Sagan è Sagan, non Eddy Merckx

 

Sconta il fatto di essere Sagan, il più forte di tutti, il povero Peter. Che del resto non c’è soltanto la maglia iridata di campione del mondo a dirlo, ma pure il modo in cui affronta le corse, quell’immagine da fuoriclasse che non può proprio scrollarsi di dosso. Uno strapotere quasi sfottente, sulle rampe che spezzano le gambe dei comuni mortali che gli pedalano accanto, con quella maschera monouso stampata in viso: mai un ghigno di fatica, mai una goccia di sudore, mai una traccia di normalità.

Essere Sagan, insomma: e quindi spettacolo a prescindere, sempre e comunque, anche a costo di sacrificare la vittoria. Sarà per questo che nelle classiche Monumento non vince quasi mai: un successo su 24 partecipazioni. Forse perché cerca il bello, piuttosto che l’utile: il successo alla grande, anziché la vittoria e basta.

Un po’ come ieri, al Giro delle Fiandre, dove tra strade sterrate e odore di pioggia è sembrato in controllo della corsa per circa 6 ore. Quello con la gamba migliore di tutti, sempre in testa, sempre pronto a ricucire sugli allunghi dei big. Poi però scatta Terpstra e lui sta lì, a guardare, a marcare i rivali, i soliti noti, a pensare che “figurati se questa è l’azione buona“. E invece lo è: vabbè, sarà per la Roubaix.

E noi, di nuovo, saremo ancora tutti lì ad aspettare il suo sigillo. Nonostante non sia mai andato oltre un sesto posto, nel 2014, nella classica del pavè. Commettendo il solito, inevitabile, errore: credere che il più forte debba anche vincere sempre.

Ma è il ciclismo, signori: quel mix di valori sportivi, tattica, casualità che esalta e delude, affascina e tradisce.

E Sagan è Sagan. Non ancora – forse mai – Eddy Merckx.

Il coraggio di restare Bonucci

bonucci

 

Affronterà tra poche ore il suo passato, Leonardo Bonucci. In un controsenso che di significato invece è denso: guardare indietro per andare avanti.

E non sarà semplice fare ritorno nello stadio che lo ha reso campione, sottoporsi al trattamento severo di un pubblico che non potrà fare a meno di fischiarlo, tanto lo ha amato. Succede sempre così. Amici mai, diceva Venditti. E amici, Bonucci e la Juventus, non potranno essere più.

Tanto meno sabato, quando Leo avrà indosso una divisa rosso e nera, quella del Milan. E al braccio il simbolo che lo indica come capitano dell’armata nemica.

Ci saranno abbracci però, tra vecchi compagni. Perché in fondo Bonucci, Buffon, Barzagli e Chiellini saranno fratelli per sempre. Ad unirli il legame indissolubile delle vittorie, l’affetto che resta dopo le grandi imprese realizzate insieme. Ma non mancherà in campo quel pizzico di rivalità che è il sale dello sport: chi ha fatto meglio? Leo a lasciare o tutti gli altri a restare? Decisivo è il singolo o il gruppo?

La storia – finora – ha detto che la Juve è rimasta, Bonucci s’è perso. Almeno per un po’ ha smarrito la via. Vittima della voglia di dimostrare, dell’ambizione (o presunzione?) che lo ha portato ai vertici, di una frase che lo perseguiterà ad ogni tonfo della carriera:”Sono al Milan per spostare gli equilibri“.

Ma il campione è quello che accetta la sconfitta, che sa rimettersi in discussione il giorno dopo il ko. Così dopo gli scivoloni e le scivolate mancate, dopo gli autogol in campo e fuori, Bonucci ha ritrovato l’orgoglio. Lo ha fatto probabilmente nella notte più tragica della storia del calcio nostrano: l’Italia-Svezia che ha sancito l’esclusione della Nazionale dei Mondiali.

