Vincenzo, Vincenzo! Ma che hai fatto Vincenzo?

Nibali Sanremo

 

Vincenzo, Vincenzo, è partito Vincenzo!” Basta quella frase in tv, quell’urlo negli altoparlanti di Sanremo, per saltare dalla sedia. “Vincenzo, Vincenzo, è partito Vincenzo!“. Che attenzione, non è Nibali: è Vincenzo.

Vincenzo con quel suo fisico da uomo normale diventato campione, con quella faccia abbronzata da emigrato d’altri tempi, Vincenzo con gli occhi sempre lucidi e profondi. Vincenzo papà di Emma, Vincenzo dai: Vincenzo Nibali.

Così vedi la sua maglia rossa uscire dal gruppo, lanciarsi all’inseguimento del campione lettone: e nel suo sguardo ti sembra di immortalare il lampo di follia che si trasforma in impresa, la frazione di secondo in cui il sogno diventa possibilità.

E adesso pedala, pedala Vincenzo. E non ti voltare, che ci siamo noi, milioni di italiani, a guardarti le spalle, a controllare che il gruppo cattivo non venga a riprenderti.

Disegna le curve della discesa e fingi di non sentirle le gambe che bruciano e fanno male in quel vialone lungo e infinito. Raccogli le energie che ti restano. E goditi il momento, che vorremmo esserci noi al posto tuo. A soffrire, a sudare, a vedere lo striscione del traguardo là sotto, sempre più vicino.

Alè Vincenzo: pedala, pedala, e non ti fermare. Che manca un km, forse meno, e hai ancora un buon margine. Pedala, pedala, ma prenditi il tempo per esultare. Alza le braccia al cielo. Urla, ridi, piangi. Vinci.

Ma che ha fatto Vincenzo?“. “Ma cos’hai fatto Vincenzo?” Ha vinto Vincenzo, Vincenzo Nibali.

Putin zar di Russia: l’Orso è uscito dal letargo e nessuno può fermarlo

Putin

 

Nelle oltre 700 stanze del Palazzo del Cremlino, nel cuore di Mosca, Vladimir Putin si sente a casa. Non è un caso che lo chiamino Zar.  Pensa come un sovrano, agisce da Re, e soltanto oltre i confini della Grande Madre Russia si presenta come un leader democratico, quel tanto che basta ad evitare rogne con la comunità internazionale.

Ama pensare a se stesso come all’uomo sempre e comunque dal lato giusto della Storia, diffonde un culto della personalità spudorato, presentandosi al suo popolo come un unto dal Signore, un eletto (e senza brogli). E a proposito di elezioni, non ci vuole un esperto di politica estera per dire che domenica, alle presidenziali 2018, a trionfare sarà lui: l’eterno Vladimir, l’ex agente del KGB, il campione di judo, l’uomo più potente del mondo. Nessun candidato ha la forza per mettersi di traverso. E se qualcuno mostra delle potenzialità viene messo fuori causa prima: si veda Navalny, arrestato con l’accusa di corruzione.

Del resto Vladimir Putin è uomo deciso: è l’ex bambino che ancora scolaro si recò in una sede dei servizi segreti per chiedere come entrare a far parte del KGB. Alcuni funzionari gli risposero di rigare dritto e di studiare legge: e lui così fece. Il destino volle che fosse proprio Putin, a Dresda, nel palazzo della Stasi (la famigerata polizia segreta della Germania comunista) a difendere il Kgb e l’Unione Sovietica in procinto di crollare assieme al Muro di Berlino.

Dinanzi a migliaia di manifestanti pronti a forzare i cancelli, Putin imperturbabile disse: “Ho 12 pallottole. Una la lascio per me. Ma compiendo il mio dovere, dovrò sparare“. 

