La sola cosa da fare per salvare la Siria

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Il giorno dopo il bombardamento condotto sulla Siria da Stati Uniti, Francia e Regno Unito, la domanda che ricorre più spesso è la seguente: e adesso?

Adesso stiamo a vedere, rispondono pure gli addetti ai lavori. Perché come spesso accade quando si tratta di Medio Oriente ciò che vale oggi potrebbe non valere domani.

Ci sono però dei punti certi, dati di fatto di cui bisognerebbe prendere atto.

  • Trump ha condotto un attacco mirato sulla Siria e ha ottenuto un doppio risultato: tenere fede alla promessa di punire Assad dopo l’uso di armi chimiche sui civili ed evitare lo scontro frontale con la Russia di Putin.
  • Assad resterà ancora a lungo il leader della Siria. Parliamo di un tiranno, di un dittatore. Non c’è altro metodo per definire un personaggio che bombarda il suo stesso popolo. Ma la verità è che l’occasione per spodestarlo è andata persa qualche anno fa. Obama ha avuto il match point e lo ha mancato: aveva minacciato il presidente siriano che non avrebbe tollerato l’uso di armi chimiche sulla popolazione: la famosa red line. Non ha dato seguito alle sue minacce e ha consentito l’inserimento nella regione di Putin, di cui Assad è diventato il protetto.
  • Preso atto che il regime change è ormai impossibile da praticare, l’Occidente faccia un bagno di realtà. Assad lì è e lì rimarrà. Si può solo sperare di condizionarlo affinché faccia meno danni. E l’unico soggetto da cui Assad prende ordine si chiama Vladimir Putin. Domanda: servono a qualcosa – se non ad inasprire il contesto – le sanzioni nei confronti della Russia? Altra domanda: l’Onu serve ancora a qualcosa o è un Palazzo di Vetro nel senso che può spaccarsi al minimo urto.

In sintesi c’è solo una cosa da fare per salvare il salvabile in Siria. Che non farà piacere agli idealisti e non è forse nemmeno quella moralmente più giusta. Parlare con Putin.

Mettersi al tavolo con la Russia, piuttosto che con Assad. Accordarsi con lo Zar consapevoli delle proprie differenze, ma assicurandosi che il conto di una guerra che ha provocato finora mezzo milione di morti (mezzo milione, sì) non diventi sempre più salato.

Questo è ciò che si dovrebbe fare. Se volete sapere ciò che verrà fatto allora avete sbagliato articolo…

Guerra in Siria: brillava una cometa nel cielo

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Squarcia la notte una luce nel cielo di Damasco. E non è una cometa, una stella cadente che dona speranza. Piuttosto è portatrice di morte e distruzione. E’ arrivata la guerra in Siria. Anzi, forse c’è sempre stata.

Proprio quando sembrava scampato il pericolo, quando retroscena ben informati parlavano di un tempo lungo per venire a capo della crisi, gli Usa e gli Alleati bombardano Damasco. Un memento volto a ricordare che Trump non è Obama: c’è una linea rossa e non si può varcare.

Nel mirino dei 120 missili che piovono dal cielo ci sono le fabbriche di armi chimiche. Ma nella notte di Damasco che serve a punire Assad il dittatore viene colpito pure qualche civile. La morte porta sempre altra morte. Così fanno paura le parole di Putin, il leader che avvisa che la Russia non starà a guardare. Il dubbio che siamo solo all’inizio.

Ma se questa parte del mondo si risveglia e apprende delle bombe in Siria. Da quell’altra parte il bombardamento c’è stato, invece.

Era una notte silenziosa, brillava una cometa nel cielo.

La Terza Guerra Mondiale è in Siria: e buonanotte all’Italia…

 

C’è una specie di patto, che i potenti del mondo hanno stipulato alcuni anni fa: non si usano armi chimiche. Un po’ come dire che non è vero che in guerra tutto è lecito. C’è modo e modo di uccidere.

In Siria questa regola non vale più. L’esercito di Assad – dicono gli americani – ha sganciato su Duma un attacco con armi chimiche che ha provocato 100 morti, tra cui donne e bambini.

Il regime, appoggiato da Putin ed Erdogan, nega: “Abbiamo già vinto, che motivo avremmo di provocare?“, il succo della linea di Damasco.

