Noia elettorale, ridateci Berlusconi (e i suoi nemici)

Il segno dei tempi che furono – e purtroppo non sono più – lo vedi in televisione. Te ne accorgi quando ascolti la sigla di M, il programma di Michele Santoro, e sulle note di Zucchero, anche se non ti è mai piaciuto, quasi ti emozioni. Lo capisci quando pensi che tra un mese si vota e hanno tutti finito le promesse. A corto di benzina, appiedati, anemici di inventiva. Sbadiglio.

Oggi guardi Santoro, osservi la Gruber, ti fai cullare verso il sonno dai numeri di Floris, aspetti in (finta) trepidante attesa i sondaggi del lunedì di Mentana, cerchi di intuire dove tira il vento analizzando l’atteggiamento di Vespa a Porta a Porta. Ma poi scopri che è tutto finito, che ti hanno tolto il gusto della battaglia politica, che il meglio è alle spalle e non tornerà.

Che hanno sdoganato Berlusconi, insomma.

Santoro e Travaglio, dopo l’epica spolverata sulla sedia del 2013, non stanno neanche più insieme. Distrutti dalla serata che avrebbe dovuto distruggere Berlusconi.  Lucia Annunziata, quella che avrebbe dovuto “provare un po’ di vergogna“, adesso reagisce alla buca datale in tv dal Cavaliere come un’innamorata paziente:”Mi dicono che se oggi se non prendi una buca da Berlusconi non sei nessuno“. Giletti è passato dal subire l’ormai celeberrimo “vuole che me ne vada? Me ne vado!“, all’ospitare le confessioni familiari e intime del Cav (“Considero mia figlia Marina come una mamma“).

Ma non è solo la televisione ad essere diventata noiosa. Eugenio Scalfari – ripetiamo, Eugenio Scalfari – ha detto che tra Berlusconi e Di Maio voterebbe il primo. Persino l’ingegner De Benedetti, uno che col Cavaliere si è combattuto per una vita, ha ammesso che i due si parlano. Renzi, uno che ha ereditato il partito da Veltroni – che Berlusconi aveva deciso di non nominarlo neppure, definendolo “il principale esponente dello schieramento a noi avverso” – con lui ha fatto il Patto del Nazareno e forse farà presto quello di Arcore.

E tu che sei stato sempre lì, animato da quella sana (o forse strana) passione per la politica, ti guardi intorno, sul divano, e le patatine e i pop-corn li gusti ugualmente, ma con poco entusiasmo. Cerchi un nuovo duello, un nuovo capo carismatico, ma poi accendi Santoro, lo senti parlare di flat tax, e prima di addormentarti ti accorgi che è semplicemente finita. Stop. Chiudete tutto.  Siamo diventati un paese noioso.

Ridateci Berlusconi e se potete pure i suoi nemici.

È ancora Prodi contro Berlusconi

Romano Prodi e Silvio Berlusconi: sembra passato un secolo ma alla fine, al centro del ring, ci sono ancora loro. Il Professore e il Cavaliere. Troppo diversi per storia e cultura, per estrazione e convincimenti, perché andasse diversamente.

Saranno nemici per sempre, o quanto meno rivali. E non perderanno occasione per ricordarselo a vicenda, non rinunciando a piazzare una buccia di banana sul cammino altrui, consapevoli che dalla caduta dell’uno – in fondo – è sempre dipesa l’ascesa dell’altro.

Non si sono mai amati e non hanno mai fatto nulla per nasconderlo. Quando in Italia era ancora tempo di duelli tv tra leader, Prodi e Berlusconi non hanno avuto paura di colpirsi, spesso sotto la cintura.  Nel 2008, in un confronto moderato da Bruno Vespa, il leader dell’Unione – che quelle elezioni poi le avrebbe vinte – disse a Berlusconi di non usare i numeri così come gli ubriachi utilizzano i lampioni: “Non per farsi illuminare ma per sostenersi“. Berlusconi allora replicò piccato:”Ricambio l’ubriaco del signor Prodi, dicendogli se non si vergogna davvero di svolgere, oggi lui, nei confronti dei partiti della sua coalizione, il ruolo che storicamente fu definito dell’utile idiota“.

