Con Aquarius vince solo Salvini: l’Italia fa una figuraccia mondiale

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L’interpretazione della vicenda Aquarius non è univoca. Ci sarà sempre chi dirà che Salvini ha fatto bene ad imporre la chiusura dei porti. Così come altri hanno il diritto di ritenere un errore la presa di posizione del ministro dell’Interno con 600 e oltre disperati in attesa di un segnale nel Mediterraneo.

Nella guerra di posizione tra Italia e Malta – scorretta tante volte ma non questa, secondo il diritto del mare – si inserisce la Spagna. Ad accogliere i naufraghi che rischiavano di restare a corto di viveri sarà il nuovo governo di Pedro Sanchez, che ci infligge una lezione di umanità. Ahinoi.

Casi strani della politica: un nuovo governo in Italia e un nuovo governo in Spagna. Condotte agli antipodi. Uno decide di improvvisarsi bullo del mare, l’altro decide di presentarsi con un gesto di accoglienza universale. Non che l’Italia non abbia accolto abbastanza. Ma in una domenica pomeriggio abbiamo buttato all’aria anni di sacrifici.

L’immagine che diamo di noi all’estero con il rifiuto di Aquarius non è quella di un governo forte, deciso a farsi rispettare. No, non ci illudiamo: semmai adesso abbiamo certificato che al potere in Italia c’è un esecutivo di irresponsabili.

Qualcuno, però, ha vinto. Sì, Salvini. Perché non era una domenica pomeriggio come le altre. I risultati delle amministrative parlano da sole.

Il boom della Lega fa rima con Aquarius. E criticavano gli 80 euro di Renzi…

La lezione del G7 per i sovranisti italiani

g7 canada

 

Al governo Conte è concesso un vantaggio. Essendosi appena insediato può godere di una luna di miele con gli italiani che si traduce soprattutto in un tesoretto di tempo utile per capire da che parte stare. Ma dovrebbero essere bastati i due giorni di G7 in Canada, al premier Conte, per rendersi conto che il solo posto dove l’Italia può sperare di dire la sua è anche lo stesso da cui Salvini e Di Maio sono intimamente tentati di uscire: l’Europa.

In un contesto storico in cui i nazionalismi e i sovranismi la fanno da padrone, dove le riunioni tra leader vengono vissute con insofferenza e fastidio – si veda l’atteggiamento di Trump – Paesi come l’Italia hanno un’unica strada per tentare di contare qualcosa: fare squadra con chi ha interessi se non uguali quanto meno simili.

E in questo senso è da salutare con fiducia la retromarcia di Conte sul piano delle sanzioni nei confronti della Russia. Si può immaginare che stretto tra Merkel e Macron, salutato come un nipote da Juncker e Tusk, Conte abbia iniziato a capire che l’Italia non può permettersi fughe in avanti. A meno che non voglia essere vassallo di qualcuno.

Che poi, anche volendosi del male, si farebbe fatica a scegliere a quale padrone asservirsi. Trump, nonostante i suoi modi ruvidi, ha un merito: sta mantenendo gli impegni presi con gli americani in campagna elettorale. E questo significa che gli Usa non interpretano più come nel passato il ruolo di guida universale del mondo libero. Basta uno slogan: America first, per rendersi conto che andare dietro agli americani non è oggi né conveniente né tanto meno possibile.

E allora, potrebbe pensare qualcuno, buttiamoci con Putin. Il presidente russo è probabilmente il giocatore più lucido e talentuoso in fatto di geopolitica. Si è impossessato del Medio Oriente sfruttando la timidezza in politica estera di Obama; e una volta tagliato fuori dall’Occidente ha allargato il fronte verso l’Asia, creando una relazione privilegiata con la Cina che è forse il motivo principale per cui Trump ha proposto di reinserirlo nel G8. Ma di nuovo: l’Italia non ha la forza economica e politica per trattare da pari a pari con colossi come Usa, Russia e Cina.

Possono dunque esistere rapporti di amicizia e di rispetto, nei confronti dei giganti del mondo. Ma se l’Italia vuole contare qualcosa, invece di pensare a distruggere l’Europa pensi a renderla più forte e a scalare posizioni al suo interno.

La strada sarà pure in salita, ma è l’unica che porti da qualche parte.

