So perché Berlusconi si candida alle Europee

C’è un qualcosa di romantico nell’annuncio in Sardegna di Silvio Berlusconi.

Sta in quel “mi candido alle Europee”, nell’idea di una discesa in campo (l’ennesima) che possa ancora spostare qualcosa, nell’aspettativa che l’Italia lo abbia aspettato, che davvero Salvini abbia sorpassato Forza Italia soltanto perché lui, quel maledetto 4 marzo, non era candidato premier.

C’è l’illusione di poter fermare gli ingranaggi del tempo che è tipica dell’uomo di Arcore, il rischio concreto che finisca tutto male, malissimo, non “alla Berlusconi”, per esser chiari, ma che le elezioni di maggio determinino la fine del Cavaliere politico, stavolta davvero, stavolta per sempre.

C’è del coraggio, però, nel venire a patti con l’idea di affrontare un leader più forte (ahi! che dolore soltanto ammetterlo!) e più giovane (ancora più ahi! che botta per Silvio), più amato e più tutto, nel momento di debolezza maggiore.

Lo hanno sconsigliato in tanti, in questi mesi. Chi per interesse, chi per fedeltà sincera, certi che tentare di invertire il corso della storia in 4 mesi non è impresa che si addice ad un 82enne.

Stai a casa, goditi la vita, fai il nonno, ma chi te la fa fare. Sono alcune delle frasi rivolte al Cavaliere da amici veri e frequentatori interessati. E c’è della ragione in questi consigli, spassionati o meno, c’è almeno il senso di proteggere una storia personale, quella di un leader che è stato il capo di un Paese e potrebbe essere umiliato dal responso delle urne.

Ma c’è dell’altro, oltre la logica, oltre l’egoismo che pure sarebbe stato comprensibile, oltre l’amor proprio di un uomo che avrebbe potuto benissimo risparmiarsela quest’ultima crociata. C’è il carattere, l’indole, l’impossibilità di dimettersi da se stessi, c’è il verso di chi si sente invincibile nonostante già oggi appaia vinto.

E poi, c’è il senso di responsabilità nei confronti di milioni di elettori, non solo i suoi, ma anche di quelli che non l’hanno mai votato, perfino quelli del Pd, che oggi vedono in Berlusconi un leader moderato e tutto sommato accettabile, che hanno capito troppo tardi che non era il peggio che poteva capitare.

C’è la necessità politica, la volontà di contarsi e di contare, di arginare una caduta che sancirebbe il dominio definitivo di Salvini sul centrodestra, molto più di quello che è stato fino ad oggi nell’Italia post-4 marzo. C’è tutto questo e molto altro ancora in quel “mi candido alle Europee”, c’è la paura legittima di scoprirsi finito e allo stesso tempo la necessità di saperlo, il coraggio di affrontarlo.

C’è il dovere, insomma e infine, di essere Berlusconi. Berlusconi fino in fondo.

Sì al nuovo referendum

Sarebbe curioso, oggi, sapere cosa pensa in cuor suo Nigel Farage, l’ex leader dello Ukip, dopo aver portato la Gran Bretagna sull’orlo dell’addio all’Unione Europea contribuendo a diffondere in giro un mare di frottole (fake news, per dirla alla maniera britannica). Farage, per chi non lo sapesse, è un amico di Di Maio e Salvini. Così, tanto per conoscere il personaggio.

Sarebbe bello, adesso, parlare coi teorici della democrazia diretta, di fronte ad una questione che è chiara, lampante, incontrovertibile: uscire dall’Unione si può, ma a discapito dei cittadini britannici. Certo, la sovranità popolare. Certo, il voto conta. Ma quasi tre anni di trattative inconcludenti hanno portato la Gran Bretagna ad un accordo svantaggioso.

Chiedere agli elettori: “Siete sicuri sicuri di voler uscire a queste condizioni?”, non sarebbe una scelta irrispettosa del voto di giugno 2016. Un nuovo referendum alla luce dei fatti, non delle fake news e delle previsioni. Piuttosto sui dati economici, sulle difficoltà di tenere unito il Paese, di restare sovrani (non sovranisti) sul mercato finanziario.

La morale della Brexit, di questa favola dai tratti tragicomici, è quella di una verità che arriva, magari non subito, ma comunque sempre. Non è mai troppo tardi per affermarla, per ammettere che si è mentito, che si è sbagliato. Serve trovare il coraggio, la consapevolezza che un passo indietro oggi equivale a cento salti avanti domani.

Silvio Berlusconi, che avrà tanti difetti ma che di politica estera ha sempre capito qualcosa, a dicembre, alla presentazione del libro di Bruno Vespa, disse:” Mi auguro che la Gran Bretagna possa rimanere dentro l’Unione Europea. Accendo una candelina tutte le sere affinché ci possa essere un nuovo referendum per rimanere in Europa”.

Non aveva tutti i torti.

Parto col folle

Nove minuti e 44 secondi a dir poco alienanti, in bilico tra la risata isterica e il pianto disperato. Perché rendersi conto che a decidere il tuo destino (anche) e quello di 60 milioni di italiani sono – almeno in parte – quei due figuri che muovono verso Strasburgo come fossero in gita scolastica è un colpo basso, sotto la cintura di una settimana che sarebbe potuto iniziare meglio. Decisamente meglio.

