Papa Francesco non è leghista

Non che ci fosse bisogno di una precisazione, non che ci fossero dubbi sul fatto che il politico che agita il rosario, giura sul Vangelo e scomoda Woytjla fosse agli antipodi rispetto al Papa venuto dalla fine del mondo. Eppure fanno bene al cuore e all’intelletto le parole del Bergoglio “politico”.

Diciamocelo subito: ci sarà chi proverà ad annacquarne i contenuti, chi avrà come prima premura quella di catalogarle come dichiarazioni di un pericoloso reazionario, di un comunista argentino deciso a ridisegnare la dottrina della Chiesa secondo un’ottica di sinistra. Come se Dio potesse essere di parte, poi.

Ma quando il Papa elenca tra i vizi della politica il “non rispetto delle regole comunitarie”, “la xenofobia”, “il razzismo”, “la giustificazione del potere mediante la forza o col pretesto arbitrario della ragion di Stato”, sinceramente: a chi pensate?

Quando Bergoglio condanna “il disprezzo di coloro che sono stati costretti all’esilio”, quando parla di “clima di sfiducia che si radica nella paura dell’altro o dell’estraneo, nell’ansia di perdere i propri vantaggi”, onestamente: chi vi viene in mente?

Quando Francesco stigmatizza gli “atteggiamenti di chiusura” e i “nazionalismi che mettono in discussione quella fraternità di cui il nostro mondo globalizzato ha tanto bisogno”: qual è il volto che vi immaginate, la persona alla quale pensate si sia riferito?

Ecco, ci siamo capiti. Ci siamo capiti ed è una consapevolezza che non sposta voti. Ma ci basta lo stesso, ci basta questo: Papa Francesco non è leghista.

La barzelletta di Conte, Di Maio e Salvini

conte di maio salvini bis

 

C’è una barzelletta che comincia così:

C’erano una volta Di Maio e Salvini, nemici giurati, mai insieme. I loro partiti vanno bene alle elezioni e a loro va bene mettersi insieme per andare al governo. I due uniscono i loro programmi, fingono che sia possibile conciliare tutte le loro proposte, quasi fossero complementari, le une il pezzo mancante delle altre.

Ma poi Di Maio e Salvini litigano un po’: chi le realizza queste misure però? Io no, ma tu neanche. Prendiamone un altro: scelgono Conte, un professore dal “dubbio” curriculum che fino a pochi mesi prima era estimatore di Renzi al punto da mandargli messaggini sul cellulare per dirgli quanto fosse entusiasta del suo governo.

Quindi: c’erano una volta Conte, Di Maio e Salvini. I tre promettono al popolo che “non arretreranno di un millimetro”. Reddito di cittadinanza? Non si tocca. Quota 100? Questa è e questa rimane. Sembra essere tutto così bello, così una favola, che in un impeto di entusiasmo misto a follia, una sera di settembre Luigi Di Maio e i suoi fedelissimi profanano il balcone di Palazzo Chigi e annunciano che con il deficit al 2,4% hanno appena abolito la povertà. Caspita, un motivo in più per non cedere ai “ricatti di Bruxelles”. Lo spread? “Me ne frego”.

Passano un paio di mesi tra bordate all’Europa e dichiarazioni strafottenti e qualcosa si incrina. La Commissione minaccia l’Italia di voler aprire una procedura d’infrazione. Ahia, questi fanno sul serio. Salvini e Di Maio iniziano a far passare il messaggio che non si appenderanno agli “zerovirgola”. I due a questo punto mandano in avanscoperta Conte. Firmano un comunicato in cui cantano le lodi del professore, fino a quel momento bistrattato e umiliato, trasformato con un tratto di penna da fantoccio a possibile salvatore della Patria. Tanto – pensano ma non dicono – se va male la colpa è sua.

Da qui arriviamo a ieri. Il deficit scenderà “almeno” dal 2,4 al 2,04%, dice Conte. Sono 7,5 miliardi di euro in meno. Insomma il trio fa una retromarcia: la Commissione e tutti quelli che protestavano contro la Manovra avevano ragione. Peccato che nel frattempo – fonte Bankitalia – tra spread e mutui, tra mercati e tassi d’interesse, siano andati in fumo 60 miliardi di euro degli italiani.

Vabbé, si dirà, tanto è una barzelletta…

Perché è una barzelletta, vero?

May-Day

 

Da qui a poche ore sapremo se sulla Brexit gli inglesi negli ultimi anni hanno scherzato. Intorno alle 22 dovrebbero arrivare i risultati della votazione sulla mozione di sfiducia presentata dai Conservatori nei confronti di Theresa May. Una sconfitta del primo ministro britannico significherebbe che tutto ciò che è stato accordato finora con l’Ue è carta straccia. A siglare l’intesa è stata Theresa May e un voto di sfiducia da parte del suo stesso partito vorrebbe dire che i termini di quell’intesa non sono più validi.

