Di Maio si aggrappa a Zidane

Resta il dilemma di sempre: se dietro la sparata del giorno vi sia strategia o ignoranza. Desiderio di spostare l’attenzione dai problemi interni buttandola in caciara, oppure un’inadeguatezza preoccupante, una dose di incompetenza che sarebbe comica, se non si trattasse del vicepremier italiano. Pure il nostro, quindi.

Luigi Di Maio individua il problema dell’Africa nel “franco coloniale”. L’autoproclamatosi statista dell’autoproclamato governo del cambiamento apre una polemica con Parigi di cui non si sentiva onestamente il bisogno. E lo fa come sempre nello stile dei 5 stelle, a colpi di fake news. Quello che lui definisce “franco coloniale” altro non è che una moneta, non una tassa. Per chiarire: le tasse sono quelle che Di Maio e Salvini hanno aumentato per 13 miliardi. Quello franco-africano è un sistema volontario. E se è vero che molti dirigenti africani hanno espresso dei dubbi sulla sua utilità lo è altrettanto che Emmanuel Macron ha replicato:”Se alcuni paesi non sono felici con il Fca (Franc de la Comunauté français d’Afrique ), basta lasciarlo e crearsi la propria moneta”.

Ma la verità sembra un concetto superato, obsoleto, per i dioscuri populisti. Quel che conta è polemizzare, aizzare le masse, solleticare il campanilismo sopito, a costo di creare un incidente diplomatico che non porterà da nessuna parte. Mettere in discussione la condotta degli ultimi secoli di storia francese attribuendone le colpe a Macron. Eccolo, il dubbio che ritorna: ci sono o ci fanno?

Forse è più rassicurante pensare sia la seconda opzione, cullarsi nel pensiero che alla fine siano soltanto dei polemisti spudorati e astuti, capaci di sacrificare la serenità dei rapporti con un alleato storico sull’altare di un proprio tornaconto, di una campagna elettorale per le Europee che altrimenti sarebbe da giocare di rincorsa sui temi, quelli veri, ad esempio un’economia in recessione, un reddito di cittadinanza che non convince, una politica dell’immigrazione disumana e indegna.

Forse è più comodo così: forse è più facile rievocare Italia-Francia, l’eterna sfida tra cugini, la testata di Zidane. Prima però eravamo campioni del mondo. Adesso non ci qualifichiamo nemmeno. Nel senso che siamo inqualificabili.

È Rino Gattuso l’anti-Salvini

Gattuso

 

Serviva la sincerità di un emigrato calabrese, la genuinità ruvida di un terrone fiero, la schiena dritta di un uomo vero, per mettere a tacere la spocchia irritante di Matteo Salvini. Quell’uomo si chiama Rino Gattuso e di mestiere fa l’allenatore del Milan.

Possiede l’amore per la verità degli onesti, Ringhio, che sulla panchina della sua squadra di bambino è arrivato versando lacrime e sudore, rinunciando alle comodità di casa da giovanissimo, saggiando sulla propria pelle il razzismo di cui oggi Matteo Salvini è il megafono e il portabandiera.

E ieri da buon tuttologo, dopo essersi improvvisato cantante sulle note di Vasco Rossi al Maurizio Costanzo Show, il vicepremier ha detto la sua anche sul pareggio del Milan contro la Lazio. Ha sentenziato che Gattuso avrebbe dovuto fare per tempo delle sostituzioni perché i suoi giocatori erano stanchi, e così non avrebbe preso gol.

Non è il parere “tecnico” che ci interessa: in primis perché Salvini “tecnico” non è. Non è neanche lo sfogo del “tifoso” che ci importa, perché un “vero tifoso” con il ruolo e l’esposizione mediatica di Salvini eviterebbe di certo di mettere in difficoltà l’allenatore della propria squadra dando in pasto ai media le sue critiche.

Ciò che ci interessa è la reazione di Gattuso, stanco e stravolto per la fatica di una gara condotta da leone, alla sua maniera, ma capace di trovare in conferenza stampa la lucidità di pensiero di cui spesso difetta Salvini: “Gli dico di pensare alla politica, perché in Italia abbiamo problemi gravi. E se lui ha tempo di pensare al calcio siamo messi veramente male“.

Eccolo, il gladiatore che ha infiammato tante arene, il terrone che col duro lavoro si è issato sul tetto del mondo, portando in alto – lui sì – l’onore dell’Italia. Non c’è bisogno di fare casting, non servono lauree e master. All’arroganza e al populismo basta opporre un uomo del popolo.

Si chiama Rino Gattuso, è lui l’anti-Salvini.