La risposta è la seguente: Assad vuole fiaccare i pochi ribelli che ancora si ostinano a combattere. Di più: sfida Trump ad un anno esatto dal raid americano avvenuto – guarda caso – dopo un altro attacco chimico sui civili.

Ed è in questo gioco di morte e distruzione che rischia di scoppiare la Terza Guerra Mondiale. Proprio nella Siria dimenticata, nel conflitto che ci indigna solo quando vediamo le foto dei bambini morti sotto i bombardamenti, c’è la possibilità che Trump vada al braccio di ferro con la Russia.

Sfoga la sua rabbia su Twitter, The Donald: “Pagheranno un caro prezzo“. Peccato che dall’altra parte ci sia una potenza che può permettersi di tenere testa a chiunque, se si parla di capacità militari: “Un intervento sulla base di falsi pretesti in Siria dove opera nostro personale è assolutamente inaccettabile e può innescare conseguenze gravissime“, fanno sapere da Mosca. Tradotto: se attaccate ve ne assumete le responsabilità. Può semplicemente succedere di tutto.

Se Trump agita il pugno, Putin mostra i muscoli. Assad è sempre più saldo al comando, non sarà spodestato. Erdogan ha una strategia per ogni occasione, cambia alleato a seconda delle sue convenienze. L’Iran regna il Medio Oriente. Israele è sempre più isolata, Usa a parte. L’Europa? Dorme. Se non fosse che Macron ha deciso di assumerne la guida e di accodarsi a Trump. L’Italia? Sogni d’oro…

Erdogan schiaffeggia Macron: il Sultano non prende ordini da Napoleone

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Agita il dito, Erdogan. Nessuno pensi di poter parlare a quel modo, davanti al Sultano.

Si rivolge ai parlamentari del suo partito. E loro applaudono, ogni volta che la sua invettiva si interrompe, quando la pausa sottolinea che è arrivato il momento di farlo.

Cosa dice la platea? Applaude convintamente. Forse deve farlo. Ma poco importa, perché applaude. E certifica l’immagine di un sovrano mitizzato, di un regnante che non accetta consigli, neanche da un capo di stato come Emmanuel Macron.

Ma chi sono mai questi francesi? E chi crede di essere questo novello Napoleone Bonaparte, per parlare così al mio cospetto? Non lo nasconde il suo fastidio, Erdogan. Prova un certo piacere nel rimarcare che col giovane dominus di Francia ha usato toni bruschi, che lo ha fermato quando dalle sue labbra sono uscite parole “strane“, prospettive inconciliabili col suo volere, accordi coi curdi che lui considera terroristi, con una Francia a fare da intermediaria per un dialogo che coinvolga ufficialmente la “sua” Turchia.

Macché. Il Sultano ordina, non parla. Pensa a se stesso come ad un semi-Dio, e l’essere sopravvissuto ad un colpo di Stato lo ha rafforzato in questo convincimento. Così nessuno, neanche Macron, il giovane leader che vuole guidare l’Europa, può permettersi di dirgli cosa fare coi curdi. Ad Afrin, ormai da settimane, ha dato il via ad una guerriglia ribattezzata “ramoscello d’Ulivo“. Vuol portare a suo modo la pace, Erdogan. Ma solo per sé e per il suo popolo. Non per gli altri.

E mai acconsentirà che all’enclave curda venga dato un riconoscimento, una parvenza di territorio con dei confini certi: perché rappresenta un pericolo, una minaccia alle porte di Ankara. Ed Erdogan, dal luglio in cui ha rischiato di morire, ha smesso di porre fiducia in qualcuno che non sia lui. Si limita ad eliminare il dissenso: coi professori, i giornalisti, gli attivisti. Il Sultano semina la paura per raccogliere il rispetto.

Così, in tono sprezzante, domanda: “Chi siete voi per parlare della mediazione fra la Turchia e un’organizzazione terroristica? Da quando in qua la Turchia si siede a un tavolo con un’organizzazione terroristica? La Francia sta andando molto al di là dei limiti“.

Sfida l’Occidente, tiene in pugno l’Europa, che da un momento all’altro potrebbe vedersi invasa dai profughi siriani che Erdogan ha accettato di tenere all’interno dei suoi confini.

Ma intanto schiaffeggia Macron. Il Sultano non prende ordini. Neanche da Napoleone.

La giusta fine di Nicolas Sarkozy

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Nicolas il viscido, Nicolas il traditore. Sarkozy l’arrivista, Sarkozy il malfattore. L’ex Presidente della Repubblica francese in stato di fermo: “mon Dieu“, perché non ci stupisce?

