Salvini, falli scendere

diciotti

 

Sulla pelle di 177 migranti si consuma l’ennesimo sfoggio di muscoli del Presidente del Consiglio ombra. Matteo Salvini non ha rivali in questo governo. E forse nemmeno Mattarella ha più la forza di contrastare la brutta piega presa dall’esecutivo. Perché è un fatto, ormai, che l’intenzione del leghista sia quella di rendere normalità ciò che invece normale non è.

Un sequestro di persona plurimo “di Stato”, lo ha chiamato Saviano, che a volte con le parole esagera ma questa volta non è andato troppo lontano dalla realtà. Poiché da ormai sei giorni ci sono uomini, donne e bambini che dopo essere stati raccolti in mare non sono liberi di andare da nessuna parte: intravedono la libertà a pochi metri di distanza, in quel porto di Catania che pare messo lì come una cattiveria, lo guarderanno, lo sogneranno, ma non vi sbarcheranno.

E allora c’è da chiedersi pure il perché di questo atteggiamento. Perché se è chiaro che Salvini sulla partita della nave Diciotti si gioca la faccia, se è vero che il ministro dell’Interno non vuole arretrare di un millimetro proprio ora che l’estate volge al termine e i viaggi della speranza destinati a diminuire, lo è pure che in questo caos ci ritroviamo per un problema di natura politica.

Va detto senza paura di dare ragione ai populisti. L’Europa fino a questo momento è mancata. Senza alcun dubbio è mancata. Ma allora qualcuno ci dica perché, il giorno dopo il Consiglio Europeo di fine giugno, il premier Conte festeggiava euforico la soluzione del problema. Non aveva niente in mano, lui che non perde occasione per ricordarci di essere un avvocato abituato a ragionare sui documenti. C’ha raccontato che sarebbe bastato un impegno assunto su “base volontaria” a risolvere i problemi dell’Italia in materia di immigrazione.

Ha sbagliato lui. Così come adesso si vede che da nessuna parte ci porta l’asse sovranista in Europa di Matteo Salvini. Negli sforzi fatti dalla Farnesina per trovare una condivisione degli oneri dell’accoglienza dei 177 disperati, qual è stato il primo Paese che c’ha chiuso le porte in faccia? L’Austria. L’Austria di Kurz, l’amico di Salvini.

Ma se da una parte la politica può essere materia complicata, se dall’altra questo governo ha fatto l’impossibile per rendere l’Italia sempre più sola, resta il fatto che non possiamo perdere la nostra umanità. Saranno pure “migranti”, ma sono prima di tutto persone. E magari anche stavolta qualcuno mostrerà compassione. Forse pure oggi arriverà in soccorso del governo una voce umana, a dire che i disperati salvati da una nave “italiana” se li prende l’Europa. Forse. Ma non aspettiamo.

Salvini, falli scendere.

E vissero sovranisti e scontenti

erdogan turchia

 

Parla al cuore del suo popolo, il sultano Erdogan.

Anche nel giorno più difficile, quello in cui il crollo della lira turca nel raffronto col dollaro è impietoso, le parole d’ordine sono quelle che tengono unita una nazione. E allora nell’ora più buia il Sultano suona la carica:”Se loro hanno i dollari, noi abbiamo dalla nostra la gente, la giustizia e Dio!“.

C’è l’evocazione di un nemico straniero, il richiamo alla fede, l’insinuazione di una regia occulta che trama contro gli interessi della Turchia, il solito schema dei cattivi che vogliono rovesciare il volere del popolo sovrano.

Scampato miracolosamente al golpe del 2016, il Sultano è riuscito a ribaltare la situazione a proprio vantaggio: purghe, arresti, violazioni dei diritti umani. Il dissenso in Turchia, se c’è, adesso è sopito, domato, chissà fino a quando.

Erdogan c’è riuscito perché ha siglato un patto neanche troppo silenzioso con la sua gente: datemi il potere, vi darò la ricchezza.

Ma che succede se la lira turca da gennaio ad oggi perde il 30% del suo valore? Cosa capita se le imprese, le banche, sono costrette a ripagare i loro debiti in valute estere con una moneta che di giorno in giorno vale sempre meno? Di più: come la mettiamo se a furia di stampare moneta, di farne circolare sempre di più tra la gente, il denaro perde di valore?

Questa volta non c’è l’euro con cui prendersela, nessuna banca centrale cattiva, nessun burocrate amante dell’austerità. No, la Turchia non fa parte di un’unione monetaria. Ha tutta la sovranità di cui ha bisogno. Semplicemente l’ha messa tra le mani del Sultano, che l’ha usata per garantirsi il potere, la rielezione a Presidente/Sovrano, la possibilità di circondarsi di persone a lui gradite (un po’ come il genero designato ministro dell’Economia).