Ma nella fedeltà alla Grande Madre Russia si riscontra un tratto tipico della personalità di Putin: il senso di lealtà. Uomo fidato di Anatoly Sobchak, primo sindaco democratico di San Pietroburgo (oltre che suo ex professore universitario), quando questi venne sconfitto alle elezioni Putin rifiutò l’abboccamento del vincitore: “Meglio essere impiccati per fedeltà che essere ricompensati per tradimento“, disse.

Personaggio controverso, uomo dalle mille facce, Putin è all’occasione il miglior amico dell’Occidente e il suo peggiore incubo. Russia alleata privilegiata nella lotta al terrorismo islamico, ma anche unico motivo d’esistenza della NATO; Russia mediatrice con la Corea del Nord, ma pure elemento destabilizzante quando si tratta di Medio Oriente; Russia che apre i rubinetti del gas per l’Europa, ma che forse usa il nervino per uccidere le spie in Inghilterra. Russia croce e delizia, Russia “rebus avvolto in un mistero che sta dentro ad un enigma“, come disse Winston Churchill.

Mosca tornata centrale grazie a Putin figlio di nessuno: papà comunista che guidava i sommergibili contro i nazisti, mamma operaia semplice. Ha fatto gavetta, scalato posizioni, mantenuto le sue conquiste. Adesso, dal Cremlino, vede il mondo come una scacchiera. Muove i pezzi con disinvoltura, ben consapevole che nessuno al mondo può pensare di sfidarlo sperando di uscire vincitore dal conflitto. Del resto Vladimir sa come si fa: “La strada a Leningrado, cinquant’anni fa, mi ha insegnato una lezione: se la rissa è inevitabile, colpisci per primo“. Putin è questo: l’Orso russo è uscito dal letargo.

Si torna al voto, più prima che poi

 

La partita dei leader non ammette pareggi. Nessun arretramento, da chi pensa di aver vinto da solo. Ne è convinto Di Maio, che ragiona come se il suo 32% fosse il 51%. Ma allo stesso modo la pensa Salvini, che ha ridotto le Elezioni 2018 al grado di primarie del centrodestra: “Io ho superato Berlusconi, il centrodestra è primo, quindi governo io“, il suo ragionamento in sintesi.

Peccato che gli altri, gli sconfitti, siano più decisivi dei vincitori. E di lasciare spazio a chi vuole rottamarli non abbiano nessuna voglia. Così il Cavaliere un giorno sì e l’altro pure ribadisce la centralità del risultato di Forza Italia e della coalizione, ricordando a Salvini che preso da solo il suo 17 vale addirittura meno del 18 di Renzi.

Renzi che nel frattempo non è più segretario, ha abdicato dal ruolo di capo, ma allo stesso tempo ha mostrato di essere l’unico leader credibile di un’area smarrita. Nel giorno dell’addio ha bloccato i suoi voti, chiarito che da lì non si spostano: resteranno in un modo o nell’altro all’opposizione.

Da qui può partire la musica. Il valzer degli inciuci dove tutti si pestano i piedi. Perché Di Maio è convinto di avere il diritto di fare il governo – e forse davvero lo ha – ma non si capisce perché Salvini dovrebbe dilapidare un patrimonio (la scalata al centrodestra appena compiuta) e tornare a fare il gregario, peraltro non al capitano di sempre (Berlusconi) ma al leader di un Movimento estraneo.

Così tornano di moda gli sconfitti, i mancati vincitori che possono comunque impedire la vittoria altrui. Torna l’uomo di Arcore, che dopo aver accettato suo malgrado il sorpasso leghista, all’ipotesi di fare un governo coi grillini non cederà. Piuttosto punta a logorare Salvini, a dimostrare che nessuno leadership diversa da quella berlusconiana è possibile nel centrodestra. Ed è in questo braccio di ferro tra il giovane e il vecchio leader che si consumerà la rottura che farà franare la 18esima legislatura. Perché la blindatura di Renzi ha escluso di fatto il Pd da qualsiasi scenario.

