Quel pregiudizio del governo su Renzi

Renzi

Se la politica italiana recuperasse onestà – non il ritornello urlato nelle piazze dai grillini, ma la capacità di analizzare i problemi esercitando buon senso, senza preconcetti, posizioni pregiudiziali, logiche del reciproco dispetto – sarebbe una buona notizia. Questa notizia, però, non sembra essere all’orizzonte. Più facile vedere comparire una crisi di governo.

Parliamoci chiaramente: è comprensibile il punto di vista di chi crede che quella di Matteo Renzi sulla prescrizione sia una battaglia ingaggiata per mettersi in mostra, per ottenere una centralità che altrimenti la realtà politica odierna non gli riserverebbe. E ancora: si può capire chi ha interpretato come un errore, uno sgarbo istituzionale, la mancata presenza della delegazione di Italia Viva al Consiglio dei Ministri odierno. Ma con la stessa chiarezza bisogna dire che è lecito dal punto di vista del nuovo soggetto renziano reclamare ascolto e pari dignità su un tema sensibile come quello del garantismo.

Per quanto sembri difficile da credere, anche su un argomento come la prescrizione, se c’è volontà politica posizioni sulla carta inconciliabili come quelle incarnate da Alfonso Bonafede e Matteo Renzi possono trovare un compromesso. Il punto, in questa vicenda, sembra essere proprio questo. Al di là dei tecnicismi, dei diversi pareri su dove si trovi la ragione, non tenendo conto di due visioni della giustizia antitetiche, tacendo dell’approccio giustizialista con cui questa vicenda è stata affrontata dal partito di maggioranza relativa in Parlamento, ma soprattutto di come è stato clamorosamente appoggiato da un partito che si dice democratico ed un tempo perfino garantista, bisogna ammettere che il problema, per qualcuno, è solamente è uno: Renzi.

Fin dalla scissione con il Pd, la sua presenza al tavolo del governo, il fatto che ne fosse diventato d’un tratto azionista, è stato vissuto con disappunto, con malcelato fastidio. Un sentimento provato non solo dal MoVimento 5 Stelle, ma a maggior ragione dal Pd, che il partito renziano deve tentare di ucciderlo nella culla, per non rischiare di vederselo un giorno cresciuto e potenzialmente pericoloso. E allora arriviamo al dunque: tutto questo caos sulla prescrizione, queste polemiche per l’atteggiamento di Italia Viva, le strigliate dello statista Conte, la denuncia di “maleducazione” (ohibò!), l’ipotesi di un ritorno al voto messa in campo come una minaccia, cosa sono se non la conseguenza di un “peccato” originale?

Quale? La presenza di Renzi al governo. Interpretata al di là dei suoi torti o delle sue ragioni. Come quando si ha un pregiudizio su qualcuno, giusto o sbagliato che sia. Il punto, però, è che stavolta non c’è di mezzo né Renzi, né Italia Viva. C’è in gioco l’Italia.

Sulla Gregoretti mentono tutti

Salvini al Senato

Il Senato ha autorizzato il processo nei confronti di Matteo Salvini per il caso Gregoretti. Amen. Il mondo si occupa del coronavirus. Gli Stati Uniti sono lanciati nelle primarie che porteranno entro qualche mese ad eleggere la prossima guida della superpotenza. In Italia siamo costretti a discutere di una vicenda di acque torbide, di sequestri di persona, di voltafaccia conclamati, di ex ministri affetti da manie di grandezza e persecuzione. Sì, la politica italiana ha vissuto tempi decisamente migliori.

Ma questo passa il convento e questo dobbiamo commentare. Con la solita onestà. Nelle scorse settimane abbiamo chiarito il punto di vista tecnico e politico della vicenda Gregoretti. In estrema sintesi: il trattamento riservato da Salvini ai migranti a bordo della nave è stato gratuitamente disumano? Sì. Il governo Conte I era complice, o comunque consapevole, consenziente, informato della gestione del caso Gregoretti da parte dell’allora ministro dell’Interno? Sì.