Questi fanno solo danni: l’Italia rischia l’isolamento

conte di maio salvini bis

 

Il fatto che non ci siano soldi per le promesse irrealizzabili di M5s e Lega mette a rischio tutti gli italiani. Di Maio e Salvini – e se proprio vogliamo citarlo anche Conte – hanno bisogno di alzare i toni dello scontro, per non fare la parte degli inetti al potere.

Così è quasi inevitabile che nel giro di pochi giorni il nuovo establishment italiano si trovi a fare i conti con scivoloni e cortocircuiti internazionali che rischiano di compromettere quanto di più importante un Paese possa giocare nella delicata partita della politica estera: la propria credibilità.

Non meraviglia, dunque, che Salvini sacrifichi sull’altare della campagna elettorale permanente i buoni rapporti con la Tunisia. Nonostante il suo nuovo ruolo da Ministro dell’Interno.

Non sorprende neanche che festeggi il mancato accordo sulla revisione del Trattato di Dublino (e poco importa che il dossier immigrazione resterà invariato forse per anni) sulla base di un’intesa con Orban e soci che per motivi geopolitici non ha motivi di esistere.

Il blocco di Visegrad ha interesse a difendere la rotta balcanica dei migranti ed è contrario alla ricollocazione dei richiedenti asilo sul modello della ripartizione in quote. L’Italia è il primo approdo per chi arriva dal Mediterraneo e necessita proprio di solidarietà sul tema della ridistribuzione dei profughi. Cosa ne viene fuori?

Che non c’è un disegno, una visione, una strategia politica. Si plaude al decisionismo di Trump, che negli Usa mette i dazi sull’importazione di acciaio e alluminio proprio dall’Europa. Tutto per il gusto di pronunciare una frase contro Angela Merkel, per gonfiare le vele di un consenso che non può fare affidamento sulla brezza dei fatti.

Si mette a rischio la tenuta della NATO, si annuncia la volontà di rivedere le sanzioni sulla Russia – una cosa non fuori dal mondo, attenzione –  ma con modi da bulletti che dimostrano tutta l’incoscienza di chi adesso è chiamato a guidare il Paese e a confrontarsi con gli altri partner.

Perché così facendo, scardinando rapporti decennali, agendo da battitori liberi, si potrà pure ottenere il consenso disinformato della base. Si potrà pure convincere qualcuno che finalmente l’Italia fa sentire la propria voce. Ma alla fine rischiamo di ritrovarci da soli. Senza nessuno che venga ad aiutarci in caso di bisogno.

Chi vuole per amico qualcuno che urla, promette e non mantiene?

Tra Brexit e Apocalisse: vade retro Quitaly

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Nemmeno il tempo di uscire dalla crisi di governo (e istituzionale) che la realtà torna a bussare alla nostra porta. Lo fa sommessamente, senza strilli, senza bisogno di chiamare in causa i mercati. Lo fa attraverso gli esempi, le storie vere, appunto. Che sono quelle che più colpiscono l’immaginario: se una cosa brutta è successa a mio fratello, per quanto incredibile possa risultare, ci credo. Eccome se ci credo.

E c’è da sperare che avremo in futura memoria buona, che mai ci lasceremo tentare dall’uscita dall’Europa, che “battere i pugni” sul tavolo – alla fine – non sortisca l’effetto di ribaltare tutto. Noi per primi.

Basta vedere quello che sta succedendo al Regno Unito, che a 2 anni dal referendum sulla Brexit non ha ancora trovato un accordo con Bruxelles rispetto all’unione doganale e all’adesione al mercato unico europeo. Anzi, notizia degli ultimi giorni, il governo May pare intenzionato a chiedere all’UE una proroga ulteriore, un “periodo di transizione speciale” per cercare di venire a capo delle varie questioni. Sette anni per lasciare l’Europa: 7, ed è il Regno Unito, non la piccola Italia.

Ma il problema è che la realtà non aspetta. La realtà ha tempi stretti, non dilatati come quelli della politica. Per questo motivo a partire dal prossimo 30 marzo 2019, la data che segnerà ufficialmente l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea, potrebbe scatenarsi l’Apocalisse. E a dirlo non sono i nostalgici della Gran Bretagna in Europa (che pure sono in aumento), ma un rapporto stilato per il ministro per la Brexit in persona, David Davis.