Eletto grazie ai soldi di Gheddafi, il capo della Libia che ha sbagliato a fidarsi di lui. Sarkozy che cambia idea troppo spesso, Sarkozy lo scostante: Sarkozy che voleva essere il nuovo Napoleone, e allora sapete che c’è? Ha pensato bene di bombardarlo il Colonnello, di fomentare la rivolta dei suoi oppositori, di contribuire all’uccisione del suo vecchio finanziatore.

Sarkozy e quell’ossessione per la grandeur perduta, ma mica da lui (che grande mai lo è stato), semmai dalla Francia. Sarkozy il leader ad ogni costo: appunto, persino pagando. Nicolas il presenzialista, mai una volta dietro le telecamere: sempre davanti, sempre pronto a prendersi la scena. Con quel sorriso che per un po’ ha intrigato i francesi, poi li ha irritati, disgustati.

Sarkozy non più affascinante, se non per Carla Bruni. E qualcuno ci dica se l’accento dobbiamo metterlo oppure no sul cognome dell’ex prèmier dame. Se la Bruni è Carla l’italiana o Carlà la francese, che la signora cambia idea a seconda delle circostanze, un po’ come il marito. Lo scorbutico, suscettibile, maleducato Sarkozy. Quello che al G20 di Cannes inveì contro il presidente greco che rischiava la bancarotta, dimenticando le regole del buon padrone di casa.

Sarkozy il cugino infido dell’Italia. Sarkozy, sempre lo stesso, quello del sorrisino malizioso con Angela Merkel che mise in ginocchio la credibilità di Berlusconi dentro e fuori i confini nazionali.

Sarkozy, il cattivo. L’uomo che voleva farci distruggere dal Fondo Monetario Internazionale, presieduto guarda caso da Christine Lagarde, la francese che in una lettera passata alla storia scrisse al suo Presidente:”Usami per il tempo che ti serve“. Ci salvò Barack Obama, che in un vertice drammatico se ne uscì con una battuta dai toni cinematografici:”I think Silvio is right“, “Penso che Silvio ha ragione“.

Ma resta sullo sfondo il suo ghigno malefico. Sarkozy sul piedistallo, Sarkozy che adesso non ride più. Sarkozy che stavolta è finito. Rien ne va plus, adieu Nicolas.

Putin zar di Russia: l’Orso è uscito dal letargo e nessuno può fermarlo

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Nelle oltre 700 stanze del Palazzo del Cremlino, nel cuore di Mosca, Vladimir Putin si sente a casa. Non è un caso che lo chiamino Zar.  Pensa come un sovrano, agisce da Re, e soltanto oltre i confini della Grande Madre Russia si presenta come un leader democratico, quel tanto che basta ad evitare rogne con la comunità internazionale.

Ama pensare a se stesso come all’uomo sempre e comunque dal lato giusto della Storia, diffonde un culto della personalità spudorato, presentandosi al suo popolo come un unto dal Signore, un eletto (e senza brogli). E a proposito di elezioni, non ci vuole un esperto di politica estera per dire che domenica, alle presidenziali 2018, a trionfare sarà lui: l’eterno Vladimir, l’ex agente del KGB, il campione di judo, l’uomo più potente del mondo. Nessun candidato ha la forza per mettersi di traverso. E se qualcuno mostra delle potenzialità viene messo fuori causa prima: si veda Navalny, arrestato con l’accusa di corruzione.

Del resto Vladimir Putin è uomo deciso: è l’ex bambino che ancora scolaro si recò in una sede dei servizi segreti per chiedere come entrare a far parte del KGB. Alcuni funzionari gli risposero di rigare dritto e di studiare legge: e lui così fece. Il destino volle che fosse proprio Putin, a Dresda, nel palazzo della Stasi (la famigerata polizia segreta della Germania comunista) a difendere il Kgb e l’Unione Sovietica in procinto di crollare assieme al Muro di Berlino.

Dinanzi a migliaia di manifestanti pronti a forzare i cancelli, Putin imperturbabile disse: “Ho 12 pallottole. Una la lascio per me. Ma compiendo il mio dovere, dovrò sparare“. 

