Noia elettorale, ridateci Berlusconi (e i suoi nemici)

Il segno dei tempi che furono – e purtroppo non sono più – lo vedi in televisione. Te ne accorgi quando ascolti la sigla di M, il programma di Michele Santoro, e sulle note di Zucchero, anche se non ti è mai piaciuto, quasi ti emozioni. Lo capisci quando pensi che tra un mese si vota e hanno tutti finito le promesse. A corto di benzina, appiedati, anemici di inventiva. Sbadiglio.

Oggi guardi Santoro, osservi la Gruber, ti fai cullare verso il sonno dai numeri di Floris, aspetti in (finta) trepidante attesa i sondaggi del lunedì di Mentana, cerchi di intuire dove tira il vento analizzando l’atteggiamento di Vespa a Porta a Porta. Ma poi scopri che è tutto finito, che ti hanno tolto il gusto della battaglia politica, che il meglio è alle spalle e non tornerà.

Che hanno sdoganato Berlusconi, insomma.

Santoro e Travaglio, dopo l’epica spolverata sulla sedia del 2013, non stanno neanche più insieme. Distrutti dalla serata che avrebbe dovuto distruggere Berlusconi.  Lucia Annunziata, quella che avrebbe dovuto “provare un po’ di vergogna“, adesso reagisce alla buca datale in tv dal Cavaliere come un’innamorata paziente:”Mi dicono che se oggi se non prendi una buca da Berlusconi non sei nessuno“. Giletti è passato dal subire l’ormai celeberrimo “vuole che me ne vada? Me ne vado!“, all’ospitare le confessioni familiari e intime del Cav (“Considero mia figlia Marina come una mamma“).

Ma non è solo la televisione ad essere diventata noiosa. Eugenio Scalfari – ripetiamo, Eugenio Scalfari – ha detto che tra Berlusconi e Di Maio voterebbe il primo. Persino l’ingegner De Benedetti, uno che col Cavaliere si è combattuto per una vita, ha ammesso che i due si parlano. Renzi, uno che ha ereditato il partito da Veltroni – che Berlusconi aveva deciso di non nominarlo neppure, definendolo “il principale esponente dello schieramento a noi avverso” – con lui ha fatto il Patto del Nazareno e forse farà presto quello di Arcore.

E tu che sei stato sempre lì, animato da quella sana (o forse strana) passione per la politica, ti guardi intorno, sul divano, e le patatine e i pop-corn li gusti ugualmente, ma con poco entusiasmo. Cerchi un nuovo duello, un nuovo capo carismatico, ma poi accendi Santoro, lo senti parlare di flat tax, e prima di addormentarti ti accorgi che è semplicemente finita. Stop. Chiudete tutto.  Siamo diventati un paese noioso.

Ridateci Berlusconi e se potete pure i suoi nemici.

È ancora Prodi contro Berlusconi

Romano Prodi e Silvio Berlusconi: sembra passato un secolo ma alla fine, al centro del ring, ci sono ancora loro. Il Professore e il Cavaliere. Troppo diversi per storia e cultura, per estrazione e convincimenti, perché andasse diversamente.

Saranno nemici per sempre, o quanto meno rivali. E non perderanno occasione per ricordarselo a vicenda, non rinunciando a piazzare una buccia di banana sul cammino altrui, consapevoli che dalla caduta dell’uno – in fondo – è sempre dipesa l’ascesa dell’altro.

Non si sono mai amati e non hanno mai fatto nulla per nasconderlo. Quando in Italia era ancora tempo di duelli tv tra leader, Prodi e Berlusconi non hanno avuto paura di colpirsi, spesso sotto la cintura.  Nel 2008, in un confronto moderato da Bruno Vespa, il leader dell’Unione – che quelle elezioni poi le avrebbe vinte – disse a Berlusconi di non usare i numeri così come gli ubriachi utilizzano i lampioni: “Non per farsi illuminare ma per sostenersi“. Berlusconi allora replicò piccato:”Ricambio l’ubriaco del signor Prodi, dicendogli se non si vergogna davvero di svolgere, oggi lui, nei confronti dei partiti della sua coalizione, il ruolo che storicamente fu definito dell’utile idiota“.