Mentre Di Maio guarda il cellulare e guida in autostrada, scopri invece che Di Battista, reduce dalla sua esperienza da avventuriero in Guatemala, ha avuto tempo per visitare anche la fabbrica di Tesla nella Silicon Valley, di appurare come in futuro l’uomo sarà sostituito dalle macchine. Bella scoperta. Per questo motivo, dice, serve il reddito di cittadinanza. Anzi no: il reddito universale.

Senza negare che il problema dell’automazione e della disoccupazione busserà tra qualche anno alla nostra porta, pensare che le grandi multinazionali – ovvero quelle che detteranno i tempi del turnover tra robot ed essere umani – avranno a cuore le sorti di miliardi di persone è un’illusione che non può essere scambiata per una visione. Al massimo, le stesse aziende che toglieranno il lavoro – spiega bene Simone Cosimi su Wired – forniranno l’essenziale per vivere, il necessario per evitare la rivolta e garantire la pace sociale. Concetto ben diverso dalla giustizia sociale.

Tutti i discorsi sul lavoro che nobilita l’uomo non trovano posto nell’auto che porta i dioscuri grillini alla conquista dell’Europa. E il sospetto che Di Maio sia al ministero del Lavoro con l’intento di abolirlo del tutto, alla fine del filmato resta. Del resto dal decreto Dignità in poi, ci sta riuscendo. Mica come con la povertà…

Buongiorno! Siamo in viaggio con Alessandro. Volete sapere dove stiamo andando? Collegatevi!

Pubblicato da Luigi Di Maio su Lunedì 14 gennaio 2019

I 5 motivi per cui Salvini non farà cadere il governo (ora)

Matteo Salvini dice che serve un chiarimento interno alla maggioranza dopo la decisione annunciata dal premier Conte di accogliere una parte dei 49 migranti della Sea Watch e della Sea Eye in procinto di sbarcare a Malta. Qualche nostalgico di centrodestra (Meloni su tutti) ha prontamente invitato il leghista a staccare la spina al governo. Qualche malinconico di centrosinistra spera sia l’occasione buona per mettere sotto la propria ala i grillini. Ma sono illusioni, speranze destinate a restare tali.

  1. Salvini non può far cadere il governo. Non ora, almeno. Non prima che quota 100 sia stata approvata. La Manovra è evidentemente un bluff, ma tirarsi indietro adesso renderebbe chiaro l’imbroglio. A tutti. Perfino a chi oggi vede in lui un nuovo Messia.
  2. Salvini non vuole far cadere il governo. Di nuovo: non adesso. Un’azione simile lo costringerebbe a tornare nell’alveo del centrodestra tradizionale. Con Berlusconi è finita. Il suo piano è un altro: vampirizzare Forza Italia alle Europee. Superare il berlusconismo senza troppi strappi. Meglio il veleno del coltello.
  3. Salvini dice di non guardare i sondaggi, ma sa che dopo un’ascesa di mesi, il trend positivo della Lega si è interrotto. E gli italiani gli perdonerebbero il sacrificio del governo sull’altare di una decina di migranti? La risposta è no.
  4. Salvini è furbo. Il vertice invocato dalla Polonia è solo l’ennesimo atto di propaganda elettorale di cui si serve. L’obiettivo è uno: accreditarsi come l’uomo forte che non cede davanti all’uomo nero. L’argine ultimo all’invasione, sempre secondo la sua narrazione.
  5. Salvini non ha bisogno di far cadere il governo. Per ora fa ciò che gli pare. Quindici migranti, magari in gran parte donne e bambini, sono un effetto collaterale che è disposto ad accettare. Vento nuovo, per gonfiare le sue vele populiste.

Una notte da premier

Prova ad uscire dall’inconsistente dimensione in cui l’hanno confinato, a bucare lo schermo e a smarcarsi dagli schemi rigidi che spettano ad un avvocato. Perché è pur vero che la linea difensiva spetta a lui, ma i due clienti, Di Maio e Salvini, hanno pretese precise, richieste chiare, che spesso non combaciano con ciò che l’uomo Conte vorrebbe dire.

Eppure negli studi di Porta a Porta, davanti ad un Bruno Vespa che lo tratta con rispetto, Giuseppe Conte potrebbe sembrare per qualche minuto il Presidente del Consiglio di un qualsivoglia governo di centrosinistra o di centrodestra. Certo, resta soprattutto sui temi economici la spocchia populista alimentata dall’irrealtà, ma è soprattutto sulla sensibilità che un governo dovrebbe avere che Conte prova forse per la prima volta dall’inizio della legislatura ad esercitare le funzioni che il suo ruolo prevede.

Succede quando si parla dei 49 migranti (finalmente in arrivo a Malta!), quando chiarisce che la politica del rigore sull’accoglienza non può essere minata da un’azione marchiata “col segno dell’eccezionalità”, quando risponde a tono (alleluia!) a Salvini che conferma i porti chiusi, annunciando di essere pronto ad andare a prendere i disperati con un aereo.

E’ un brivido fugace, probabilmente. Conte resta e resterà il vertice di un esecutivo populista e sbagliato. Un mediatore, un esecutore con scarso potere decisionale, ma il “mah” che gli rifila Salvini su Twitter è una medaglia di cui andare fieri. Giuseppe Conte, un giorno, potrà dire di aver vissuto una notte da premier. Una, almeno.