Coerenza e coraggio

Matteo Salvini

Non c’è bisogno di essere Renato Mannheimer o Alessandra Ghisleri per capire che andare a votare presto, al più presto, sia la soluzione ideale per Matteo Salvini. Non c’è dubbio che l’aumento dell’Iva sarebbe una mazzata per l’economia delle famiglie italiane. Ed è certamente vero che un governo di accordo nazionale, del presidente, dell’inciucio – scegliete voi la definizione che preferite – avrebbe il potere di rompere le uova nel paniere di Salvini.

Ora però dobbiamo decidere se la politica è un gioco di società, un appassionante strategico fatto di alleanze improbabili che possono mutare a seconda delle carte che distribuisce il mazzo, o se invece vogliamo che sia una cosa seria, la proiezione di una società migliore di quella che questo governo ha contribuito a trasformare. Se per mesi abbiamo sostenuto che Lega e MoVimento 5 Stelle erano la faccia di una stessa medaglia ora non possiamo cambiare idea soltanto perché temiamo che Salvini vinca le elezioni. Non possiamo portare via il pallone proprio quando l’avversario sta per calciare il rigore: non siamo più nel nostro cortile.

Se l’idea di un Salvini al governo da solo o in tandem con Giorgia Meloni ci spaventa, ci inquieta, non possiamo rifugiarci in una manovra di palazzo. E’ di sicuro la strada più semplice, ma è con ogni probabilità quella sbagliata. Non ne fate una questione di “purezza”? Per una volta non vi interessa la coerenza? Non importa. Abbiamo comunque una prova che sia un errore. Sappiamo già cosa succede a lasciare Salvini da solo all’opposizione. Basta riportare le lancette indietro di qualche anno, quando tutti i partiti italiani – responsabilmente – hanno sostenuto l’allora governo Monti. Salvini all’epoca scaricò il peso di misure impopolari ma necessarie sulle altre forze politiche. Fu l’inizio della scalata. Guardate dov’è arrivato.

Troppo facile. Adesso Salvini deve assumersi la responsabilità del mancato abbassamento delle tasse, dell’incremento dell’Iva: che significherà aumento dei prezzi di un caffè al bar, di una pizza fuori, di un’andata al cinema. Deve spiegare al Paese perché per un anno è andato orgoglioso di questo governo e poi a ridosso della Manovra è scappato. E non significa “tanto peggio tanto meglio” ma “dalle parole ai fatti”.

Poi gli italiani saranno liberi di votarlo ugualmente: perché il bello di questo Paese – nonostante le tentazioni di chi vuole essere ministro dell’Interno, leader del primo partito italiano e contemporaneamente presidente della Repubblica e delle due Camere – è che viviamo in una democrazia.

Dunque potere al popolo. Non nel senso del partito. Ma di parola agli italiani. Perché in politica si può perdere tutto, ma non la faccia. Non la coerenza, non il coraggio.

Un Conte “bellissimo”

Giuseppe Conte nella conferenza a Palazzo Chigi

Non è mai troppo tardi per un sussulto d’orgoglio, per mostrare un briciolo di dignità. Peccato, presidente Conte, non averla vista prima in queste vesti. Sì, l’eloquio da Azzeccagarbugli, maniacalmente tecnicista, resta. Ma al di là del profilo compassato e istituzionale, ingessato e costruito, nella notte in cui si apre la crisi di governo fuori dai Palazzi, nell’attesa che essa venga parlamentarizzata, ne apprezziamo per la prima volta l’indole “cazzuta”. E ci scuserà la franchezza, ma miglior aggettivo non riusciamo a trovare.

C’è un titolo chiaro, sincero, schietto: “Salvini mi ha anticipato l’intenzione di andare a votare per capitalizzare il consenso di cui gode“. E’ il primo bolide andato a segno contro il leader della Lega da quando questa esperienza di governo è iniziata. Forse non è un caso arrivi proprio ora, sul finire di questo viaggio, ma è il segno di una personalità che c’era. Schiacciata, nascosta, ma c’era.