Viene quasi da rimpiangerli quei momenti, quegli scontri un po’ trash, ma comunque tra titani, se confrontati ai leader – o presunti tali – che oggi si affannano nei talk show alla ricerca di un consenso a scadenza limitata.

O forse no, forse non è nemmeno il caso di rimpiangerli. Perché alla fine a muovere e spostare voti sono ancora loro. Berlusconi e Prodi. Prodi e Berlusconi.

Il Professore che interviene in favore del Pd di Renzi e scomunica Liberi e Uguali di Grasso è un fattore da non sottovalutare. Perché nel bene e nel male è sempre lui il padre nobile dell’area di centrosinistra. E dinanzi ad una chiara indicazione di voto del Professore chi era intenzionato ad abbandonare il Pd, magari dopo anni di fedeltà e militanza, ci penserà due volte; il rovescio della medaglia è che un mondo, come quello moderato e dell’imprenditoria, che ai democrats è arrivato soltanto grazie al cambio di passo imposto da Renzi, possa temere un ritorno alla sinistra modello Seconda Repubblica scegliendo l’originale, appunto Berlusconi.

Perché alla fine sono l’espressione di due mondi che per un Ventennio si sono scontrati su tutto. Il Bene e il Male, a seconda dei punti di vista. Sì, c’è il Movimento 5 stelle che avanza, il bipolarismo è acqua passata, ma nel richiamo al voto utile di Prodi si può leggere la voglia di sfuggire ad un destino marginale, che pare scritto nei sondaggi e nei risultati della socialdemocrazia in tutta Europa.

Prodi scommette su Renzi e sulle sue possibilità di rimonta. Abbandona al suo destino lo stesso Bersani, dimenticando forse che fu proprio lui a candidarlo alla Presidenza della Repubblica, quando 101 franchi tiratori (di cui molti renziani) lo impallinarono nel 2013. All’epoca c’erano in ballo le larghe intese post-Monti. E Berlusconi non avrebbe mai potuto accettare che il suo arcinemico salisse al Colle. Così oggi, anche se con un ruolo diverso, il Professore gioca la sua partita. Spera in un Renzi forte per marginalizzare il Cavaliere.

Non c’è niente da fare: è ancora Prodi contro Berlusconi.

Uno vale tutti: Davide Casaleggio e la monarchia a 5 Stelle

Lo scandalo lo apre Il Foglio e non è un caso che a farlo scaturire sia proprio “un” foglio: lo statuto dell’associazione Rosseau. Parliamo della piattaforma online da cui passa tutta l’attività del Movimento 5 Stelle: dalle parlamentarie alle candidature, dalle raccolte fondi alla scrittura delle leggi. Rousseau è per il M5s ciò che il motore rappresenta per una macchina: senza non cammina.

La scoperta – che pure sorprende fino ad un certo punto – è che alla faccia della democrazia e dello slogan reso celebre dai grillini, l’ormai mitologico “uno vale uno“, veniamo a sapere che in realtà uno vale tutti. E quell’uno non è Di Maio, che pure ne avrebbe qualche diritto in quanto capo politico dei pentastellati. E no, non è nemmeno Beppe Grillo, che del Movimento sarebbe quanto meno il fondatore. L’uno che vale per tutti gli altri è Davide Casaleggio, figlio del defunto Gianroberto.

Nello statuto si legge che nella persona di Casaleggio jr coincidono: presidente, consiglio d’amministrazione, tesoriere e persino assemblea. La situazione è comica: provate ad immaginare un’assemblea in seduta. Davide Casaleggio che si interroga sul futuro del Movimento – e purtroppo dell’Italia – e in un moto di pluralismo si porta davanti allo specchio per avere un altro parere: il suo.

