Andrà tutto bene. Ma non per tutti

Arriverà un giorno, tra tanti o spero molto prima, in cui ci domanderemo se dunque la guerra è finita. Ma soprattutto se la guerra è vinta. Proveremo a capire se i nostri sforzi sono serviti, se i sacrifici di tanti hanno avuto un senso. Se, dopotutto, è andato davvero tutto bene.

Non ci sarà una risposta sola. Non potrà. Non se prima non avremo stabilito dov’è la vittoria. Ma l’inno di Mameli stavolta non c’entra. Non basteranno i balconi affollati di questa nostra Resistenza a dire se l’incubo è davvero alle spalle, il nemico battuto, distrutto, sconfitto per sempre.

Il punto è che questa guerra non è una guerra come le altre che abbiamo conosciuto e combattuto. La prova del trionfo non sono le milizie nemiche sbaragliate, arrese. E neanche i popoli delle società sconfitte che accettano il nuovo padrone. Non c’è territorio da marcare, nuovo ordine da stabilire. Mancano persino le macerie, emblema fisico della ricostruzione che ha da venire.

Potrebbe dunque mancare un criterio certo per stabilire che la gloria è nostra, la storia pronta a subentrare al presente. Di nuovo: quand’è che la guerra sarà finita e vinta? Forse quando usciremo fuori? Quando la quarantena sarà terminata? Quando non ci sarà nessun nuovo contagio in Italia? O dovremo attendere l’Europa prima e il mondo poi? Saremo liberi quando non indosseremo più la mascherina al supermercato? Quando prenoteremo nuovi viaggi? Quando inviteremo a casa gli amici e i parenti? Quando in tv torneranno i programmi soliti?

Forse. Ma forse no. Perché in assenza di un nemico visibile, palpabile, in mancanza della sua ammissione di sconfitta, della sua evidente resa, sarà difficile limitarsi a contare i nostri morti senza confrontarli con quelli delle altre nazioni.

Dire che “ce la faremo”, come in ogni conflitto, è dunque obbligo morale, imperativo assoluto per riuscire a farcela davvero. Ma ci sono altri che non ce l’hanno fatta. Caduti in questa guerra subdola, infinitamente vera.

Andrà tutto bene, dunque. Ma non per tutti.

Il cuore (e i soldi) di Silvio

Silvio Berlusconi

Silvio Berlusconi ha donato 10 milioni di euro alla Regione Lombardia: serviranno a realizzare il reparto di terapia intensiva che potrebbe sorgere alla Fiera di Milano. Applausi. Punto. O meglio, punto dovrebbe essere. Ma punto non è, non sarà mai, quando di mezzo c’è Silvio Berlusconi.

Nei giorni scorsi il problema era Nizza. “Ma cosa ci fa, Silvio, nella villa della figlia Marina? Perché non è rimasto ad Arcore? Perché non ha ripiegato in Sardegna? Vergogna! C’hai abbandonato proprio ora, Schettino che non sei altro!”. Piccola precisazione: Berlusconi non ha ruoli di governo che ne consiglino la permanenza a Roma. E, dettaglio non da poco, nonostante lo spirito da ragazzino (o se preferite ragazzaccio), la volontà di arrivare almeno a 120 anni espressa in tempi non sospetti, le sue conquiste più o meno giovani: la carta d’identità segna 83. I suoi medici lo sanno, Zangrillo del San Raffaele in primis, un eventuale contagio sarebbe un problema serio. Serve aggiungere altro?

Evidentemente sì. Serve ad esempio contestare la donazione, in tutti i suoi aspetti, perché se Berlusconi fa qualcosa di buono è ovvio che sotto ci sia qualcosa di male. Ci sono quelli che “Berlusconi ha donato, sì, ma solo alla Lombardia”. Ci sono quelli che “Berlusconi ha donato, sì, ma solo ora che in Lombardia è arrivato Bertolaso”. Ci sono quelli che “Berlusconi ha donato, sì, ma lo ha fatto perché se muoiono gli italiani poi chi la guarda Mediaset?”. E infine (ma giusto perché non ne possiamo già più) ci sono quelli che “Berlusconi ha donato, sì, ma 10 milioni per lui sono come 10 euro per me”. Domanda: tu 10 euro li hai donati?