Grazie Fognini, fulmine rosso

fognini

 

Ha un fulmine rosso stampato sul petto e sul rosso della terra di Roma disegna lampi che squarciano pure le difese di un campione del presente e del futuro. Fabio Fognini torna Imperatore, e ti emoziona perché la corona stavolta se la mette da sola. In quella Capitale che l’anno scorso lo vide imporsi sul numero 1 del mondo, oggi sul numero 1 (o giù di lì) della terra.

Corre da una parte all’altra, pota le rose che delimitano il campo – tanto Thiem lo sbatte fuori con un kickone che i bambini nelle scuole-tennis da domani cercheranno di imitare – cade a terra, rotola, si rialza. Fognini urla, sbraita, tira un calcio alla racchetta ma stavolta la raccoglie, non la spacca.

Alla fine la rompe l’austriaco, Thiem, che davvero non pensava di trovarsi dall’altra parte della rete un Fognini così. Così…così maturo, così bravo, così forte. Così Fognini.

Fabio che ti mette la pelle d’oca, che ti scoraggia, che pensi sempre possa cedere sul più bello. Ma stavolta non molla, continua a picchiare sulla palla, a correre più veloce della luce, come quel fulmine rosso che ha stampato sulla maglia.

Fabio che chiede al pubblico del Foro di farsi sentire, e gli italiani alla continua ricerca di eroi applaudono, si alzano in piedi. Standing ovation. Speranze. Illusioni? Forse. Ma intanto Fognini oggi c’è stato. Grazie Fabio.

L’ultimo taglio di Roberta Vinci

roberta vinci

 

La magia dura poco, il tempo di un set, ma non era questa la partita da vincere per Roberta Vinci. Per lei del resto il tennis non è mai stato questo: prima il bel gioco, poi si vedrà. Così contro la serba Krunic, in un campo Pietrangeli che è un catino tricolore, “Roby” ci racconta il perché e il per come di una scelta che sa di liberazione. Ci sono gli anni, c’è un fisico non più attrezzatissimo, ma c’è anche il sollievo, la liberazione di non doversi svegliare, domani mattina, per allenarsi di nuovo.

Vacanza“, urla. Finalmente.

Ma nel finale di match ogni suo punto si trasforma in un boato. Come se il pubblico non volesse lasciarla andare via. E lei ci prova, a restare. Resiste finché può, forse pure un po’ di più. Poi cede. Dopotutto ha ragione di farlo.

Adesso è il tempo delle lacrime. Il momento di congedarsi, di prendersi il tempo per un giro di campo che sia l’ultimo. A patto di rivedersi in altre vesti, sempre in questo mondo.

Così per la regina dello slice è ora di darci un taglio. L’ultimo, il più sofferto, quello che mette la pelle d’oca, quello che fa piangere i grandi e i bambini.

Come una palla corta che si ferma sulla terra rossa dopo un lento rimbalzo.

E’ stato un tempo lungo, ma è passato troppo in fretta.

Giro d’Italia, pensaci tu

coppi bartali

 

Lo senti il ronzio delle biciclette, preceduto dalla carovana di macchine e moto che precedono il gruppo. Eccolo, dietro quella curva, passa proprio sotto casa tua: è arrivato il Giro d’Italia, applausi alla Maglia Rosa. Siamo italiani, tutti.

Questo è il Giro d’Italia, ancora, incredibilmente. Un momento di unità nazionale, un ricordo di un’epoca che c’è stata nel Paese, e forse a dirla tutta è svanita. Il saluto agli eroi che pedalano per ore sotto il sole e sotto la pioggia, che sfidano pure la neve, che si lanciano in discesa a 100 all’ora, che coi crampi in salita pedalano come non ci fosse un domani, tutto per non mettere un piede, quel maledetto piede a terra.

Poesia sulle strade d’Italia. Anche se per la partenza siamo in Israele. Va bene così: la scelta è pure simbolica, e se per una volta a lanciare un messaggio al mondo siamo noi italiani non c’è motivo di scandalizzarsi.

Siamo quelli di Coppi e Bartali, di Gimondi contro Saronni. Di Pantani e Cipollini. E adesso di Nibali e Aru, di chi li sconfigge gli alieni Froome e Dumoulin. Siamo sempre noi, dopotutto. Divisi sempre, incapaci di fare il nostro bene, di accordarci per un governo, ma speciali nel modo di unirci attorno ad uno dei pochi simboli che c’è rimasto.

Noi che pensiamo al Giro d’Italia con orgoglio, che quando ci dicono che è più importante il Tour de France non lo accettiamo. Noi che guardiamo le cartine delle tappe, tutti gli anni, per vedere quanto ci passerà vicino. Noi che scenderemo le scale di casa lo stesso, che un applauso al Giro non si nega, mai.