Ma nella fedeltà alla Grande Madre Russia si riscontra un tratto tipico della personalità di Putin: il senso di lealtà. Uomo fidato di Anatoly Sobchak, primo sindaco democratico di San Pietroburgo (oltre che suo ex professore universitario), quando questi venne sconfitto alle elezioni Putin rifiutò l’abboccamento del vincitore: “Meglio essere impiccati per fedeltà che essere ricompensati per tradimento“, disse.

Personaggio controverso, uomo dalle mille facce, Putin è all’occasione il miglior amico dell’Occidente e il suo peggiore incubo. Russia alleata privilegiata nella lotta al terrorismo islamico, ma anche unico motivo d’esistenza della NATO; Russia mediatrice con la Corea del Nord, ma pure elemento destabilizzante quando si tratta di Medio Oriente; Russia che apre i rubinetti del gas per l’Europa, ma che forse usa il nervino per uccidere le spie in Inghilterra. Russia croce e delizia, Russia “rebus avvolto in un mistero che sta dentro ad un enigma“, come disse Winston Churchill.

Mosca tornata centrale grazie a Putin figlio di nessuno: papà comunista che guidava i sommergibili contro i nazisti, mamma operaia semplice. Ha fatto gavetta, scalato posizioni, mantenuto le sue conquiste. Adesso, dal Cremlino, vede il mondo come una scacchiera. Muove i pezzi con disinvoltura, ben consapevole che nessuno al mondo può pensare di sfidarlo sperando di uscire vincitore dal conflitto. Del resto Vladimir sa come si fa: “La strada a Leningrado, cinquant’anni fa, mi ha insegnato una lezione: se la rissa è inevitabile, colpisci per primo“. Putin è questo: l’Orso russo è uscito dal letargo.

Trump incontra Kim: saluti e baci (e ci salvi chi può)

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Faccia a faccia tra potenti. Prova di forza, incontro d’affari. Gabbia di matti. Chiamatelo come volete l’incontro fra Donald Trump e Kim Jong-un, ma una cosa è certa: da qui a poco si fa la storia. Nella stessa stanza, il prossimo maggio, si troveranno di fronte l’uomo più potente del mondo (ma occhio a Putin che avanza) e quello che gli ha tolto il sonno nell’ultimo anno e mezzo.

Usa e Corea del Nord, mai così vicine. Al punto che si fatica pure a determinare il luogo dell’incontro. Perché uno, Kim, non è mai uscito dalla sua Corea. Mai una visita ufficiale, un viaggio da Capo di Stato, nulla. L’altro, The Donald, dopo aver spalancato un portone al dittatore non può rischiare di andarlo a trovare in casa propria, incappando magari in un Kim che si alzi quel giorno di pessimo umore, faccia saltare il banco, gli rifili uno schiaffo diplomatico e sancisca la sua fine politica.

Così l’inquilino della Casa Bianca non avrà modo di osservare da vicino il “grosso pulsante nucleare” posizionato sulla scrivania di Kim. Quello con cui il Capo di Stato nordcoreano ha terrorizzato non solo gli Usa, ma soprattutto Corea del Sud e Giappone. Perché ormai è chiaro, verificato, certo: il dittatore ha i missili e possono arrivare lontano. Ne è la prova proprio l’incontro di maggio, annunciato da Trump su Twitter (e dove sennò?).

A Washington hanno preso atto che la Corea del Nord è a tutti gli effetti una potenza nucleare. Sedersi al tavolo col nemico significa riconoscerlo come un problema, ma anche accreditarlo come interlocutore. E qui entrano in gioco Trump e il suo desiderio di scrivere la storia. Quella voglia di ottenere un riconoscimento universale, di smentire chi dall’inizio lo ha bollato come un tamarro arricchito.

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E in questa sorta di deficit emotivo, in questo atteggiamento tipico del bullo che picchia duro perché non si sente accettato, l’uomo di New York trova sponda nel leader di Pyongyang. Anche lui desideroso di approvazione, al punto di aver sfidato il mondo intero: costruendo missili, aprendo lager nel Paese per sopprimere i pochi che si azzardavano a mettersi di traverso, arrivando a giustiziare uno zio e ad uccidere il fratello maggiore col gas nervino. Zero scrupoli, molti calcoli.

