La grande scommessa di Donald Trump: sono io la vera America

Introdotto dalla figlia Ivanka (segnatevi il suo nome per il 2024), Donald Trump scende la scalinata della Casa Bianca mano nella mano con Melania. Scandisce un chiarissimo “Thank you” dinanzi a circa 1500 persone assembrate e senza mascherina. Sceglie la sede del governo per tenere il comizio finale della Convention Repubblicana. Infrange così la legge. Ma fino a quando i tribunali entreranno in azione decidendo multe e sanzioni la data del 3 novembre sarà già alle spalle. Vale la pena rischiare. Giocare il tutto per tutto.

Donald Trump è davvero convinto di essere stato un grande presidente. Non è solo merito degli speaker che lo hanno preceduto, quelli che hanno tenuto a rimarcare che Trump è davvero Trump come lo vedete, ma fino ad un certo punto. Per capirci: Trump è l’alieno alla Casa Bianca, l’uomo che spariglia, il giocatore che ha cambiato Washington senza esserne cambiato, quello che usa i social in maniera un po’ spregiudicata, ma solo perché non ha filtri, dice quello che pensa, è uno di voi, americani! Ecco, questo è tutto vero – tendono a rimarcare i Repubblicani – ma non credete alla narrazione distorta che i media danno di lui: non è un razzista, non ce l’ha con gli afroamericani, con le minoranze etniche, non è cinico come viene descritto, né è minimamente egocentrico come tutti pensano: pensa solo a voi, combatte per voi, popolo Usa!

Eppure c’è dell’altro: per una volta, pur in mezzo alle molte bugie e inesattezze che infila nel discorso letto dal gobbo (opinione personale: è molto più efficace quando improvvisa), Trump appare sincero nella narrazione del suo lavoro alla Casa Bianca. Cita Abramo Lincoln, il presidente Repubblicano che abolì la schiavitù, e dice che nessuno ha fatto più di Trump per gli afroamericani. Elenca i dati dell’economia pre-Covid (e nessuno può negare che l’economia Usa sia cresciuta nella sua era: ma aveva iniziato a correre già con Obama), i successi (molti dei quali innegabili) della sua politica estera. Poi però si perde nella smania di attaccare il rivale Democratico. Descrive Joe Biden come “il cavallo di Troia” della sinistra. Quanto di più difficile da dimostrare: basti il fatto che una delle maggiori potenziali debolezze di Biden è proprio il fatto di essere un candidato che non scalda l’ala più radicale del suo partito. Gli americani conoscono Joe Biden da 47 anni: sanno che è un moderato, e non a caso molti Repubblicani della “vecchia scuola” voteranno per lui a novembre. No, questa narrazione non fa breccia.

Trump però una l’azzecca.

Se alla convention Democratica Joe Biden aveva descritto i disastri dell’amministrazione Trump, dalla gestione della pandemia a quella delle tensioni razziali nel Paese, The Donald prova a ribaltare il discorso facendo leva sull’orgoglio a stelle e strisce, sull’eccezionalismo americano. Quando dice che “l’America NON è una terra ammantata di oscurità, l’America è la torcia che illumina il mondo intero” è a Biden che risponde per le rime, è al suo messaggio apocalittico che oppone quello improntato su un incrollabile ottimismo.

Trump compie un’opera di completa rimozione della pandemia e dei suoi errori, ne parla al passato, promette cura e vaccino entro la fine dell’anno – “forse anche prima” – gonfia il petto dell’America nella sfida alla Cina, sostiene di aver restaurato la potenza militare a stelle e strisce promette la nuova conquista della Luna e quella di Marte. Cancella il passato ingombrante, guarda al futuro sfruttando la voglia di voltare pagina di milioni di americani perché “the best is yet to come!“, il meglio deve ancora venire. E poco importa che per i Democratici questa frase suoni terribilmente minacciosa.

Di certo ha ragione quando dice: “Non c’è mai stata una tale differenza tra due partiti, o tra due individui, nell’ideologia, nella filosofia o nella visione come ora“. Lui si intesta la fiducia nel sogno americano: “Siamo una nazione di pellegrini, pionieri, avventurieri, esploratori che si sono rifiutati di essere legati, trattenuti o rinchiusi. Gli americani hanno l’acciaio nella spina dorsale, la grinta nell’anima e il fuoco nel cuore. Non c’è nessuno come noi sulla terra. Voglio che ogni bambino in America lo sappia: tu fai parte dell’avventura più emozionante e incredibile della storia dell’umanità. Non importa da dove viene la tua famiglia, non importa il tuo background, in America, QUALSIASI persona può risorgere. Con il duro lavoro, la dedizione e la guida, puoi raggiungere qualsiasi obiettivo e realizzare ogni ambizione“.