Diverso sarebbe stato il discorso con un centrodestra a trazione berlusconiana: allora sì che il Partito Democratico avrebbe accettato di sostenere un governo di “unità nazionale”. Ma il “mai con gli estremisti” di Renzi significa prima di tutto “no a Salvini e a Di Maio“.  Resta allora soltanto uno scenario, che M5s e Lega facciano una “cosa” insieme, ma se è vero che Di Maio non è pronto a sacrificare la premiership, lo è altrettanto che Salvini non è ancora noto per essere un kamikaze.

E sarà in quel momento, quando si renderà evidente che né Salvini né Di Maio potranno governare, che i due faranno un’alleanza, l’unica oltre quella che prevede la spartizione dei presidenti di Camera e Senato. Un’intesa su una legge elettorale in cui ad essere premiati siano i singoli partiti e non più le coalizioni, una legge elettorale per far fuori chi li ha fatti fuori.

Nuove le elezioni dunque. A breve però, così a breve che Berlusconi sia ancora incandidabile, talmente a breve che Renzi non venga già rimpianto. Se possibile in estate o al massimo in autunno, su questo deciderà Mattarella. Ma si torna al voto, più prima che poi.

Milano-Sanremo: quando c’era Cipollini

 

In fondo basta il nome, Milano-Sanremo, a tirarti fuori quella voglia di ciclismo che hai dentro da sempre. La chiamano la Classicissima, perché più classica di questa non esiste. Duecento corridori che montano in bicicletta e percorrono quasi 300 km tutti d’un fiato, su un percorso che è tutto un saliscendi, col mare accanto, il sole primaverile che inizia ad affacciarsi sulla città dei fiori: che poesia, che bellezza.

Ma la Milano-Sanremo è uno spaccato di vita italiana, una metafora dei successi e delle cadute tricolore. La Milano-Sanremo è l’antipasto che ti annuncia che un paio di mesi e arriva il Giro: e allora tutti fuori, tutti in strada, che tra poco passa la maglia Rosa e bisogna salutarla. Retaggi di un Paese che forse nemmeno esiste più, di una voglia di sentirsi Italia che riaffiora soltanto in poche occasioni: ai Mondiali di calcio, in parte alle Olimpiadi e poi via, pronti di nuovo a dividerci, a farci la guerra, e spesso tra poveri.

Perché in questi anni qualcosa si è perso. La Milano-Sanremo la guardi, ma forse non l’aspetti più come qualche anno fa. Quando ti chiedevano cosa fai sabato e rispondevi indignato: “Ma come cosa faccio? C’è la Milano-Sanremo“. E allora dall’altra parte avevano il garbo di non risponderti, abbassavano lo sguardo imbarazzati, colpevoli di aver dimenticato un appuntamento tanto importante. Così provavano a recuperare, con una domanda tanto stupida quanto fondamentale: “Quest’anno ce la fa Cipollini?“.

Perché in fondo, il punto, quello era. Il Re Leone che ruggiva ovunque, ma non a Sanremo. Tante partecipazioni, due secondi posti, e sempre qualcosa che va storto. E poi una promessa da onorare. Quella a papà Vivaldo. L’uomo che da piccolo lo portava a vedere le corse, compresa la Sanremo, perché in gruppo c’era Cesare, suo fratello maggiore. L’uomo al quale un giorno, a Savona, il piccolo Mario promise: “Questa corsa un giorno te la vincerò io“.

Ma il destino è spesso infame. Nel 1999 il papà di Cipollini esce in strada per una sgambata in bici. Cade e batte la testa. Non si riprenderà mai più, restando nell’incoscienza fino al 2010. Si è perso il successo del figlio, arrivato nel 2002 al quattordicesimo tentativo. Il treno bianco e nero che scorta Super-Mario ai 250 metri dal traguardo, lo sprint impetuoso e violento di un corpo generato per esprimere potenza, la paura che Rodriguez spunti dalla ruota proprio sotto lo striscione di via Roma, e poi le braccia al cielo, l’urlo della folla, la vittoria.