E scordatevi che Kim accetti di arrivare negli Usa. Si sente braccato in patria, al punto di limitare i suoi (pochi) spostamenti alle ore precedenti al sorgere del sole. Teme di essere vittima di attentati, di finire avvelenato. Figurarsi se deciderà di mettere piede a Washington, dove qualcuno un attimo dopo l’atterraggio potrebbe ammanettarlo. E a quel punto chi s’è visto s’è visto. Tanti saluti alla guerra nucleare e ai missili, che nessuno in Corea del Nord avrebbe più il coraggio di sganciarli.

Per cui teniamoci forte, allacciamo le cinture di sicurezza, ma controlliamo pure che il seggiolino eiettabile funzioni a dovere. Trump e Kim. O Trump contro Kim. Ma magari Trump con Kim. Magari, sì…

Ratzinger, così se ne va un Papa

Non ha mai amato il troppo baccano. E in silenzio ha deciso di andarsene, a poco a poco. Joseph Ratzinger è l’uomo che si è dimesso da Papa, non da uomo di fede. Per questo descrive “quest’ultimo pezzo di strada” come un “pellegrinaggio verso Casa“, sicuro com’è che la fine dei suoi giorni in Terra è vicina, ma solo quella, appunto.

Indirizza al Corriere della Sera poche righe. La firma in calce è minuscola. Scrive ormai poco l’uomo che fu Benedetto XVI: non riesce, e di questo soffre. Ha dovuto arrendersi, non senza un’ombra di fastidio, al tempo che passa. Ha rinunciato ad elaborare quelle riflessioni di teologia che per anni hanno illuminato il sentiero della Chiesa. Non ne ha più la forza. Lo ha ammesso con il candore tipico della veste papale, sottolineando il “lento scemare delle forze fisiche“. Una conferma delle motivazioni che l’11 febbraio 2013 lo portarono a sconvolgere il mondo, affermando di essere pervenuto “alla certezza che le mie forze, per l’età avanzata, non sono più adatte per esercitare in modo adeguato il ministero petrino“.

Era l’addio al Pontificato, l’uscita di scena silenziosa di un uomo che fino a quel momento aveva pagato – agli occhi della folla – l’essere venuto dopo Giovanni Paolo II. Non è stato un Papa social, Benedetto. Non aveva il carisma di Wojtyla, e neanche la simpatia spontanea di Bergoglio. Ma è stato un Pontefice coraggioso. Ad Auschwitz, il luogo della vergogna nazista, questo Papa tedesco ha scelto di recarsi chiedendo:”Dov’era Dio? Perché ha taciuto?“, prima di invocare il perdono.

Così, con coraggio e dignità, in silenzio e compostezza, si accinge a compiere ques’ultimo tratto di strada. Non è mai stato un debole, Joseph Ratzinger. Così se ne va un Papa.

Erdogan e Bergoglio: il Sultano e il Santo Padre

Il Sultano non si inchina. Neanche dinanzi al Santo Padre. E perché mai dovrebbe, Erdogan? Ai suoi piedi ha milioni di turchi, che in lui vedono una sorta di semi-Dio. Per questo non si impressiona, davanti al vicario di Cristo. Papa Francesco è un capo di Stato come tanti, peraltro scomodo. Niente di più.

Quando si incontrano, in Vaticano, nessuno dei due sorride. Sanno che la loro è una partita a scacchi, non si amano, non sono lì per questo. La stretta di mano del Sultano è salda, lo sguardo glaciale, fisso sull’interlocutore. Poche parole in un inglese stentato: per capirsi hanno bisogno dell’interprete.

Non ha voglia di perdersi in formalità Erdogan: dinanzi ai fotografi, prima di una chiacchierata della durata di 50 minuti, siede al tavolo papale senza attendere che prima lo faccia Francesco. Poi per un attimo lo fissa in pieno volto, il Papa non ricambia.

Le porte si chiudono: i due iniziano a parlare in modo franco, da pari a pari. Hanno tanto da dirsi, condividono poco. Ad esempio la posizione sulla Palestina, dopo l’accelerazione improvvisa di Trump su Gerusalemme capitale d’Israele. Ma di certo non sono d’accordo sulla svolta autoritaria intrapresa dalla Turchia. Mentre il Papa parla col Sultano, fuori Piazza San Pietro decine di manifestanti – molti dei quali curdi – si ritrovano per protestare. Vogliono che i diritti civili vengano rispettati. Non accettano che Erdogan il dittatore venga accolto con onori da statista.