Una lezione per chi dice che da soli si sta meglio. Anche in Italia.

Il rischio è questo: fare la “fine” della Turchia.

Vivere tutti sovranisti e scontenti…

Quel che Marchionne ci lascia

sergio marchionne

 

Nel giorno in cui Sergio Marchionne dice addio al mondo resta un senso di irrisolto, un nodo che stringe la gola anche a quelli che il grande manager non l’hanno conosciuto, che di macchine e finanza poco si interessano.

Dietro quegli occhiali c’era uno sguardo vispo, intelligente sempre. C’erano gli occhi di un italiano vero, quelli di un figlio di carabiniere, quelli di un bambino poi cresciuto, che alla sua terra ha pensato come tutti gli emigrati: da innamorato.

E allora basta, silenzio per un po’. Perché chi dice che ha svenduto la FIAT all’estero non sa o finge di non sapere che senza Marchionne la FIAT di Torino avrebbe chiuso i cancelli. Il Novecento è finito, purtroppo o per fortuna, e Marchionne ha dimostrato che l’Italia, la piccola Italia, poteva mettersi in gioco nel mondo globalizzato, vincere la sfida dell’internazionalizzazione, a testa alta, senza complessi di inferiorità nei confronti di nessuno.

La morte di Marchionne lascia un sapore amaro. Come quella di qualcuno che va via all’improvviso. Di chi se n’è andato troppo presto, almeno agli occhi di chi resta. Viene percepita dal Paese come una perdita pesante. Più dei 4 miliardi e rotti che il titolo di FCA ha perso oggi in Borsa. Marchionne è valso più dei soldi che ha prodotto per il gruppo Agnelli, più dei posti di lavoro che ha creato, delle sfide che ha vinto, degli obiettivi che ha raggiunto.

Sergio Marchionne, quello accusato di aver tolto l’italianità da FIAT, è stato più italiano di quelli che oggi urlano “prima gli italiani” e ci rendono più deboli. Sergio Marchionne è stato un gigante. Se n’è andato in silenzio. Ma le orme dei suoi passi sono ben visibili oggi. E lo saranno anche domani.

Un sorriso ironico, una battuta tagliente, uno sguardo illuminato sul futuro. C’è anche questo, tra quel che Marchionne ci lascia.

Senza Fiat…o

marchionne

 

Quel maglione blu, sempre e comunque. Un vezzo stilistico, un’impronta caratteriale. Un po’ come l’orologio sulla camicia di Gianni Agnelli. Tanto sempre di Fiat parliamo. Anche se oggi si chiama FCA. Cambia poco.

E fa strano, ma di Sergio Marchionne già si parla come non ci fosse più. Evidentemente la gravità delle sue condizioni di salute è tale da riservargli questo trattamento.

Di questo signore che fino al 2004 non era nessuno, poi è stato così tanto da dare fastidio a molti, da ieri si parla ovunque. Quelli che come lui li chiamano “visionari”. Hanno la capacità di andare oltre, di vedere qualcosa che sta dopo l’orizzonte.

Non è stato infallibile, ha fatto i suoi errori. Il Sergio Marchionne manager ha avuto il suo caratterino. E per questo è stato odiato, insultato, diffamato. Succede anche in queste ore. Succede anche adesso che viene dato in lotta per la vita, ma più vicino alla morte. I cretini, i cattivi e gli ignoranti non mancano mai.

“Io mi sento molte volte solo”, diceva, ma il suo esempio di uomo solo al comando era forse il migliore possibile. Un capo pieno di idee, di consigli, un industriale proiettato nel futuro ma radicato nel passato.

La dimensione della sua grandezza non la danno soltanto i numeri delle aziende che ha guidato finché ha potuto. E neanche l’autonomia che ha dimostrato da Confindustria e dai sindacati, né le scommesse che ha vinto convincendo il mercato e gli operai della bontà delle sue intuizioni.

No, forse più di tutto ce la dà il senso di smarrimento provato ieri alla notizia del precipitare delle sue condizioni. Quell’italiano apparentemente un po’ antipatico, quello che ogni tanto spuntava in tv per dire la sua, quello che ha conquistato l’America, sì, Marchionne dai, sta male. Così male che forse muore.

E ci dispiace. Perché neanche ciò ch’è stato lo mette al riparo dalle buche disseminate sulla strada della vita.

Restiamo così, senza Fiat…o.