Complimenti meritati al ghostwriter che incalza: “I nostri antenati americani hanno attraversato l’oceano pericoloso per costruire una nuova vita in un nuovo continente. Hanno sfidato gli inverni gelidi, attraversato i fiumi impetuosi, scalato i picchi rocciosi, camminato nelle foreste pericolose e lavorato dall’alba al tramonto. Questi pionieri non avevano soldi, non avevano famiglia, ma avevano l’un l’altro. Amavano le loro famiglie, amavano il loro paese e amavano il loro Dio! Quando si presentò l’occasione, presero le loro Bibbie, impacchettarono le loro cose, salirono su carri coperti e partirono verso ovest per la prossima avventura. Ranchers e minatori, cowboys e sceriffi, contadini e coloni, si sono spinti oltre il Mississippi per rivendicare la frontiera selvaggia. Nascono leggende: Wyatt Earp, Annie Oakley, Davy Crockett e Buffalo Bill. Gli americani costruirono le loro belle fattorie sull’Open Range. Presto ebbero chiese e comunità, poi città e, col tempo, grandi centri industriali e commerciali. Ecco chi erano. Gli americani costruiscono il futuro, non abbattiamo il passato! Siamo la nazione che ha vinto una rivoluzione, ha rovesciato la tirannia e il fascismo, e ha consegnato milioni di persone alla libertà. Abbiamo posato le ferrovie, costruito le grandi navi, innalzato i grattacieli, rivoluzionato l’industria e innescato una nuova era di scoperte scientifiche. Abbiamo stabilito le tendenze nell’arte e nella musica, nella radio e nel cinema, nello sport e nella letteratura – e abbiamo fatto tutto con stile, fiducia e stile. Perché QUESTO è ciò che siamo. Ogni volta che il nostro stile di vita è stato minacciato, i nostri eroi hanno risposto alla chiamata. Da Yorktown a Gettysburg, dalla Normandia a Iwo Jima, i patrioti americani hanno corso a colpi di cannone, proiettili e baionette per salvare la libertà americana“.

Poi la chiosa: “Nei prossimi quattro anni, ci dimostreremo degni di questa magnifica eredità. Raggiungeremo nuove e straordinarie vette. E mostreremo al mondo che, per l’America, nessun sogno è al di fuori della nostra portata. Insieme, siamo inarrestabili. Insieme, siamo imbattibili. Perché insieme, siamo gli orgogliosi CITTADINI degli STATI UNITI D’AMERICA. E il 3 novembre renderemo l’America più sicura, renderemo l’America più forte, renderemo l’America più orgogliosa, e renderemo l’America più grande che mai! Grazie, Dio vi benedica. Dio benedica l’America“.

Ora è tutto chiaro: Trump si identifica con la nazione, crede come nel 2016 di incarnare lo spirito profondo del suo popolo, il non detto ma intimamente sentito. Donald si gioca la rielezione su questa grande scommessa: la vera America sono io.

Il miglior discorso che Donald Trump non ha mai pronunciato

Intendiamoci, Melania Trump non sarà mai Michelle Obama. Ma quante lo sono in questo mondo? Possiamo dare la colpa alla pronuncia, al fatto che l’accento di un’immigrata europea (Melania è slovena) si noti particolarmente in un contesto formale come una convention di partito. Oppure possiamo prendere di mira la sua oratoria scarsamente empatica, quasi robotica. Infine, possiamo dirci che può dire quello che vuole, rifiutare la mano del marito quando scende dall’aereo, ma alla fine resta pur sempre la moglie di Donald Trump. Possiamo pensare qualsiasi cosa, sminuirla, attaccarla, ma così facendo perderemmo l’occasione per apprezzare il miglior discorso che un Trump (Melania) abbia mai pronunciato. E soprattutto quello che un altro Trump (Donald) NON ha mai pronunciato.