La verità è un’altra. La verità è che Berlusconi ha fatto un bel gesto, al di là della politica, al di là delle fazioni, al di là che si chiami Berlusconi. Si può avere denaro, ma soprattutto cuore – italiano – anche da Nizza.

Cara Europa, questa volta mi hai deluso

Giuseppe Conte in teleconferenza con Ursula von der Leyen

Per chi crede nell’Europa sono giorni duri. Il tempo della fiducia incondizionata nei confronti di Bruxelles è finito da tempo. Ma la speranza che il coronavirus potesse sortire almeno un effetto positivo, lo confesso, c’era eccome. Sarà la giovane età, sarà la scarsa esperienza del mondo, sarà lo shock determinato da questi giorni che in molti racconteranno ai nipoti. Ma devo ammettere che speravo in una risposta diversa da parte dell’Unione Europea. O di ciò che ne è rimasto.

Ho sperato che tutti gli Stati membri, nei giorni in cui l’Italia rischiava di finire travolta dall’emergenza, mostrassero un atteggiamento diverso da quello che abbiamo imparato ad osservare in questi anni. Ho sperato che alle parole di vicinanza (in italiano) di Ursula von der Leyen, ai sostanziosi finanziamenti (arrivati, nulla da dire), seguisse una risposta politica forte, un coordinamento efficace, un’assunzione di consapevolezza matura. Invece, solo poche ore fa, ad una teleconferenza in programma tra i ministri della Salute europei, dei 27 partecipanti attesi erano presenti solo in 11. Come se l’epidemia fosse un problema solo italiano. O giù di lì.

In tanti si sono scandalizzati per la strategia di (non) contenimento del virus di Boris Johnson nel Regno Unito. La rapida ricerca dell’immunità di gregge. Obiettivo a dir poco ardito. Ma in pochi hanno notato che se BoJo ha potuto pronunciare parole tanto schiette è perché il suo popolo, a proposito di gregge, si muove in maniera compatta. Sull’autodisciplina dei britannici si può sempre contare. Meno sul meccanismo di solidarietà europeo, lo stesso che requisisce le mascherine ad uso interno senza autorizzarne l’esportazione nel Paese più in difficoltà. Hanno fatto prima ad arrivare aiuti dalla Cina. Ed è tutto dire.

A questo attendismo esasperante, a questa inazione inaccettabile, si è aggiunta poi la signora degli spread, la francese Christine Lagarde, che con le sue dichiarazioni ha contribuito a mandare a picco le borse, oltre che la credibilità di una Bce che risente fin troppo (e noi con lei) della mancanza di Mario Draghi. Più di un bazooka, a risollevare l’economia nelle prossime settimane, servirà una bomba atomica. Difficile che a Francoforte trovino qualcosa di simile nel loro arsenale.

Tanto più che le maggiori colpe di questo smarrimento diffuso vanno assegnate all’Europa politica. Ai governi che in queste ore hanno reso evidente l’importanza dello Stato, molto meno l’idea di un’Europa che unita non sa esserlo mai, neanche dinanzi all’equivalente di una Guerra Mondiale.

Non aver capito che l’Unione fa la forza è un peccato che Bruxelles sconterà non appena la normalità sostituirà lo stato d’emergenza. Ed è paradossale che per non diffondere il virus, per salvare ciò che resta di Schengen, si sia deciso di chiudere i confini esterni. Con il resto del mondo. Nella speranza, forse, di rendere meno evidente la chiusura delle frontiere tra vicini. Troppo tardi, davvero. Uniti, sì, ma solo nella paura.

C’hanno ridato Bertolaso. Guido, pensaci tu

Guido Bertolaso

Lo avevamo chiesto, invocato. Ce l’hanno ridato, alla fine. Nella maniera più impensabile, imprevedibile, ma forse anche in quella più giusta. Rieccolo. Rieccoti, Guido. Troverà pane per i suoi denti, Bertolaso in Lombardia. La nomina a consulente personale del governatore Fontana sarà forse la sfida più difficile di una carriera fatta di Everest che l’ex capo della Protezione Civile è riuscito quasi sempre a scalare.

Riceverà un compenso simbolico di 1€. Informazione d’obbligo per i retroscenisti, i complottisti sempre di turno, i critici a prescindere, quelli buoni a vedere il marcio dovunque, anche quando marcio non c’è, non c’è mai stato.