Viene quasi da rimpiangerli quei momenti, quegli scontri un po’ trash, ma comunque tra titani, se confrontati ai leader – o presunti tali – che oggi si affannano nei talk show alla ricerca di un consenso a scadenza limitata.

O forse no, forse non è nemmeno il caso di rimpiangerli. Perché alla fine a muovere e spostare voti sono ancora loro. Berlusconi e Prodi. Prodi e Berlusconi.

Il Professore che interviene in favore del Pd di Renzi e scomunica Liberi e Uguali di Grasso è un fattore da non sottovalutare. Perché nel bene e nel male è sempre lui il padre nobile dell’area di centrosinistra. E dinanzi ad una chiara indicazione di voto del Professore chi era intenzionato ad abbandonare il Pd, magari dopo anni di fedeltà e militanza, ci penserà due volte; il rovescio della medaglia è che un mondo, come quello moderato e dell’imprenditoria, che ai democrats è arrivato soltanto grazie al cambio di passo imposto da Renzi, possa temere un ritorno alla sinistra modello Seconda Repubblica scegliendo l’originale, appunto Berlusconi.

Perché alla fine sono l’espressione di due mondi che per un Ventennio si sono scontrati su tutto. Il Bene e il Male, a seconda dei punti di vista. Sì, c’è il Movimento 5 stelle che avanza, il bipolarismo è acqua passata, ma nel richiamo al voto utile di Prodi si può leggere la voglia di sfuggire ad un destino marginale, che pare scritto nei sondaggi e nei risultati della socialdemocrazia in tutta Europa.

Prodi scommette su Renzi e sulle sue possibilità di rimonta. Abbandona al suo destino lo stesso Bersani, dimenticando forse che fu proprio lui a candidarlo alla Presidenza della Repubblica, quando 101 franchi tiratori (di cui molti renziani) lo impallinarono nel 2013. All’epoca c’erano in ballo le larghe intese post-Monti. E Berlusconi non avrebbe mai potuto accettare che il suo arcinemico salisse al Colle. Così oggi, anche se con un ruolo diverso, il Professore gioca la sua partita. Spera in un Renzi forte per marginalizzare il Cavaliere.

Non c’è niente da fare: è ancora Prodi contro Berlusconi.

Uno vale tutti: Davide Casaleggio e la monarchia a 5 Stelle

Lo scandalo lo apre Il Foglio e non è un caso che a farlo scaturire sia proprio “un” foglio: lo statuto dell’associazione Rosseau. Parliamo della piattaforma online da cui passa tutta l’attività del Movimento 5 Stelle: dalle parlamentarie alle candidature, dalle raccolte fondi alla scrittura delle leggi. Rousseau è per il M5s ciò che il motore rappresenta per una macchina: senza non cammina.

La scoperta – che pure sorprende fino ad un certo punto – è che alla faccia della democrazia e dello slogan reso celebre dai grillini, l’ormai mitologico “uno vale uno“, veniamo a sapere che in realtà uno vale tutti. E quell’uno non è Di Maio, che pure ne avrebbe qualche diritto in quanto capo politico dei pentastellati. E no, non è nemmeno Beppe Grillo, che del Movimento sarebbe quanto meno il fondatore. L’uno che vale per tutti gli altri è Davide Casaleggio, figlio del defunto Gianroberto.

Nello statuto si legge che nella persona di Casaleggio jr coincidono: presidente, consiglio d’amministrazione, tesoriere e persino assemblea. La situazione è comica: provate ad immaginare un’assemblea in seduta. Davide Casaleggio che si interroga sul futuro del Movimento – e purtroppo dell’Italia – e in un moto di pluralismo si porta davanti allo specchio per avere un altro parere: il suo.