Allora ecco che potrebbe tornare d’attualità, entro il 29 marzo 2019, l’ipotesi di un secondo referendum. Invocato, paventato, ventilato dagli europeisti più convinti fin dal giorno dopo la sconfitta nel giugno del 2016. Un nuovo, ipotetico, leader dei Tories potrebbe decidere di chiedere ai britannici di esprimersi sui termini di un’intesa con Bruxelles che ad oggi soddisfa più l’Ue che il Regno Unito. E di fronte alla prospettiva di perdere l’8% del Pil nel giro di un anno, davanti ad una disoccupazione che raddoppierebbe pericolosamente, ad una svalutazione della sterlina del 25% (stime della Banca d’Inghilterra), ecco che i Conservatori potrebbero indire un nuovo referendum e dire: “Signori, siete proprio sicuri di non voler restare in Europa? Ma sicuri sicuri?”.

Prima, però, bisogna mandare a casa Theresa May.

Ecco, Mayday. In guerra si usa per invocare un aiuto urgente. Ma il May Day di oggi è l’ultima chiamata per evitare la Brexit.

È Strasburgo, è casa nostra

Strasburgo, attentato

 

È la sigla dell’edizione straordinaria del telegiornale che ti allarma, ma fino ad un certo punto. È l’abitudine agli attentati che sembravi aver dimenticato, la consapevolezza amara che loro non dimenticheranno te, a rendere tutto così maledettamente inaccettabile, cara Europa trafitta, cara Europa tradita.

È il fatto che abbiano colpito Strasburgo, sede del Parlamento Europeo, la culla della democrazia di un continente intero, la casa politica in cui si incontrano e si scontrano le idee giuste o sbagliate di 500 milioni di cittadini, a dare il senso di una strage che colpisce il senso di ciò che siamo, che ci stordisce al punto da farci rendere finalmente conto del nostro essere una sola grande famiglia.

Brutto a dirsi, difficile da ammettere: il dolore che sentiamo oggi è più potente, più pressante, di quello che avvertiamo alla notizia di un’autobomba in Iraq o in Afghanistan. Strasburgo è qui, a due passi. È una città come le nostre. Non sapeva di avere la guerra in casa. E invece eccola, sotto Natale, tra i mercatini di luci che illuminano una notte di spettri.

È la prova del nove che non avremmo dovuto tentare, l’identità ritrovata che neanche avremmo dovuto perdere. È l’Europa da difendere. È Strasburgo, è casa nostra.

Governare la collera

 

Nascondere che qualcosa si è rotto nel cuore dell’Europa non si può più. Non siamo i soli, a vivere l’epoca della rabbia furiosa. Dovevamo capirlo subito dopo la Brexit, la Gran Bretagna che non si era piegata al nazismo e che invece ha ceduto alla tentazione di un passo verso l’ignoto. E si è visto come (non) è andata a finire.

Poi è arrivato il nostro turno. Un 4 marzo che ha spalancato le porte ai populisti, che a dire il vero un merito politico lo hanno avuto: intercettare le paure più profonde della gente, farle venire a galla. Ma solo quello.

Ora è il turno della Francia, con i gilet gialli che sono l’espressione di un sentimento diffuso di rabbia e protesta, la prova che il malcontento è arrivato ad una soglia di non ritorno. Parigi violentata da quelli che i francesi chiamano “casseur”, teppisti, vandali che approfittano della sommossa di turno per creare disordine. Ma un movimento che non è (ancora) un partito varrebbe oggi il 12% dei voti se presentasse una lista alle Elezioni Europee. Significa che dentro c’è la Francia, o almeno una sua parte corposa, desiderosa di risposte che la politica fino ad oggi non ha saputo dare.

In questo senso Emmanuel Macron ha fatto un gesto probabilmente tardivo, necessario, ma a suo modo coraggioso. Condannare le violenze prima di tutto, distinguere i rivoluzionari dai rivoltosi, e poi ammettere che sì, “la collera è giusta, in un certo senso”. E’ il primo passo per non abdicare ai populisti che attendono al varco il fallimento della politica per salire al potere. Ed è anche la sfida più bella e difficile che possa capitare a chiunque guidi un Paese e ne abbia a cuore le sorti. Che sia in Francia come in Italia.

Accettarne l’esistenza, comprenderne le verità, i motivi più profondi. E poi governare la collera.

Salvini lasci in pace papa Wojtyla (e non dica bugie, che è peccato)

 

Matteo Salvini è l’uomo che agita il rosario, che mostra il Vangelo e giura su di esso. Ma da ieri è anche il politico che strumentalizza le parole di un santo nel giorno dell’Immacolata Concezione. Il riferimento alle parole di papa Wojtyla è un colpo basso che più basso non si può. Il tentativo di giustificare il sovranismo ottuso professato dalla Lega estrapolando frasi decontestualizzate risalenti a 36 anni fa è un oltraggio alla memoria di San Giovanni Paolo II e all’intelligenza di chi quel papa lo ha amato e conosciuto talmente bene da sapere che in questo momento si sta rivoltando nella tomba.