Non secondo Mario, però, che al traguardo – in quel fantastico 2002 che gli portò in dote pure il Mondiale di Zolder – subito disse: “E so che mio padre mi ha sentito vincere“. Roba da pelle d’oca, da iniziare a piangere senza smettere più. Roba da Milano-Sanremo.

La Milano-Sanremo, quando c’era De Zan in telecronaca. La Milano-Sanremo di “chi scatta oggi sul Poggio?” e quella di Pantani che assalta la Cipressa. La Milano-Sanremo di Bulbarelli e Cassani su Rai Tre. La Milano-Sanremo dei pomeriggi di isolamento consapevole dal resto del mondo, e guai a chi ci disturba davanti alla tv. La Milano-Sanremo. Quando c’era Cipollini

Come si elegge il presidente della Camera? Risposta: ne vedremo delle belle…

camera dei deputati

 

Il conto alla rovescia è partito. Il 23 marzo si eleggono i nuovi presidenti di Camera e Senato. Punto di snodo di una 18esima legislatura che, in un modo o nell’altro, dovrà darsi un inizio. Ma come si elegge il Presidente della Camera? E allo stato attuale c’è una forza politica che può fare tutto da sola? Risposta: no.

  • Il regolamento

Andiamo a vedere cosa dice il regolamento della Camera dei Deputati:

  • L’elezione del Presidente ha luogo per scrutinio segreto a maggioranza dei due terzi dei componenti la Camera. Dal secondo scrutinio è richiesta la maggioranza dei due terzi dei voti computando tra i voti anche le schede bianche. Dopo il terzo scrutinio è sufficiente la maggioranza assoluta dei voti.

Ora traduciamo. Al primo scrutinio non verrà eletto nessuno. Va bene lo scrutinio segreto, ma nessuno possiede i due terzi dei componenti della Camera. Un po’ di numeri: i parlamentari eletti sono 630. In attesa di conoscere le ripartizioni ufficiali (sì, non ci sono ancora), i conteggi delineano questo scenario:

  • CENTRODESTRA: 260 seggi
  • MOVIMENTO 5 STELLE: 221 seggi
  • PD + SVP: 112 seggi
  • LIBERI E UGUALI: 14 seggi

Nessuno ha i due terzi.

  • Cosa succede quindi?

Si va avanti: al secondo scrutinio anche le schede bianche vengono considerate come voti validi. Ma pure in questo caso sembra difficile un accordo. Servono 400 voti e rotti, a seconda dei votanti. Dunque, a meno che il centrodestra non trovi l’accordo con i grillini per spartirsi Camera e Senato  (e dunque Palazzo Chigi) non ci sono i numeri. Fino al secondo scrutinio, pur volendo, anche il Partito Democratico è tagliato fuori: aggiungendo i suoi 112 seggi a quelli di Movimento 5 Stelle o centrodestra non si arriva al magic number.

  • Terzo scrutinio: pop-corn

Ecco, da qui in poi ci si diverte: preparate i pop-corn. Al terzo scrutinio basta avere la maggioranza assoluta dei voti per eleggere il Presidente della Camera. Quindi su 630 eletti il numerino magico diventa 316. E qui con un’alleanza i numeri ci sono:

  • CENTRODESTRA + MOVIMENTO 5 STELLE = 481
  • CENTRODESTRA + PD = 372 
  • MOVIMENTO 5 STELLE + PD = 333 

Sarà dal terzo scrutinio in poi – perché può darsi ce ne vogliano comunque molti di più e si prosegua ad oltranza- che capiremo che forma prenderà questa legislatura. E se ci sarà un governo, soprattutto…

Di Maio e Salvini come Bolt: il terrore della falsa partenza

usain bolt

 

L’atmosfera è surreale, forse non così sacra, ma carica della stessa tensione. Luigi Di Maio e Matteo Salvini sono due velocisti ai blocchi di partenza di una finale dei 100 metri olimpica. Scaldano i muscoli, respirano a fondo, e buttano un occhio alla linea d’arrivo, ormai lì, distante soltanto pochi passi. Ed è quello il traguardo che sognano da chissà quante notti, il motivo che li ha spinti a dare più degli altri, il premio ambito da tutti: il gradino più alto del podio.