Nello scenario che viene definito “Doomsday” (Giudizio universale), l’Armageddon si traduce nell’Apocalisse per la gente comune: tempo un paio di giorni e le regioni più lontane del Regno Unito, come la Cornovaglia e la Scozia, si troveranno senza rifornimenti. Nel giro di un paio di settimane verrebbero a mancare il cibo, i medicinali e il carburante, con il governo che si vedrebbe costretto a ricorrere alla Raf, la mitica aviazione militare, per assicurare gli approvvigionamenti.

La realtà, appunto, fa paura. Abbiamo da italiani una fortuna: l’esempio degli amici britannici. L’Europa non è una gabbia. L’Europa è la nostra rete di protezione. Vade retro Quitaly.

Alfie Evans è dei suoi genitori

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Alfie Evans della sua storia non sa niente. Non ha neanche 2 anni, questo bambino inglese che lotta contro una grave malattia neurodegenerativa senza nome.

Tenuto in vita da un respiratore artificiale, intanto succhia il ciuccio, dice chi lo ha visto in un ospedale di Liverpool, lo stesso nel quale rischia di morire contro il volere dei genitori.

Vogliono staccare la spina, i giudici inglesi, dicono che continuare a tenerlo in vita significhi accanirsi. Ma mamma e papà non si arrendono: loro, che Alfie lo ha messo al mondo, hanno buoni motivi per credere che il figlio si possa ancora salvare.

Quindi chi deve averla, quest’ultima parola sulla vita di Alfie? Lui non può dire. Per fortuna neanche sa. Ma allora chi se non i genitori? Che prima di arrendersi possano tentarle tutte.

La notizia di queste ore è che l’Italia ha concesso ad Alfie la cittadinanza. Il tentativo è quello di favorire il trasferimento del piccolo al Bambin Gesù di Roma.

Sarebbe questo, un atto di umanità. Perché di umano non c’è nulla, nel togliere la vita ad un bambino contro il volere dei suoi genitori.

La sola cosa da fare per salvare la Siria

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Il giorno dopo il bombardamento condotto sulla Siria da Stati Uniti, Francia e Regno Unito, la domanda che ricorre più spesso è la seguente: e adesso?

Adesso stiamo a vedere, rispondono pure gli addetti ai lavori. Perché come spesso accade quando si tratta di Medio Oriente ciò che vale oggi potrebbe non valere domani.

Ci sono però dei punti certi, dati di fatto di cui bisognerebbe prendere atto.

  • Trump ha condotto un attacco mirato sulla Siria e ha ottenuto un doppio risultato: tenere fede alla promessa di punire Assad dopo l’uso di armi chimiche sui civili ed evitare lo scontro frontale con la Russia di Putin.
  • Assad resterà ancora a lungo il leader della Siria. Parliamo di un tiranno, di un dittatore. Non c’è altro metodo per definire un personaggio che bombarda il suo stesso popolo. Ma la verità è che l’occasione per spodestarlo è andata persa qualche anno fa. Obama ha avuto il match point e lo ha mancato: aveva minacciato il presidente siriano che non avrebbe tollerato l’uso di armi chimiche sulla popolazione: la famosa red line. Non ha dato seguito alle sue minacce e ha consentito l’inserimento nella regione di Putin, di cui Assad è diventato il protetto.
  • Preso atto che il regime change è ormai impossibile da praticare, l’Occidente faccia un bagno di realtà. Assad lì è e lì rimarrà. Si può solo sperare di condizionarlo affinché faccia meno danni. E l’unico soggetto da cui Assad prende ordine si chiama Vladimir Putin. Domanda: servono a qualcosa – se non ad inasprire il contesto – le sanzioni nei confronti della Russia? Altra domanda: l’Onu serve ancora a qualcosa o è un Palazzo di Vetro nel senso che può spaccarsi al minimo urto.

In sintesi c’è solo una cosa da fare per salvare il salvabile in Siria. Che non farà piacere agli idealisti e non è forse nemmeno quella moralmente più giusta. Parlare con Putin.

Mettersi al tavolo con la Russia, piuttosto che con Assad. Accordarsi con lo Zar consapevoli delle proprie differenze, ma assicurandosi che il conto di una guerra che ha provocato finora mezzo milione di morti (mezzo milione, sì) non diventi sempre più salato.