E’ vero, presidente Conte, Lei resterà per sempre il premier di un governo che consideriamo tra i peggiori della Repubblica, autore di provvedimenti che hanno cambiato in negativo il volto di questo Paese. Nel farsi notaio, mediatore, avvocato, ha dimenticato spesso e volentieri di fare politica. Ma nella prima conferenza stampa da uomo semi-libero da legami ha rivendicato quanto meno un impegno che sarebbe ingiusto non riconoscerle. Lo ha fatto con un affondo tosto, diretto, riuscito:”Questo governo non era in spiaggia“. Ma una sua parte sì, è vero.

Ora non sappiamo se la conferenza stampa di ieri sera sia da considerarsi come il primo passo di una metamorfosi che culminerà con la Sua discesa in campo, non ci interessa conoscere le sue prossime mosse. In questi mesi, a più riprese, Le abbiamo chiesto una prova di forza, una dimostrazione d’autonomia. In tante occasioni, in momenti delicati, abbiamo fatto affidamento sulla Sua persona, abbiamo sperato che avesse la capacità di opporsi ai disegni spesso deliranti dei due che l’avevano piazzata su quella poltrona. Troppe volte siamo stati delusi.

Ma non questa. Per una notte, per pochi minuti, ci siamo sentiti rappresentati. Abbiamo percepito la sua indignazione come sincera. E vogliamo credere che sia così.

Che alla fine non sia stato “un anno bellissimo”. Ma almeno ieri un Conte “bellissimo”.

Il delitto (quasi) perfetto

Salvini

“Non c’è più una maggioranza”: usa questa espressione Matteo Salvini per invocare il ritorno al voto. Quasi fosse subentrato un fatto nuovo, come se non sapesse da sempre, da quando ha firmato il contratto di governo con Di Maio, che il MoVimento 5 Stelle il Sì alla Tav non l’avrebbe mai potuto votare.

Era questo, fin dall’inizio, insieme alle autonomie, il tema designato per lo strappo, la scusa buona da usare come exit strategy quando le cose si fossero complicate maledettamente. Ma il paradosso è che il governo cade non perché la Tav non si farà, ma perché i grillini (per una volta) sono stati coerenti con loro stessi.

Non gli ha concesso di salvarsi la faccia, Salvini, che nel gioco del cerino è costretto a scottarsi le dita, almeno un po’. Però se Conte e Di Maio non hanno avuto il coraggio e la dignità di ritrarsi prima di lui, se i 5 Stelle sono ora troppo presi dal panico che comporta loro la prospettiva di un ritorno al voto (e dunque a casa), onestà intellettuale vuole che si denunci l’inganno di un leader che non ha avuto neanche il coraggio di assumersi la piena responsabilità della rottura.

Parla, Salvini, di insulti quotidiani (anche questi non una novità nel reciproco teatrino di stoccate e veleni) e non si nega un’ultimo sprazzo marcatamente populista, con quel passaggio dedicato ai parlamentari che “a meno che non vogliano a tutti i costi salvare la poltrona possono tornare a lavorare la settimana prossima, come fanno milioni di Italiani“. Spettacolo.

Ma il punto è un altro: nel piano studiato nei dettagli da giorni (solo un caso la tempistica della rottura di Toti con Forza Italia?), nella drammatizzazione che ha anticipato il comunicato di oggi, giunto appena in tempo per l’apertura dei TG, Salvini ha agito sulla base di un calcolo che prescinde dalla condotta dei 5 Stelle. La prossima manovra lacrime e sangue, i sondaggi che oltre una certa soglia non possono andare. Tutto ha portato a pensare che era questo il momento: quello dell’ora o mai più.

Sembra il delitto perfetto. La coltellata che ti aspetti ma non vedi arrivare. Con un grande “se” da verificare: la gestione della crisi. Quella spetta a Mattarella. E lì Salvini può solo attendere. E sperare.

L’ultima curva di Luigi Di Maio

Luigi Di Maio

In politica come nella vita si può perdere. Luigi Di Maio deve averlo capito. Dalla notte del 4 marzo non fa altro: nel giro di pochi mesi ha visto dimezzare i voti del MoVimento, diminuire il suo potere contrattuale nel governo, crollare i suoi indici di gradimento, affondare la sua credibilità. Eppure, forse, ha ancora qualcosa da perdere.