Ma quando lo starter, pistola in mano, chiama “ai posti“, né Di Maio né Salvini sanno bene quale sia la strategia da mettere in atto. Persino il più grande di tutti, Usain Bolt, fu tradito da una falsa partenza. Era il 2011, Mondiali di Daegu, l’uomo più veloce del mondo che vuole andare così veloce da partire prima degli altri. Squalifica, rabbia, lacrime, arrivederci alla prossima.

Ma se Bolt ha avuto più di un’altra occasione, se il suo strapotere era talmente evidente da consentirgli un passaggio a vuoto, tanto Di Maio quanto Salvini sanno bene che niente è volatile come il consenso politico. Ciò che hai oggi potresti non avere domani, quindi meglio farsi trovare pronti, quando parte la gara.

E a dare il via alla contesa è lui, sempre lui, Sergio Mattarella. Il Presidente felpato, l’uomo che ricuce chiamato ad uno strappo. Toccherà a questo starter d’eccezione, al giudice che spara il colpo di pistola e dà il via alla corsa, decidere quale dei due contendenti avrà il diritto di partire in vantaggio, di formare un governo. O almeno di provarci.

Ma la differenza, rispetto ai 100 metri piani, è che la politica è fatta di tempi lunghi, non si esaurisce nello spazio di 10 secondi. Per questo Di Maio e Salvini corrono su una pista sconnessa: perché partire per primi può sì rappresentare un vantaggio, ma pure il rischio concreto di bruciarsi, di esaurire troppo in fretta le energie, di fornire una scia all’avversario che rimonta da dietro.

Così si osservano, si studiano, ma quasi fingono di non guardarsi. Perché prima dello sprint è bene non mostrare le proprie paure. Pregano, senza nemmeno sapere cosa chiedere. Meglio guardare avanti, soltanto avanti, e sperare che il traguardo arrivi, prima o poi.

Trump incontra Kim: saluti e baci (e ci salvi chi può)

kim jong-un

 

Faccia a faccia tra potenti. Prova di forza, incontro d’affari. Gabbia di matti. Chiamatelo come volete l’incontro fra Donald Trump e Kim Jong-un, ma una cosa è certa: da qui a poco si fa la storia. Nella stessa stanza, il prossimo maggio, si troveranno di fronte l’uomo più potente del mondo (ma occhio a Putin che avanza) e quello che gli ha tolto il sonno nell’ultimo anno e mezzo.

Usa e Corea del Nord, mai così vicine. Al punto che si fatica pure a determinare il luogo dell’incontro. Perché uno, Kim, non è mai uscito dalla sua Corea. Mai una visita ufficiale, un viaggio da Capo di Stato, nulla. L’altro, The Donald, dopo aver spalancato un portone al dittatore non può rischiare di andarlo a trovare in casa propria, incappando magari in un Kim che si alzi quel giorno di pessimo umore, faccia saltare il banco, gli rifili uno schiaffo diplomatico e sancisca la sua fine politica.

Così l’inquilino della Casa Bianca non avrà modo di osservare da vicino il “grosso pulsante nucleare” posizionato sulla scrivania di Kim. Quello con cui il Capo di Stato nordcoreano ha terrorizzato non solo gli Usa, ma soprattutto Corea del Sud e Giappone. Perché ormai è chiaro, verificato, certo: il dittatore ha i missili e possono arrivare lontano. Ne è la prova proprio l’incontro di maggio, annunciato da Trump su Twitter (e dove sennò?).

