenta possa comunicare il ritiro delle truppe in Afghanistan senza consultare nell’ordine: il ministro degli Esteri Moavero, gli Usa nostri principali alleati, la Nato che fa da ombrello alla missione.

Quelli che ancora non hanno capito quale sia la linea del governo sul Venezuela. E soprattutto chi la detti: se Di Battista, un ex-parlamentare reduce dal suo buen retiro in Guatemala alle prese coi problemi aziendali del padre, oppure un governo (sì, ma quale?), unito soltanto quando si tratta di allontanare la crisi e preservare la poltrona.

No, qui conta una cosa soltanto, risolvere un dilemma che è diventato amletico: salvare o non salvare Salvini? Non c’è altro. Tutto il resto è noia.

La lezione di Stefania Prestigiacomo

Sull’essere berlusconiana di Stefania Prestigiacomo nessuno può nutrire dubbi. Forzista della primissima ora, in Parlamento dal ’94, senza tentennamenti dettati dal momento, il patentino di fedelissima del Cav se l’è conquistato sul campo. Una premessa che risulta obbligata per chiarire che non si può accusare la deputata siciliana di essere di sinistra.

Adesso veniamo all’attualità.

Stefania Prestigiamo è salita, insieme a Nicola Fratoianni di Sinistra Italiana e Riccardo Magi di +Europa, su un gommone che l’ha portata a bordo della Sea Watch 3, l’imbarcazione ferma ad un miglio dalla “sua” Siracusa con 47 migranti in attesa di sbarcare.

Una decisione presa in autonomia, senza consultare i vertici, motivata come “visita ispettiva” in qualità di parlamentare per verificare le condizioni dei profughi.

In Forza Italia si è scatenato un putiferio: molti parlamentari si sono imbarazzati per questo atto dell’ex ministro del Mare (guarda un po’ il destino). C’è chi come Alessandro Cattaneo, ex sindaco più amato d’Italia ma promessa mancata degli azzurri a livello nazionale, si è dissociato apertamente con un post su Facebook.

Altri, come la Gelmini, hanno tentato di stare un po’ di qua e un po’ di là, sostenendo la legittimità dell’azione della Prestigiacomo, ma ribadendo la linea politica di contrasto all’immigrazione clandestina di Forza Italia.

E poi c’è chi, come Carfagna e Micciché, ha applaudito apertamente all’azione della Prestigiacomo con buona pace di Salvini.

Ora bisogna tornare alla premessa iniziale: il patentino di berlusconiana, dicevamo, Stefania Prestigiacomo ce l’ha. Chi oggi accusa Berlusconi di essere passato a sinistra, di comportarsi come i “kompagni” comunisti, ha cattiva memoria o non conosce la storia.

Era il giorno di Pasqua del 1997, Berlusconi a Brindisi scoppiò in lacrime davanti ai cronisti parlando dei migranti che arrivavano in Italia dall’Albania (sotto c’è il video, guardatelo, ne vale la pena).

La lezione della Prestigiacomo è questa: essere di centrodestra non è mai stato essere disumani. Perché è questo che oggi da destra si chiede a Forza Italia. Negare la propria umanità, la propria sensibilità, in favore di un rigore che a questa storia politica non è mai appartenuto. Stare dalla parte dei migranti non è essere di sinistra. Così come essere di sinistra non vuol dire stare per forza dalla parte dei migranti: è pieno di anti-Salvini che questi disperati con la pelle nera, oggi, li rispedirebbe volentieri al mittente.

Nota a margine: rincorrere le posizioni esasperate della Lega sui migranti non farà guadagnare nuovi voti a Forza Italia. Ne abbiamo una prova: Giorgia Meloni. Ormai i migranti sono materia di Salvini. Lasciate a lui, se proprio vuole, il vergognoso compito di sfruttarli.

Sul Venezuela stiamo facendo una figura pessima

La qualità di un governo che si definisce “del cambiamento” dovrebbe essere la determinazione nell’affermare le proprie scelte, anche radicali, sui temi che più contano. Un esempio: il Venezuela. Ma che succede se la percezione dei temi più importanti è assente? Se una questione di caratura internazionale, fondamentale per definire il posizionamento dell’Italia sulla scacchiera delle alleanze, viene considerata come un argomento da dopo-cena, una discussione così, tanto per, un bonus per gli amanti della politica estera e nulla più?

Il Venezuela è invece il banco di prova per capire dove siamo diretti. Se la nostra collocazione storica, ben piantata nell’Occidente, vale ancora a qualcosa oppure può essere messa in discussione da un reduce guatemalteco che dopo averle cantate a tutte sull’honestà e via dicendo ha pensato che bastava una diretta Facebook in cui diceva di essersi “incaz*ato” col padre – pescato a tenere un lavoratore in nero – per archiviare la pratica e tanti saluti. Se Salvini, che pure le sue simpatie filo-russe non le ha mai nascoste, ha deciso di appoggiare Guaidó a dispetto dell’indicazione di Putin, il motivo è che si può scherzare fino ad un certo punto, ma poi interviene una cosa che si chiama politica, realtà, e allora giocare a fare i comunisti non paga più.