Mentre Matteo Salvini continua nella sua opera di trasformazione progressiva della politica in fiction. In attesa di capire se dopo Sabaudia sarà un’altra la tappa – o se preferite la puntata – giusta per conoscere il finale della storia, sta proprio a Luigi Di Maio scegliere la propria, di fine.

Perché è chiaro che per l’attuale politico grillino una parte di futuro sia stata scritta, è evidente a tutti – forse a lui per primo – che il suo giro di giostra si avvia alla conclusione, che salire sul ponte di comando senza aver fatto nemmeno il mozzo sia stato un salto troppo grosso.

Di Maio, lo stesso che nei giorni precedenti alla nascita del governo Conte si era impuntato sulla sua nomina a premier, non salirà mai a Palazzo Chigi da presidente del Consiglio come invece aveva sperato. Per uno strano caso della vita, forse, questo onore toccherà all’altro, quello più rozzo, più truce, quello che riempie i suoi comizi non di chissà quali proposte programmatiche, ma di frasi riferite egoriferite. Come ieri, quando da Sabaudia parlava di se stesso come “omo de panza, omo de sostanza”. Vette altissime.

E se è chiaro che un MoVimento 5 Stelle che si piegasse alle richieste di rimpasto di Salvini – che pure pubblicamente nega questi giochini da Prima Repubblica – ne uscirebbe agonizzante, lo è pure che Luigi Di Maio sarà il primo ad essere impallinato una volta conclusa l’esperienza dell’autoproclamato “governo del cambiamento”. Sarà Di Battista? Sarà Fico? E’ una Morra che fa poca differenza.

C’è però un’ultima curva, prima dell’arrivo. E non c’è bisogno di essere Ayrton Senna o Michael Schumacher per sapere come affrontarla, per capire che prima del rettilineo, della bandiera a scacchi, si può scegliere di alzare il piede dall’acceleratore. Questo per Luigi Di Maio vorrebbe dire indignarsi, denunciare il ricatto di Salvini, non cedere alla tentazione di ingoiare l’ennesimo rospo nella speranza di non perdere tutto, nell’illusione che il tempo restituisca le occasioni andate. Significherebbe stringersi la mano, dopotutto, guardarsi allo specchio e vedere se come si è detto per anni si è poi così diversi da tutti gli altri.

Non cambierà il risultato. Sarà comunque l’ultima curva. La corsa è finita. Ma tra salvare la poltrona e salvare la faccia c’è tutta la differenza del mondo.

Tav: opposizioni, sveglia!

Toninelli e Salvini

Compito delle opposizioni, da manuale, è quello di far emergere le contraddizioni all’interno della maggioranza e – se si creano le condizioni – farla cadere. In queste ore al Senato si discutono 6 mozioni sulla Tav. Quella politicamente più importante è quella presentata contro la realizzazione dell’Alta Velocità da parte del MoVimento 5 Stelle. Se dovesse passare, lo chiariamo subito, la Tav non subirebbe alcuno stop: la mozione, infatti, impegna il Parlamento a ridiscutere i trattati internazionali che hanno autorizzato la Tav. Impresa impossibile, visto che i 5 Stelle non troveranno mai una maggioranza su questo tema e in questo Parlamento.

Ora ne deriva una conclusione semplice, banalmente logica: chi oggi vuole provare a far cadere il governo ha una buona occasione. Se Pd e Forza Italia decidessero di non partecipare al voto della mozione grillina farebbero sì che la mozione pentastellata contro la Tav venisse approvata. Promemoria: non significa che la Tav verrebbe bloccata. In sede di ridiscussione, infatti, il Parlamento boccerebbe ogni richiesta di modifica dei trattati internazionali. E allora perché non fare questa manovra parlamentare? Perché non mettere a nudo le contraddizioni di un governo che si scontra su tutto? Perché non capire se Salvini ha davvero il coraggio di tornare al voto dinanzi ad un alleato – che come lui stesso ama ripetere – che chiede di tornare indietro anziché andare avanti? Perché non vedere se Di Maio ha la forza di perseguire nella richiesta di bloccare la Tav al costo di rinunciare alla poltrona o se invece – come dicono i “maliziosi” – questa mozione l’ha presentata soltanto per provare a salvare la faccia coi suoi dopo il via libera di Conte all’opera?