Questo è ciò che si dovrebbe fare. Se volete sapere ciò che verrà fatto allora avete sbagliato articolo…

Guerra in Siria: brillava una cometa nel cielo

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Squarcia la notte una luce nel cielo di Damasco. E non è una cometa, una stella cadente che dona speranza. Piuttosto è portatrice di morte e distruzione. E’ arrivata la guerra in Siria. Anzi, forse c’è sempre stata.

Proprio quando sembrava scampato il pericolo, quando retroscena ben informati parlavano di un tempo lungo per venire a capo della crisi, gli Usa e gli Alleati bombardano Damasco. Un memento volto a ricordare che Trump non è Obama: c’è una linea rossa e non si può varcare.

Nel mirino dei 120 missili che piovono dal cielo ci sono le fabbriche di armi chimiche. Ma nella notte di Damasco che serve a punire Assad il dittatore viene colpito pure qualche civile. La morte porta sempre altra morte. Così fanno paura le parole di Putin, il leader che avvisa che la Russia non starà a guardare. Il dubbio che siamo solo all’inizio.

Ma se questa parte del mondo si risveglia e apprende delle bombe in Siria. Da quell’altra parte il bombardamento c’è stato, invece.

Era una notte silenziosa, brillava una cometa nel cielo.

La Terza Guerra Mondiale è in Siria: e buonanotte all’Italia…

 

C’è una specie di patto, che i potenti del mondo hanno stipulato alcuni anni fa: non si usano armi chimiche. Un po’ come dire che non è vero che in guerra tutto è lecito. C’è modo e modo di uccidere.

In Siria questa regola non vale più. L’esercito di Assad – dicono gli americani – ha sganciato su Duma un attacco con armi chimiche che ha provocato 100 morti, tra cui donne e bambini.

Il regime, appoggiato da Putin ed Erdogan, nega: “Abbiamo già vinto, che motivo avremmo di provocare?“, il succo della linea di Damasco.

La risposta è la seguente: Assad vuole fiaccare i pochi ribelli che ancora si ostinano a combattere. Di più: sfida Trump ad un anno esatto dal raid americano avvenuto – guarda caso – dopo un altro attacco chimico sui civili.

Ed è in questo gioco di morte e distruzione che rischia di scoppiare la Terza Guerra Mondiale. Proprio nella Siria dimenticata, nel conflitto che ci indigna solo quando vediamo le foto dei bambini morti sotto i bombardamenti, c’è la possibilità che Trump vada al braccio di ferro con la Russia.

Sfoga la sua rabbia su Twitter, The Donald: “Pagheranno un caro prezzo“. Peccato che dall’altra parte ci sia una potenza che può permettersi di tenere testa a chiunque, se si parla di capacità militari: “Un intervento sulla base di falsi pretesti in Siria dove opera nostro personale è assolutamente inaccettabile e può innescare conseguenze gravissime“, fanno sapere da Mosca. Tradotto: se attaccate ve ne assumete le responsabilità. Può semplicemente succedere di tutto.

Se Trump agita il pugno, Putin mostra i muscoli. Assad è sempre più saldo al comando, non sarà spodestato. Erdogan ha una strategia per ogni occasione, cambia alleato a seconda delle sue convenienze. L’Iran regna il Medio Oriente. Israele è sempre più isolata, Usa a parte. L’Europa? Dorme. Se non fosse che Macron ha deciso di assumerne la guida e di accodarsi a Trump. L’Italia? Sogni d’oro…

Erdogan schiaffeggia Macron: il Sultano non prende ordini da Napoleone

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Agita il dito, Erdogan. Nessuno pensi di poter parlare a quel modo, davanti al Sultano.

Si rivolge ai parlamentari del suo partito. E loro applaudono, ogni volta che la sua invettiva si interrompe, quando la pausa sottolinea che è arrivato il momento di farlo.

Cosa dice la platea? Applaude convintamente. Forse deve farlo. Ma poco importa, perché applaude. E certifica l’immagine di un sovrano mitizzato, di un regnante che non accetta consigli, neanche da un capo di stato come Emmanuel Macron.

Ma chi sono mai questi francesi? E chi crede di essere questo novello Napoleone Bonaparte, per parlare così al mio cospetto? Non lo nasconde il suo fastidio, Erdogan. Prova un certo piacere nel rimarcare che col giovane dominus di Francia ha usato toni bruschi, che lo ha fermato quando dalle sue labbra sono uscite parole “strane“, prospettive inconciliabili col suo volere, accordi coi curdi che lui considera terroristi, con una Francia a fare da intermediaria per un dialogo che coinvolga ufficialmente la “sua” Turchia.

