Salvini sarà il nostro Trump: finiremo per togliere i figli ai genitori

trump

 

Per la retorica made in Salvini l’approdo finale è un Paese modello Trump. L’uomo che ha vinto le elezioni Usa sulla promessa di un muro al confine col Messico, lo stesso che in questi mesi ha separato 2000 bambini dai genitori con la scusa della “tolleranza zero” sull’immigrazione.

Lo ricordano tutti, Salvini a Philadelphia, posare per una photo oppurtunity che Trump avrebbe poi rinnegato. Fu l’occasione per copiare il font dei cartelli elettorali che negli Usa recitavano “Make America Great Again” da noi “Prima gli italiani” e “Salvini premier”.

Ma la passione per Trump e quel suo modo di fare politica parlando alla pancia delle persone non si è estinto con l’andata al governo. Donald ha dimostrato che si possono attuare le promesse più impensabili. Anche quelle sbagliate. Così Salvini, preso possesso del Viminale, è alla continua ricerca di un nemico da asfaltare, nell’attesa di capire se realmente userà la ruspa.

Oggi è la volta delle navi Ong, che secondo il ministro sono parte del business dei migranti, lo stesso da cui però drena voti. Ma una volta arginata o sconfitta l’influenza delle organizzazioni non governative, dove volgerà lo sguardo il leader della destra (senza centro) italiana?

Il prossimo passo potrebbero essere direttamente i migranti, senza la rete di protezioni delle navi e degli sbarchi. Perché quando in inverno gli italiani smetteranno di guardare le cartine nautiche, quando vedranno passeggiare per le loro vie gli “stranieri” che qui sono arrivati prima della stretta sui porti, cosa chiederanno a Salvini se non la “testa” dei richiedenti asilo?

E quale misura più popolare, per Matteo, se non quella di mandare in gattabuia  i migranti, “colpevoli” solo di scappare dall’Inferno?

Macron può segnare la fine di Salvini, proprio sui migranti

macron conte

 

Fra le espressioni che Giuseppe Conte utilizza con maggior frequenza, a margine del bilaterale con Emmanuel Macron, merita un posto d’onore “i nostri amici francesi“. Il tentativo di archiviare la freddezza del post-Aquarius come un episodio risalente a diverse ere geologiche fa è ben riuscito. Per quanto nella conferenza stampa congiunta che va in scena a Parigi entrambi i protagonisti debbano slalomeggiare con maestria, per evitare di pestare le mine che i giornalisti disseminano sul percorso nel tentativo di farle esplodere, il più delle volte nominando il convitato di pietra del summit: Matteo Salvini.

Macron ha la presunzione di conoscere il tipo leghista. Il segretario del Carroccio è – secondo il Presidente della Repubblica francese – la trasposizione italiana della sua peggiore nemica in patria: Marina Le Pen. Dove non è riuscita la figlia di Jean-Marie, però, è riuscito Salvini: andare al governo. Ma il fatto che il ministro dell’Interno italiano sia titolare in Italia di una partita che può segnare la sopravvivenza dell’Europa non obbliga Macron a considerarlo come un suo interlocutore.

E non è un caso che l’inquilino dell’Eliseo, rispetto al cosiddetto “asse dei volenterosi” che vede Salvini alleato con il nazionalista austriaco Kurz e con l’omologo Seehofer – l’uomo che in Germania si oppone alle politiche di accoglienza volute dalle Merkel – risponda con la linea del “mon ami Giuseppé“.

Tira in ballo le Costituzioni di Francia e Italia, Macron. Ricorda che a dirigere il governo sono i leader che si sono appena incontrati, a dispetto di quanto può dire o auspicare Salvini. Non una precisazione banale, fine a sé stessa. Semmai una sfida nella sfida, un azzardo in cui a giocarsi tutto non è solo Macron, ma l’Europa tutta.

Cambiare paradigma“, dice Conte. “Lavorare mano nella mano“, scandisce Macron. Il senso è lo stesso: risvegliare l’Europa, dimostrarne le potenzialità e soprattutto le capacità di agire nel concreto dinanzi ad uno degli ultimi bivi che la storia le presenterà.

In questo sta la sfida politica a Salvini, che forse ha avuto il merito di mettere la questione migranti al centro del dibattito, ma scommette – ancora una volta – nel fatto che l’Europa si rivelerà evanescente quando si tratterà di passare all’azione.