A San Siro, guarda caso il suo nuovo stadio, col risultato in bilico ha gettato lontano la maschera protettiva che doveva servire a tenere a riparo il setto nasale fratturato. Ha corso come un gladiatore verso il centro del campo, infondendo al pubblico l’illusione che sperare si poteva, che la Patria sarebbe stata salva, che come sempre – da Italia – in un modo o nell’altro avremmo saputo cavarcela. Così non fu, si sa.

Ma da quella notte Bonucci è tornato Bonucci. Ha ripreso in mano il suo destino, alzato il livello delle sue prestazioni, riaffermato con orgoglio il suo essere leader.

E ci vuole coraggio ad affrontare il proprio ieri sapendo che di vittoria non è tempo. C’è voluto coraggio a restare Bonucci.

Roger Federer patrimonio dell’Umanità: va gestito (non rompete)

federer twitter

 

Prima soffre con Coric, poi si arrende a Del Potro, infine capitola con un tale di belle speranze – fino a ieri non mantenute – che solo il nome è un perché: Kokkinakis. Così Roger Federer perde il trono a lungo inseguito, non sarà più numero 1 – lo dice la matematica – e passerà lo scettro al nemico-amico di una vita, a quel Nadal che è per antonomasia il suo rivale, la sua nemesi tennistica, l’antagonista perfetto. E da una parte va bene così.

Poi in conferenza stampa arriva la doccia gelata, l’annuncio che avremo tre mesi senza Federer, che salterà la stagione sulla terra rossa. Quella in cui ci si sporca i calzini, si suda, si soffre, ci si infortuna. Niente Roland Garros, di nuovo. Niente Roma (cari fan italiani). Roger ci ricorda che è umano, ha quasi 37 anni, e conviene accettarle le sue condizioni, mica storcere il naso come i benpensanti hanno già iniziato a fare da un po’.

I criticoni a prescindere, i rosiconi francesi, quelli come l’ex tennista Guy Forget: “Un numero 1 deve giocare tutti gli Slam“. Ma se il concetto di “nomen omen” vale ancora Forget – che in inglese si traduce col verbo “dimenticare” – ha forse scordato cosa voglia dire viaggiare da una parte all’altra del Pianeta di settimana in settimana, allenarsi di continuo, stressare il fisico quotidianamente, vincere senza fermarsi mai. Ops, forse Forget non ha mai vinto abbastanza per rendersi conto. Pardon.

Se nulla succede per caso, però, questa doppia sconfitta nel giro di una settimana serve pure a qualcosa. Magari a svegliarci da questa folle illusione che stavamo coltivando, che aggiustamenti tecnici e tattici sarebbero bastati a fermare il tempo, che soltanto a casa Federer si utilizzasse come fuso l’ora “illegale”, che fosse tutto destinato a continuare per sempre, insomma.

Così non è, così non sarà. Prepariamo i fazzoletti, per quando succederà di dirsi addio. Impariamo a godere di questo Patrimonio dell’Umanità, quando si può. Come un’opera d’arte in esposizione soltanto in certi periodi dell’anno. Fidiamoci di Roger, punto.

Serena Williams non è finita

serena williams

 

La vedi respirare in affanno. Prendere fiato tra un punto e l’altro. Aprire la bocca e chiudere gli occhi. E capisci bene che non è soltanto fatica. Più che altro fastidio, disapprovazione, un senso di smarrimento quasi nuovo, una strana sensazione che non conosce. “Cosa mi sta succedendo?” – sta pensando Serena Williams – “Tornerò mai me stessa?“. Perché per la regina del tennis femminile, anche a 36 anni, l’abitudine alla mediocrità non è contemplata. Ma quanto fanno male le accelerazioni di Naomi Osaka questa sera a Miami? La ragazzina cresciuta nel suo mito, che adesso dall’altra parte della rete pare più potente e più veloce, più tutto e basta, più forte punto.