Il “naufragio” del piano di Salvini sui migranti

salvini libia

 

Forse davvero, Matteo Salvini, ha creduto che sarebbe bastato recarsi in Nord Africa per risolvere il problema immigrazione. Forse realmente, per un po’, ha coltivato l’idea che i suoi predecessori fossero tutti degli inetti. Forse, infine, veramente ha sperato che anche sulla riva opposta del Mediterraneo parlare alla pancia, solleticare l’orgoglio nazionale, avrebbe portato i suoi risultati. E allora, cari libici, non statela a sentire la Francia di Macron. Quelli pensano ai soldi, noi italiani invece…vogliamo semplicemente che ve ne stiate qui, buoni e tranquilli, che non ci diate troppo fastidio. E state sereni, che in un modo o nell’altro un accordo lo troveremo…

Ma la Libia sarà pure un Paese senza guida salda, sarà sicuramente un posto in cui oggi c’è al-Serraj, domani il generale Haftar, e dopodomani chissà, ma era ovvio, pressoché certo, che alla richiesta di Salvini di aprire sul suolo libico centri di accoglienza dove smistare chi ha diritto all’asilo e chi no, la risposta sarebbe stata negativa.

La motivazione l’ha fornita il premier Fayez al-Sarraj, tra l’altro l’unico riconosciuto dalla comunità internazionale, che molto candidamente si è detto sorpreso che “mentre nessuno in Europa vuole più accogliere i migranti, a noi chiedono di riprenderne altre centinaia di migliaia“. Come dargli torto?

Alla fine, quindi, la Libia affonda il piano di Salvini di gestire la “pratica” immigrazione fuori dall’Europa. La risoluzione del consiglio europeo di giugno, quella che prevedeva centri di rimpatrio nei paesi Ue su base volontaria, è stata rinnegata un attimo dopo aver suscitato l’entusiasmo di Conte. Il regolamento di Dublino è rimasto al suo posto. La missione Sophia non verrà ridiscussa prima della fine di settembre.

Se non è un naufragio questo, poco ci manca. Serve cambiare rotta, qualcuno a lo dica a Salvini, lo scafista di questo governo alla deriva.

O si fa l’Europa o si muore

trump putin

 

Ciechi a tal punto da non vedere che siamo troppo piccoli per contare qualcosa da soli. Così ottusi da pensare che in geopolitica valga il principio secondo cui chi fa da sé fa per tre. No, non funziona così, cara Italia rissosa e autolesionista, caro governo che tratti l’Europa come fosse un fardello, un peso da cui liberarsi al più presto.

Non siamo l’America di Trump. Non siamo la Russia di Putin. Loro sì, che hanno più di una ragione per fare i sovranisti. Si bastano da soli. Non hanno bisogno di aiuti altrui, semmai sono necessari a tutti gli altri. E lo hanno capito così bene che pur sapendosi diversi hanno deciso di stringersi la mano, di guardarsi negli occhi, di tentare di archiviare – forse davvero – quel po’ di ghiaccio ereditato dall’iceberg mastodontico che fu la Guerra Fredda.

Gli esperti la chiamano realpolitik, cioè una politica basata sugli interessi del momento, sulla realtà circostante, alla faccia dei principi, delle ideologie, delle differenze e delle diffidenze. Putin in questo è stato un maestro: ha approfittato delle indecisioni di Obama per prendersi il Medio Oriente. Trump per il momento fa l’opposto di Barack ogni volta che ne ha l’occasione, e questo gli basta per pensare di essere nel giusto.

Ma se Washington e Mosca pensano ad un Nuovo Ordine Mondiale, a come spartirsi fette di terra e sfere d’influenza senza pestarsi i piedi, tra Occidente e Oriente sta un Continente mai così “Vecchio” come in questi anni, vittima degli egoismi e dei nazionalismi, dei sovranismi autolesionisti e dei ras di quartiere che studiano da aspiranti dittatori.

Svegliarci tutti, capire i nostri limiti, che o ci aggreghiamo o diverremo Paesi satelliti. Qui o si fa l’Europa o si muore.

Sono solo parole

salvini parole

 

Se fare politica fosse il racconto delle proprie giornate, dire con chi si è parlato, cosa si è chiesto, a che si è pensato, allora sì,  Matteo Salvini sarebbe il miglior politico in circolazione. Peccato che fare politica significhi amministrare, decidere, rischiare, gestire, ascoltare, risolvere i problemi della gente. In pratica tutto l’opposto che parlare.