Ma a Salvini bisogna rispondere sul punto. Il ministro ha detto che papa Wojtyla parlava dell’Europa come “unione di popoli distinti etnicamente, parlava di una grande varietà di culture, parlava delle ricchezze delle singole civilizzazioni nazionali, auspicava di veder nascere dalle varietà delle esperienze locali e nazionali una nuova e comune civilizzazione europea“.

Punto primo, Salvini: c’è differenza tra “distinzione etnica” e “razzismo”. Studia.

Punto secondo: la varietà di culture non impedisce una condivisione dei saperi.

Punto terzo: nessuno nega che le singole civilizzazioni nazionali siano una ricchezza.

Punto quarto: lo dice il papa, “varietà delle esperienze locali e nazionali” per formare “una nuova e comune civilizzazione europea”. Leggi.

Infine un passaggio che può essere illuminante. Leggere fa bene, in particolare leggere “tutto”, non soltanto i passaggi decontestualizzati che fanno più comodo.  Esortazione apostolica di Giovanni Paolo II, paragrafo 101 di “Ecclesia in Europa”: “Di fronte al fenomeno migratorio, è in gioco la capacità, per l’Europa, di dare spazio a forme di intelligente accoglienza e ospitalità. È la visione “universalistica” del bene comune ad esigerlo: occorre dilatare lo sguardo sino ad abbracciare le esigenze dell’intera famiglia umana. Lo stesso fenomeno della globalizzazione reclama apertura e condivisione, se non vuole essere radice di esclusione e di emarginazione, ma piuttosto di partecipazione solidale di tutti alla produzione e allo scambio dei beni“.

Salvini lasci in pace papa Wojtyla (e non dica bugie, che è peccato).

Non arretrano di un millimetro. Ma di decimali sì

Matteo Salvini ministro, foto da Web

 

Per due mesi, da quando cioè è diventata ufficiale la mossa suicida di impostare la Manovra con un deficit al 2,4%, Salvini e Di Maio hanno accusato chiunque criticasse quelle percentuali di essere “servo dell’Europa”. Questa, nel migliore dei casi, era la critica rivolta a quanti – noiosi che siamo – si preoccupavano di mettere in guardia il governo: guardate che i conti non tornano, state spendendo troppo e male, fermatevi ora, prima che sia tardi.

Molti miliardi persi dopo qualcosa è cambiato. Il dogma del governo sul deficit, accompagnato dall’ormai abusato “non arretriamo di un millimetro”, s’è trasformato da argomento tabù a occasione di riflessione. Scontro con la Commissione Europea? Macché, dialogo. Soldi intoccabili e già stanziati per reddito di cittadinanza e quota 100? Ma no dai, forse ne bastano meno.

Allora va bene tutto, ma credere al miracolo di san Giuseppe Conte no, questo no. Che sia bastata una cena a base di mele cotogne ad illuminare il governo sulla via di Bruxelles non lo riteniamo possibile. Allora diciamocele come stanno le cose, francamente, occhi negli occhi, da italiani.

Salvini e Di Maio hanno tentato un azzardo politico, sperando che la debolezza dell’Europa li lasciasse impuniti. Prima della Commissione Europea, però, a castigarli sono stati i mercati. E allora sono stati costretti ad innestare la retromarcia, ad ammettere che quelle raccontate finora, sulla sostenibilità delle misure, sugli impatti che avrebbero avuto sulla crescita, erano in fondo nient’altro che bugie.

La prossima curva è forse la più importante, quella prima del rettilineo. Per convincere la Commissione non bastano briciole, serve rivedere l’impianto della Manovra, adattarlo alla realtà. Salvini e Di Maio devono quindi scegliere: sono pronti ad ammettere che ciò che hanno promesso non si può fare? Perché la coperta è corta. E lo hanno dimostrato loro, quelli che non arretrano di un millimetro. Ma di decimali sì.

Se Conte è la nostra migliore speranza…

 

Uno, l’italiano, dice “We are friends”. L’altro, il lussemburghese, risponde dicendo “Ti amo Italia”. Ma a dare il senso della situazione è soprattutto il fatto che l’altro, il lussemburghese, sia ai nostri occhi “l’europeo”. Come se noi, noi tutti, italiani ma europei, italiani ed europei, fossimo già con un piede fuori dalla grande casa che abbiamo contribuito a costruire, come se adesso non fosse poi così scontato restarci.