Ma Serena Williams è Serena Williams non per caso. Non si dimenticano gli allenamenti di papà Richard, le palline sempre sgonfie per esercitare la potenza, i ragazzini a bordocampo pagati perché insultassero lei e la sorella Venus, abituandole a ciò che da grandi avrebbero dovuto affrontare.

Quando sei Serena Williams, dunque, l’idea della sconfitta lascia spazio subito alla voglia di riscatto, al pensiero che tutto passa comunque e sempre. Perché la vera campionessa non vede il declino, semmai rincorre l’appuntamento col destino che le restituirà la gloria, che certamente arriverà.

Che qualcosa sia cambiato, però, si avverte distintamente: piedi e muscoli poco reattivi, fiato che viene a mancare, servizio ad intermittenza. E poi quegli incitamenti a se stessa, quelle urla immotivate, neanche fosse in una delle sue finali, quando per versare qualche goccia di sudore doveva complicarsi la vita da sola, tanto era netta la superiorità sulle avversarie. Serena non è più la stessa, vero. Semplicemente perché non poteva esserlo, dopo un anno e oltre di stop, dopo aver dato al mondo la sua Alexys Olimpia.

Ma sta nella promessa fatta alla figlia, la stessa per cui per poco non è morta sotto i ferri, la garanzia che la regina riavrà la sua corona. Ha detto di voler continuare a giocare ancora un po’, quel tanto che basta perché la sua bambina riesca ad avere ricordi positivi di lei in campo. E non sarà più la pantera di un tempo ma ha pur sempre talento smisurato, qualità fisiche e tecniche di un altro pianeta, e soprattutto una forte motivazione. Vincere per ciò che ha di più caro al mondo. Serena Williams è tornata, Serena Williams non è finita.

Del Potro: il gigante di Tandil venuto dalla fine del mondo

del potro facebook

 

Il gigante di Tandil si muove senza grazia, porta un peso niente male. Dall’alto osserva tutto e tutti, come un Ciclope può schiacciarti oppure no. Figura mitologica – o giù di lì – non fabbrica fulmini per Zeus, ma i suoi colpi sono come saette. Puoi restare folgorato.

Ai campi di mais e patate ha preferito quelli da tennis. Resta comunque il giallo, ma delle palline. E che rimpianto pensare che poteva essere dei nostri, perché il cognome non mente: scorre nelle sue vene il sangue di qualche italiano d’Argentina, di un emigrante salito su una nave salpata per le Americhe, chissà quanti anni fa.

Così il gigante di Tandil (con l’accento sulla i) lo senti anche più vicino. Pure se si macchia di lesa maestà, sfidando e sconfiggendo a duello Re Roger, capisci di non volergli male. Perché pensi al calvario che ha passato, ai polsi rotti e doloranti, agli infortuni mille, alla sfortuna troppa.

Ripercorri la sua vita e la sua storia. Lo vedi giocare bambino in un campo da calcio, sognare un futuro da campione del pallone. Poi ne comprendi la tragedia: la sorellina che sale in cielo, i genitori che pensano di colmare i vuoti e tappare le tristezze aggiungendo un altro impegno alla sua giornata. E Juan Martin che inizia a tirare contro un muro a tutte le ore, pensando di spaccarlo, di fargli male con in mano una racchetta.

Ma il gigante di Tandil non è mai stato un orco cattivo. Ha solo braccia pelose e altezza da mostro. Poi due occhi azzurri e onesti come il mare. Di lui ci si può fidare. Come il Papa argentino, c’è un tennista “venuto dalla fine del mondo“.

Vincenzo, Vincenzo! Ma che hai fatto Vincenzo?

Nibali Sanremo

 

Vincenzo, Vincenzo, è partito Vincenzo!” Basta quella frase in tv, quell’urlo negli altoparlanti di Sanremo, per saltare dalla sedia. “Vincenzo, Vincenzo, è partito Vincenzo!“. Che attenzione, non è Nibali: è Vincenzo.