E non è casuale il riferimento di Macron ai “contatti privilegiati” di Salvini con “alcuni in Europa“, tra cui viene reso esplicito quello con l’Ungheria di Orbàn, lo stesso che si oppone alla riforma di Dublino e alla solidarietà tra Stati che tanto servirebbero all’Italia.

Se Macron riuscirà a cambiare l’Europa allora Salvini potrebbe fare la fine di Nigel Farage, l’ex leader dello Ukip, il partito per l’indipendenza del Regno Unito squagliatosi subito dopo aver ottenuto la Brexit.

Sarebbe paradossale se la fine di Salvini fosse determinata dalla soluzione della crisi dei migranti.

Non sa, non vede e non fa: Raggi a Roma semplicemente non serve

virginia raggi

 

Forse non bastano le buone intenzioni per fare politica. Soprattutto se alla prima esperienza di governo vieni catapultata in una realtà come Roma. Ne è la prova Virginia Raggi, che nessuno mette in dubbio ce la stia mettendo tutta per cambiare la Capitale, ma la verità è che “tutta” non basta.

E per quanto siano apprezzabili la sua resistenza e la sua resilienza rispetto a quelle che da Vespa non esita a definire “ondate di fango“, per quanto il suo nervosismo sia giustificato dal fatto che il nome che le crea imbarazzo sull’inchiesta del nuovo stadio della Roma – quello di Luca Lanzalone – le sia stato proposto e imposto da Grillo, Bonafede e Fraccaro, Virginia non può comunque sottrarsi alle sue responsabilità. Politiche, si intende.

Perché se Roma non è diventata il fiore all’occhiello che il M5s auspicava non è colpa soltanto dei giornalisti. Né del fatto – come dice e forse non ha tutti i torti – che venga criticata perché donna. Se Raggi è diventato sinonimo di guai, di problemi irrisolti, di buche sempre più grandi, un po’ di colpe sono pure sue.

La vera voragine che rischia di spalancarsi sotto i suoi piedi, però, potrebbe risucchiare al suo interno tutto il M5s. Perché sarà pure vero che Raggi è sempre uscita pulita dalle varie inchieste che in questi anni hanno sferzato il Comune, ma lo è altrettanto che l’idea di un MoVimento 5 Stelle indenne dal malaffare è di fatto morta e sepolta. Il partito dei cittadini, per governare, ha bisogno di tecnici, esterni, professionisti in possesso di ciò che quelli bravi definiscono “know-how”.

E allora può capitare di incappare in una mela marcia che infetti tutti, che renda opaca l’amministrazione agli occhi di quegli elettori che chiedevano il cambiamento e si sono ritrovati le stesse grane di un tempo.

Raggi si difende, prende le distanze da Lanzalone per come può: “Ognuno risponde per sé“. Ma che il controllo lo abbia perso è evidente anche quando apprende solo da Bruno Vespa che in Campidoglio è passata la proposta di Fratelli d’Italia di dedicare una via di Roma a Giorgio Almirante con i voti decisivi dei 5 Stelle.

Sulle prime – evidentemente sorpresa – abbozza una difesa, parlando di “aula sovrana come il Parlamento“. Poi qualcuno le spiega che per il MoVimento una scelta simile equivale a dire addio alla trasversalità, ad una scelta di campo netta e irreversibile, e allora dopo la mezzanotte cambia linea, annunciando che nessuna strada sarà intitolata ad Almirante, né ad esponenti del fascismo o a persone che si siano esposte con idee antisemite o razziali.

Non ha responsabilità penali, ma politiche sì. Doveva essere l’emblema del buon governo pentastellato: ne è diventata suo malgrado il più grosso motivo d’imbarazzo. Virginia Raggi non vede, non sa e non fa. A Roma semplicemente non serve.

Papa Francesco sui migranti è “avanti”

papa francesco

 

C’è una bella differenza tra l’essere di sinistra ed esercitare buon senso. In questa differenza sta Papa Francesco. Un uomo speciale che non può essere etichettato. Sarà per questo che gli attacchi di chi lo accusa di essere un pericoloso rivoluzionario, un riformista da arginare per il bene della Chiesa e del mondo, non lo hanno ancora fatto desistere.

Il Papa c’è, per fortuna.

Così nei giorni in cui la retorica aggressiva di Salvini dilaga, nell’epoca in cui l’accoglienza dei migranti sembra dover per forza precludere il benessere degli italiani, il Santo Padre riporta ragione e buon senso. Lo fa ricordando a tutti che quelli sui barconi non sono numeri ma “persone, con la loro storia, la loro cultura, i loro sentimenti e le loro aspirazioni“.

