Cara Europa, questa volta mi hai deluso

Giuseppe Conte in teleconferenza con Ursula von der Leyen

Per chi crede nell’Europa sono giorni duri. Il tempo della fiducia incondizionata nei confronti di Bruxelles è finito da tempo. Ma la speranza che il coronavirus potesse sortire almeno un effetto positivo, lo confesso, c’era eccome. Sarà la giovane età, sarà la scarsa esperienza del mondo, sarà lo shock determinato da questi giorni che in molti racconteranno ai nipoti. Ma devo ammettere che speravo in una risposta diversa da parte dell’Unione Europea. O di ciò che ne è rimasto.

Ho sperato che tutti gli Stati membri, nei giorni in cui l’Italia rischiava di finire travolta dall’emergenza, mostrassero un atteggiamento diverso da quello che abbiamo imparato ad osservare in questi anni. Ho sperato che alle parole di vicinanza (in italiano) di Ursula von der Leyen, ai sostanziosi finanziamenti (arrivati, nulla da dire), seguisse una risposta politica forte, un coordinamento efficace, un’assunzione di consapevolezza matura. Invece, solo poche ore fa, ad una teleconferenza in programma tra i ministri della Salute europei, dei 27 partecipanti attesi erano presenti solo in 11. Come se l’epidemia fosse un problema solo italiano. O giù di lì.

In tanti si sono scandalizzati per la strategia di (non) contenimento del virus di Boris Johnson nel Regno Unito. La rapida ricerca dell’immunità di gregge. Obiettivo a dir poco ardito. Ma in pochi hanno notato che se BoJo ha potuto pronunciare parole tanto schiette è perché il suo popolo, a proposito di gregge, si muove in maniera compatta. Sull’autodisciplina dei britannici si può sempre contare. Meno sul meccanismo di solidarietà europeo, lo stesso che requisisce le mascherine ad uso interno senza autorizzarne l’esportazione nel Paese più in difficoltà. Hanno fatto prima ad arrivare aiuti dalla Cina. Ed è tutto dire.

A questo attendismo esasperante, a questa inazione inaccettabile, si è aggiunta poi la signora degli spread, la francese Christine Lagarde, che con le sue dichiarazioni ha contribuito a mandare a picco le borse, oltre che la credibilità di una Bce che risente fin troppo (e noi con lei) della mancanza di Mario Draghi. Più di un bazooka, a risollevare l’economia nelle prossime settimane, servirà una bomba atomica. Difficile che a Francoforte trovino qualcosa di simile nel loro arsenale.

Tanto più che le maggiori colpe di questo smarrimento diffuso vanno assegnate all’Europa politica. Ai governi che in queste ore hanno reso evidente l’importanza dello Stato, molto meno l’idea di un’Europa che unita non sa esserlo mai, neanche dinanzi all’equivalente di una Guerra Mondiale.

Non aver capito che l’Unione fa la forza è un peccato che Bruxelles sconterà non appena la normalità sostituirà lo stato d’emergenza. Ed è paradossale che per non diffondere il virus, per salvare ciò che resta di Schengen, si sia deciso di chiudere i confini esterni. Con il resto del mondo. Nella speranza, forse, di rendere meno evidente la chiusura delle frontiere tra vicini. Troppo tardi, davvero. Uniti, sì, ma solo nella paura.

La Via della Seta che ci piace

Medici cinesi in Italia

C’è una Via della Seta priva di contenuto. Vergata su di un memorandum che non dice nulla, rappresentata dalla speranza di vendere le nostre arance in Oriente. E poi ce n’è una concretissima, improntata alla collaborazione tra popoli che la storia ha mescolato, fatto in modo fossero prossimi nonostante la lontananza geografica. Questa seconda Via della Seta è quella che ha portato 9 medici cinesi specializzati in Italia. Pronti a fornire la loro esperienza da “veterani” del coronavirus ai colleghi italiani. Loro ci sono passati, loro ne sono usciti. Ce la faremo pure noi.