Ed è in questo equivoco persistente, tra il racconto che Salvini dà della sua azione e quello che realmente ottiene, che sta lo scarto tra il comunicatore e il politico. Perché a vederlo su Facebook, a guardarlo in tv, a sentirlo in radio, il Matteo leghista sembrerebbe aver risolto buona parte dei problemi dell’Italia, parrebbe aver finalmente preso in mano il dossier migranti (da lui raccontato come un’emergenza). Eccolo, insomma, l’uomo del destino, l’eletto dalla storia perché la scriva.

E invece la realtà è che cambiano i modi e i toni, ma pure con interlocutori a lui affini come il tedesco Seehofer e l’austriaco Kickl, il nostro ministro dell’Interno torna dal vertice europeo senza avere in mano un risultato che sia uno. Il fatto è che l’Italia ha priorità che per Germania e Austria sono al massimo note a margine. E viceversa.

E allora dell’elenco di Salvini: “Ho chiesto un impegno sulle espulsioni, ho chiesto collaborazione economica per il controllo delle frontiere a sud della Libia, ho chiesto la revisione delle regole di ingaggio, ho chiesto più uomini e mezzi per raffrontare Frontex sulle frontiere esterne dell’Ue e l’avvio di un percorso per stabilire un’autorità della Libia sulle acque di sua competenza per arrivare a riconoscere i porti libici come sicuri“, di questa serie di “ho chiesto”, di questa letterina a Babbo Natale cosa resta se poi nessuno queste proposte le accetta?

Cosa resta se in una riunione tra sovranisti la formula preferita è “prima gli italiani”, “prima i tedeschi” o “prima gli austriaci”?

Restano i proclami, le dirette Facebook, le promesse senza scadenza.

Una cantante diceva: “Sono solo parole“.

Ha ragione Berlusconi, sui migranti e sull’Europa

berlusconi sorriso

 

Lo rimpiangono in tanti, in Europa. E in Italia qualche altro sta iniziando. Era meglio Berlusconi, ripetono sottovoce. Perché alla fine il pregiudizio resterà sempre. Pochi avranno il coraggio di dirlo pubblicamente. Ma il nemico di un’epoca non era il demonio che tutti dipingevano.

Basta leggere la lettera sull’Europa e sui migranti inviata al Corriere da Berlusconi in persona, per rendersi conto che alzare la voce come fa Salvini non serve. Andare al muro contro muro, se la tua parete è la più debole, a cosa serve se non a farti crollare?

Il Cavaliere scopre una terza via, tra il buonismo e il cattivismo. Si possono aiutare i disperati, senza rimetterci. Si possono difendere gli interessi nazionali, senza per questo isolarsi.

Per questo motivo, se è vero che “il nostro Paese non è più disposto ad essere il ventre molle d’Europa, e a doversi far carico da solo dell’emergenza migratoria, in nome di una retorica dell’accoglienza tanto astratta quanto pericolosa“, d’altra parte lo è pure che “se può essere giusto battere i pugni sul tavolo, anche a difesa della dignità nazionale, la politica estera del nostro Paese non può ridursi ad un’esibizione muscolare che non saremmo neppure in grado di sostenere“.

L’uomo di Arcore enuncia un principio di realtà: “Senza l’Europa, o contro l’Europa, i problemi si aggravano, non si risolvono“. Un messaggio diretto prima di tutti a Salvini, soprattutto quando Berlusconi ricorda che “non tutti coloro che sembrano difendere i nostri stessi principi sono in realtà nostri alleati“, con espresso riferimento al blocco di Visegrad e al tedesco Seehofer (gli amici di Salvini), proprio gli stessi che si oppongono al ricollocamento dei migranti che arrivano in Italia.

Buon senso, realismo, moderazione, dignità, europeismo. Cinque concetti semplici, che appaiono oggi rivoluzionari.

Anche su queste basi si fonda la differenza tra Berlusconi e Salvini, tra politica e propaganda, tra centrodestra a guida moderata e centrodestra a trazione leghista.

Un esempio lampante di come non sempre, nella vita, la via nuova sia preferibile alla vecchia.

Un vaccino contro Salvini

salvini

 

Quindi a cos’è servita, alla fine, la vicenda Aquarius? L’annunciata chiusura dei porti italiani, il calvario dei migranti, la guerra diplomatica che mette a rischio l’esistenza dell’Europa: quale problema ha risolto, quale soluzione ci ha garantiti? All’indomani della vicenda scrissi: ha vinto solo Salvini. Lo scriverei di nuovo.

Ma il leghista, che ama farsi chiamare dai suoi “il Capitano”, più che un generale stratega è un maestro dell’improvvisazione. Segue l’istinto, spesso con profitto. Ma quando governi un Paese come l’Italia non puoi permetterti di giocare a dadi ogni volte. Prima o poi becchi un doppio uno e sei fuori dal tavolo.