Per conoscere la posizione ufficiale dell’Italia, tra uscite estemporanee di Moavero (sì, esiste) e botta e risposta di Salvini-Di Battista (che statisti!), si è dovuto attendere ieri sera, quando Conte – a differenza di quanto sostengono molti giornali, che parlano di posizione “democristiana” – si è di fatto smarcato dal blocco europeo, quello composto da Germania, Francia, Spagna, nostra collocazione naturale, che a Maduro ha dato un ultimatum: elezioni in 8 giorno o riconosciamo Guaidó. Conte invece stigmatizza “l’impositivo intervento di Paesi stranieri”. Tradotto dal linguaggio di Azzecca-Garbugli: prova a lavarsene le mani, ma di sicuro non appoggia Guaidó, quasi strizza l’occhio a Maduro e ancora una volta ci fa perdere il treno dell’Europa.

Isolati, sempre di più, con la spocchiosa convinzione di essere sempre nel giusto, con la pericolosa ingenuità di chi pensa che la storia non sia un fattore, che le alleanze possano essere ridisegnate a seconda della convenienza, del pensiero del momento. No, non funziona così. Rischiamo di scoprirlo sulla nostra pelle e su altri dossier. L’incoerenza ha un costo, sempre.

Cosa è rimasto di Silvio

Cosa è rimasto di Silvio. E dunque di noi. Perché è inutile negarlo che nelle foto di famiglia che fanno capolino alle sue spalle sia racchiusa anche un po’ della nostra, è impossibile non ammetterlo che nella cadenza che riconosceremmo pure ad occhi chiusi ci sia qualcosa di noi stessi e delle nostre vite, il tratto distintivo che ci fa voler bene ad un vecchio amico, il senso di comunanza che si sviluppa dopo venticinque anni di vita più o meno insieme. Un tempo lungo, che non passa in fretta, anche se oggi potrebbe sembrare. Quasi d’un tratto Berlusconi non c’appartenesse più, quasi il presente avesse fatto irruzione senza bussare, senza avvertire.

Come se “l’Italia è il Paese che amo” fosse una poesia studiata a scuola tempo addietro, un sogno che c’è stato e poi è svanito. “Qui ho le mie radici, le mie speranze, i miei orizzonti”. Sono versi che non puoi dimenticare, musicalità che difficilmente potrai eguagliare. Ed è proprio in questa consapevolezza, nell’irripetibilità di ciò che è stato, che si annida pure la malinconia di un lungo addio, di una guerra contro il tempo persa in partenza, ma non per questo da non combattere.

Perché è inevitabile che in 25 anni sia cambiato tutto o quasi, è innegabile che le prospettive dell’imprenditore che si presentava all’Italia con la solidità dell’uomo realizzato siano oggi diverse da quelle del vecchio Silvio, del Cavaliere ferito e chissà come ancora in piedi. Eppure dietro quella scrivania, la stessa del ’94, non siede un uomo che s’è arreso, non parla un vinto.

Stringe i pugni con la grinta di cui è ancora capace, quando ripete “Forza Italia, Forza Europa”. Ammicca alla telecamera, sorride. Silvio è questo. Lo è sempre stato. Un inguaribile ottimista e un sognatore. Forse troppo, è vero. Ma neanche il demonio descritto da quella sinistra comunista che per la prima volta dopo 25 anni ha ammesso non esistere più. Berlusconi è stato il protagonista indiscusso di una stagione che la cronaca ha definito controversa, la storia certificherà sicuramente migliore di quella che stiamo vivendo.

Non ha avuto per il suo partito il compleanno che avrebbe sperato. E neanche per la sua storia personale l’epilogo che si sarebbe scelto. Costretto a dare fondo al proprio serbatoio d’energia per evitare l’oblio, obbligato a sgomitare, a rigettarsi nella mischia tra “nuovi” che in cuor suo considera barbari, portato a interrogarsi sul perché di un cortocircuito con gli italiani che mai avrebbe pensato possibile.

Eppure lì, ancora, probabilmente per l’ultima volta. Deciso a scrivere un finale di proprio pugno. Senza rinunciare alla pugna. Ecco, quel che è rimasto, tra gli errori e i rimpianti, tra i successi e i rimorsi, l’immagine di un catalizzatore di passioni, di un uomo che ha vissuto tante vite, il verso di un ruggito forse meno forte, ma non per questo privo del suo senso.