Da quando è sopravvissuto al colpo di Stato del luglio 2016, Erdogan vede nemici ovunque. Fa arrestare giornalisti, docenti, professionisti che crede vicini a Fatullah Gulen, l’imam auto-esiliato negli Usa, che il Sultano crede essere la mente del golpe. Nei suoi piani c’è la reintroduzione della pena di morte, con buona pace dell’Europa. Quella stessa Europa che non può permettersi di irritarlo troppo.  Erdogan tiene in Turchia più di due milioni di profughi provenienti dalla Siria. Se apre i cancelli sono guai, per tutti.

Prima dei saluti, Papa Francesco e il Sultano si scambiano i regali di rito. Ed è qui che il Pontefice piazza la sua stoccata. Al leader turco dona un medaglione, sopra vi è raffigurato “l’angelo della pace che strangola il demone della guerra“. Il riferimento, neanche troppo velato, è all’operazione Ramoscello d’Ulivo, l’offensiva militare portata dal governo di Ankara contro le milizie curdo-siriane Ypg ad Afrin, nel distretto della Siria nordoccidentale. Erdogan fa la guerra, il Papa tesse la tela della pace. Non possono proprio andare d’accordo.

Quando arriva il momento di congedarsi, Papa Francesco cede il passo alla consorte del presidente turco. Lei, imbarazzata, fa un paio di passi, poi si allinea agli altri due: non pare abituata a queste gentilezze.

Erdogan e Bergoglio: ora il sorriso è più disteso, ma non per questo caldo. Il Sultano porta la mano sul petto e lì la batte per due volte. Il saluto è quello arabo, fatto di un tocco sulle labbra, sulla fronte e di un lieve inchino. Significa: “Ti offro il mio cuore, la mia anima e la mia testa“.

Ma il turco e l’argentino in comune non hanno né cuore, né anima, né cervello. “Pregate per me“, chiede Francesco. “Anche noi aspettiamo una preghiera da Lei“, risponde Erdogan. Sono sovrani, imperatori, intermediari tra il popolo e il loro Dio. Sono il Sultano e il Santo Padre: nessun inchino, nessun baciamano.

Essere Lord Michael Bates

Gli è bastato arrivare in ritardo di due minuti, non rispondere alla prima domanda dalla baronessa Lister, per sentirsi in difetto. Essere Lord Michael Bates, ministro britannico del Dipartimento internazionale per lo sviluppo, non è cosa da tutti.

Centoventi secondi di troppo,  due minuti insomma: le chiavi della macchina dimenticate a casa. Ma no, erano in tasca! Un’inutile perdita di tempo. E poi che fa la signorina lì davanti? Guarda il cellulare invece di guidare? Ecco, è scattato un altro semaforo rosso. Ma di usare il clacson non se ne parla nemmeno. Siamo Lord, ma siamo inglesi, prima di tutto. Ormai ci siamo: via, di corsa, pronto a fare il proprio ingresso nella Red Chamber, ma la seduta è iniziata: che si è perso?

Centoventi secondi, due minuti di troppo, sempre quelli, Lord Bates. Gli stessi che la baronessa Lister, laburista e dunque all’opposizione, ha impiegato per formulare una domanda, una banalissima domanda. Ma non per lui, non per Michael Bates. Che al suo titolo di Lord ci tiene davvero e lo nobilita con una dichiarazione che ha già fatto il giro del mondo: “Offro le mie scuse alla Baronessa Lister per la maleducazione che ho mostrato non facendomi trovare al mio posto per rispondere alla sua domanda. Nei cinque anni in cui è stato un mio privilegio rispondere alle domande per conto del governo, ho sempre creduto che dovremmo elevare il livello di cortesia e rispetto nel rispondere. Mi vergogno per non essere stato al mio posto, e di conseguenza offrirò al primo ministro le mie dimissioni con effetto immediato“.

Subito dalla Camera dei Lord si eleva un boato, un “nooo” molto british (con tanto di “u” finale) che coinvolge maggioranza e opposizione. Qualcuno tenta di fermarlo, mentre a capo chino lascia il Parlamento. Ma Lord Bates se ne va mesto, incontro al suo destino.

Per la cronaca: Theresa May ha respinto le sue dimissioni. Chissà che fine farebbe in Italia, un politico così. Auguriamo a Lord Bates di non capitare mai da queste parti, neanche per sbaglio. Andrebbe incontro di sicuro ad un esaurimento nervoso. Lui si è disperato per due minuti di ritardo. Qui non sappiamo neanche se le risposte arriveranno, prima o poi.