Essere Lord Michael Bates

Gli è bastato arrivare in ritardo di due minuti, non rispondere alla prima domanda dalla baronessa Lister, per sentirsi in difetto. Essere Lord Michael Bates, ministro britannico del Dipartimento internazionale per lo sviluppo, non è cosa da tutti.

Centoventi secondi di troppo,  due minuti insomma: le chiavi della macchina dimenticate a casa. Ma no, erano in tasca! Un’inutile perdita di tempo. E poi che fa la signorina lì davanti? Guarda il cellulare invece di guidare? Ecco, è scattato un altro semaforo rosso. Ma di usare il clacson non se ne parla nemmeno. Siamo Lord, ma siamo inglesi, prima di tutto. Ormai ci siamo: via, di corsa, pronto a fare il proprio ingresso nella Red Chamber, ma la seduta è iniziata: che si è perso?

Centoventi secondi, due minuti di troppo, sempre quelli, Lord Bates. Gli stessi che la baronessa Lister, laburista e dunque all’opposizione, ha impiegato per formulare una domanda, una banalissima domanda. Ma non per lui, non per Michael Bates. Che al suo titolo di Lord ci tiene davvero e lo nobilita con una dichiarazione che ha già fatto il giro del mondo: “Offro le mie scuse alla Baronessa Lister per la maleducazione che ho mostrato non facendomi trovare al mio posto per rispondere alla sua domanda. Nei cinque anni in cui è stato un mio privilegio rispondere alle domande per conto del governo, ho sempre creduto che dovremmo elevare il livello di cortesia e rispetto nel rispondere. Mi vergogno per non essere stato al mio posto, e di conseguenza offrirò al primo ministro le mie dimissioni con effetto immediato“.

Subito dalla Camera dei Lord si eleva un boato, un “nooo” molto british (con tanto di “u” finale) che coinvolge maggioranza e opposizione. Qualcuno tenta di fermarlo, mentre a capo chino lascia il Parlamento. Ma Lord Bates se ne va mesto, incontro al suo destino.

Per la cronaca: Theresa May ha respinto le sue dimissioni. Chissà che fine farebbe in Italia, un politico così. Auguriamo a Lord Bates di non capitare mai da queste parti, neanche per sbaglio. Andrebbe incontro di sicuro ad un esaurimento nervoso. Lui si è disperato per due minuti di ritardo. Qui non sappiamo neanche se le risposte arriveranno, prima o poi.

Noia elettorale, ridateci Berlusconi (e i suoi nemici)

Il segno dei tempi che furono – e purtroppo non sono più – lo vedi in televisione. Te ne accorgi quando ascolti la sigla di M, il programma di Michele Santoro, e sulle note di Zucchero, anche se non ti è mai piaciuto, quasi ti emozioni. Lo capisci quando pensi che tra un mese si vota e hanno tutti finito le promesse. A corto di benzina, appiedati, anemici di inventiva. Sbadiglio.

Oggi guardi Santoro, osservi la Gruber, ti fai cullare verso il sonno dai numeri di Floris, aspetti in (finta) trepidante attesa i sondaggi del lunedì di Mentana, cerchi di intuire dove tira il vento analizzando l’atteggiamento di Vespa a Porta a Porta. Ma poi scopri che è tutto finito, che ti hanno tolto il gusto della battaglia politica, che il meglio è alle spalle e non tornerà.

Che hanno sdoganato Berlusconi, insomma.

Santoro e Travaglio, dopo l’epica spolverata sulla sedia del 2013, non stanno neanche più insieme. Distrutti dalla serata che avrebbe dovuto distruggere Berlusconi.  Lucia Annunziata, quella che avrebbe dovuto “provare un po’ di vergogna“, adesso reagisce alla buca datale in tv dal Cavaliere come un’innamorata paziente:”Mi dicono che se oggi se non prendi una buca da Berlusconi non sei nessuno“. Giletti è passato dal subire l’ormai celeberrimo “vuole che me ne vada? Me ne vado!“, all’ospitare le confessioni familiari e intime del Cav (“Considero mia figlia Marina come una mamma“).

Ma non è solo la televisione ad essere diventata noiosa. Eugenio Scalfari – ripetiamo, Eugenio Scalfari – ha detto che tra Berlusconi e Di Maio voterebbe il primo. Persino l’ingegner De Benedetti, uno che col Cavaliere si è combattuto per una vita, ha ammesso che i due si parlano. Renzi, uno che ha ereditato il partito da Veltroni – che Berlusconi aveva deciso di non nominarlo neppure, definendolo “il principale esponente dello schieramento a noi avverso” – con lui ha fatto il Patto del Nazareno e forse farà presto quello di Arcore.

