Fognini d’Italia

L’approvazione del Paese non la otterrà mai.  A meno che da qui ad un paio d’anni non si decida a vincere un Roland Garros, ma in quel caso si direbbe: “È solo uno che ha azzeccato un torneo in carriera, non un campione“. E magari siamo pure d’accordo con loro, con chi dice che è una testa matta, che ai livelli di gente come Federer, Nadal e compagnia cantante non si avvicinerà mai, ma mai veramente, quanto meno per continuità di gioco e tenuta mentale. Ma Fabio Fognini qualcosa che lo rende speciale, diverso dalla maggior parte degli altri giocatori di tennis lo ha veramente, non ce lo siamo inventato.

Sarà quella voglia di soffrire e complicarsi tutto sempre, la sensazione che una partita sia la parabola della vita, la prova che ad ogni conquista deve corrispondere una grande fatica: altrimenti che gusto c’è? E allora eccolo Fabio, in campo in Giappone, quando molti in Italia erano ancora al caldo dei loro letti. Lotta e suda in Coppa Davis per la bandiera, la stessa che indossa come vestito, un tricolore in forma verticale.

Ci porta i punti decisivi restando in campo più di 11 ore: l’Italia vince 3 a 1 col Giappone e tutti e 3 i punti li porta lui, Fabio. Quello che purtroppo resterà per sempre nell’ottica del tifoso medio come il giocatore che dice le parolacce in campo, quello che se la prende con l’arbitro quando perde, quello discontinuo. Ma non ci sembrano familiari questi atteggiamenti? Dove li abbiamo già visti? Ma certo. Siamo noi, siamo proprio noi.

Quelli che quando perdono al campetto è sempre colpa del vento, che maledicono se stessi e l’avversario quando si scoprono incapaci, quelli che all’allenamento preferiscono il divano. Siamo italiani, insomma. Geniali ma scostanti, legati alla Patria ma pronti a criticarla (noi però, mica gli altri, tipo i francesi). Lottatori ma quando serve.

E allora dai Fabio, non prendertela. Oggi sei l’eroe, domani chissà. Tanto ormai l’hai capito siamo tutti Fognini d’Italia.

Gattuso ha salvato il Milan. Ma il Milan ti salverà, Rino?

Quando in estate lo hanno telefonato per dirgli di guidare la Primavera del Milan, Rino Gattuso non ha esitato un secondo. Allevare i futuri campioni rossoneri era per lui un onore e un piacere. Rientrare a Milanello, il luogo in cui aveva costruito la sua immagine di uomo e di campione, un sogno al quale non poteva rinunciare.

Pochi mesi dopo, però, di telefonata eccone un’altra:”Rino, abbiamo bisogno di te“. Le gambe che tremano e il cuore che pulsa. Ma Rino non si nega: è l’uomo che arringava la Curva con la forza delle sole braccia, è quello che ringhiava a muso duro dinanzi a colossi grossi il doppio. Soprattutto – parole di Marcello Lippi – “per il Milan Gattuso darebbe la vita“.

E all’inizio quasi quasi succede. La vittoria all’esordio illude, perché a metterne alla prova le coronarie è il pareggio col Benevento: gol subito dal portiere avversario all’ultimo minuto. Roba che neanche Hitchcock avrebbe immaginato di peggio. Ma quel che differenzia Rino nel mondo del calcio resta l’umiltà. Testa bassa e lavorare, come sempre. Come quando da giocatore mediocre ha scalato l’Everest del gioco, diventando un intoccabile in una formazione di Campioni del Mondo.

Gattuso entra così nella testa dei giocatori. Li prende in disparte e li convince che il concetto di “uno” in una squadra di calcio non esiste, se non inserito in un contesto di “gruppo“. Parola del gregario per eccellenza, del mastino che all’arrivo di Ronaldinho disse: “Non preoccuparti, corro io per te“.

Così facendo Rino ha salvato il Milan. Lo ha preso quando stava affondando e lo ha riportato in superficie. Gliene danno atto gli stessi giocatori, quelli che in ogni intervista non perdono occasione di ricordare che sì, questo è il Milan di Gattuso e ogni merito va a lui. Ma cosa riceverà il buon Rino in cambio dei suoi servigi?

Chi ha composto il suo numero di telefono per chiedergli di salvare il Milan, sappia che non salverà la faccia quando deciderà di congedarlo a fine stagione. Una pacca sulle spalle e un arrivederci non basteranno. Se ne ricordino Mirabelli e Fassone, quando la tentazione di un cambio in panchina si farà irresistibile in estate.

Rino, che il Milan lo ama veramente, comunque vada non sbatterà la porta. Perché lo ha ripetuto più volte, “questa è casa mia“.  Questo piccolo uomo con la barba nera e i primi capelli bianchi è l’emblema del coraggio. Gattuso è stato Gattuso fino in fondo. Ma dopo aver salvato il Milan dovrà trovare qualcuno che lo salvi dal limbo della mediocrità. E non è detto che a tendergli la mano trovi uomini della sua stessa stoffa…

L’importanza di chiamarsi Federer

Vederlo danzare su un campo da tennis è un’esperienza mistica, quasi illusoria. Perché credere che un uomo di 37 anni riesca ad essere così leggiadro e allo stesso tempo incisivo è un messaggio ingannevole, mina la stabilità del nostro cervello. Ci abbiamo provato tutti, in fondo. La domenica mattina abbiamo indossato il suo completino, ci siamo guardati allo specchio e qualcuno ha perfino osato indossare la sua fascia per capelli (nonostante una calvizie incombente!).