Melania ribalta la narrazione della Convention Repubblicana, strumentalmente impostata per descrivere la pandemia come un lontano ricordo. Mentre gli altri esponenti del Trumpismo ne parlano al passato, mentre davanti a lei siedono decine di persone praticamente senza distanziamento, mentre molti degli speaker delle due serate fanno riferimento al “China virus”, Melania si limita a parlare di “Covid-19”. Non nega la realtà, non la plasma a suo piacimento, non guarda alla pandemia come ad un dispetto del destino, allo sgambetto posto sulla strada della rielezione del marito. E mostra compassione per chi ha perso i propri cari, per chi soffre, per chi ha perso il lavoro, per chi pensa di non farcela. Ad un certo punto dice: “Voglio che sappiate che non siete soli“. Difficile da credersi, ma è qualcosa, nell’era Trump.

Non sembra esservi traccia di ironia quando la First Lady dichiara: “Non voglio usare questo tempo prezioso per attaccare l’altra parte perché, come abbiamo visto la settimana scorsa, questo tipo di discorso serve solo a dividere ulteriormente il Paese“. Melania se la prende con i Democratici per gli attacchi rifilati al marito: è legittimo. Così com’è lecito credere che la moglie del biondo di Manhattan si sia persa le prime due serate della Convention Repubblicana, dove il figlio di Trump, Donald Jr., è arrivato a descrivere Joe Biden come il mostro di Loch Ness. Dettagli, peccati veniali, credetemi, soprattutto se paragonati ai messaggi lanciati sulla questione razziale.

Melania pronuncia le parole che milioni di persone avevano sperato di sentire pronunciare dal presidente americano all’indomani dell’uccisione di George Floyd. “Come tutti voi, ho riflettuto sui disordini razziali nel nostro Paese. È una dura realtà che non siamo orgogliosi di alcuni pezzi della nostra storia. Incoraggio le persone a concentrarsi sul nostro futuro, pur imparando dal nostro passato. Dobbiamo ricordare che oggi siamo tutti un’unica comunità composta da molte razze, religioni ed etnie. La nostra storia varia e ricca di storia è ciò che rende forte il nostro Paese, eppure abbiamo ancora molto da imparare l’uno dall’altro“. Ecco, Donald Trump potrebbe imparare dalla moglie come unire il Paese. Obiezione: non sarebbe Trump. Vero, di certo sarebbe stato un presidente migliore di quel che è stato.

Sembra realmente commosso The Donald quando, a fine discorso, si avvicina alla moglie e la bacia, due volte. A differenza dei figli, la moglie descritta come riluttante ha fornito al mondo il lato umano del presidente. Il lavoratore infaticabile, il presidente che guarda agli americani come propri figli, l’uomo che valorizza le donne assegnandogli ruoli di responsabilità. Dev’essere per forza l’amore che parla.

Dallo staff di Melania sostengono che nessuno del team di Trump abbia revisionato il suo discorso, che sia tutta farina del suo sacco. Se è così, alla Casa Bianca farebbero bene a tentare di valorizzare la First Lady. Può essere lei l’arma segreta della sua campagna elettorale, il migliore sponsor del marito, l’altra faccia – migliore, perché opposta – del Trumpismo.

Non è detto che Biden vincerà, è sicuro che lo meriterebbe

Dicono che sia vecchio, incapace di mettere in fila due parole, affetto da demenza senile, inadatto a guidare la nazione più potente del mondo. Beh, Joe Biden c’ha messo 25 minuti per smentire tutti, con un discorso memorabile, realmente memorabile, nella serata conclusiva della Convention Democratica.

Attenzione, a due mesi e mezzo dal voto può succedere di tutto. I sondaggi dicono che la partita non è ancora chiusa, che Donald Trump è un osso più duro di quanto molti ammetteranno mai. Chiedere a Hillary Clinton per farsi un’idea di quanto lo sia. Ma il vecchio Joe Biden, come se non bastasse la sua carriera decennale nelle istituzioni americane per fugare ogni dubbio sul suo valore, ha dimostrato ancora una volta di essere il presidente di cui l’America necessita in questo particolare momento storico.

Non ha mai chiamato per nome il suo avversario. Mai, nemmeno una volta. Neanche per sbaglio. Donald Trump è per lui “the President”. Quasi a voler rimarcare una profonda diversità di stile. Per intenderci, Trump è colui che attacca la vice democratica Kamala Harris dandole della “donna cattiva“, Biden dà seguito a quello che è diventato il motto esistenziale di Michelle Obama: “When they go low, we go high“. Quando gli altri volano basso, noi voliamo alto.