Ma se questo Papa fa politica – come qualcuno dice – allora la fa con senno, con richieste giuste. Come quando invoca “la responsabilità della gestione globale e condivisa della migrazione internazionale“. Parole chiave: globale e condivisa.

O come quando rimarca la necessità di “passare dal considerare l’altro come una minaccia alla nostra comodità allo stimarlo come qualcuno che con la sua esperienza di vita e i suoi valori può apportare molto e contribuire alla ricchezza della nostra società“.

Dice la verità. Apre la mente.

All’Europa manca un politico come Bergoglio.

Macron non faccia il francese

macron

 

Emmanuel Macron potrà godere – ancora per un anno – di un credito diffuso in tutta Europa. Fino a quando, cioè, alle Europee 2019 non sarà costretto a scegliere la propria collocazione politica a Strasburgo.

I socialisti europei per mesi hanno coccolato il sogno e il paradosso che a risollevare le sorti della sinistra fosse proprio colui che in Francia l’ha distrutta.

Poi ha iniziato a profilarsi l’ipotesi horror per tutte le cancellerie europee: quella di un’intesa tra En Marche e il MoVimento 5 Stelle. Un’idea a quanto sembra definitivamente tramontata, ancora di più alla luce del cortocircuito istituzionale tra Italia e Francia scoppiato sulla vicenda Aquarius.

Alla fine potrebbero spuntarla i Liberali dell’Alde, ma se potessero gli stessi Popolari rimpiazzerebbero una Merkel sempre lucida ma ammaccata con il nuovo leader che promette di risvegliare il Continente.

Macron, però, proprio per l’immagine di nuovo europeista che è stato in grado di darsi fin dalla sua salita all’Eliseo, ha una responsabilità non solo nei confronti della Francia, ma anche di quei Paesi che all’Europa non vogliono rinunciare.

L’entrata a gamba tesa sulla condotta dell’Italia sul tema migranti, dunque, può essere catalogato soltanto come un autogol. Non fosse altro per due motivi: il primo, la Francia non è nella posizione per dare lezioni a nessuno – tanto meno a noi – in fatto di accoglienza; il secondo, non ha distinto tra l’Italia e Salvini.

Adesso metta da parte l’orgoglio. Dimostri di appartenere ad una nuova generazione di leader. Ingoi il boccone, detti una dichiarazione e chieda scusa all’Italia. Non faccia il francese, se tiene davvero all’Europa.

Giuseppe Conte, dove sei?

conte senato

 

Si era presentato come l’avvocato difensore degli italiani, Giuseppe Conte. Ma proprio quando piovono accuse dal resto d’Europa, stranito e sconvolto dall’assurda gestione italiana della vicenda Aquarius, il Presidente del Consiglio si dilegua.

Sì, c’è una nota di Palazzo Chigi in risposta alle offese recapitate da Macron. Ma l’unico sprazzo che si coglie in un messaggio privo di sussulti è quella chiosa finale in cui si rimarca la distanza tra i fatti dell’Italia e le prediche francesi (“Agli altri nostri alleati lasciamo le parole“). Troppo poco.  Voi ne sapevate qualcosa?

È un grigiore, quello di Conte, che non è venato neanche dalla moderazione o dalla saggezza. Il suo è un grigio e basta, un’impalpabile sfumatura che a paragone col giallo-verde stridente di un governo che si fa portavoce del cambiamento (che non vuol dire miglioramento) nemmeno si nota.

Così spetta a Salvini ribadire che il premier ha “completa autonomia” rispetto all’incontro in programma per venerdì all’Eliseo con Macron (e Conte ringrazi per questa concessa libertà).

Così come spetta a Di Maio, da ministro del Lavoro e dello Sviluppo, decidere cosa sarà ad esempio dell’ILVA, dell’industria più grande del Sud Italia.

E non che vadano invase le sfere di competenza, ma una parola dal Presidente del Consiglio, dall’uomo che secondo la Costituzione “dirige la politica generale del Governo e ne è responsabile” sarebbe forse lecito attendersela.

Conte invece tace. Prende tempo, ostenta libertà e autonomia solo al G7. Prolunga il proprio tour nelle terre martoriate dal terremoto. Sorride ai flash, aggiusta la riga dei capelli. E forse un giorno taglierà nastri. Stop. Finito.

Nessuno sa cosa pensi. A pochi interessa. Tanto ci sono Salvini e Di Maio.

Giuseppe Conte, dove sei?