A Washington hanno preso atto che la Corea del Nord è a tutti gli effetti una potenza nucleare. Sedersi al tavolo col nemico significa riconoscerlo come un problema, ma anche accreditarlo come interlocutore. E qui entrano in gioco Trump e il suo desiderio di scrivere la storia. Quella voglia di ottenere un riconoscimento universale, di smentire chi dall’inizio lo ha bollato come un tamarro arricchito.

trump

E in questa sorta di deficit emotivo, in questo atteggiamento tipico del bullo che picchia duro perché non si sente accettato, l’uomo di New York trova sponda nel leader di Pyongyang. Anche lui desideroso di approvazione, al punto di aver sfidato il mondo intero: costruendo missili, aprendo lager nel Paese per sopprimere i pochi che si azzardavano a mettersi di traverso, arrivando a giustiziare uno zio e ad uccidere il fratello maggiore col gas nervino. Zero scrupoli, molti calcoli.

E scordatevi che Kim accetti di arrivare negli Usa. Si sente braccato in patria, al punto di limitare i suoi (pochi) spostamenti alle ore precedenti al sorgere del sole. Teme di essere vittima di attentati, di finire avvelenato. Figurarsi se deciderà di mettere piede a Washington, dove qualcuno un attimo dopo l’atterraggio potrebbe ammanettarlo. E a quel punto chi s’è visto s’è visto. Tanti saluti alla guerra nucleare e ai missili, che nessuno in Corea del Nord avrebbe più il coraggio di sganciarli.

Per cui teniamoci forte, allacciamo le cinture di sicurezza, ma controlliamo pure che il seggiolino eiettabile funzioni a dovere. Trump e Kim. O Trump contro Kim. Ma magari Trump con Kim. Magari, sì…

Renzi se ne va, ma non è morto

renzi motorino firenze

 

Adesso che ha sbattuto la porta, sottraendosi al giochino di chi voleva trascorrere le prossime settimane a crocifiggerlo, Matteo Renzi aspetta quasi divertito la prossima mossa degli avversari. E per avversari intende tutti: i 5stelle e i leghisti, che senza i suoi voti non governeranno; ma soprattutto gli amici democratici, i carissimi compagni, che fino al 3 marzo si esibivano in baci e abbracci e gli giuravano fedeltà. Il giorno dopo avevano già i pugnali in mano.

Sono loro, sempre gli stessi, i congiurati che dopo il crollo nelle urne hanno pensato bene che “ora o mai più, o ci liberiamo di Matteo adesso o non avremo un’altra occasione“. Per questo, il lunedì delle sue dimissioni, speravano in una resa senza combattere del loro segretario. Si auguravano che dopo una delle sconfitte più pesanti nella storia della sinistra, Renzi gli rendesse facile il compito. Se ne andasse e basta, insomma.

Ma Renzi è Renzi, e non cambia. Col senno del poi vede gli errori degli altri, immagina ciò che non gli hanno consentito di fare. E se si guarda allo specchio non si trova diverso da quello che nel 2014 ottenne il 40% dei consensi. Più dei 5 Stelle, più di Di Maio, più di tutti.

Se qualcosa si è rotto, dunque, non è stata colpa sua. Ma dei giornali, degli “amici dell’informazione” che lo hanno dipinto come un ducetto interessato ai suoi affari, che hanno montato la rabbia della gente, senza capire che è stato in quei famosi “mille giorni” di governo che cita fino alla nausea che l’Italia è ripartita.  Così prima di lasciare si toglie il gusto di mettere un freno alla narrazione che vuole Gentiloni come il primo della classe. Questione di stili diversi, secondo Renzi. Ma nella sostanza non c’è misura politica che non rifarebbe, non c’è momento in cui vacilli dentro di lui il convincimento che il Presidente del Consiglio ha raccolto i frutti del suo lavoro, e non il contrario.