E nessuno si illuda che questi incarichi il poco noto Casaleggio li abbia conquistati sul campo. No, il potere gli è stato consegnato dal padre – lui sì geniale per quanto utopista – in punto di morte. Le chiavi della piattaforma Rousseau, e dunque quelle del Movimento, gli sono state lasciate in eredità – si legge nel documento – “eternamente“.

Neanche dalle parti di Arcore hanno mai osato tanto. Qualcuno sorriderà a pensare che nella storia di Forza Italia ci sono persino due congressi! Renzi è diventato segretario del Pd vincendo le primarie, scelto comunque la si pensi da milioni di italiani. Casaleggio jr, invece, che sulla carta dice di voler ripristinare la democrazia attraverso il M5s,  al trono è salito per diritto di nascita.

Se non fosse che i pentastellati sono il primo partito d’Italia, ci sarebbe da riderci sopra. Se dipendesse dal comico che ha fondato il Movimento potremmo pure guardarli con simpatia. Ma se non è uno scherzo allora dobbiamo preoccuparci. E non vengano a dirci che uno vale uno. No, Casaleggio vale tutti. Benvenuti nella monarchia a 5 stelle.

Gattuso ha salvato il Milan. Ma il Milan ti salverà, Rino?

Quando in estate lo hanno telefonato per dirgli di guidare la Primavera del Milan, Rino Gattuso non ha esitato un secondo. Allevare i futuri campioni rossoneri era per lui un onore e un piacere. Rientrare a Milanello, il luogo in cui aveva costruito la sua immagine di uomo e di campione, un sogno al quale non poteva rinunciare.

Pochi mesi dopo, però, di telefonata eccone un’altra:”Rino, abbiamo bisogno di te“. Le gambe che tremano e il cuore che pulsa. Ma Rino non si nega: è l’uomo che arringava la Curva con la forza delle sole braccia, è quello che ringhiava a muso duro dinanzi a colossi grossi il doppio. Soprattutto – parole di Marcello Lippi – “per il Milan Gattuso darebbe la vita“.

E all’inizio quasi quasi succede. La vittoria all’esordio illude, perché a metterne alla prova le coronarie è il pareggio col Benevento: gol subito dal portiere avversario all’ultimo minuto. Roba che neanche Hitchcock avrebbe immaginato di peggio. Ma quel che differenzia Rino nel mondo del calcio resta l’umiltà. Testa bassa e lavorare, come sempre. Come quando da giocatore mediocre ha scalato l’Everest del gioco, diventando un intoccabile in una formazione di Campioni del Mondo.

Gattuso entra così nella testa dei giocatori. Li prende in disparte e li convince che il concetto di “uno” in una squadra di calcio non esiste, se non inserito in un contesto di “gruppo“. Parola del gregario per eccellenza, del mastino che all’arrivo di Ronaldinho disse: “Non preoccuparti, corro io per te“.

Così facendo Rino ha salvato il Milan. Lo ha preso quando stava affondando e lo ha riportato in superficie. Gliene danno atto gli stessi giocatori, quelli che in ogni intervista non perdono occasione di ricordare che sì, questo è il Milan di Gattuso e ogni merito va a lui. Ma cosa riceverà il buon Rino in cambio dei suoi servigi?

Chi ha composto il suo numero di telefono per chiedergli di salvare il Milan, sappia che non salverà la faccia quando deciderà di congedarlo a fine stagione. Una pacca sulle spalle e un arrivederci non basteranno. Se ne ricordino Mirabelli e Fassone, quando la tentazione di un cambio in panchina si farà irresistibile in estate.