E nessuno si illuda che questi incarichi il poco noto Casaleggio li abbia conquistati sul campo. No, il potere gli è stato consegnato dal padre – lui sì geniale per quanto utopista – in punto di morte. Le chiavi della piattaforma Rousseau, e dunque quelle del Movimento, gli sono state lasciate in eredità – si legge nel documento – “eternamente“.

Neanche dalle parti di Arcore hanno mai osato tanto. Qualcuno sorriderà a pensare che nella storia di Forza Italia ci sono persino due congressi! Renzi è diventato segretario del Pd vincendo le primarie, scelto comunque la si pensi da milioni di italiani. Casaleggio jr, invece, che sulla carta dice di voler ripristinare la democrazia attraverso il M5s,  al trono è salito per diritto di nascita.

Se non fosse che i pentastellati sono il primo partito d’Italia, ci sarebbe da riderci sopra. Se dipendesse dal comico che ha fondato il Movimento potremmo pure guardarli con simpatia. Ma se non è uno scherzo allora dobbiamo preoccuparci. E non vengano a dirci che uno vale uno. No, Casaleggio vale tutti. Benvenuti nella monarchia a 5 stelle.

Se questo è un Capo: così Renzi è diventato piccolo

Tiene nascosta la lista dei candidati Pd per ore, neanche fosse la Pietra Filosofale. Ma per Renzi poco ci manca: è su quei fogli che ha scritto a penna il destino, sa che dalla renzizzazione del Partito passerà il suo futuro.

Come sempre, però, Matteo dimostra di non essere cambiato. Degli errori del passato non ha fatto tesoro. Il referendum del 4 dicembre, personalizzato all’inverosimile, diventato un Sì o un No a Renzi, piuttosto che al rinnovamento della Costituzione, non è stato abbastanza. Renzi è quel che si dice un uomo solo al comando, nel senso che piuttosto che perdere il comando ha preferito restare solo.

C’erano una volta i rottamati, e ora non ci sono più. C’erano una volta le minoranze, e dopo la composizione delle liste si domandano cosa sia rimasto di democratico nel Partito. Renzi sceglie i suoi fedelissimi, ai rivali interni assegna il minimo sindacale, giusto perché non si dica che è un dittatore. Ma alla fine si dice lo stesso: il Partito Democratico è stato balcanizzato, o renzizzato, che per tanti è la stessa cosa. Agli Orlando, ai Michele Emiliano, a chi per ore ha cercato di parlare con lui al Nazareno in cerca di un accordo, Renzi si è sottratto: accessibile soltanto al suo giglio magico, rinchiuso nel bunker del Nazareno, ha disposto del destino di molti, lasciato a casa persone meritevoli – se non di un seggio in Parlamento – quanto meno di rispetto e considerazione.

Ma nella storia del renzismo, quella che è stata definita la notte dei lunghi coltelli segna un arretramento da parte del Capo. L’uomo che giocava all’eterno rilancio, che credeva di battere gli avversari al referendum, che fino a qualche mese fa puntava al 40% – ricordando che lui sì, già lo aveva raggiunto alle Europee del 2014 – questa volta gioca in difesa, pensa a difendere il trono, più che ad allargare il regno. Vuole in Parlamento un plotone di fedelissimi – o quasi – che dica sì senza battere ciglio, né sollevare il sopracciglio. Spera che alle elezioni si arrivi ad un pareggio, che il Pd sia decisivo per un governo di larghe intese con Berlusconi e nessun vecchio comunista venga a ricordargli che il Partito di cui è segretario non può accettare un nuovo compromesso con l’uomo di Arcore.