Ho scoperto il piano C di Salvini

salvini europa

 

Se il piano A è messo nero su bianco nel programma del “governo del cambiamento“, questo non vuol dire che i contraenti del patto non abbiano coltivato in queste settimane schemi alternativi a quello infine formalizzato.

Ce lo ricordiamo tutti il polverone sollevatosi per Paolo Savona, oggi ministro per gli Affari Europei, sull’altare del quale si stava sacrificando non soltanto la trattativa per il governo ma pure la tenuta della Repubblica. Tutto per colpa di quel famoso piano B che neanche ieri, alla presentazione del suo libro “Come un incubo e come un sogno“, l’economista ha voluto sconfessare: uscire dall’Euro in un fine settimana, mettersi a stampare lire su lire di venerdì pomeriggio – a Borse chiuse – e completare il processo entro lunedì mattina. Facile no?

Ma tra il piano A che giura fedeltà all’Europa e il piano B che ne teorizza l’uscita sta emergendo in queste ore un piano C, ed è targato Matteo Salvini. Né restare, né uscirne: farla saltare questa Europa.

Ne è la prova la condotta sulla vicenda Aquarius, in cui Salvini non ha lasciato in mare aperto 629 disperati per vincere il braccio di ferro con Malta, ma soprattutto per mostrare i muscoli a Bruxelles.

Una mossa che se pure ha avuto il merito di aprire una riflessione allargata sul tema dell’immigrazione, ha messo però l’Italia alla mercé degli insulti di un Paese come la Francia, che in quanto ad accoglienza non può darci di certo lezione.

Se quella di Salvini su Aquarius è stata il frutto di una manovra elettorale per raccattare un po’ di voti in più alle amministrative o il primo passo di una strategia scellerata lo capiremo molto presto. Pensare di accogliere soltanto i migranti raccolti dalle navi della marina e dalla guardia costiera italiane – lasciando le Ong battenti bandiera straniera al proprio destino – è un discorso miope.

A meno che l’idea non sia appunto quel piano C di cui sopra. Far saltare tutte le alleanze in Europa. Dare il via ad un tutti contro tutti capace di mettere in discussione la tenuta e l’essenza stessa dell’Unione. Sarebbe quasi diabolico.

Altro che miope, forse Salvini ci vede benissimo.

Con Aquarius vince solo Salvini: l’Italia fa una figuraccia mondiale

aquarius

 

L’interpretazione della vicenda Aquarius non è univoca. Ci sarà sempre chi dirà che Salvini ha fatto bene ad imporre la chiusura dei porti. Così come altri hanno il diritto di ritenere un errore la presa di posizione del ministro dell’Interno con 600 e oltre disperati in attesa di un segnale nel Mediterraneo.

Nella guerra di posizione tra Italia e Malta – scorretta tante volte ma non questa, secondo il diritto del mare – si inserisce la Spagna. Ad accogliere i naufraghi che rischiavano di restare a corto di viveri sarà il nuovo governo di Pedro Sanchez, che ci infligge una lezione di umanità. Ahinoi.

Casi strani della politica: un nuovo governo in Italia e un nuovo governo in Spagna. Condotte agli antipodi. Uno decide di improvvisarsi bullo del mare, l’altro decide di presentarsi con un gesto di accoglienza universale. Non che l’Italia non abbia accolto abbastanza. Ma in una domenica pomeriggio abbiamo buttato all’aria anni di sacrifici.

L’immagine che diamo di noi all’estero con il rifiuto di Aquarius non è quella di un governo forte, deciso a farsi rispettare. No, non ci illudiamo: semmai adesso abbiamo certificato che al potere in Italia c’è un esecutivo di irresponsabili.

Qualcuno, però, ha vinto. Sì, Salvini. Perché non era una domenica pomeriggio come le altre. I risultati delle amministrative parlano da sole.

Il boom della Lega fa rima con Aquarius. E criticavano gli 80 euro di Renzi…

L’Altra Italia di Berlusconi che somiglia all’«altra cosa» di Renzi

 

Nella lettera inviata oggi al Corriere, in cui annuncia la volontà di riformare Forza Italia, sta tutta la consapevolezza di un leader descritto come arrendevole e poco lucido. Berlusconi sapeva da tempo che le amministrative non sarebbero andate secondo i suoi desiderata. Così al giorno che di norma sarebbe dedicato ai bilanci nefasti di un partito in agonia oppone la svolta di un’idea nuova, il rilancio dell’andatura quando la spinta sui pedali pareva estinta.