Macché. Il Sultano ordina, non parla. Pensa a se stesso come ad un semi-Dio, e l’essere sopravvissuto ad un colpo di Stato lo ha rafforzato in questo convincimento. Così nessuno, neanche Macron, il giovane leader che vuole guidare l’Europa, può permettersi di dirgli cosa fare coi curdi. Ad Afrin, ormai da settimane, ha dato il via ad una guerriglia ribattezzata “ramoscello d’Ulivo“. Vuol portare a suo modo la pace, Erdogan. Ma solo per sé e per il suo popolo. Non per gli altri.

E mai acconsentirà che all’enclave curda venga dato un riconoscimento, una parvenza di territorio con dei confini certi: perché rappresenta un pericolo, una minaccia alle porte di Ankara. Ed Erdogan, dal luglio in cui ha rischiato di morire, ha smesso di porre fiducia in qualcuno che non sia lui. Si limita ad eliminare il dissenso: coi professori, i giornalisti, gli attivisti. Il Sultano semina la paura per raccogliere il rispetto.

Così, in tono sprezzante, domanda: “Chi siete voi per parlare della mediazione fra la Turchia e un’organizzazione terroristica? Da quando in qua la Turchia si siede a un tavolo con un’organizzazione terroristica? La Francia sta andando molto al di là dei limiti“.

Sfida l’Occidente, tiene in pugno l’Europa, che da un momento all’altro potrebbe vedersi invasa dai profughi siriani che Erdogan ha accettato di tenere all’interno dei suoi confini.

Ma intanto schiaffeggia Macron. Il Sultano non prende ordini. Neanche da Napoleone.

La giusta fine di Nicolas Sarkozy

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Nicolas il viscido, Nicolas il traditore. Sarkozy l’arrivista, Sarkozy il malfattore. L’ex Presidente della Repubblica francese in stato di fermo: “mon Dieu“, perché non ci stupisce?

Eletto grazie ai soldi di Gheddafi, il capo della Libia che ha sbagliato a fidarsi di lui. Sarkozy che cambia idea troppo spesso, Sarkozy lo scostante: Sarkozy che voleva essere il nuovo Napoleone, e allora sapete che c’è? Ha pensato bene di bombardarlo il Colonnello, di fomentare la rivolta dei suoi oppositori, di contribuire all’uccisione del suo vecchio finanziatore.

Sarkozy e quell’ossessione per la grandeur perduta, ma mica da lui (che grande mai lo è stato), semmai dalla Francia. Sarkozy il leader ad ogni costo: appunto, persino pagando. Nicolas il presenzialista, mai una volta dietro le telecamere: sempre davanti, sempre pronto a prendersi la scena. Con quel sorriso che per un po’ ha intrigato i francesi, poi li ha irritati, disgustati.

Sarkozy non più affascinante, se non per Carla Bruni. E qualcuno ci dica se l’accento dobbiamo metterlo oppure no sul cognome dell’ex prèmier dame. Se la Bruni è Carla l’italiana o Carlà la francese, che la signora cambia idea a seconda delle circostanze, un po’ come il marito. Lo scorbutico, suscettibile, maleducato Sarkozy. Quello che al G20 di Cannes inveì contro il presidente greco che rischiava la bancarotta, dimenticando le regole del buon padrone di casa.

Sarkozy il cugino infido dell’Italia. Sarkozy, sempre lo stesso, quello del sorrisino malizioso con Angela Merkel che mise in ginocchio la credibilità di Berlusconi dentro e fuori i confini nazionali.

Sarkozy, il cattivo. L’uomo che voleva farci distruggere dal Fondo Monetario Internazionale, presieduto guarda caso da Christine Lagarde, la francese che in una lettera passata alla storia scrisse al suo Presidente:”Usami per il tempo che ti serve“. Ci salvò Barack Obama, che in un vertice drammatico se ne uscì con una battuta dai toni cinematografici:”I think Silvio is right“, “Penso che Silvio ha ragione“.

Ma resta sullo sfondo il suo ghigno malefico. Sarkozy sul piedistallo, Sarkozy che adesso non ride più. Sarkozy che stavolta è finito. Rien ne va plus, adieu Nicolas.