Vincenzo con quel suo fisico da uomo normale diventato campione, con quella faccia abbronzata da emigrato d’altri tempi, Vincenzo con gli occhi sempre lucidi e profondi. Vincenzo papà di Emma, Vincenzo dai: Vincenzo Nibali.

Così vedi la sua maglia rossa uscire dal gruppo, lanciarsi all’inseguimento del campione lettone: e nel suo sguardo ti sembra di immortalare il lampo di follia che si trasforma in impresa, la frazione di secondo in cui il sogno diventa possibilità.

E adesso pedala, pedala Vincenzo. E non ti voltare, che ci siamo noi, milioni di italiani, a guardarti le spalle, a controllare che il gruppo cattivo non venga a riprenderti.

Disegna le curve della discesa e fingi di non sentirle le gambe che bruciano e fanno male in quel vialone lungo e infinito. Raccogli le energie che ti restano. E goditi il momento, che vorremmo esserci noi al posto tuo. A soffrire, a sudare, a vedere lo striscione del traguardo là sotto, sempre più vicino.

Alè Vincenzo: pedala, pedala, e non ti fermare. Che manca un km, forse meno, e hai ancora un buon margine. Pedala, pedala, ma prenditi il tempo per esultare. Alza le braccia al cielo. Urla, ridi, piangi. Vinci.

Ma che ha fatto Vincenzo?“. “Ma cos’hai fatto Vincenzo?” Ha vinto Vincenzo, Vincenzo Nibali.

Milano-Sanremo: quando c’era Cipollini

 

In fondo basta il nome, Milano-Sanremo, a tirarti fuori quella voglia di ciclismo che hai dentro da sempre. La chiamano la Classicissima, perché più classica di questa non esiste. Duecento corridori che montano in bicicletta e percorrono quasi 300 km tutti d’un fiato, su un percorso che è tutto un saliscendi, col mare accanto, il sole primaverile che inizia ad affacciarsi sulla città dei fiori: che poesia, che bellezza.

Ma la Milano-Sanremo è uno spaccato di vita italiana, una metafora dei successi e delle cadute tricolore. La Milano-Sanremo è l’antipasto che ti annuncia che un paio di mesi e arriva il Giro: e allora tutti fuori, tutti in strada, che tra poco passa la maglia Rosa e bisogna salutarla. Retaggi di un Paese che forse nemmeno esiste più, di una voglia di sentirsi Italia che riaffiora soltanto in poche occasioni: ai Mondiali di calcio, in parte alle Olimpiadi e poi via, pronti di nuovo a dividerci, a farci la guerra, e spesso tra poveri.

Perché in questi anni qualcosa si è perso. La Milano-Sanremo la guardi, ma forse non l’aspetti più come qualche anno fa. Quando ti chiedevano cosa fai sabato e rispondevi indignato: “Ma come cosa faccio? C’è la Milano-Sanremo“. E allora dall’altra parte avevano il garbo di non risponderti, abbassavano lo sguardo imbarazzati, colpevoli di aver dimenticato un appuntamento tanto importante. Così provavano a recuperare, con una domanda tanto stupida quanto fondamentale: “Quest’anno ce la fa Cipollini?“.

Perché in fondo, il punto, quello era. Il Re Leone che ruggiva ovunque, ma non a Sanremo. Tante partecipazioni, due secondi posti, e sempre qualcosa che va storto. E poi una promessa da onorare. Quella a papà Vivaldo. L’uomo che da piccolo lo portava a vedere le corse, compresa la Sanremo, perché in gruppo c’era Cesare, suo fratello maggiore. L’uomo al quale un giorno, a Savona, il piccolo Mario promise: “Questa corsa un giorno te la vincerò io“.