Il passaggio dall’ipotizzato PdN (Partito della Nazione) al PdR (Partito di Renzi) è la cartina di tornasole di un leader ridimensionato. Il rischio è che al 40% delle Europee non segua il 40% delle prossime Politiche: più facile che dal dramma del 4 dicembre 2016 si arrivi alla catastrofe del 4 marzo 2018. Renzi è diventato piccolo. E in tanti, adesso, si domandano se questo è un Capo…

Un premier che non faccia il premier

Antonio Tajani ha più di un merito. Ha tenuto la barra dritta, anche quando di lui l‘Italia è sembrata dimenticarsi. Ai principi che nel ’94 lo avevano indotto a lasciare la sua professione per abbracciare il berlusconismo degli albori è rimasto avvinghiato. Pure quando il buon senso che lo caratterizza gli ha suggerito il contrario. E Silvio ha deciso di premiarlo. Premiarlo, sì. Un verbo non casuale, perché è proprio quello di Tajani il nuovo (vecchio) nome lanciato da Berlusconi come possibile premier del centrodestra.

Il metodo del Cav è noto: una battuta, nulla di più che un auspicio, niente di più lontano da un’incoronazione. E poi via ai sondaggi: vediamo se questo Tajani piace agli italiani. Uno scioglilingua che Berlusconi conosce a memoria. Lo ha fatto in passato più volte, di recente ha tentato con Toti e Parisi. Ma entrambi sono naufragati quando Alessandra Ghisleri ha composto il numero di Arcore e ha detto: “Presidente, questi non aggiungono neanche un voto“.

Tajani, almeno da questo punto di vista, dai suoi predecessori si differenzia. La politica è il suo pane quotidiano, con l’elettorato è abituato a confrontarsi. Nel curriculum ci sono sconfitte cocenti, come quella per la poltrona di sindaco di Roma nel 2001, quando perse al ballottaggio da Veltroni. Ma anche affermazioni importanti: più di 100mila preferenze alle ultime europee (primo eletto di Forza Italia nella circoscrizione Centro) costituiscono un buon biglietto da visita.

Ma Berlusconi del personaggio apprezza soprattutto il pragmatismo, il modo di relazionarsi, la preparazione. Tutte qualità che gli sono valse un traguardo insperato, per un uomo che fino a poco tempo fa era sempre stata un ottima riserva: la presidenza del Parlamento Europeo.

Era il 17 gennaio 2017: praticamente un anno fa. È stato allora che Berlusconi si è ricordato del caro vecchio Tajani. La sua presenza nelle fila di Forza Italia diventata motivo di vanto. Per non parlare della soddisfazione derivata dal fatto che Antonio fosse subentrato al nemico di sempre: il tedesco Martin Schulz (“Signor Schulz, so che in Italia c’è un produttore che sta montando un film sui campi di concentramento nazisti: la suggerirò per il ruolo di Kapò“).

Ma Tajani ha soprattutto un merito agli occhi di Silvio: è stato lui a reintrodurlo in Europa. E dalla porta principale, per giunta. Le visite a Bruxelles, gli incontri con “la signora Merkel“, gli abbracci con Juncker e l’approvazione del Partito Popolare Europeo, sono anche il frutto della mediazione di Tajani e valgono per il Cavaliere più di tutto.

Da quell’Europa che gli aveva bucato le gomme (ricordare i sorrisini malevoli tra Merkel e Sarkozy), adesso viene accolto come salvatore della patria, ultimo argine in Italia al populismo grillino. E Berlusconi di queste investiture gode, al ruolo di statista ambisce da una vita. A Tajani, regista occulto del ritorno in pompa magna in Europa, è legato da un debito di riconoscenza. Ecco perché lo ha lanciato come candidato premier: sa che Antonio non tradisce ed è ben felice di concedergli una chance. Saranno i sondaggi – come sempre – a sancire la bontà dell’operazione.

Il profilo di Tajani, però, resta sulla carta il migliore. Ora che è incandidabile, a Berlusconi serve un nome che non lo oscuri. Serve un premier che non sia “il” premier. Che faccia il premier ma non da primo. Per quello c’è sempre lui, Silvio.