Biden apre il suo intervento citando Ella Baker, un gigante del movimento per i diritti civili: “Date luce alla gente e troveranno un modo“. Date luce alla gente, scandisce Biden, “queste sono parole per il nostro tempo. L’attuale presidente ha ammantato l’America di oscurità per troppo tempo. Troppa rabbia. Troppa paura. Troppa divisione. Qui e ora, vi do la mia parola: se mi affiderete la presidenza, attingerò al meglio di noi e non al peggio. Sarò un alleato della luce, non delle tenebre“.

Qualcuno potrebbe pensare che si tratti di toni troppo apocalittici, credere che alla fine si tratti soltanto di un’elezione: che sarà mai? Sbagliato. Quando un presidente, Trump, sostiene davanti a milioni di americani che in uno scontro che vede da una parte nostalgici del Ku Klux Klan, estremisti di destra, neo-nazisti, suprematisti bianchi e dall’altra tanta gente perbene vi siano “persone molto belle da entrambi i lati” allora è chiaro che la partita non è soltanto politica ma in gioco c’è, per usare le parole di Biden, “the soul of nation“. Lo spirito della nazione.

Secondo il candidato democratico sono quattro le crisi che attanagliano l’America: “La peggiore pandemia degli ultimi 100 anni. La peggiore crisi economica dalla Grande Depressione. Il più convincente appello alla giustizia razziale dagli anni ’60. E le innegabili realtà e le crescenti minacce del cambiamento climatico. Quindi, la domanda per noi è semplice: Siamo pronti? Credo che lo siamo. Dobbiamo esserlo“. Sul fronte della gestione della pandemia, Biden assesta a Trump un gancio di quelli che fanno male, perché ben portati: “Il Presidente continua a dirci che il virus scomparirà. Continua ad aspettare un miracolo. Beh, ho una notizia per lui: nessun miracolo sta arrivando“.

Biden si presenta come il candidato della speranza, della rinascita della vecchia America: “La storia dell’America ci dice che è stato nei nostri momenti più bui che abbiamo fatto i nostri più grandi progressi. Che abbiamo trovato la luce. E in questo momento buio, credo che siamo pronti a fare di nuovo grandi progressi. Che possiamo trovare di nuovo la luce.
Ho sempre creduto che si possa definire l’America in una sola parola: Possibilità. Che in America tutti, e intendo tutti, dovrebbero avere la possibilità di andare fino in fondo ai propri sogni e alle capacità date da Dio. Questo non possiamo mai perderlo. In tempi difficili come questi, credo che ci sia un solo modo per andare avanti. Come America unita. Uniti nella ricerca di un’Unione più perfetta. Uniti nei nostri sogni di un futuro migliore per noi e per i nostri figli. Uniti nella nostra determinazione a rendere luminosi i prossimi anni. Siamo pronti? Credo di sì. Questa è una grande nazione. E siamo un popolo buono e onesto. Questi sono gli Stati Uniti d’America. E non c’è mai stato nulla che non siamo stati in grado di realizzare quando l’abbiamo fatto insieme
“. Retorico? Probabile. Vero? Di sicuro.

Il finale è un appello alla mobilitazione, a non lasciare nulla di intentato: “Questo è il nostro momento. Questa è la nostra missione. Che la storia possa dire che la fine di questo capitolo delle tenebre americane è iniziata qui stasera, quando l’amore, la speranza e la luce si sono uniti nella battaglia per l’anima della nazione. E questa è una battaglia che noi, insieme, vinceremo. Ve lo prometto“.

Consentitemi una piccola annotazione però. C’è un momento politicamente senza molto senso, ma umanamente senza pari. E’ quello in cui Joe Biden, ricorda il figlio Beau, morto per un tumore al cervello 5 anni fa. Biden ingoia un boccone amaro, prova a schiarire una voce che per poco non si spezza, il mento tremola leggermente per una frazione di secondo. Ma va avanti. Come ha fatto sempre nella sua vita: anche dopo aver perso la moglie e la figlia di un anno in un incidente.

Joe Biden cade, ma si rialza. Come l’America.

Non è detto che vincerà, è sicuro che lo meriterebbe.

Steve Bannon arrestato: cosa ne pensano Salvini e Meloni?