Chi sostiene che bisogna votare contro la mozione M5s commette un errore, si dimostra miope, nasconde dietro la parola “coerenza” una gigantesca paura: il ritorno al voto. Chi nutre questo sentimento, chi teme il giudizio degli elettori, dovrebbe cambiare mestiere. Provate a chiedere ad un italiano che ha votato un partito d’opposizione che cosa si aspetta dalle opposizioni: che votino per una mozione politicamente ininfluente aiutando il governo o che invece escano dall’aula provando ad innescarne la crisi? La risposta è ovvia.

Dunque chi oggi parla di coerenza se ne ricordi pure domani: quando ci dirà che questo governo è il male assoluto per l’Italia. Magari a qualcuno verrà spontaneo porre un quesito: perché non avete provato a farlo cadere quando ne avevate l’occasione, anziché impiccarvi ad una mozione priva di senso?

Pure la Madonna

Salvini cita la Vergine Maria in relazione all'approvazione del decreto Sicurezza-bis

In principio fu il rosario agitato in piazza Duomo. Poi il giuramento tenendo il vangelo in mano. Dopo vennero i continui richiami al “buon Dio”. Il tutto seguito da una rivisitazione del pensiero di Papa Giovanni Paolo II per adattarlo al proprio credo. E infine toccò alla Madonna. Che da ieri, sappiatelo, è la responsabile dell’approvazione del decreto sicurezza-bis. Se vi state chiedendo chi sia il soggetto di queste temerarie sortite religiose ne deriva una certezza: siete più fortunati di chi scrive, non sapete che il nuovo successore di Pietro si chiama Matteo.

Che ogni giorno scrive su Twitter i suoi comandamenti, che si fa beffe di noialtri, additati perfino come i responsabili della sua ascesa, soltanto perché puntuali nel coglierne e denunciarne le derive. Sarebbe più giusto, forse, bussare alla porta delle opposizioni, chiedergli conto della loro paura di tornare al voto, talmente folle da aiutare il governo a sopravvivere, consentendogli di sfornare danni, scelleratezze e schifo.

Schifo sì, schifo. E non provate a definirci moralisti, bacchettoni, bigotti, buonisti, nell’ordine che preferite. Non stavolta, non questa. Non riuscirete ad insinuare il dubbio, sia pure per un solo istante, che magari siamo noi quelli “sbagliati”.

E no che non è accanimento, no è che non è un’ossessione. Piuttosto è rinnovato disgusto, quotidiano squallore. Credeteci: noi di Salvini vorremmo non parlarne. Ma come fai a non sbottare dinanzi ad un ministro che chiama in causa la Madonna per il provvedimento meno cristiano degli ultimi anni? Come puoi tacere dinanzi alla mancanza di rispetto continua, per chi crede e per chi no, che questo presunto leader produce? Risposta: non puoi.

E allora venite pure, attaccateci, assaliteci con cura. Diteci che sbagliamo, che facciamo il suo gioco, giustificatene i mezzi, esaltatene i modi, glorificatene gli scopi, osannatelo come un Dio. Noi restiamo qui. Forse pochi, ma convinti che la “politica” sia tutt’altro. Potete giurarci.

Spiaggiato

Salvini al Papeete Beach

Spiaggiato. Ma non come un delfino, di cui non possiede la dignità. E neanche come una balena, perché sarà la storia a ridimensionarlo, a rendere chiaro che la sua apparente grandezza altro non era che un inganno, il risultato di un gioco di specchi. E allora spiaggiato punto. Spiaggiato al lido. Nel senso di Papeete Beach, Milano Marittima, diventato il centro gravitazionale della politica italiana nel 2019. Il segno dei tempi. Pure quello del degrado.

Salvini con le cuffie da deejay, Salvini a torso nudo, Salvini in infradito. E va bene, vorrai mica andare al mare coi mocassini? Vorrai mica stare in spiaggia col maglione? Vorrai mica che un ministro si goda le ferie in maniera riservata?