Ma il destino è spesso infame. Nel 1999 il papà di Cipollini esce in strada per una sgambata in bici. Cade e batte la testa. Non si riprenderà mai più, restando nell’incoscienza fino al 2010. Si è perso il successo del figlio, arrivato nel 2002 al quattordicesimo tentativo. Il treno bianco e nero che scorta Super-Mario ai 250 metri dal traguardo, lo sprint impetuoso e violento di un corpo generato per esprimere potenza, la paura che Rodriguez spunti dalla ruota proprio sotto lo striscione di via Roma, e poi le braccia al cielo, l’urlo della folla, la vittoria.

Non secondo Mario, però, che al traguardo – in quel fantastico 2002 che gli portò in dote pure il Mondiale di Zolder – subito disse: “E so che mio padre mi ha sentito vincere“. Roba da pelle d’oca, da iniziare a piangere senza smettere più. Roba da Milano-Sanremo.

La Milano-Sanremo, quando c’era De Zan in telecronaca. La Milano-Sanremo di “chi scatta oggi sul Poggio?” e quella di Pantani che assalta la Cipressa. La Milano-Sanremo di Bulbarelli e Cassani su Rai Tre. La Milano-Sanremo dei pomeriggi di isolamento consapevole dal resto del mondo, e guai a chi ci disturba davanti alla tv. La Milano-Sanremo. Quando c’era Cipollini

Lettera a Marco Pantani

Quattordici, Marco. Come gli anni che sono passati. Quattordici, come il 14 febbraio in cui te ne sei andato. Un San Valentino, la festa degli innamorati. Per te che avevi perso l’amore per tutto, forse anche per la vita.

Tradito, isolato, rovinato. Il re delle salite che imbocca una discesa infinita. E non c’è bici che tenga, per tentare di ripartire. Certe volte non puoi alzarti sui pedali, levarti la bandana e via, lasciarti tutti i problemi alle spalle.

No, quel 14 di quattordici anni fa sei andato in fuga per sempre. E non c’era un De Zan, un Bulbarelli di turno, in cronaca, a fare da megafono alle tue imprese. Nessuno che urlava “Pantani!“, a bordo strada. Eri da solo Marco. Ma solo davvero. Senza mamma Tonina e papà Paolo, senza tua sorella Manola. Senza i tuoi gregari a coprirti dal vento, a curarti la ruota.

Solo. In preda ai tuoi deliri, a scrivere il tuo testamento su un passaporto. A rivendicare che Pantani era uno sportivo, non un dopato. Solo senza Christina, la danese che ti aveva rapito il cuore. Solo e basta. A pochi metri dalla morte. Che alla fine è arrivata, sotto uno striscione triste – non quello di un tappone del Giro o del Tour – in un residence di Rimini che alla fine hanno pure abbattuto. Si chiamava “Le Rose“.

Ma i petali sono appassiti tutti, pure quelli del ciclismo. Perché se ancora la gente usa i gessetti per scrivere in strada il tuo nome, un motivo ci sarà. Ed è che hai fatto il vuoto, come quando la strada iniziava a salire. Nessuno mai, dopo di te. Non Nibali, non Aru. Nessuno, punto.

Quattordici, quindi. Eppure il nodo in gola c’è sempre, al punto che sembra che tu sia morto oggi. Quattordici, però. Come il 14 di San Valentino e l’amore dei fan – quello no – che non scema. Perché pedali sempre un po’ con noi, che abbiamo il tuo ghigno dipinto in faccia su una rampa di 20 metri, mettiamo le mani sotto il manubrio col rischio di finire a terra, ci leviamo la bandana nonostante tutto. Quattordici, insomma. Ma potrebbero essere pure 100: Pantani vive, viva Pantani.

Ah, che bella invidia Cutrone…

Non fai in tempo ad accendere la tv in uno strano sabato pomeriggio di febbraio. Giocano alle 15 e il famoso calcio spezzatino ti coglie impreparato. Ma c’è il Milan e ha già segnato: chi ha fatto gol? Ma lui, è chiaro. E chi sennò? Patrick Cutrone. Il predestinato.