Per questo, quando intravede lo sciame di mosche in procinto di fiondarsi sulla sua carcassa, Renzi dà l’impressione di non essere morto. Anzi, forse del Pd è il più vivo di tutti. Rifiuta di travasare il consenso del Partito Democratico all’interno del Movimento 5 Stelle. E non si sorprende del fatto che la ressa per salire sul carro dei vincitori comprenda nomi insospettabili della cosiddetta “nomenclatura” di sinistra. Italiani voltagabbana, diceva qualcuno.

franceschini-dario

Così li invita a venire allo scoperto:”Per me il PD deve stare dove l’hanno messo i cittadini: all’opposizione. Se qualcuno del nostro partito la pensa diversamente, lo dica in direzione lunedì prossimo o nei gruppi parlamentari“. Non fa nomi, ma i Gentiloni, i Franceschini, quelli che ai suoi occhi sono  e restano traditori, recepiscono il messaggio e provano a sollevarlo con la forza della massa, a provocare una sommossa all’interno del Partito.

Più che altro perché rovesciarlo da soli non possono. Non ne hanno la forza. E neanche il coraggio. Perché Matteo ancora sposta milioni di voti, loro al massimo qualche migliaio. Per questo Renzi non è morto, non adesso, non ancora.

Se Di Maio diventa Di Mai

di maio m5s festa

 

Mentre fissa tutti e nessuno, nella prima uscita davanti ai giornalisti dopo il boom del Movimento, ti accorgi per la prima volta che neanche Luigi Di Maio avrebbe sperato tanto. A stento trattiene il sorriso. Si sente un predestinato, e forse lo è per davvero.

Ma è con i festeggiamenti della notte prima, quando le proiezioni di Mentana lo danno abbondantemente primo sulla concorrenza, che consegna alla storia l’immagine del sorpasso. Esultano in gruppo davanti allo schermo, i grillini. Come se l’Italia avesse segnato un gol decisivo nella finale dei Mondiali. Ma il paradosso sta nel fatto che nel 2018 è possibile l’impensabile: l’Italia ai Mondiali neanche c’andrà. E il partito di Di Maio è primo alle elezioni.

Primo, però, è diverso da vincitore. Perché chi critica il Rosatellum dimentica che ha fatto il suo dovere: era una legge elettorale studiata per arginare i grillini, e questo ha fatto. Di Maio come Bersani. Siamo arrivati primi ma non abbiamo vinto.

Per questo, un minuto dopo il voto, il Movimento cambia i toni. Perché è chiaro fin da subito che questa è l’occasione unica che la storia gli ha servito: governare adesso e dimostrare che tutte le promesse erano proposte, per di più realizzabili.

Così parte la caccia ai voti mancanti, che nelle idee del M5s non significa fare alleanze. Ma nei pensieri di chi i suoi voti li deve prestare evidentemente sì. Perché dopo l’onda gialla che sommerge l’Italia da Nord a Sud, sono pure tutti gli altri, gli sconfitti, a domandarsi: e adesso? Abbracciare il Movimento 5 Stelle sperando di godere di luce riflessa o restare dall’altra parte, col rischio di diventare ininfluenti?

Ma dopo il voto che secondo molti fa nascere la Terza Repubblica, è paradossalmente l’uomo che le elezioni le ha vinte, Luigi Di Maio, quello più in difficoltà di tutti. Perché dopo aver ricevuto il mandato popolare, i 5 Stelle non hanno scuse: un governo si deve fare. E il rischio è di dover per forza rinunciare a qualcosa: vuole i voti del Pd de-renzizzato? Deve entrare nell’ottica di rinunciare alla premiership. Vuole i voti del centrodestra o di una sua parte? Il finale è lo stesso. Si chiama compromesso, politica.