Ma lo spettacolo delle cubiste che ammiccanti davanti a lui ballano l’Inno di Mameli, questo no, non è dovuto. E’ il troppo che stroppia. E se un velo di tristezza ci assale nel vedere l’uomo che incarna le istituzioni italiane totalmente preso, e forse perso, dal suo strapotere quotidiano, ignaro della portata che ogni suo gesto ha sul popolo osannante, ecco che il lato comico della vicenda emerge inatteso ma puntuale, a ricordarci che siamo seri, qui non c’è proprio nulla di serio.

Quando il deejay al suo fianco fa partire il “popopopopopopo” dei Mondiali vinti nel 2006, i giovani festanti che lo intonano pensando di esaltare l’Italia in presenza del più nazionalista di tutti forse non sanno che in mezzo a loro c’è un intruso. Forse non sanno che Salvini, la notte in cui Zidane colpì con una testata Materazzi, tifava Francia.

E con questa chiudiamo, perché è perfetta per raccontare la contraddizione vivente rappresentata da Salvini. Di un ministro che chiede rispetto delle regole e poi domanda ai poliziotti di scarrozzare il figlio su una moto d’acqua. Di un leader che invoca sovranità e poi con le sue scelte ci rende più deboli. Di un “capo” che doveva fare il “governo del cambiamento” ed è finito spiaggiato.

Il peggio di Salvini

Salvini a Milano Marittima

Noi non ci siamo mai illusi di aver a che fare con uno statista. Non abbiamo mai pensato che Matteo Salvini fosse la guida illuminata che per molti italiani ha meritato persino i gradi di “Capitano”. Ma non siamo mai saliti sul carro degli offensivi, non abbiamo mai solidarizzato con chi gli ha augurato morte, malattia e sofferenze. E mai lo faremo. Così come da subito abbiamo chiarito che il tiro al Salvini junior altro non era che strumentalizzazione, barbarie, ineleganza politica, pochezza umana.

Ma all’ora di pranzo del primo giorno di agosto Matteo Salvini ha messo in mostra il peggio del proprio repertorio. Lo ha fatto concedendosi una rissa verbale durante una conferenza stampa trasformata in un comizio. Lo ha fatto sottraendosi alle domande, giuste, di un giornalista che ha fatto il suo mestiere, di un italiano che al suo ministro dell’Interno ha chiesto chi erano gli uomini che lo avevano minacciato. Lo ha fatto (lui sì) gettando nell’agone il figlio 16enne. Proprio attraverso quel “non parlo di figli e bambini”, ripetuto ostinatamente, ostentatamente, fino allo sfinimento, a mo’ di capriccio e di sfida, Matteo Salvini si è fatto scudo di ciò che ha di più caro, di un ragazzo che con questo mare melmoso chiamato politica non ha nulla a che fare. E lo ha fatto per evitare di rispondere di un suo errore, una sua arroganza, una sua carenza di sensibilità nei confronti delle istituzioni che rappresenta e della Polizia di Stato, messe in imbarazzo da un leader che ignora il significato del proprio ruolo e per questo è incapace di portargli il dovuto rispetto.

Il peggio di Salvini è arrivato da un lido di Milano Marittima, quando Matteo ha ceduto alla tentazione di parlare in modalità “tenuta da spiaggia”, quasi stesse litigando per la partita di tressette, spettegolando del vicino d’ombrellone, ventilando la resa dei conti alla prossima guerra di gavettoni di Ferragosto, alludendo ad una porcata che quasi ci vergogniamo di ripetere:”Vada a riprendere i bambini, lei che è specializzato. Vada, dato che le piace tanto”. Queste parole, rivolte a Valerio Lo Muzio di Repubblica, che subito ha colto l’allusione (“Mi sta dando del pedofilo ministro?”) non sono una caduta di stile, ma l’ennesima conferma dell’assenza di stile del leader della Lega.

Poi nervoso, irato, evidentemente sbroccato, ha risposto via Twitter ad una rom che gli aveva augurato una pallottola in testa: “Zingaraccia, stai buona, che tra poco arriva la ruspa”. Eccolo, il livello dello scontro. Un ministro che si abbassa a rispondere ad una donna che andrebbe semplicemente identificata dalle forze dell’ordine, anziché fatta oggetto di un insulto generalizzato, di una bordata razzista, di una spacconata da bar.