Il carattere e l’indole, il piglio e l’idea, l’utopia e il coraggio. Silvio. E’ rimasto Silvio.

Salvini non rinuncerà all’immunità parlamentare, se è furbo (e lo è)

Dopo la richiesta di autorizzazione a procedere presentata dal Tribunale dei Ministri in relazione al caso Diciotti, Salvini ha nel suo mazzo anche la carta che gli consentirebbe di rinunciare all’immunità parlamentare. Significa scegliere scientemente di farsi processare, andare allo scontro aperto con la magistratura, certi di essere scagionati da tutte le accuse. Questo perché l’impianto accusatorio – diciamocelo chiaramente – non regge.

Si parla innanzitutto di “arresto illegale” e per quanto vergognosa sia stata la gestione del caso Diciotti non risulta che nessuno dei migranti sia stato arrestato sulla nave. Poi c’è il “sequestro di persona aggravato”: qui la privazione della libertà personale è illegittima? La decisione di tenere in ostaggio quei migranti è stata certamente disumana e strumentale, ma di sicuro politica. Lo si dimentica spesso: ma la separazione dei poteri esiste.

Pur sapendo di vincere in tribunale, però, Salvini non rinuncerà all’immunità parlamentare. Il motivo è che non gli conviene dal punto di vista politico. I giudici che hanno chiesto l’autorizzazione a procedere contro di lui hanno di fatto messo all’angolo i 5 Stelle.

Salvare Salvini è – per Di Maio&Associati – la scelta più logica: questo perché ogni decisione sul caso Diciotti è stata condivisa. Eppure l’indole manettara e giustizialista vive e lotta insieme a loro. Come motivare alla base, proprio a ridosso delle Europee, la decisione di salvare quello che rimane un alleato di governo ma un avversario politico?

Capitolo centrodestra: il voto di Palazzo Madama può essere per Salvini il grimaldello per testare il livello di fedeltà di Forza Italia. Su un tema così caro a Berlusconi come quello della giustizia è praticamente impossibile che il Cavaliere si sfili, ma per Salvini costringere gli azzurri a venire sulle sue posizioni è una prova ulteriore di forza, una violenza che gli alleati saranno obbligati a subire per non vedersi additati come traditori.

Dunque Salvini ha tutto l’interesse strategico a non saltare neanche un passaggio dell’iter parlamentare. Chi rischia più di tutti è il MoVimento 5 Stelle. Lui, purtroppo, ha già vinto.

Perché la richiesta di mandare a processo Salvini è un regalo a Salvini

Premessa: l’autorizzazione a procedere contro Matteo Salvini richiesta dal Tribunale dei Ministri di Catania sul caso Diciotti è un autogol.

Se c’era un modo per spingere la Lega al 51% alle prossime Europee eccolo, trovato. Salvini può ora fintamente immolarsi, descrivere se stesso come un martire pronto a sacrificarsi in nome della Patria, diffondere la narrazione di un perseguitato dalla giustizia “colpevole” di aver fatto gli interessi della Patria e del Popolo.

Ora, dando per scontato che i magistrati di Catania abbiano trovato dei margini giuridici per chiedere l’autorizzazione a procedere, volendo credere che la giustizia politicizzata in questa vicenda non c’entri nulla, veniamo al dunque: Salvini non finirà in ogni caso a processo.

In Senato ai voti della Lega si aggiungeranno quelli di Fratelli d’Italia con assoluta certezza, ma pure quelli di Forza Italia. Silvio Berlusconi, pur non simpatizzando per Salvini, ha subìto in prima persona una manovra di espulsione parlamentare dal Senato. Il suo sarà un voto a favore della propria storia, piuttosto che pro-Salvini.

E il M5s? Dopo essersi schierato a favore del leghista per tutti i giorni dell’indecorosa vicenda Diciotti non può di certo pensare di sconfessare se stesso. Al limite potrebbe smarcarsi qualche senatore fedele a Fico, ma poco altro. Diversamente sarebbe un suicidio politico. E il Pd? Probabilmente, rendendosi conto che il proprio voto risulterà ininfluente, voterà per l’autorizzazione a procedere, così da offrire ai propri elettori lo scalpo, almeno virtuale, del nuovo nemico. Una decisione a mio avviso sbagliata: l’avversario si batte nelle urne, punto.

L’impatto politico di questa vicenda, oltre che dalla saggezza degli altri partiti, dipenderà anche dai tempi che comporterà. Maurizio Gasparri, che sarà relatore del caso in qualità di presidente della Giunta delle elezioni e delle immunità parlamentari, ha assicurato che la pratica sarà gestita con rapidità. C’è da augurarselo. A meno che non si voglia portare Salvini in carrozza al voto di maggio. Uno: non ne ha bisogno. Due: sarebbe la fine.