Così se è vero che dal pugno duro in mare aperto Matteo Salvini ha ottenuto un bonus di voti alle amministrative e si è accreditato come il dominus di questo governo, lo è pure che a pagare il conto più salato è proprio l’Italia. Perché dalla sua postazione strategica, trovandosi al centro della grana che lui stesso ha fatto scoppiare, Salvini ha il potere di indirizzare il Paese su un binario scosceso che può portare al precipizio.

L’alleanza con Visegrad, con quei Paesi che respingono l’idea di prendersi una parte dei migranti che sbarcano in Italia, è spiegabile soltanto con la volontà di Salvini e dei suoi partner di spaccare e spacchettare l’Europa. Il nazionalismo a prescindere, dunque. Convinti – a torto – che si sta meglio soli che male accompagnati.

Se non fosse che senza Europa – a meno che tu non sia la Germania, da tempo abituata a ragionare da entità distaccata – sei destinato a diventare poco più che un Paese satellite. Resta solo da capire di chi. Per l’alzata d’ingegno – e di cresta – di Salvini, a rischio c’è perfino Schengen. La libera circolazione dei cittadini e delle merci: che detta così non dice nulla, ma nella pratica significa ritardi negli spostamenti, negli acquisti online, lentezze nei viaggi, nella vita quotidiana di milioni di persone. Disagi, problemi, fastidi. Peccato.

E la triste realtà, forse, è che per capire cosa stiamo perdendo dovremo andarci a sbattere. Per qualche tempo ancora saremo ostaggi di Salvini. Dovremo prima ammalarci, per debellare il virus. A proposito di vaccini, faremmo bene a svilupparne uno contro di lui.

5 domande per Matteo Salvini

salvini porta a porta

 

Matteo Salvini viene descritto in questi giorni come un animale politico infallibile, l’uomo del destino, il salvatore della patria che l’Italia aspettava da chissà quanto tempo. Io non lo credo. Ma se solo rispondesse a queste domande, forse potrei pure iniziare a farmi un’idea diversa. Ci provo? Dai, gliele faccio.

Caro ministro, il meccanismo di ricollocamento dei migranti che tanto ossigeno garantirebbe all’Italia va troppo a rilento. Ha ragione. Mi sfugge però un passaggio. L’Austria ha accettato di prendersi in tutto 44 ( per sicurezza mi ripeto, quarantaquattro) richiedenti asilo sbarcati sulle nostre coste. La Polonia zero. La Repubblica Ceca zero. La Slovacchia zero. L’Ungheria zero.

Domanda numero 1:  Perché lei fa l’amicone con l’Austria di Kurz, l’Ungheria di Orban, insomma con Visegrad, se proprio loro non ci aiutano?

Caro ministro, da quando ha messo piede al Viminale ha impostato una lotta sfrenata al fenomeno migratorio. Si dirà: è per questo che è stato votato. Giusto. Lei però è a conoscenza del fatto che dal 2017 al 2018 il numero degli sbarchi è sceso del 77,44%.

Domanda numero 2: Perché soffia sulle paure degli italiani descrivendo un’emergenza che non esiste? Non crede che ci guadagnerebbe pure lei facendo meno demagogia e dedicandosi ad una “gestione” del fenomeno senza strepiti? 

Caro ministro, le sue parole sulla necessità di compiere un censimento sui rom sono state oggetto di critiche. Schedare una parte di popolazione in base alla propria etnia capirà che è quanto di meno costituzionalmente corretto ci si possa attendere da un ministro della Repubblica. Voglio però venirle incontro.

Domanda numero 3: Le hanno detto che un rapporto – che è diverso dal censimento – sulla presenza della popolazione rom in Italia è stato già stilato dall’ISTAT nel 2017? Se vuole può consultarlo, le lascio il link.

Caro ministro, nelle ultime ore ha messo in dubbio l’opportunità che a Roberto Saviano spetti la scorta. Sicuramente ha fatto una battuta. Come ha avuto modo di ricordare lei stesso durante una diretta Facebook, Saviano è l’ultimo dei suoi problemi in questo momento.

Domanda numero 4: Non crede sarebbe meglio passare il tempo – come ha detto di voler fare – a combattere mafia, camorra e ‘ndrangheta, anziché mettere in dubbio la funzione di chi la criminalità organizzata la combatte? Lei dice che preferisce i fatti alle parole: ma Saviano è un giornalista, uno scrittore, cosa deve fare? Presentarsi a Casal di Principe pistola in pugno?

Caro ministro, io ho finito. Ho solo un ultimo quesito.

Domanda numero 5: Mi risponde?