Dopo quello economico, frutto del rialzo dello spread, è questo il più grave danno politico commesso dal governo M5s-Lega in pochi mesi di governo: l’aver reso ipotizzabile anche un’uscita dall’euro, non sia mai che le decisioni della Commissione non siano quelle che ci attendiamo.

Alexīs Tsipras, uno che di troika se ne intende, avvicinando alcune personalità italiane ha detto: “È meglio che facciate oggi quel che comunque vi faranno fare domani. Se invece avete un’altra idea, beh, allora good luck”. L’altra idea, l’elefante nella stanza, è l’uscita dall’euro. E quel “buona fortuna” è l’augurio di chi sa che puoi spingere la propaganda fino ad un certo punto. Poi non si scherza.

Così, metti una sera a cena. Juncker e Conte, che in politichese, fra tartare di orata, filetto di vitello, funghi porcini, pancetta, cipolle e meringa con marmellata di mele cotogne, si giurano amicizia e lealtà. E’una buona notizia. Quanto meno una buona speranza. Se non fosse che Juncker ha chiesto un atteggiamento di “reciproca” collaborazione. E reciproca significa che se da Bruxelles possono anche tentare di temporeggiare il più possibile sulla procedura d’infrazione, da Roma si aspettano che Di Maio, ma soprattutto Salvini, la smettano di fare campagna elettorale contro l’Europa.

Juncker si è rivolto a Conte: tieni a bada i tuoi. E se Conte è la nostra migliore speranza…

Azzeccagarbugli chiede più tempo, per distruggerci

Giuseppe Conte

 

Usa il linguaggio arzigogolato che gli è proprio. E da avvocato Azzeccagarbugli qual è prova a lavorare un impasto colloso e appiccicaticcio, ad incartare un uditorio stonato dal caos che l’esecutivo in cinque mesi di non-governo ha generato. Ma l’informativa urgente di Giuseppe Conte nell’Aula della Camera rientra di diritto nella top five dei momenti più umilianti di una legislatura che per quanto giovane ha già toccato il fondo a ripetizione.

Il senso dell’arringa sta tutto in questa frase:”Nel caso in cui l’Ecofin dovesse decidere di aderire alla raccomandazione della Commissione, chiederemo tempi di attuazione molto distesi. Questo tempo ci servirà per consentire alla manovra economica di produrre i suoi effetti sulla crescita e, grazie a questo, di ridurre il debito pubblico“.

Una dichiarazione a dir poco lunare. Come ammettere di non aver capito nulla di quanto affermato dalla Commissione Ue, che la Manovra l’ha bocciata e la procedura di infrazione la avvierà proprio per non vedere realizzati i disegni kamikaze dell’esecutivo.

Conte invece chiede tempo, insiste nel parlare di una crescita che istituti di tutto il mondo non vedono, snocciola dati che definire ottimistici è un eufemismo, e quasi tenta l’ennesimo azzardo a perdere: provare a “fregare” Bruxelles sperando che da maggio in avanti i nuovi interlocutori siano altri.

Non c’è niente da fare. Al di là dei buoni propositi che durano lo spazio di un pomeriggio, delle dichiarazioni di intenti che a volte ci illudono che un dialogo su basi serie sia possibile, c’è solo da farsene una ragione: il governo del cambiamento non cambierà.

Savona forse è rinsavito

Paolo Savona

 

E’ vero che per fare una prova servono 3 indizi. Ma in un’epoca di restrizioni e vacche magre ci si accontenta anche di un paio. Così salutiamo con un sorriso sincero l’almeno apparente ritorno alla ragione di Paolo Savona. Il teorico del “cigno nero”, il visionario che ha sorretto le mire suicide del governo, pare aver capito che l’azzardo con l’Europa si è rivelato un errore.

Prima la dichiarazione di qualche giorno fa: “La situazione è grave“. Adesso l’ammissione dietro le quinte che “non si può più andare avanti così, non ha senso. E la manovra com’è non va più bene: è da riscrivere“. Parole che hanno un retrogusto comunque amaro. Perché nel migliore dei casi significherà aver perso tempo prezioso per il rilancio dell’Italia. Nel peggiore non serviranno a convincere Salvini e Di Maio della necessità di porre fine ad un braccio di ferro che ci vede perdenti, poiché dalla parte del torto.

Ma intanto è già qualcosa che qualcuno all’interno della maggioranza inizi ad insinuare dei dubbi sulla strategia da seguire con la Commissione Ue. A meno che l’arroganza dei diarchi non si traduca nella convinzione di poter fare a meno anche dei registi che hanno ispirato il primo tempo del film girato a Bruxelles.

Certo un retroscena è ancora poca cosa rispetto allo spettacolo che va in scena ogni giorno a nostro rischio. Servirebbe forse il terzo indizio, quello definitivo. Una presa di posizione pubblica, caro Savona: “Fermiamoci ora, prima che sia tardi”.