E sta nella capacità di trovare un accordo, in quella di sedurre senza svendersi, di abbracciare senza restare soffocati, che andrà delineandosi il valore del capo politico del primo partito italiano. Perché adesso si gioca la sua partita personale: ha vinto, ma deve anche riuscire a governare. Non trasformarsi da Di Maio in Di Mai

Renzi si è dimesso, ma non da se stesso

renzi dimissioni 2

 

Ha perso. E ammetterlo gli costa una certa fatica. Ma è come sempre quando perde, che Renzi offre il meglio del suo repertorio politico. Fu così nel 2012, quando sconfitto alle primarie da Bersani pronunciò uno dei discorsi più belli della sua carriera. E così è stato ieri, quando ha scelto di gettare la maschera, sapendo che così avrebbe fatto uscire allo scoperto i congiurati che da tempo tramavano nell’ombra.

Si fa attendere per tutta la giornata, il giorno dopo il crollo. Nella stanza al terzo piano del Nazareno, Renzi è circondato dai suoi pretoriani. Da Lotti a Richetti, da Guerini ad Orfini. Tutti gli chiedono di resistere alla guida del Partito, non vogliono il sacrificio del capo. Forse perché sanno che se viene giù Matteo viene giù tutto, compresi loro.  Ma tant’è, Renzi stavolta non cambia idea. Passa tutto il giorno a rifinire il discorso dell’addio. O dell’arrivederci. E sul foglio che ripiega nervosamente, quando si presenta davanti ai giornalisti, sono scarabocchiati tutti i sassolini che il segretario ha deciso di togliersi dalle scarpe, prima di lasciare il cortile e portare via il pallone.

renzi dimissioni

Ne ha per tutti, Matteo. Ne ha per Mattarella, che gli ha negato di tornare alle urne quando il vento populista non era a suo dire così forte. Ne ha per Gentiloni, già ex amico, destinatario dell’accusa di quell’eccesso di tecnicismo che secondo lui è stato tra le cause del tonfo nelle urne.

Ma chi spera che Renzi lasci senza colpo ferire non conosce l’uomo. Qualcuno lo definisce arrogante, lui preferisce dire di avere carattere. E in effetti quello usa quando dice “no agli inciuci“, “no ad un reggente scelto da un caminetto” e “no agli estremismi“.

Così bombarda chi spera in un appoggio esterno ad un governo Di Maio o Salvini; chi da mesi tramava per una sua successione e chi, dopo aver descritto lui e il suo Pd come “mafiosi, corrotti, impresentabili, con le mani sporche di sangue“, adesso sperava nei suoi voti.

Ed è qui che Renzi ha il suo sussulto d’orgoglio:”Sapete che c’è? Fate il governo senza di noi“, dice. E in quella frase sta tutta la ripicca covata dal segretario, che annuncia le dimissioni ma le rinvia. Non perché abbia voglia di prolungare la sua reggenza. Al contrario, non vedrebbe l’ora di sbarazzarsi dei vincoli del Pd, di tornare a fare il battitore libero che solo 4 anni fa entusiasmava le folle. Ma perché davvero si sente “garante di un impegno morale, politico e culturale: abbiamo detto in campagna elettorale no al governo con gli estremisti e degli estremisti, non abbiamo cambiato idea in 48 ore“.

Ne fa un punto d’orgoglio. Resterà per impedire che chi lo ha abbattuto tragga vantaggio dal suo patrimonio politico. Resterà fino a quando qualcuno dal Pd non abbia la forza – e il coraggio – di rovesciarlo. E poco conta che nessuno creda al suo addio alle scene. Nemmeno lui si spinge a chiedere tanto. Al massimo arriva a dire che in futuro farà il senatore semplice. Ma c’è già chi lo vede, tra qualche mese, ricandidarsi alle primarie. Si sarà pure dimesso da segretario, ma Renzi non si è dimesso da se stesso.