Alfie Evans è dei suoi genitori

alfie evans

 

Alfie Evans della sua storia non sa niente. Non ha neanche 2 anni, questo bambino inglese che lotta contro una grave malattia neurodegenerativa senza nome.

Tenuto in vita da un respiratore artificiale, intanto succhia il ciuccio, dice chi lo ha visto in un ospedale di Liverpool, lo stesso nel quale rischia di morire contro il volere dei genitori.

Vogliono staccare la spina, i giudici inglesi, dicono che continuare a tenerlo in vita significhi accanirsi. Ma mamma e papà non si arrendono: loro, che Alfie lo ha messo al mondo, hanno buoni motivi per credere che il figlio si possa ancora salvare.

Quindi chi deve averla, quest’ultima parola sulla vita di Alfie? Lui non può dire. Per fortuna neanche sa. Ma allora chi se non i genitori? Che prima di arrendersi possano tentarle tutte.

La notizia di queste ore è che l’Italia ha concesso ad Alfie la cittadinanza. Il tentativo è quello di favorire il trasferimento del piccolo al Bambin Gesù di Roma.

Sarebbe questo, un atto di umanità. Perché di umano non c’è nulla, nel togliere la vita ad un bambino contro il volere dei suoi genitori.

Essere Lord Michael Bates

Gli è bastato arrivare in ritardo di due minuti, non rispondere alla prima domanda dalla baronessa Lister, per sentirsi in difetto. Essere Lord Michael Bates, ministro britannico del Dipartimento internazionale per lo sviluppo, non è cosa da tutti.

Centoventi secondi di troppo,  due minuti insomma: le chiavi della macchina dimenticate a casa. Ma no, erano in tasca! Un’inutile perdita di tempo. E poi che fa la signorina lì davanti? Guarda il cellulare invece di guidare? Ecco, è scattato un altro semaforo rosso. Ma di usare il clacson non se ne parla nemmeno. Siamo Lord, ma siamo inglesi, prima di tutto. Ormai ci siamo: via, di corsa, pronto a fare il proprio ingresso nella Red Chamber, ma la seduta è iniziata: che si è perso?

Centoventi secondi, due minuti di troppo, sempre quelli, Lord Bates. Gli stessi che la baronessa Lister, laburista e dunque all’opposizione, ha impiegato per formulare una domanda, una banalissima domanda. Ma non per lui, non per Michael Bates. Che al suo titolo di Lord ci tiene davvero e lo nobilita con una dichiarazione che ha già fatto il giro del mondo: “Offro le mie scuse alla Baronessa Lister per la maleducazione che ho mostrato non facendomi trovare al mio posto per rispondere alla sua domanda. Nei cinque anni in cui è stato un mio privilegio rispondere alle domande per conto del governo, ho sempre creduto che dovremmo elevare il livello di cortesia e rispetto nel rispondere. Mi vergogno per non essere stato al mio posto, e di conseguenza offrirò al primo ministro le mie dimissioni con effetto immediato“.

Subito dalla Camera dei Lord si eleva un boato, un “nooo” molto british (con tanto di “u” finale) che coinvolge maggioranza e opposizione. Qualcuno tenta di fermarlo, mentre a capo chino lascia il Parlamento. Ma Lord Bates se ne va mesto, incontro al suo destino.

Per la cronaca: Theresa May ha respinto le sue dimissioni. Chissà che fine farebbe in Italia, un politico così. Auguriamo a Lord Bates di non capitare mai da queste parti, neanche per sbaglio. Andrebbe incontro di sicuro ad un esaurimento nervoso. Lui si è disperato per due minuti di ritardo. Qui non sappiamo neanche se le risposte arriveranno, prima o poi.