Rino, che il Milan lo ama veramente, comunque vada non sbatterà la porta. Perché lo ha ripetuto più volte, “questa è casa mia“.  Questo piccolo uomo con la barba nera e i primi capelli bianchi è l’emblema del coraggio. Gattuso è stato Gattuso fino in fondo. Ma dopo aver salvato il Milan dovrà trovare qualcuno che lo salvi dal limbo della mediocrità. E non è detto che a tendergli la mano trovi uomini della sua stessa stoffa…

Se questo è un Capo: così Renzi è diventato piccolo

Tiene nascosta la lista dei candidati Pd per ore, neanche fosse la Pietra Filosofale. Ma per Renzi poco ci manca: è su quei fogli che ha scritto a penna il destino, sa che dalla renzizzazione del Partito passerà il suo futuro.

Come sempre, però, Matteo dimostra di non essere cambiato. Degli errori del passato non ha fatto tesoro. Il referendum del 4 dicembre, personalizzato all’inverosimile, diventato un Sì o un No a Renzi, piuttosto che al rinnovamento della Costituzione, non è stato abbastanza. Renzi è quel che si dice un uomo solo al comando, nel senso che piuttosto che perdere il comando ha preferito restare solo.

C’erano una volta i rottamati, e ora non ci sono più. C’erano una volta le minoranze, e dopo la composizione delle liste si domandano cosa sia rimasto di democratico nel Partito. Renzi sceglie i suoi fedelissimi, ai rivali interni assegna il minimo sindacale, giusto perché non si dica che è un dittatore. Ma alla fine si dice lo stesso: il Partito Democratico è stato balcanizzato, o renzizzato, che per tanti è la stessa cosa. Agli Orlando, ai Michele Emiliano, a chi per ore ha cercato di parlare con lui al Nazareno in cerca di un accordo, Renzi si è sottratto: accessibile soltanto al suo giglio magico, rinchiuso nel bunker del Nazareno, ha disposto del destino di molti, lasciato a casa persone meritevoli – se non di un seggio in Parlamento – quanto meno di rispetto e considerazione.

Ma nella storia del renzismo, quella che è stata definita la notte dei lunghi coltelli segna un arretramento da parte del Capo. L’uomo che giocava all’eterno rilancio, che credeva di battere gli avversari al referendum, che fino a qualche mese fa puntava al 40% – ricordando che lui sì, già lo aveva raggiunto alle Europee del 2014 – questa volta gioca in difesa, pensa a difendere il trono, più che ad allargare il regno. Vuole in Parlamento un plotone di fedelissimi – o quasi – che dica sì senza battere ciglio, né sollevare il sopracciglio. Spera che alle elezioni si arrivi ad un pareggio, che il Pd sia decisivo per un governo di larghe intese con Berlusconi e nessun vecchio comunista venga a ricordargli che il Partito di cui è segretario non può accettare un nuovo compromesso con l’uomo di Arcore.

Il passaggio dall’ipotizzato PdN (Partito della Nazione) al PdR (Partito di Renzi) è la cartina di tornasole di un leader ridimensionato. Il rischio è che al 40% delle Europee non segua il 40% delle prossime Politiche: più facile che dal dramma del 4 dicembre 2016 si arrivi alla catastrofe del 4 marzo 2018. Renzi è diventato piccolo. E in tanti, adesso, si domandano se questo è un Capo…

Un premier che non faccia il premier

Antonio Tajani ha più di un merito. Ha tenuto la barra dritta, anche quando di lui l‘Italia è sembrata dimenticarsi. Ai principi che nel ’94 lo avevano indotto a lasciare la sua professione per abbracciare il berlusconismo degli albori è rimasto avvinghiato. Pure quando il buon senso che lo caratterizza gli ha suggerito il contrario. E Silvio ha deciso di premiarlo. Premiarlo, sì. Un verbo non casuale, perché è proprio quello di Tajani il nuovo (vecchio) nome lanciato da Berlusconi come possibile premier del centrodestra.

Il metodo del Cav è noto: una battuta, nulla di più che un auspicio, niente di più lontano da un’incoronazione. E poi via ai sondaggi: vediamo se questo Tajani piace agli italiani. Uno scioglilingua che Berlusconi conosce a memoria. Lo ha fatto in passato più volte, di recente ha tentato con Toti e Parisi. Ma entrambi sono naufragati quando Alessandra Ghisleri ha composto il numero di Arcore e ha detto: “Presidente, questi non aggiungono neanche un voto“.