Lo guardi esultare, è compiaciuto. Fa segno di sì con la testa, ma chissà se ci crede almeno lui. Doveva andarsene a Crotone in estate, poi una serie di coincidenze hanno fatto sì che Montella lo lanciasse in prima squadra. E Patrick l’occasione non se la fa sfuggire. Impressiona per la facilità con cui segna tra i grandi. Ma chi è questo ragazzino sfrontato? Da dove salta fuori?

Arriva dai Pulcini rossoneri. Ha fatto tutta la trafila delle giovanili al Milan. Come lui Manuel Locatelli. Sono come fratelli. E insieme hanno realizzato il sogno di indossare la maglia per cui tifano da bambini.  Ma a Cutrone non basta. Rino Gattuso, da quando lo ha visto allenarsi la prima volta, ha detto:”Patrick è tarantolato, ha il veleno addosso“.

E te ne accorgi subito che ha ragione: per come corre, per il suo sguardo da ossesso, per la rabbia che mette in ogni giocata. Cutrone ha 20 anni, accarezza il suo sogno ma non se ne innamora, continua a macinare km, che perdere la magia è un attimo, gliel’hanno già detto in tanti.

Ma a te che stai sul divano, a te che lo guardi esultare in questo strano sabato di febbraio, a te che magari non tifi neanche Milan, quel ragazzo in un modo o nell’altro fa simpatia. Speri di vederlo presto con la maglia della Nazionale, così da poter esultare insieme a lui. E ti auguri che realizzi tutti i suoi sogni. Che alla fine erano anche i tuoi: diventare un gran campione. Dai che ce la fai Cutrone! Ah, che bella invidia Patrick…

Fognini d’Italia

L’approvazione del Paese non la otterrà mai.  A meno che da qui ad un paio d’anni non si decida a vincere un Roland Garros, ma in quel caso si direbbe: “È solo uno che ha azzeccato un torneo in carriera, non un campione“. E magari siamo pure d’accordo con loro, con chi dice che è una testa matta, che ai livelli di gente come Federer, Nadal e compagnia cantante non si avvicinerà mai, ma mai veramente, quanto meno per continuità di gioco e tenuta mentale. Ma Fabio Fognini qualcosa che lo rende speciale, diverso dalla maggior parte degli altri giocatori di tennis lo ha veramente, non ce lo siamo inventato.

Sarà quella voglia di soffrire e complicarsi tutto sempre, la sensazione che una partita sia la parabola della vita, la prova che ad ogni conquista deve corrispondere una grande fatica: altrimenti che gusto c’è? E allora eccolo Fabio, in campo in Giappone, quando molti in Italia erano ancora al caldo dei loro letti. Lotta e suda in Coppa Davis per la bandiera, la stessa che indossa come vestito, un tricolore in forma verticale.

Ci porta i punti decisivi restando in campo più di 11 ore: l’Italia vince 3 a 1 col Giappone e tutti e 3 i punti li porta lui, Fabio. Quello che purtroppo resterà per sempre nell’ottica del tifoso medio come il giocatore che dice le parolacce in campo, quello che se la prende con l’arbitro quando perde, quello discontinuo. Ma non ci sembrano familiari questi atteggiamenti? Dove li abbiamo già visti? Ma certo. Siamo noi, siamo proprio noi.

Quelli che quando perdono al campetto è sempre colpa del vento, che maledicono se stessi e l’avversario quando si scoprono incapaci, quelli che all’allenamento preferiscono il divano. Siamo italiani, insomma. Geniali ma scostanti, legati alla Patria ma pronti a criticarla (noi però, mica gli altri, tipo i francesi). Lottatori ma quando serve.

E allora dai Fabio, non prendertela. Oggi sei l’eroe, domani chissà. Tanto ormai l’hai capito siamo tutti Fognini d’Italia.