Bene, ci troviamo di fronte al più classico dei cortocircuiti tra politica e propaganda. Abbiamo un leader che mente, sapendo di farlo, dichiarando di aver “difeso i confini della patria“: punto di domanda, da chi? Da quale potenza straniera nemica? Da una nave militare italiana? Salvini costruisce una narrazione falsamente eroica del suo servizio allo Stato, chiama in causa il dolore dei figli (se lui è il primo a strumentalizzarli non si meravigli se altri proseguiranno su questa barbara scia) e drammatizza la vicenda all’inverosimile per drenare consensi. Un copione già visto.

Dall’altra parte lo scenario non è più entusiasmante: parliamo di un esecutivo che per metà (M55) sconfessa se stesso, e per l’altra metà (Pd e IV) cede alla tentazione di tradire la vocazione garantista pur di non rischiare che un giorno gli venga imputato dalle frange più estremiste di aver “salvato” il nemico Salvini (non sia mai).

Il risultato si vedrà nei prossimi mesi, nei prossimi anni: la ruota gira, l’autonomia della politica non c’è più, si apre un’autostrada per la magistratura che, udite udite, non sempre è cristallina, spesso è politicizzata.

L’ostilità di questo blog a Matteo Salvini è cosa nota. Ma qui parliamo di politica. Su questo piano dobbiamo intenderci: il programma del governo Lega-M5s prevedeva immigrazione controllata e respingimenti, era cosa nota. Poi sappiamo in cosa si è tradotto: sceneggiate in mare aperto sulla pelle di disperati, hashtag #portichiusi e pochissimi rimpatri. Molta fiction, pochissima concretezza. Ma andare fino in fondo alla questione significava avere il coraggio di puntare il dito non contro un ministro, bensì contro tutto il governo. Così facendo invece si riduce tutto ad uno scontro personale che fa male al Paese, più che a Salvini. La polarizzazione dello scontro impedisce un’analisi pacata del problema: siamo al bianco e al nero, non sono ammesse sfumature. Nel dubbio, mentono tutti.

New Hampshire, Old Biden

Le primarie Usa tra i Democratici si fanno di settimana in settimana più avvincenti. Ciò che la lunghezza dello spoglio in Iowa aveva fatto passare in secondo piano è tornato prepotentemente a galla in New Hampshire: Bernie Sanders è la scelta dell’elettorato radicale, Pete Buttigieg è più competitivo che mai per ritagliarsi il ruolo di candidato di punta tra i “moderati”, ma deve guardarsi dalla sorprendente ascesa di Amy Klobuchar, senatrice del Minnesota che nell’ultimo dibattito ha trovato lo slancio necessario a realizzare la piccola grande impresa di arrivare terza nello Stato del granito.

Tra qualche tempo, è possibile che la vittoria di oggi di Bernie Sanders venga ridimensionata alla luce di un altro fattore: la somma dei voti ottenuti dai candidati moderati, se così si possono definire esponenti in ogni caso ben più a sinistra di Barack Obama, è maggiore di quelli radicali. Guardate sopra: Sanders e Warren, insieme, arrivano circa al 35%. I “centristi” come Buttigieg, Klobuchar e Biden superano il 50%. La vera corsa, dunque, riguarda la scelta nel campo moderato, colui o colei che si affermerà come il candidato da opporre a Sanders prima, e a Trump poi.

Il vecchio Joe

Questo ruolo di riferimento per i moderati, fino a qualche mese fa, veniva assegnato da default a Joe Biden, ex vicepresidente nell’era Obama. Biden in New Hampshire è andato malissimo, finendo quinto, peggio che in Iowa, dove già i risultati erano stati inferiori alle aspettative. Per un ex vicepresidente con il curriculum di Biden arrivare alle spalle di ben 4 candidati è un vero disastro.

Usciamo dalla cronaca per inserire una parentesi personale. Se fossi americano e dovessi votare alle Primarie dei Democratici, oggi voterei senza dubbio Joe Biden. Non si tratta di una scelta politica, ponderata, ma prettamente di cuore. Biden ha una storia durissima alle spalle, e per questo bellissima. Oggi ha i capelli bianchi, il viso stanco, fatica ad entusiasmare i giovani. Ma un tempo, Joe, è stato un coraggioso ragazzo balbuziente che ha sconfitto il suo problema imponendosi di parlare in pubblico. E lo ha fatto così bene che a 29 anni, con la sola forza delle sue parole e l’aiuto di sua sorella in campagna elettorale (altro che gli staff mastodontici di oggi!), ha battuto un senatore Repubblicano molto più quotato di lui, dato per sicuro vincitore, aggiudicandosi il seggio del Delaware.