La parola amicizia in politica, e ancora di più in geopolitica, va presa con le pinze. A regolare i rapporti tra nazioni sono spesso e volentieri ragioni di opportunità. I sentimenti appartengono ad una sfera diversa. Troppo pochi i Paesi che possono concedersi di pensare in questi termini. Noi siamo l’Italia, siamo un grande Paese, ma apparteniamo da sempre alla sfera d’influenza americana. Non possiamo dimenticare chi ha garantito la nostra sicurezza per decenni soltanto perché alla Casa Bianca vive da 4 anni un inquilino un po’ bizzarro. Il collocamento di una nazione prescinde dai suoi presidenti. Merito o colpa degli apparati, il “deep state” che a ragione o a torto dirige la politica estera dei vari governi. Per affinità con gli alleati storici, per prossimità storica, per abitudine e fiducia conquistata negli anni sul campo.

Premessa d’obbligo per chiarire che gli aiuti cinesi vanno letti come un gesto di profonda amicizia, di sconfinata umanità. E verso questo popolo, se anche questo aiuto riuscirà a salvare una sola vita, dovremo provare sentimenti di gratitudine eterna. Altro conto sarebbe cedere all’emotività del momento, alla tentazione di scagliarci contro i nostri alleati storici, gli stessi che oggi chiudono ai voli dall’Europa, gli stessi che con le loro dichiarazioni provocano danni incommensurabili ai nostri interessi.

Gli amici si vedono nel momento del bisogno, è vero. Ma l’aiuto degli amici verrà, sta già venendo. In termini di fondi europei, di regole da riscrivere insieme per ripartire, di dispositivi medici che già stanno arrivando da Francia e Germania per contenere l’emergenza. Siamo l’Italia: abbiamo molti amici. Delle alleanze parleremo poi. Quando tutto questo sarà finito.

Il nostro “sovranista” preferito

mattarella presidente

Dove sono quelli che lamentavano scarsa presenza da parte di Sergio Mattarella nell’emergenza coronavirus? Che fine hanno fatto coloro che hanno criticato il Presidente della Repubblica accusandolo di essere schiavo dell’Europa e delle sue istituzioni? La differenza tra un populista e uno statista si vede nel momento di difficoltà: il primo strepita tutti i giorni, il secondo parla quando serve. E oggi serviva.

Il Quirinale verga una nota dai contenuti durissimi nei confronti della Bce. Come ci manca Mario Draghi. E chi ha avuto il coraggio di criticarne l’operato nel momento del commiato oggi abbia la dignità di tacere dinanzi alla dimostrazione di incapacità fornita da Christine Lagarde. Le sue parole imprudenti (“Non siamo qui per chiudere gli spread”) hanno alimentato la sfiducia dei mercati nei confronti dell’Italia. La sua dannosa debolezza, tradottasi nella decisione di non tagliare i tassi d’interesse, ha aggravato il problema di un tasso di cambio dell’euro che sta soffrendo non poco. Risultato: la Borsa crolla, Milano chiude perdendo il 17% nella seduta peggiore della sua storia, l’euro rischia la crisi.

Queste le parole di Mattarella: “L’Italia sta attraversando una condizione difficile e la sua esperienza di contrasto alla diffusione del coronavirus sarà probabilmente utile per tutti i Paesi dell’Unione Europea. Si attende quindi, a buon diritto, quanto meno nel comune interesse, iniziative di solidarietà e non mosse che possono ostacolarne l’azione”. Non serve aggiungere altro. Ha detto tutto il nostro “sovranista” preferito.

Dunque il coronavirus non era “un imbroglio”

Donald Trump

Ancora pochi giorni fa, davanti ad una folla di sostenitori in estasi, Donald Trump ironizzava sul coronavirus, definendolo il nuovo grande “imbroglio” dei Democratici. Accusava questi ultimi di stare politicizzando la vicenda al solo scopo di colpire la Casa Bianca e il suo ingombrante inquilino. Minimizzava descrivendo il tutto come poco più di un’influenza (c’è da capirlo: in Italia c’è ancora chi lo dice, dopotutto). Assicurava agli americani che gli Stati Uniti non sarebbero stati colpiti, se non marginalmente, dal contagio.

