Giuseppe Conte, dove sei?

conte senato

 

Si era presentato come l’avvocato difensore degli italiani, Giuseppe Conte. Ma proprio quando piovono accuse dal resto d’Europa, stranito e sconvolto dall’assurda gestione italiana della vicenda Aquarius, il Presidente del Consiglio si dilegua.

Sì, c’è una nota di Palazzo Chigi in risposta alle offese recapitate da Macron. Ma l’unico sprazzo che si coglie in un messaggio privo di sussulti è quella chiosa finale in cui si rimarca la distanza tra i fatti dell’Italia e le prediche francesi (“Agli altri nostri alleati lasciamo le parole“). Troppo poco.  Voi ne sapevate qualcosa?

È un grigiore, quello di Conte, che non è venato neanche dalla moderazione o dalla saggezza. Il suo è un grigio e basta, un’impalpabile sfumatura che a paragone col giallo-verde stridente di un governo che si fa portavoce del cambiamento (che non vuol dire miglioramento) nemmeno si nota.

Così spetta a Salvini ribadire che il premier ha “completa autonomia” rispetto all’incontro in programma per venerdì all’Eliseo con Macron (e Conte ringrazi per questa concessa libertà).

Così come spetta a Di Maio, da ministro del Lavoro e dello Sviluppo, decidere cosa sarà ad esempio dell’ILVA, dell’industria più grande del Sud Italia.

E non che vadano invase le sfere di competenza, ma una parola dal Presidente del Consiglio, dall’uomo che secondo la Costituzione “dirige la politica generale del Governo e ne è responsabile” sarebbe forse lecito attendersela.

Conte invece tace. Prende tempo, ostenta libertà e autonomia solo al G7. Prolunga il proprio tour nelle terre martoriate dal terremoto. Sorride ai flash, aggiusta la riga dei capelli. E forse un giorno taglierà nastri. Stop. Finito.

Nessuno sa cosa pensi. A pochi interessa. Tanto ci sono Salvini e Di Maio.

Giuseppe Conte, dove sei?

Ho scoperto il piano C di Salvini

salvini europa

 

Se il piano A è messo nero su bianco nel programma del “governo del cambiamento“, questo non vuol dire che i contraenti del patto non abbiano coltivato in queste settimane schemi alternativi a quello infine formalizzato.

Ce lo ricordiamo tutti il polverone sollevatosi per Paolo Savona, oggi ministro per gli Affari Europei, sull’altare del quale si stava sacrificando non soltanto la trattativa per il governo ma pure la tenuta della Repubblica. Tutto per colpa di quel famoso piano B che neanche ieri, alla presentazione del suo libro “Come un incubo e come un sogno“, l’economista ha voluto sconfessare: uscire dall’Euro in un fine settimana, mettersi a stampare lire su lire di venerdì pomeriggio – a Borse chiuse – e completare il processo entro lunedì mattina. Facile no?

Ma tra il piano A che giura fedeltà all’Europa e il piano B che ne teorizza l’uscita sta emergendo in queste ore un piano C, ed è targato Matteo Salvini. Né restare, né uscirne: farla saltare questa Europa.

Ne è la prova la condotta sulla vicenda Aquarius, in cui Salvini non ha lasciato in mare aperto 629 disperati per vincere il braccio di ferro con Malta, ma soprattutto per mostrare i muscoli a Bruxelles.

Una mossa che se pure ha avuto il merito di aprire una riflessione allargata sul tema dell’immigrazione, ha messo però l’Italia alla mercé degli insulti di un Paese come la Francia, che in quanto ad accoglienza non può darci di certo lezione.

Se quella di Salvini su Aquarius è stata il frutto di una manovra elettorale per raccattare un po’ di voti in più alle amministrative o il primo passo di una strategia scellerata lo capiremo molto presto. Pensare di accogliere soltanto i migranti raccolti dalle navi della marina e dalla guardia costiera italiane – lasciando le Ong battenti bandiera straniera al proprio destino – è un discorso miope.

A meno che l’idea non sia appunto quel piano C di cui sopra. Far saltare tutte le alleanze in Europa. Dare il via ad un tutti contro tutti capace di mettere in discussione la tenuta e l’essenza stessa dell’Unione. Sarebbe quasi diabolico.

Altro che miope, forse Salvini ci vede benissimo.

Con Aquarius vince solo Salvini: l’Italia fa una figuraccia mondiale

aquarius

 

L’interpretazione della vicenda Aquarius non è univoca. Ci sarà sempre chi dirà che Salvini ha fatto bene ad imporre la chiusura dei porti. Così come altri hanno il diritto di ritenere un errore la presa di posizione del ministro dell’Interno con 600 e oltre disperati in attesa di un segnale nel Mediterraneo.

Nella guerra di posizione tra Italia e Malta – scorretta tante volte ma non questa, secondo il diritto del mare – si inserisce la Spagna. Ad accogliere i naufraghi che rischiavano di restare a corto di viveri sarà il nuovo governo di Pedro Sanchez, che ci infligge una lezione di umanità. Ahinoi.

Casi strani della politica: un nuovo governo in Italia e un nuovo governo in Spagna. Condotte agli antipodi. Uno decide di improvvisarsi bullo del mare, l’altro decide di presentarsi con un gesto di accoglienza universale. Non che l’Italia non abbia accolto abbastanza. Ma in una domenica pomeriggio abbiamo buttato all’aria anni di sacrifici.