Sembrava tutto perfetto, fino a quando la moglie e la figlia di un anno non sono morte in un incidente stradale. Da quel giorno, a differenza dei suoi colleghi che trascorrevano l’intera settimana a Washington per poi tornare a casa dalle famiglie nei weekend, Biden ogni sera saliva sul treno e tornava in Delaware, dai suoi figli. Nel corso degli anni, Joe ha fatto così tanti viaggi che gli è stata intitolata perfino la stazione da cui partiva e arrivava ogni giorno. Poi i figli sono cresciuti e uno di loro, Beau, era particolarmente promettente, talentuoso: tutti pensavano che un giorno avrebbe fatto politica come il padre. Non ne ha avuto il tempo: nel 2015 è morto per un tumore al cervello.

Oggi Joe Biden non ha più la forza di quando era ragazzo. Non è più così brillante nei dibattiti. E la sua abilità oratoria è forse più appannata, meno coinvolgente. I giovani che un tempo si entusiasmavano ai suoi comizi sono invecchiati con lui. La generazione di Buttigieg, per fare un esempio, guarda a Biden come ad un pezzo dell’establishment, un residuato bellico da mandare in pensione per fare posto al “nuovo”. Ecco, dopo Iowa e New Hampshire, Biden non è ancora spacciato. Ma l’effetto “band-wagon” non l’abbiamo inventato in Italia: l’elettorato è portato a salire sul carro del papabile vincitore. Il “voto utile” è spietato, ed è possibile che anche in Nevada e South Carolina, prossime tappe delle primarie, Biden non ottenga i risultati che si augura, a dispetto di una folta presenza di afroamericani e ispanici, segmenti demografici in cui è più popolare.

Di nuovo: non sono ragioni politiche a farmi tifare Biden. Non dico che sarebbe il migliore presidente che gli Stati Uniti abbiano mai avuto. Ma se c’è un posto dove qualche volta le storie da film accadono questo è l’America. E la storia di Biden merita la Casa Bianca. Chissà, è difficile, ma non è troppo tardi. Non ancora, vecchio Joe.

Il virus è dentro di noi

Nella programmazione delle nostre vite è presente un errore di calcolo. L’algoritmo che regola le nostre esistenze è caduto in un tranello, non sa riconoscerlo. Pensiamo che ai molti “oggi” fin qui vissuti ne seguiranno altri. Non ci chiediamo quanti. Consideriamo questa incognita infinita, sbagliando. L’emergenza globale del coronavirus è sotto controllo come può esserlo qualcosa di fuori controllo. Un’entità infinitamente piccola, invisibile ad occhio nudo, ha già ucciso quasi 1000 persone. Ed anche in questo caso il nostro sistema è portato all’errore. Crediamo che il virus sia un qualcosa di estraneo al nostro mondo, alla nostra cultura. Ci abbeveriamo di un razzismo scientifico. Ci crogioliamo in un ossimoro permanente: attenzione al contagio, è pericoloso. Ma certo noi non lo prenderemo mai. Pensiamo che la malattia sia figlia della Cina, delle tradizioni e delle sue genti. Eppure, al di là della sua provenienza, questo virus attacca e attecchisce anche i nostri corpi. La nazionalità non è uno scudo, non ci è d’aiuto.

Siamo invasi di false convinzioni, scoprirle tutte insieme rischia di mandare in tilt l’intero apparato. Per esempio, pretendiamo che la scienza dia risposte precise a nuove domande in pochi giorni. Percepiamo l’urgenza del momento e scarichiamo sui medici l’ansia delle nostre paure. Facendo finta di dimenticare i tagli ai fondi cui li abbiamo costretti. Illudendoci che ad ogni malattia debba corrispondere una cura. A maggior ragione se si parla di epidemia: non potremo mica morire tutti, vero?