Tajani, almeno da questo punto di vista, dai suoi predecessori si differenzia. La politica è il suo pane quotidiano, con l’elettorato è abituato a confrontarsi. Nel curriculum ci sono sconfitte cocenti, come quella per la poltrona di sindaco di Roma nel 2001, quando perse al ballottaggio da Veltroni. Ma anche affermazioni importanti: più di 100mila preferenze alle ultime europee (primo eletto di Forza Italia nella circoscrizione Centro) costituiscono un buon biglietto da visita.

Ma Berlusconi del personaggio apprezza soprattutto il pragmatismo, il modo di relazionarsi, la preparazione. Tutte qualità che gli sono valse un traguardo insperato, per un uomo che fino a poco tempo fa era sempre stata un ottima riserva: la presidenza del Parlamento Europeo.

Era il 17 gennaio 2017: praticamente un anno fa. È stato allora che Berlusconi si è ricordato del caro vecchio Tajani. La sua presenza nelle fila di Forza Italia diventata motivo di vanto. Per non parlare della soddisfazione derivata dal fatto che Antonio fosse subentrato al nemico di sempre: il tedesco Martin Schulz (“Signor Schulz, so che in Italia c’è un produttore che sta montando un film sui campi di concentramento nazisti: la suggerirò per il ruolo di Kapò“).

Ma Tajani ha soprattutto un merito agli occhi di Silvio: è stato lui a reintrodurlo in Europa. E dalla porta principale, per giunta. Le visite a Bruxelles, gli incontri con “la signora Merkel“, gli abbracci con Juncker e l’approvazione del Partito Popolare Europeo, sono anche il frutto della mediazione di Tajani e valgono per il Cavaliere più di tutto.

Da quell’Europa che gli aveva bucato le gomme (ricordare i sorrisini malevoli tra Merkel e Sarkozy), adesso viene accolto come salvatore della patria, ultimo argine in Italia al populismo grillino. E Berlusconi di queste investiture gode, al ruolo di statista ambisce da una vita. A Tajani, regista occulto del ritorno in pompa magna in Europa, è legato da un debito di riconoscenza. Ecco perché lo ha lanciato come candidato premier: sa che Antonio non tradisce ed è ben felice di concedergli una chance. Saranno i sondaggi – come sempre – a sancire la bontà dell’operazione.

Il profilo di Tajani, però, resta sulla carta il migliore. Ora che è incandidabile, a Berlusconi serve un nome che non lo oscuri. Serve un premier che non sia “il” premier. Che faccia il premier ma non da primo. Per quello c’è sempre lui, Silvio.

L’importanza di chiamarsi Federer

Vederlo danzare su un campo da tennis è un’esperienza mistica, quasi illusoria. Perché credere che un uomo di 37 anni riesca ad essere così leggiadro e allo stesso tempo incisivo è un messaggio ingannevole, mina la stabilità del nostro cervello. Ci abbiamo provato tutti, in fondo. La domenica mattina abbiamo indossato il suo completino, ci siamo guardati allo specchio e qualcuno ha perfino osato indossare la sua fascia per capelli (nonostante una calvizie incombente!).

La racchetta, poi, quella è la bacchetta magica. Neanche il venditore Olivander di Harry Potter è più informato di noi sull’attrezzo che andremo a maneggiare: sappiamo tutto di lei. Anzi: della lei di lui, di Roger Federer. Peso, tensione delle corde, overgrip giusto. Non ci sfugge niente. Siamo perfetti, all’apparenza. Dai calzini al polsino, sembriamo pronti a ripetere le sue gesta oceaniche anche qui, al campetto comunale. Che alla fine il nostro momento arriverà. Un osservatore in vacanza, un allenatore in incognito, un tecnico che passa per caso si fermerà a guardarci e dirà: “Ma com’è possibile che ancora non sei stato convocato in Coppa Davis?“.