L’immagine che diamo di noi all’estero con il rifiuto di Aquarius non è quella di un governo forte, deciso a farsi rispettare. No, non ci illudiamo: semmai adesso abbiamo certificato che al potere in Italia c’è un esecutivo di irresponsabili.

Qualcuno, però, ha vinto. Sì, Salvini. Perché non era una domenica pomeriggio come le altre. I risultati delle amministrative parlano da sole.

Il boom della Lega fa rima con Aquarius. E criticavano gli 80 euro di Renzi…

L’Altra Italia di Berlusconi che somiglia all’«altra cosa» di Renzi

 

Nella lettera inviata oggi al Corriere, in cui annuncia la volontà di riformare Forza Italia, sta tutta la consapevolezza di un leader descritto come arrendevole e poco lucido. Berlusconi sapeva da tempo che le amministrative non sarebbero andate secondo i suoi desiderata. Così al giorno che di norma sarebbe dedicato ai bilanci nefasti di un partito in agonia oppone la svolta di un’idea nuova, il rilancio dell’andatura quando la spinta sui pedali pareva estinta.

E tra le righe che sono un continuo attacco al MoVimento 5 Stelle si leggono pure le stilettate a quello che ancora è sulla carta l’alleato leghista, a quel Salvini colpevole di aver dato vita con Di Maio ad un “governo contro natura“, che Berlusconi vede destinato ad “implodere” a causa delle sue contraddizioni. Nel mirino finisce pure quella retorica populista che non tiene conto della realtà, tutta basata sull’«illusione che basti fare la voce grossa per cambiare equilibri politici ed economici europei e mondiali molto complessi, rispetto ai quali il nostro Paese sarà debolissimo se non avrà i conti in ordine».

E anche se non rinuncia all’etichetta di centro-destra, pure se la lettera al Corriere è ufficialmente il tentativo di rilanciare Forza Italia, l’uomo di Arcore – è chiaro – cerca strade nuove. Ha intuito che la sua sopravvivenza politica passerà da un’opposizione netta. Così prova a marcare il territorio, a rappresentare e a rappresentarsi come l’alternativa al populismo, la scelta basata sul “buon senso” e sulla “concretezza“, sulla “professionalità” e sull’«esperienza».

Allora parla apertamente di un “nuovo cammino“, che lui ha deciso di chiamare “l’Altra Italia“. Un “fronte” al populismo, al giustizialismo e al pauperismo che se non potrà essere quello Repubblicano per i veti di una certa sinistra – che non a caso Berlusconi definisce “tradizionale” – assomiglia evidentemente a quello prospettato da Renzi nei giorni della nascita del nuovo governo e sintetizzato su Twitter con l’hashtag #altracosa.

Una differenza, quella rispetto all’esecutivo gialloverde, marcata dall’ex segretario Pd anche nel suo ultimo intervento in Senato, quando Renzi ha definito sé e i suoi come “altra cosa sull’Europa” e “altra cosa sulla giustizia“.

Potrebbe essere l’Altra Italia di Berlusconi l’«altra cosa» di Renzi.

La lezione del G7 per i sovranisti italiani

g7 canada

 

Al governo Conte è concesso un vantaggio. Essendosi appena insediato può godere di una luna di miele con gli italiani che si traduce soprattutto in un tesoretto di tempo utile per capire da che parte stare. Ma dovrebbero essere bastati i due giorni di G7 in Canada, al premier Conte, per rendersi conto che il solo posto dove l’Italia può sperare di dire la sua è anche lo stesso da cui Salvini e Di Maio sono intimamente tentati di uscire: l’Europa.

In un contesto storico in cui i nazionalismi e i sovranismi la fanno da padrone, dove le riunioni tra leader vengono vissute con insofferenza e fastidio – si veda l’atteggiamento di Trump – Paesi come l’Italia hanno un’unica strada per tentare di contare qualcosa: fare squadra con chi ha interessi se non uguali quanto meno simili.

E in questo senso è da salutare con fiducia la retromarcia di Conte sul piano delle sanzioni nei confronti della Russia. Si può immaginare che stretto tra Merkel e Macron, salutato come un nipote da Juncker e Tusk, Conte abbia iniziato a capire che l’Italia non può permettersi fughe in avanti. A meno che non voglia essere vassallo di qualcuno.

Che poi, anche volendosi del male, si farebbe fatica a scegliere a quale padrone asservirsi. Trump, nonostante i suoi modi ruvidi, ha un merito: sta mantenendo gli impegni presi con gli americani in campagna elettorale. E questo significa che gli Usa non interpretano più come nel passato il ruolo di guida universale del mondo libero. Basta uno slogan: America first, per rendersi conto che andare dietro agli americani non è oggi né conveniente né tanto meno possibile.

E allora, potrebbe pensare qualcuno, buttiamoci con Putin. Il presidente russo è probabilmente il giocatore più lucido e talentuoso in fatto di geopolitica. Si è impossessato del Medio Oriente sfruttando la timidezza in politica estera di Obama; e una volta tagliato fuori dall’Occidente ha allargato il fronte verso l’Asia, creando una relazione privilegiata con la Cina che è forse il motivo principale per cui Trump ha proposto di reinserirlo nel G8. Ma di nuovo: l’Italia non ha la forza economica e politica per trattare da pari a pari con colossi come Usa, Russia e Cina.

Possono dunque esistere rapporti di amicizia e di rispetto, nei confronti dei giganti del mondo. Ma se l’Italia vuole contare qualcosa, invece di pensare a distruggere l’Europa pensi a renderla più forte e a scalare posizioni al suo interno.

La strada sarà pure in salita, ma è l’unica che porti da qualche parte.