Quattro giorni dopo il terremoto politico del 4 marzo 2018, Steve Bannon, ex capo stratega di Donald Trump, incontra “segretamente” Matteo Salvini. Il leader della Lega, fresco di storico sorpasso ai danni di Silvio Berlusconi nel centrodestra, è uno dei fiori all’occhiello del tour europeo che Bannon avrebbe compiuto ufficialmente per “costruire una nuova infrastruttura per un movimento populista globale“. Quando si dice l’ambizione.

L’uomo, del resto, di sognare “in grande” poteva permetterselo. Dall’aver fondato Breitbart, un sito di estrema destra famoso per i suo titoli a dir poco discutibili – qualche esempio: “La pillola rende le donne brutte e ripugnanti”, “Le donne nere sono disoccupate perché falliscono nei colloqui di lavoro” – Bannon si era spinto a conquistare la fiducia del biondo di Manhattan, eletto presidente degli Stati Uniti d’America anche grazie alle sue idee. E che idee!

Sostenitore del politicamente scorretto, simpatizzante del Ku Klux Klan, nelle elezioni del 2016 Bannon e il suo sito sono stati il megafono di fake news e teorie del complotto riguardanti Hillary Clinton e i Democratici. Su Breitbart hanno trovato spazio i temi cari alla cosiddetta “alt-right“, il movimento di “destra alternativa” ai Repubblicani tradizionali (per intenderci: Reagan, Bush, McCain ecc.), che ha rappresentato la base elettorale su cui Trump ha costruito gran parte del suo successo politico. Il suprematismo bianco, l’odio e l’aperta ostilità verso gli immigrati, l’antisemitismo, l’islamofobia, le campagne di sostegno alla libera circolazione delle armi, sono solo alcuni degli argomenti diventati – anche grazie a Bannon – il retroterra “culturale” comune a milioni di elettori di Trump.

Smaltita la sbornia della campagna elettorale, gli ego ipertrofici dei due hanno dimostrato di non poter coesistere a lungo. Ma Bannon c’aveva ormai preso gusto: dopo l’America ha così dato inizio alla sua campagna d’Europa. Salvini, sì, ma non solo. In Germania l’estrema destra di AFD. In Francia, ovviamente, Marine Le Pen. Proprio in occasione di un comizio tenuto dai cugini transalpini, per spiegare il legame con il Capitano nostrano, Bannon si spinse a parlare dal palco di “brother Salvini“. Un fratello, insomma.

Da avere un fratello in Salvini, però, Bannon pensò bene dopo qualche tempo di averne tanti…Fratelli d’Italia! Nel settembre 2018, Steve è ospite d’onore nella kermesse di Atreju organizzata da Giorgia Meloni. In quel contesto Bannon promette di “restituire la libertà agli italiani, nessuno potrà più dirvi cosa fare con il vostro paese“. Fa anche di più, arrivando a sostenere che “l’Italia è l’esperimento politico più importante. Da qui può partire la rivoluzione”. Forse voleva dire “INvoluzione“.

Fatto sta che sia Salvini che Meloni subiscono il fascino “made in Usa” di Steve e, paradosso dei paradossi, si ritrovano – loro, sovranisti e nazionalisti! – ad aderire a “The Movement“, ovvero il “movimento populista mondiale“. The Movement non può non farci pensare al MoVimento 5 Stelle, oggetto a sua volta delle attenzioni dello stratega a stelle e strisce, arrivato a definire il governo gialloverde Salvini-Di Maio, sulle pagine del New York Times, come il suo “sogno finale”. Evidentemente si accontenta di poco.

Eppure oggi dall’America arriva una notizia che sembra contraddire questo aspetto: Steve Bannon è stato arrestato con l’accusa di frode nell’ambito della campagna online di raccolta fondi ‘We Build The Wall’. La popolarità ottenuta in politica sfruttata per truffare centinaia di migliaia di donatori, convinti di finanziare la costruzione del controverso muro al confine tra Usa e Messico, storico cavallo di battaglia trumpiano. Oltre 25 milioni di dollari raccolti: chissà quanti finiti dritti nelle tasche di Steve, che ora rischia 20 anni di carcere.

Cosa c’entra questa storia con Salvini e Meloni? Assolutamente niente. Ma che il personaggio fosse poco raccomandabile, i nostri leader avrebbero dovuto intuirlo in primis dalle sue idee. Il problema è un altro: che molte di queste idee le condividono.

Forse le nonne non sbagliavano quando ci dicevano: “Dimmi con chi vai e ti dirò chi sei”.