E tu che sei stato sempre lì, animato da quella sana (o forse strana) passione per la politica, ti guardi intorno, sul divano, e le patatine e i pop-corn li gusti ugualmente, ma con poco entusiasmo. Cerchi un nuovo duello, un nuovo capo carismatico, ma poi accendi Santoro, lo senti parlare di flat tax, e prima di addormentarti ti accorgi che è semplicemente finita. Stop. Chiudete tutto.  Siamo diventati un paese noioso.

Ridateci Berlusconi e se potete pure i suoi nemici.

È ancora Prodi contro Berlusconi

Romano Prodi e Silvio Berlusconi: sembra passato un secolo ma alla fine, al centro del ring, ci sono ancora loro. Il Professore e il Cavaliere. Troppo diversi per storia e cultura, per estrazione e convincimenti, perché andasse diversamente.

Saranno nemici per sempre, o quanto meno rivali. E non perderanno occasione per ricordarselo a vicenda, non rinunciando a piazzare una buccia di banana sul cammino altrui, consapevoli che dalla caduta dell’uno – in fondo – è sempre dipesa l’ascesa dell’altro.

Non si sono mai amati e non hanno mai fatto nulla per nasconderlo. Quando in Italia era ancora tempo di duelli tv tra leader, Prodi e Berlusconi non hanno avuto paura di colpirsi, spesso sotto la cintura.  Nel 2008, in un confronto moderato da Bruno Vespa, il leader dell’Unione – che quelle elezioni poi le avrebbe vinte – disse a Berlusconi di non usare i numeri così come gli ubriachi utilizzano i lampioni: “Non per farsi illuminare ma per sostenersi“. Berlusconi allora replicò piccato:”Ricambio l’ubriaco del signor Prodi, dicendogli se non si vergogna davvero di svolgere, oggi lui, nei confronti dei partiti della sua coalizione, il ruolo che storicamente fu definito dell’utile idiota“.

Viene quasi da rimpiangerli quei momenti, quegli scontri un po’ trash, ma comunque tra titani, se confrontati ai leader – o presunti tali – che oggi si affannano nei talk show alla ricerca di un consenso a scadenza limitata.

O forse no, forse non è nemmeno il caso di rimpiangerli. Perché alla fine a muovere e spostare voti sono ancora loro. Berlusconi e Prodi. Prodi e Berlusconi.

Il Professore che interviene in favore del Pd di Renzi e scomunica Liberi e Uguali di Grasso è un fattore da non sottovalutare. Perché nel bene e nel male è sempre lui il padre nobile dell’area di centrosinistra. E dinanzi ad una chiara indicazione di voto del Professore chi era intenzionato ad abbandonare il Pd, magari dopo anni di fedeltà e militanza, ci penserà due volte; il rovescio della medaglia è che un mondo, come quello moderato e dell’imprenditoria, che ai democrats è arrivato soltanto grazie al cambio di passo imposto da Renzi, possa temere un ritorno alla sinistra modello Seconda Repubblica scegliendo l’originale, appunto Berlusconi.

Perché alla fine sono l’espressione di due mondi che per un Ventennio si sono scontrati su tutto. Il Bene e il Male, a seconda dei punti di vista. Sì, c’è il Movimento 5 stelle che avanza, il bipolarismo è acqua passata, ma nel richiamo al voto utile di Prodi si può leggere la voglia di sfuggire ad un destino marginale, che pare scritto nei sondaggi e nei risultati della socialdemocrazia in tutta Europa.

Prodi scommette su Renzi e sulle sue possibilità di rimonta. Abbandona al suo destino lo stesso Bersani, dimenticando forse che fu proprio lui a candidarlo alla Presidenza della Repubblica, quando 101 franchi tiratori (di cui molti renziani) lo impallinarono nel 2013. All’epoca c’erano in ballo le larghe intese post-Monti. E Berlusconi non avrebbe mai potuto accettare che il suo arcinemico salisse al Colle. Così oggi, anche se con un ruolo diverso, il Professore gioca la sua partita. Spera in un Renzi forte per marginalizzare il Cavaliere.

Non c’è niente da fare: è ancora Prodi contro Berlusconi.

Uno vale tutti: Davide Casaleggio e la monarchia a 5 Stelle

Lo scandalo lo apre Il Foglio e non è un caso che a farlo scaturire sia proprio “un” foglio: lo statuto dell’associazione Rosseau. Parliamo della piattaforma online da cui passa tutta l’attività del Movimento 5 Stelle: dalle parlamentarie alle candidature, dalle raccolte fondi alla scrittura delle leggi. Rousseau è per il M5s ciò che il motore rappresenta per una macchina: senza non cammina.