E tra le righe che sono un continuo attacco al MoVimento 5 Stelle si leggono pure le stilettate a quello che ancora è sulla carta l’alleato leghista, a quel Salvini colpevole di aver dato vita con Di Maio ad un “governo contro natura“, che Berlusconi vede destinato ad “implodere” a causa delle sue contraddizioni. Nel mirino finisce pure quella retorica populista che non tiene conto della realtà, tutta basata sull’«illusione che basti fare la voce grossa per cambiare equilibri politici ed economici europei e mondiali molto complessi, rispetto ai quali il nostro Paese sarà debolissimo se non avrà i conti in ordine».

E anche se non rinuncia all’etichetta di centro-destra, pure se la lettera al Corriere è ufficialmente il tentativo di rilanciare Forza Italia, l’uomo di Arcore – è chiaro – cerca strade nuove. Ha intuito che la sua sopravvivenza politica passerà da un’opposizione netta. Così prova a marcare il territorio, a rappresentare e a rappresentarsi come l’alternativa al populismo, la scelta basata sul “buon senso” e sulla “concretezza“, sulla “professionalità” e sull’«esperienza».

Allora parla apertamente di un “nuovo cammino“, che lui ha deciso di chiamare “l’Altra Italia“. Un “fronte” al populismo, al giustizialismo e al pauperismo che se non potrà essere quello Repubblicano per i veti di una certa sinistra – che non a caso Berlusconi definisce “tradizionale” – assomiglia evidentemente a quello prospettato da Renzi nei giorni della nascita del nuovo governo e sintetizzato su Twitter con l’hashtag #altracosa.

Una differenza, quella rispetto all’esecutivo gialloverde, marcata dall’ex segretario Pd anche nel suo ultimo intervento in Senato, quando Renzi ha definito sé e i suoi come “altra cosa sull’Europa” e “altra cosa sulla giustizia“.

Potrebbe essere l’Altra Italia di Berlusconi l’«altra cosa» di Renzi.

La lezione del G7 per i sovranisti italiani

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Al governo Conte è concesso un vantaggio. Essendosi appena insediato può godere di una luna di miele con gli italiani che si traduce soprattutto in un tesoretto di tempo utile per capire da che parte stare. Ma dovrebbero essere bastati i due giorni di G7 in Canada, al premier Conte, per rendersi conto che il solo posto dove l’Italia può sperare di dire la sua è anche lo stesso da cui Salvini e Di Maio sono intimamente tentati di uscire: l’Europa.

In un contesto storico in cui i nazionalismi e i sovranismi la fanno da padrone, dove le riunioni tra leader vengono vissute con insofferenza e fastidio – si veda l’atteggiamento di Trump – Paesi come l’Italia hanno un’unica strada per tentare di contare qualcosa: fare squadra con chi ha interessi se non uguali quanto meno simili.

E in questo senso è da salutare con fiducia la retromarcia di Conte sul piano delle sanzioni nei confronti della Russia. Si può immaginare che stretto tra Merkel e Macron, salutato come un nipote da Juncker e Tusk, Conte abbia iniziato a capire che l’Italia non può permettersi fughe in avanti. A meno che non voglia essere vassallo di qualcuno.

Che poi, anche volendosi del male, si farebbe fatica a scegliere a quale padrone asservirsi. Trump, nonostante i suoi modi ruvidi, ha un merito: sta mantenendo gli impegni presi con gli americani in campagna elettorale. E questo significa che gli Usa non interpretano più come nel passato il ruolo di guida universale del mondo libero. Basta uno slogan: America first, per rendersi conto che andare dietro agli americani non è oggi né conveniente né tanto meno possibile.

E allora, potrebbe pensare qualcuno, buttiamoci con Putin. Il presidente russo è probabilmente il giocatore più lucido e talentuoso in fatto di geopolitica. Si è impossessato del Medio Oriente sfruttando la timidezza in politica estera di Obama; e una volta tagliato fuori dall’Occidente ha allargato il fronte verso l’Asia, creando una relazione privilegiata con la Cina che è forse il motivo principale per cui Trump ha proposto di reinserirlo nel G8. Ma di nuovo: l’Italia non ha la forza economica e politica per trattare da pari a pari con colossi come Usa, Russia e Cina.

Possono dunque esistere rapporti di amicizia e di rispetto, nei confronti dei giganti del mondo. Ma se l’Italia vuole contare qualcosa, invece di pensare a distruggere l’Europa pensi a renderla più forte e a scalare posizioni al suo interno.

La strada sarà pure in salita, ma è l’unica che porti da qualche parte.