La grande paura di Obama: Trump potrebbe non riconoscere la sconfitta

Dimenticate l’Obama del “Yes we can”. Mettete da parte le speranze di quegli anni, l’idea che l’America e il mondo potessero cambiare sulla spinta del primo Presidente nero della storia, la convinzione che la traiettoria intrapresa da Barack fosse un destino meravigliosamente ineludibile, assolutamente irrevocabile. Certezze crollate in quel 2016 che sembra lontano un secolo, quando il biondo di Manhattan, Donald Trump, confezionò l’impresa sulla carta impossibile: battere Hillary Clinton, prendersi la Casa Bianca.

Quattro anni dopo il mondo è capovolto, tragicamente rovesciato, protagonista di un drammatico sottosopra. E chissà cosa darebbe, Barack Obama, per esserci lui a giocare quella che il Partito Democratico considera non a torto la partita della vita. Di più: la battaglia che segnerà il destino delle prossime generazioni.

Non è più l’energico senatore dell’Illinois pronto a sbaragliare la concorrenza con la potenza di un sogno. Con due mandati da Presidente alle spalle, anche Barack Obama ha fatto il suo tempo. Ma se pure ha la straordinaria eleganza di concedere a Kamala Harris l’onore di chiudere la terza serata della convention democratica per “passare il testimone”, è sempre a lui che milioni di americani guardano per capire dove tira il vento. Cosa attendersi dal domani.

La risposta di Obama è che tira aria di burrasca. Nonostante i sondaggi più che lusinghieri nei confronti dell’amico fraterno Joe Biden, i Democratici hanno paura di perdere le elezioni. Non è soltanto lo scotto dell’esperienza di Hillary nel 2016, non si tratta di scaramanzia o paranoica precauzione: i Democrats temono di essere sconfitti indipendentemente da ciò che diranno le urne. Basta questo per chiarire che la posta in palio è molto più alta di un’elezione: c’è in gioco la democrazia.

Eccola, la parola chiave del discorso di Barack: la pronuncia non a caso per diciotto volte. Gli sforzi dell’amministrazione Trump per rendere difficile il voto di milioni di americani, su tutti il sabotaggio del voto per posta, non sono un’invenzione. Sono piuttosto la conferma di ciò che molti temono: che Donald Trump si rifiuti di riconoscere la sconfitta.

Per questo serve quella che gli americani chiamano “landslide victory”, una vittoria schiacciante, a valanga, che tolga a Trump ogni possibile appiglio per contestare il voto, ogni possibile scusa per chiedere di ripeterlo, per evitare che la partita politica venga incredibilmente decisa nei tribunali degli Stati in bilico, tra schede da ricontare e – addirittura – con un voto del Congresso per decidere il nuovo presidente. Per scongiurare il rischio di scontri per le strade, in un clima da guerra civile che l’America ben conosce.

Fantascienza? Forse. Ma quattro anni di Donald Trump hanno insegnato a Barack Obama che niente è impossibile. Per questo, in uno dei passaggi più intensi del suo discorso, sui rischi dell’inazione degli americani, avverte: “È così che una democrazia appassisce, finché non è più una democrazia. Non possiamo permettere che questo accada. Non lasciate che vi tolgano il potere. Non lasciate che vi portino via la vostra democrazia. Fate subito un piano per il vostro coinvolgimento e per il voto. Fatelo il prima possibile e dite alla vostra famiglia e ai vostri amici come possono votare anche loro. Fate quello che gli americani hanno fatto per oltre due secoli di fronte a tempi ancora più duri di questo – tutti quegli eroi silenziosi che hanno trovato il coraggio di continuare a marciare, continuare a spingere di fronte alle difficoltà e all’ingiustizia“.

Poi la chiusura: “Questa amministrazione ha dimostrato che distruggerà la nostra democrazia se questo è ciò che serve per vincere. Quindi dobbiamo impegnarci a costruirla – riversando tutti i nostri sforzi in questi 76 giorni, e votando come mai prima d’ora – per Joe e Kamala, e per tutti i loro candidati, in modo da non lasciare dubbi su ciò che questo paese che amiamo rappresenta. Oggi, e per tutti i nostri giorni a venire“.

Sul finire, prima della tradizionale benedizione dei presidenti, una smorfia che vale più di mille parole. Per dire che anche i grandi leader hanno paura, quando l’esito di una battaglia non dipende solo da loro.