Sì, il sogno dura poco però. Giusto il tempo del riscaldamento. Cinque minuti al massimo, poi subito partita. Noi non abbiamo bisogno di certi riti. Siamo nati pronti. Meglio di Roger. Ed è lì che ti accorgi che forse hai osato troppo, che meglio di Roger nel tennis non nascerà mai nulla. Tenti di imitarne il lancio-palla. E all’amico che ti riprende da fuori (video-analisi sì, professionismo puro) fai un po’ pena, ma ti vuole così bene che non te lo dirà mai. Subito dopo il servizio sei lì, in posizione d’attesa e magari hai anche 10 anni meno di lui, ma la reattività di Federer te la sogni.

Fondamentali? Chi dice che Dimitrov è cresciuto copiando Federer non ti ha mai visto giocare. Dritto e rovescio made in Svizzera, roba che neanche il primo maestro di Roger ha qualcosa da insegnarti. Peccato che i risultati siano scadenti e anche la soddisfazione di dire:”Al torneo ho perso ma almeno ho fatto il mio gioco” – visto che il gioco è il suo – se ne vada a quel paese. Quale Paese? Ma sì, siamo a gennaio e godiamoci questo Federer australiano. L’ultimo highlander di una generazione che così bella non l’avremo mai più. C’avevano detto che Nadal era quello dal fisico d’acciaio, ma alla fine a ritirarsi al quinto per problemi muscolari è stato lui. Roger, quello dotato soltanto di classe, invece è lì, ancora lì, a zampettare allegramente come niente fosse.

Lo attende una semifinale con un coreano che fa impressione per atletismo e tempo sulla palla. Si chiama Chung: e già dal nome capisci che rimbalza da una parte all’altra del campo come niente fosse. Riuscirà a battere Federer? Non lo sappiamo. Né ci interessa, lo diciamo apertamente. Sua Maestà regna ancora e questo conta. E noi, sudditi felici e contenti, continuiamo a godere della sua aura di invincibilità. Convinti che – almeno- fino a 37 anni siamo ancora in tempo a vivere dei nostri sogni. Sì, è soprattutto questa l’importanza di chiamarsi Federer.

Perché Luigi Di Maio è “unfit”

Bruno Vespa, che con lui ha parlato a quattr’occhi, ha detto: “Mi è sembrato di incontrare Giulio Andreotti“. Meglio non farlo sapere ai grillini, che in quel caso Luigi Di Maio lo ripudierebbero, buttandolo giù dalla torre. Certo, il parere di Vespa è autorevole, ma il dubbio che questo paragone con Andreotti sia più che lusinghiero, sotto sotto resta.

E in fondo, non me ne vogliano i grillini, il confronto sarebbe impietoso perfino con molti altri esponenti dell’ultimo – e tanto vituperato – Parlamento nostrano. Siamo sinceramente sicuri che Gasparri sarebbe un premier peggiore di Di Maio? Non avrebbe maggiori esperienze e competenze da mettere al servizio degli italiani Ivan Scalfarotto del Pd? Dubbi che lasciano il tempo che trovano, perché la democrazia 2.0 made in 5 stelle fa sì che si possa diventare Presidente della Camera a soli 26 anni dopo aver ottenuto la bellezza di 189 voti alle Parlamentarie della Campania (neanche il più votato). E che ad ambire a Palazzo Chigi sia un giovane che, l’unica volta che è sceso nell’agone  – candidandosi nel suo Comune – ha racimolato 59 preferenze. Non proprio un politico di razza.