Tutta questa narrazione è stata spazzata via da un insolito discorso alla nazione dallo Studio Ovale in cui Trump ha iniziato a raccontare agli americani almeno una parte di verità. Quella che il virus sta arrivando. O meglio: arrivato lo è già. E che ogni americano è chiamato a svolgere la sua parte per limitare i danni. Certo, ci sono gli elementi ricorrenti della retorica trumpiana: il richiamo al virus “straniero” proveniente dalla Cina e agli errori commessi dagli europei nel tentativo di contenerlo (sbagliano sempre gli altri, ovviamente). Così come la sottolineatura, cruciale nell’anno in cui Trump si gioca la presidenza, che quella in corso non è una crisi economica: come dire, il male che deriverà dal coronavirus non dipende dal mio lavoro come presidente.

La realtà è a dire il vero un po’ diversa. Lo ha chiarito un editoriale durissimo della rivista “Science”, che ha accusato l’amministrazione americana di aver sottovalutato il rischio troppo a lungo, e di aver impedito agli scienziati una corretta comunicazione di quanto stava accadendo.

Ora Trump corre ai ripari. Dopo aver smantellato l’agenzia governativa che si occupa di gestire le emergenze come le pandemie, blocca i voli provenienti dall’Europa. Salvando dall’embargo soltanto il Regno Unito dell’amico Boris Johnson. Una decisione priva di ogni evidenza scientifica, motivata soltanto da una logica geopolitica: è tornata l’Anglosfera.

Pare che The Donald abbia spinto con gli scienziati per la scoperta di un vaccino. Ma il suo difficile rapporto con la scienza gli impedisce di comprendere che in certi casi non basta la volontà, è necessario il tempo. La notizia è che il coronavirus ha bussato alla porta della Casa Bianca. Non è bastato l’Oceano a fermarlo. Né serviranno le bugie.

Perché la pandemia ci farà bene

Ghebreyesus, direttore dell'Organizzazione Mondiale della Sanità

Questa pandemia ci farà bene. Questa dichiarazione da parte dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, ovviamente.

In Italia, purtroppo, abbiamo già da settimane un’epidemia in corso. Per questo la decisione del direttore dell’OMS Ghebreyesus (e speriamo che la parte finale del suo cognome ci dia una mano) non cambia pressoché nulla nella nostra gestione del coronavirus. Gli inviati dell’Organizzazione sono già venuti in Italia. Hanno già eseguito i loro controlli, fornito i loro consigli, espresso il loro apprezzamento per come il governo sta muovendosi.

La storia vuole che una dichiarazione di pandemia venga rinviata il più possibile. Questo perché una consapevolezza simile può avere sulla popolazione mondiale ricadute psicologiche devastanti: la paura irrazionale, il terrore della fine dei tempi, la diffusione del panico su scala globale. Paradossalmente, però, questa mossa di Ghebreyesus si rivela provvidenziale per il motivo inverso: la dichiarazione di pandemia può finalmente rappresentare una sveglia per quei Paesi che dal coronavirus sono stati fino ad ora soltanto sfiorati.

Dalla vicina Europa fino agli Stati Uniti: non tutti sono convinti del fatto che il Covid-19 riserverà loro lo stesso durissimo trattamento che stiamo provando sulla nostra pelle. Se non fossero convinti che il virus sarà con loro più clemente, i nostri fratelli del continente e quelli Oltreoceano, anziché minimizzare, avrebbero già messo in campo misure proporzionali al rischio che tra qualche giorno si troveranno ad affrontare.

Non è un caso che proprio oggi Ghebreyesus abbia ricordato che l’Organizzazione mondiale della sanità “è profondamente preoccupata sia dai livelli allarmanti di diffusione e gravità, sia dai livelli allarmanti di inazione“. Da questo momento, giorno dopo giorno, dovranno dimostrare di essere attrezzati per affrontare la tempesta che li attende.

E noi dovremo tifare per loro: per uscire totalmente dall’incubo, non dipendiamo soltanto da noi stessi. Lo abbiamo visto: il mondo è davvero piccolo.

Per questo la dichiarazione di pandemia può essere l’inizio della risalita: abbiamo la diagnosi del medico. Il mondo sospettava da tempo di stare male, presentava una sintomatologia diffusa: oggi ne ha la prova. Scegliere di curarsi o fare finta di nulla è sempre una scelta del paziente.