Mister Emergenze, siamo pronti ad applaudirlo con il suo maglioncino d’ordinanza, con le maniche rialzate sul gomito: pronto, sul pezzo, reattivo nonostante gli anni. Emblema di decisione e decisionismo, certezza di una reazione che la Lombardia avrà fin dalle prossime ore. Potete scommetterci.

A Bertolaso spetterà guidare la realizzazione del progetto riguardante la costruzione di un ospedale dedicato ai pazienti Covid presso le strutture messe a disposizione della Fondazione Fiera di Milano al Portello. Ma il suo “ingaggio” significa una cosa sola: da domani, l’emergenza in Lombardia è compito di Bertolaso.

Rifuggiamo dalle polemiche col governo. Saremmo stati tutti più tranquilli se a lui fossero stati dati “pieni poteri” (per una volta servivano) per fronteggiare il coronavirus in Italia. Speriamo non ce ne sia bisogno. Speriamo abbia avuto ragione Conte a scegliere altri uomini, altri piani. Lo diciamo onestamente, con il cuore da italiani a pezzi in queste ore così drammatiche.

Bertolaso va nell’occhio del ciclone. Tra gli operosi ed eroici lombardi, lì dove serve. Le sue parole dicono di una sicurezza che non è ostentazione, piuttosto certezza di poter incidere, fiducia nei propri mezzi. Leggetele: “Se ho aperto l’ospedale Spallanzani vent’anni fa ed ho lavorato in Sierra Leone durante la micidiale epidemia di ebola forse qualcosa di utile con il mio team spero di riuscire a farlo”.

Eccolo, la Lombardia è già un passo avanti. C’hanno ridato Bertolaso. Guido, pensaci tu.

La Via della Seta che ci piace

Medici cinesi in Italia

C’è una Via della Seta priva di contenuto. Vergata su di un memorandum che non dice nulla, rappresentata dalla speranza di vendere le nostre arance in Oriente. E poi ce n’è una concretissima, improntata alla collaborazione tra popoli che la storia ha mescolato, fatto in modo fossero prossimi nonostante la lontananza geografica. Questa seconda Via della Seta è quella che ha portato 9 medici cinesi specializzati in Italia. Pronti a fornire la loro esperienza da “veterani” del coronavirus ai colleghi italiani. Loro ci sono passati, loro ne sono usciti. Ce la faremo pure noi.

La parola amicizia in politica, e ancora di più in geopolitica, va presa con le pinze. A regolare i rapporti tra nazioni sono spesso e volentieri ragioni di opportunità. I sentimenti appartengono ad una sfera diversa. Troppo pochi i Paesi che possono concedersi di pensare in questi termini. Noi siamo l’Italia, siamo un grande Paese, ma apparteniamo da sempre alla sfera d’influenza americana. Non possiamo dimenticare chi ha garantito la nostra sicurezza per decenni soltanto perché alla Casa Bianca vive da 4 anni un inquilino un po’ bizzarro. Il collocamento di una nazione prescinde dai suoi presidenti. Merito o colpa degli apparati, il “deep state” che a ragione o a torto dirige la politica estera dei vari governi. Per affinità con gli alleati storici, per prossimità storica, per abitudine e fiducia conquistata negli anni sul campo.

Premessa d’obbligo per chiarire che gli aiuti cinesi vanno letti come un gesto di profonda amicizia, di sconfinata umanità. E verso questo popolo, se anche questo aiuto riuscirà a salvare una sola vita, dovremo provare sentimenti di gratitudine eterna. Altro conto sarebbe cedere all’emotività del momento, alla tentazione di scagliarci contro i nostri alleati storici, gli stessi che oggi chiudono ai voli dall’Europa, gli stessi che con le loro dichiarazioni provocano danni incommensurabili ai nostri interessi.

Gli amici si vedono nel momento del bisogno, è vero. Ma l’aiuto degli amici verrà, sta già venendo. In termini di fondi europei, di regole da riscrivere insieme per ripartire, di dispositivi medici che già stanno arrivando da Francia e Germania per contenere l’emergenza. Siamo l’Italia: abbiamo molti amici. Delle alleanze parleremo poi. Quando tutto questo sarà finito.