Attenzione: nessuno mette in dubbio il carisma gentile e l’impegno profuso da Di Maio.  Fin da ragazzo, per lui, la passione politica si tradusse nella fondazione di due associazioni studentesche universitarie. Ma nella politica vera, che come sappiamo è l’arte del compromesso, ha l’esperienza necessaria a gestire i dossier più spinosi uno che al preside del suo liceo un giorno disse:”Noi impediremo l’annuale occupazione dell’istituto, in cambio voi insegnanti parteciperete al nostro fianco alle manifestazioni in cui rivendicheremo strutture scolastiche migliori“?

Berlusconi, che ovviamente dal suo punto di vista ha tutto l’interesse a screditare il competitor, lo ha dipinto come un utile idiota di prodiana memoria:”Non penserete che – se vincessero – i 5 Stelle lascerebbero il giocattolo a quel ragazzotto che non prenderei nemmeno come fattorino nelle mie aziende, vero?“.

Ma a dare l’impressione che Di Maio sia molto fumo e poco arrosto sono i suoi stessi scivoloni, quelli che colleziona ogni volta che gli capita di parlare a braccio. Quelli, soprattutto, che prescindono dal suo curriculum.

  • Può rappresentare l’Italia un non-laureato? Sì. Peraltro è già successo con D’Alema. Non è questo il punto.
  • Può rappresentare l’Italia uno che si esprime così? “Guardi, io da sempre ho detto che… il Movimento ha sempre detto che noi VOLESSIMO fare un referendum sull’euro“.

E no. Il congiuntivo no. Vabbé. Forse il primo ministro in pectore del Movimento è più preparato sull’inglese. Quello che gli servirà per trattare, stavolta non con il preside della sua scuola, ma con i leader del Pianeta. Allora – con un po’ di spirito di osservazione e un pizzico di autocritica – comprenderà da solo che per il ruolo a cui ambisce è semplicemente “unfit“. Inadatto. Salvo pentirsi, lo dissero di Berlusconi. È chiaro che ancora non avevano visto arrivare Di Maio.

Onore a Renzi, ora che il vento soffia contro

renzi vento ins

Provaci ancora Matteo. Provaci che questa è #lavoltabuona. Sembra quasi di sentirlo Renzi, caricarsi e darsi fiducia. Che ce n’è estremo bisogno di questi tempi. Ora che il vento soffia forte e soffia contro. E in effetti è difficile venire a patti con la realtà. Quella di aver dilapidato, a torto o a ragione, un patrimonio di milioni di voti. Gente che in Renzi aveva visto, sbagliando, il Messia.

Invece il ragazzo di Rignano ha deluso. Difficile che finisse diversamente: quando prendi il 40% sai che molto probabilmente – soprattutto se fai politica in Italia e rappresenti il centrosinistra – quello sarà il picco della tua carriera. Non un bel crocevia se ancora non hai messo piede a Palazzo Chigi.

Travolto dalla corrente, incapace di frenare l’odio nei suoi confronti. Dall’altare alla polvere, è stato un attimo. Non siamo qui per elencare le colpe di Renzi. Sarebbe un esercizio noioso. Ma forse il peccato originale sta proprio in quello che mai la sinistra gli ha perdonato, la scusa che è servita a catalogare Renzi come l’intruso che voleva usurpare il Partito. Il Patto del Nazareno.

L’incontro e l’accordo col nemico del Ventennio. Siglata l’intesa con Berlusconi, Renzi avrebbe dovuto resistere alla tentazione di tradirlo. Avrebbe dovuto ignorare le interferenze di D’Alema (l’avversario più velenoso). Non cedere al gusto di strappare su Mattarellla, fornendo a Berlusconi l’assist per appiedarlo.

Ne avrebbe beneficiato l’Italia tutta: protetta dalla deriva grillina, libera dall’odio, più vicina a quella pacificazione che il Cavaliere invano ha inseguito per anni. E più simile ad un modello di democrazia europea (vedi Germania) dove gli interessi di parte vengono messi in soffitta (almeno per un po’) in nome di quella cosa chiamata “responsabilità“.