La scoperta – che pure sorprende fino ad un certo punto – è che alla faccia della democrazia e dello slogan reso celebre dai grillini, l’ormai mitologico “uno vale uno“, veniamo a sapere che in realtà uno vale tutti. E quell’uno non è Di Maio, che pure ne avrebbe qualche diritto in quanto capo politico dei pentastellati. E no, non è nemmeno Beppe Grillo, che del Movimento sarebbe quanto meno il fondatore. L’uno che vale per tutti gli altri è Davide Casaleggio, figlio del defunto Gianroberto.

Nello statuto si legge che nella persona di Casaleggio jr coincidono: presidente, consiglio d’amministrazione, tesoriere e persino assemblea. La situazione è comica: provate ad immaginare un’assemblea in seduta. Davide Casaleggio che si interroga sul futuro del Movimento – e purtroppo dell’Italia – e in un moto di pluralismo si porta davanti allo specchio per avere un altro parere: il suo.

E nessuno si illuda che questi incarichi il poco noto Casaleggio li abbia conquistati sul campo. No, il potere gli è stato consegnato dal padre – lui sì geniale per quanto utopista – in punto di morte. Le chiavi della piattaforma Rousseau, e dunque quelle del Movimento, gli sono state lasciate in eredità – si legge nel documento – “eternamente“.

Neanche dalle parti di Arcore hanno mai osato tanto. Qualcuno sorriderà a pensare che nella storia di Forza Italia ci sono persino due congressi! Renzi è diventato segretario del Pd vincendo le primarie, scelto comunque la si pensi da milioni di italiani. Casaleggio jr, invece, che sulla carta dice di voler ripristinare la democrazia attraverso il M5s,  al trono è salito per diritto di nascita.

Se non fosse che i pentastellati sono il primo partito d’Italia, ci sarebbe da riderci sopra. Se dipendesse dal comico che ha fondato il Movimento potremmo pure guardarli con simpatia. Ma se non è uno scherzo allora dobbiamo preoccuparci. E non vengano a dirci che uno vale uno. No, Casaleggio vale tutti. Benvenuti nella monarchia a 5 stelle.

Gattuso ha salvato il Milan. Ma il Milan ti salverà, Rino?

Quando in estate lo hanno telefonato per dirgli di guidare la Primavera del Milan, Rino Gattuso non ha esitato un secondo. Allevare i futuri campioni rossoneri era per lui un onore e un piacere. Rientrare a Milanello, il luogo in cui aveva costruito la sua immagine di uomo e di campione, un sogno al quale non poteva rinunciare.

Pochi mesi dopo, però, di telefonata eccone un’altra:”Rino, abbiamo bisogno di te“. Le gambe che tremano e il cuore che pulsa. Ma Rino non si nega: è l’uomo che arringava la Curva con la forza delle sole braccia, è quello che ringhiava a muso duro dinanzi a colossi grossi il doppio. Soprattutto – parole di Marcello Lippi – “per il Milan Gattuso darebbe la vita“.

E all’inizio quasi quasi succede. La vittoria all’esordio illude, perché a metterne alla prova le coronarie è il pareggio col Benevento: gol subito dal portiere avversario all’ultimo minuto. Roba che neanche Hitchcock avrebbe immaginato di peggio. Ma quel che differenzia Rino nel mondo del calcio resta l’umiltà. Testa bassa e lavorare, come sempre. Come quando da giocatore mediocre ha scalato l’Everest del gioco, diventando un intoccabile in una formazione di Campioni del Mondo.

Gattuso entra così nella testa dei giocatori. Li prende in disparte e li convince che il concetto di “uno” in una squadra di calcio non esiste, se non inserito in un contesto di “gruppo“. Parola del gregario per eccellenza, del mastino che all’arrivo di Ronaldinho disse: “Non preoccuparti, corro io per te“.

Così facendo Rino ha salvato il Milan. Lo ha preso quando stava affondando e lo ha riportato in superficie. Gliene danno atto gli stessi giocatori, quelli che in ogni intervista non perdono occasione di ricordare che sì, questo è il Milan di Gattuso e ogni merito va a lui. Ma cosa riceverà il buon Rino in cambio dei suoi servigi?

Chi ha composto il suo numero di telefono per chiedergli di salvare il Milan, sappia che non salverà la faccia quando deciderà di congedarlo a fine stagione. Una pacca sulle spalle e un arrivederci non basteranno. Se ne ricordino Mirabelli e Fassone, quando la tentazione di un cambio in panchina si farà irresistibile in estate.

Rino, che il Milan lo ama veramente, comunque vada non sbatterà la porta. Perché lo ha ripetuto più volte, “questa è casa mia“.  Questo piccolo uomo con la barba nera e i primi capelli bianchi è l’emblema del coraggio. Gattuso è stato Gattuso fino in fondo. Ma dopo aver salvato il Milan dovrà trovare qualcuno che lo salvi dal limbo della mediocrità. E non è detto che a tendergli la mano trovi uomini della sua stessa stoffa…