La racchetta, poi, quella è la bacchetta magica. Neanche il venditore Olivander di Harry Potter è più informato di noi sull’attrezzo che andremo a maneggiare: sappiamo tutto di lei. Anzi: della lei di lui, di Roger Federer. Peso, tensione delle corde, overgrip giusto. Non ci sfugge niente. Siamo perfetti, all’apparenza. Dai calzini al polsino, sembriamo pronti a ripetere le sue gesta oceaniche anche qui, al campetto comunale. Che alla fine il nostro momento arriverà. Un osservatore in vacanza, un allenatore in incognito, un tecnico che passa per caso si fermerà a guardarci e dirà: “Ma com’è possibile che ancora non sei stato convocato in Coppa Davis?“.

Sì, il sogno dura poco però. Giusto il tempo del riscaldamento. Cinque minuti al massimo, poi subito partita. Noi non abbiamo bisogno di certi riti. Siamo nati pronti. Meglio di Roger. Ed è lì che ti accorgi che forse hai osato troppo, che meglio di Roger nel tennis non nascerà mai nulla. Tenti di imitarne il lancio-palla. E all’amico che ti riprende da fuori (video-analisi sì, professionismo puro) fai un po’ pena, ma ti vuole così bene che non te lo dirà mai. Subito dopo il servizio sei lì, in posizione d’attesa e magari hai anche 10 anni meno di lui, ma la reattività di Federer te la sogni.

Fondamentali? Chi dice che Dimitrov è cresciuto copiando Federer non ti ha mai visto giocare. Dritto e rovescio made in Svizzera, roba che neanche il primo maestro di Roger ha qualcosa da insegnarti. Peccato che i risultati siano scadenti e anche la soddisfazione di dire:”Al torneo ho perso ma almeno ho fatto il mio gioco” – visto che il gioco è il suo – se ne vada a quel paese. Quale Paese? Ma sì, siamo a gennaio e godiamoci questo Federer australiano. L’ultimo highlander di una generazione che così bella non l’avremo mai più. C’avevano detto che Nadal era quello dal fisico d’acciaio, ma alla fine a ritirarsi al quinto per problemi muscolari è stato lui. Roger, quello dotato soltanto di classe, invece è lì, ancora lì, a zampettare allegramente come niente fosse.

Lo attende una semifinale con un coreano che fa impressione per atletismo e tempo sulla palla. Si chiama Chung: e già dal nome capisci che rimbalza da una parte all’altra del campo come niente fosse. Riuscirà a battere Federer? Non lo sappiamo. Né ci interessa, lo diciamo apertamente. Sua Maestà regna ancora e questo conta. E noi, sudditi felici e contenti, continuiamo a godere della sua aura di invincibilità. Convinti che – almeno- fino a 37 anni siamo ancora in tempo a vivere dei nostri sogni. Sì, è soprattutto questa l’importanza di chiamarsi Federer.

L’Italia chieda scusa a Balotelli

Mario Balotelli dell’etichetta di bad boy, di cavallo pazzo, di giocatore inaffidabile, difficilmente riuscirà a liberarsi nella sua vita. Ha stampate addosso le stimmate del campione, in quegli occhi profondi la stessa dose di follia che lo ha reso allo stesso tempo diverso e maledetto.

Se non fossimo in Italia, però, di Mario Balotelli non ci saremmo liberati così presto. Lo avremmo protetto con maggiore cura. Non siamo un popolo orgoglioso. Non lo siamo più da troppo tempo. E su quel ragazzino che avrebbe dovuto portarci in alto abbiamo sfogato la rabbia per la nostra inadeguatezza, quando non ce l’ha fatta.

Ne abbiamo avuto riprova non qualificandoci al Mondiale 2018. Siamo stati capaci di dilapidare l’identità sportiva del Paese. Abbiamo preferito perdere la faccia piuttosto che tornare sui nostri passi, ammettere che, più di Insigne, l’unico giocatore con i colpi per risolvere i nostri problemi fosse lui. Proprio lui. L’esiliato, il reietto, Mario Balotelli.

Lui che nel frattempo se n’è fatto una ragione. Anzi no. Continua a lanciare proclami anche dalla Francia. Dice che per lui la Nazionale è altra cosa rispetto al resto. Sente l’orgoglio di quella cosa chiamata Patria. E non da oggi, non da ieri. Da sempre. Da quando faceva notizia la mancata esultanza dopo i gol. Balotelli ripeteva: “Esulterò alla finale del Mondiale“. Mario all’Italia ci tiene, al punto di voler far sapere a Matuidi che non tutti, a queste latitudini, sono come quelli che lo hanno fischiato per il colore della pelle. Lo dice lui sì, lui, Balotelli. Lo stesso Balotelli che venne insultato persino a Coverciano, da un manipolo di ragazzini ignoranti per lo stesso motivo.

Adesso che Balotelli ha messo da parte le cosiddette “balotellate“, che è padre responsabile e innamorato di due figli, che segna più di Neymar – il giocatore più pagato della storia del calcio – è all’altezza di una convocazione in Nazionale? Siamo senza c.t., senza un presidente della FIGC, senza obiettivi a breve termine come gruppo. Necessitiamo forse di un bagno d’umiltà generale tutti. Porgiamo le nostre scuse a Balotelli. E se le accetta che ci aiuti a risalire la china. A ritrovare il tempo perso. A sentirci ancora Italia.