Ma oggi sarebbe stato meglio anche Renzi. Che il referendum del 4 marzo, con i voti di Berlusconi, lo avrebbe vinto. E quegli stessi voti moderati, in queste elezioni, li avrebbe giocoforza ereditati tutti. Berlusconi davvero era affascinato da lui. Ad un certo punto l’idea di un Partito della Nazione l’aveva accarezzata realmente. Ma tutto è svanito quando Renzi ha capitolato dinanzi al proprio orgoglio.

Quello stesso orgoglio che oggi gli impedisce di arretrare, che gli impone di giocare a petto in fuori una campagna elettorale che lo vedrà perdente. Potrebbe promettere la Luna, che gli italiani lo punirebbero ugualmente. Meglio avrebbe fatto ad attendere un giro di giostra, a farsi desiderare, così come aveva fatto subito dopo la batosta del referendum. Ma il richiamo delle elezioni è stato troppo forte. La voglia di farla pagare politicamente a tutti i suoi avversari preponderante sulla prudenza.

Di questo gli va dato atto. Renzi è un arrogante. Ma è anche un coraggioso. Nel 2012, dopo aver perso le Primarie del Pd, in quello che resta uno dei discorsi più belli della sua carriera, disse: «Ne sarà valsa la pena, anche stasera tornando a casa e rimboccando le coperte dei figli». Non è sua abitudine tirarsi indietro. Quando le frecce nemiche raggiungeranno il suo petto sarà giusto rendergli onore.

L’Italia chieda scusa a Balotelli

Mario Balotelli dell’etichetta di bad boy, di cavallo pazzo, di giocatore inaffidabile, difficilmente riuscirà a liberarsi nella sua vita. Ha stampate addosso le stimmate del campione, in quegli occhi profondi la stessa dose di follia che lo ha reso allo stesso tempo diverso e maledetto.

Se non fossimo in Italia, però, di Mario Balotelli non ci saremmo liberati così presto. Lo avremmo protetto con maggiore cura. Non siamo un popolo orgoglioso. Non lo siamo più da troppo tempo. E su quel ragazzino che avrebbe dovuto portarci in alto abbiamo sfogato la rabbia per la nostra inadeguatezza, quando non ce l’ha fatta.

Ne abbiamo avuto riprova non qualificandoci al Mondiale 2018. Siamo stati capaci di dilapidare l’identità sportiva del Paese. Abbiamo preferito perdere la faccia piuttosto che tornare sui nostri passi, ammettere che, più di Insigne, l’unico giocatore con i colpi per risolvere i nostri problemi fosse lui. Proprio lui. L’esiliato, il reietto, Mario Balotelli.

Lui che nel frattempo se n’è fatto una ragione. Anzi no. Continua a lanciare proclami anche dalla Francia. Dice che per lui la Nazionale è altra cosa rispetto al resto. Sente l’orgoglio di quella cosa chiamata Patria. E non da oggi, non da ieri. Da sempre. Da quando faceva notizia la mancata esultanza dopo i gol. Balotelli ripeteva: “Esulterò alla finale del Mondiale“. Mario all’Italia ci tiene, al punto di voler far sapere a Matuidi che non tutti, a queste latitudini, sono come quelli che lo hanno fischiato per il colore della pelle. Lo dice lui sì, lui, Balotelli. Lo stesso Balotelli che venne insultato persino a Coverciano, da un manipolo di ragazzini ignoranti per lo stesso motivo.

Adesso che Balotelli ha messo da parte le cosiddette “balotellate“, che è padre responsabile e innamorato di due figli, che segna più di Neymar – il giocatore più pagato della storia del calcio – è all’altezza di una convocazione in Nazionale? Siamo senza c.t., senza un presidente della FIGC, senza obiettivi a breve termine come gruppo. Necessitiamo forse di un bagno d’umiltà generale tutti. Porgiamo le nostre scuse a Balotelli. E se le accetta che ci aiuti a risalire la china. A ritrovare il tempo perso. A sentirci ancora Italia.