La nostra mente non riesce ad accettare altro ordine se non quello che si è data. Vive in una dimensione d’inganno costante. Non contempla l’idea del fallimento, men che meno quella della morte. Attiva perciò delle sirene di auto-consolazione. Qualcuno faccia qualcosa. I governi si attivino. Gli scienziati studino. I medici curino. I pazienti guariscano. Basta mascherine, si stava meglio guardando Sanremo.

Il virus è dentro di noi.

Trump non lascia. Forse raddoppia

Donald Trump

Gli americani sono un popolo particolare. Guardate alle primarie: sono uno spettacolo di democrazia entusiasmante. I caucus, la partecipazione, il coinvolgimento, il porta a porta, la torta e i biscotti fatti in casa per convincere i tuoi vicini di casa a sostenere il candidato che preferisci. Per non parlare dei dibattiti, uff, forse ne fanno perfino troppi. Ma che spettacolo, la politica.

Sì, c’è materiale per farci un film, una serie tv che non sia House of Cards. Perché a volte la realtà supera la finzione. Il problema si presenta quando il tentativo è quella di rendere la realtà una fiction. Esempio: l’impeachment.

Se da qui al prossimo novembre i Democratici non tireranno un coniglio fuori dal cilindro, il destino dell’America, e di conseguenza quello del mondo intero, è scritto: Donald Trump viaggia verso la riconferma. Il suo secondo mandato alla Casa Bianca dopo l’assoluzione del Senato non è più soltanto possibile, è addirittura probabile. Intendiamoci: parliamo sempre e comunque di un presidente di minoranza, di una figura divisiva. Trump non unirà mai gli Stati Uniti. Ma ad oggi è facile che continui a governarli.

Se tutto ciò diventa possibile, se un personaggio dai molti tratti oscuri si trova a capo della maggiore potenza del mondo lo si deve a due fattori. Uno prende il nome di Zeitgeist, lo spirito del tempo. Chi in politica si dimostra in grado di interpretarlo, di meglio cavalcarlo, è un passo avanti. Trump può non piacere, non ci piace, ma ha dato voce alle paure dell’americano medio, invertito la narrazione dell’inesorabile declino statunitense, riscritto la contemporaneità.

L’altro fattore che sta spingendo Trump verso la rielezione è il Partito Democratico statunitense. Gli elettori desiderosi di una forte rottura rispetto alla presidenza del nemico per eccellenza stanno facendo l’errore politico, a lungo termine, di affidarsi ad un candidato radicale, il socialista Bernie Sanders. Il primo tifoso del senatore del Vermont abita alla Casa Bianca, si chiama Donald Trump. Ma all’emotività giustificabile di un elettorato dem spaurito, che oppone alla figurazione del Male (Trump) la sua antitesi più manifesta (Sanders) si aggiunge – quel che è peggio – la scarsa lungimiranza della dirigenza del Partito Democratico.

Intentare un processo di impeachment sapendo bene che al Senato la maggioranza era saldamente nelle mani dei Repubblicano è stato un errore. Il Russiagate ha detto che un presidente in carica non può essere incriminato. L’Ucrainagate ha confermato che una parte di elettorato dem non ha ancora digerito la sconfitta di Hillary Clinton nel 2016. Per questo ha tentato con un processo politico, qual è l’impeachment per definizione, di fare sloggiare dalla Casa Bianca il nemico Donald. Non c’è riuscito. Perché sui colpi di scena al Congresso, i tweet al veleno di Trump, la sua denuncia di “caccia alle streghe”, di un grande “hoax”, imbroglio, si è infine imposta la matematica, la realtà dei numeri.

Trump è stato assolto, i Democratici hanno trascorso gli ultimi mesi a combattere un’evidenza che era nota da tempo, perso la scommessa che le varie testimonianze avrebbero appannato l’immagine del presidente, perseverato nell’errore allungando i tempi del processo. La verità è che siamo ancora nel 2016, quando The Donald disse: “Potrei sparare a qualcuno in mezzo a Fifth Avenue e comunque non perderei voti. È incredibile”. Sì, lo è. Ma la realtà oggi è questa. Prendere o lasciare? Lui non lascia. Forse raddoppia.