Il tutto condito, da contorno, da un “mi sono rotto le palle” rivolto al governo tedesco per la gestione dell’ennesima crisi dei migranti che altro non è se non la rappresentazione plastica del fallimento delle sue politiche.

Ecco, noi non siamo mai stati fan di Salvini, non abbiamo mai partecipato al Vinci Salvini, non abbiamo mai neanche lontanamente pensato di votare Lega. Ma dopotutto pensavamo fosse meglio, molto meglio di così.

I figli no, i figli mai, Salvini sì

Il figlio di Matteo Salvini a bordo della moto d'acqua della Polizia

I figli no. I figli mai. Che Federico Salvini, 16 anni, figlio di Matteo, venga usato per attaccare il padre proprio no. Non è da noi. Ma Salvini, il ministro, lui sì che qualche spiegazione ce la deve.

Lui sì, lui solo, deve rispondere del fatto che il figlio abbia fatto “un giro” a bordo di una moto d’acqua della Polizia di Stato. Lui che ha sempre attaccato la bontà altrui non può ora confidare nel “buonismo” di milioni di italiani con figli. Non può cavarsela denunciando un “errore da papà”.

Non si tratta di una concessione come un’altra. Non è un gelato, un capriccio assecondato, un sì ad un concerto fino a ieri proibito, un regalo costoso e neanche troppo meritato. L’uomo che ogni giorno rivendica di parlare “da ministro e da papà” ha commesso un errore più grave nella sua essenza, prim’ancora che nella sostanza. Ha dimostrato, per l’ennesima volta, di essere un ignorante. E non si legga offesa in questa definizione, ma solo una constatazione: Salvini ignora il valore delle istituzioni che rappresenta, non conosce il modo per rispettarle, fatica a comprendere che non sono un suo possedimento.

Come non lo era neanche quella moto d’acqua della Polizia, ridotta a giostra personale del figlio. L’unico in qualche modo giustificato a sbagliare. Non fosse altro per l’età, per il peso non comune di crescere con un padre che per tutto il mondo è “Salvini”, per lui resta sempre e comunque “papà”. Ma non se ne faccia scudo, Salvini. Non riduca il suo gesto ad “eccesso di cuore”, a comprensibile “amor patris”.

Perché colui che diceva di avere 60 milioni di figli, ha lanciato invece un segnale sbagliato: che ci sono figli e figliastri. Figli e poi più figli degli altri. Oggi Federico, domani quelli del Nord rispetto a quelli del Sud, dopodomani quelli della Lega rispetto a tutti gli altri.

Non è stato un errore da papà, quel giro sulla moto d’acqua. E’ stato un peccato di arroganza e strafottenza. Una presunzione d’onnipotenza. Succede a chi si sente invincibile e intoccabile.

Per questo, i figli no, i figli mai. Ma Salvini sì, Salvini ha sbagliato: da ministro, prim’ancora che da papà.

In difesa dei “buonisti”

L'indagato per la morte di Mario Rega bendato e Matteo Salvini

Mai avrei pensato di ritrovarmi a scrivere in quest’occasione, con la “sbornia” dello choc per la morte di un carabiniere di 35 anni ancora fresca. Mai onestamente avrei creduto che il sacrificio di Mario Rega sarebbe diventato ennesimo motivo di divisione in un Paese che solitamente ha l’abitudine di riunirsi, di stringersi forte soltanto (almeno) nelle tragedie. Questa volta non solo non è successo, ma è andata addirittura peggio. E allora bisogna fissarli dei paletti, c’è necessità di piazzarli dei puntini sulle “i”. Perché quanti, come noi, vengono tacciati di “buonismo” abbiano una sorta di manifesto a cui appellarsi, un richiamo alla ragione da opporre a chi ha fatto dell’odio la sua bandiera.

Parto dal caso che brucia di più: quello di Mario Rega. E’ così ovvio che ribadirlo risulta superfluo, ma evidentemente ce n’è bisogno: il vicebrigadiere morto a Roma è l’unica vittima di questa assurda storia. Lo è da solo, ma in compagnia della sua famiglia e dei suoi amici, di chi gli voleva bene, di chi tra una decina di giorni continuerà a rimpiangerne il sorriso mentre politici, haters e polemici passeranno al nuovo argomento del giorno.

L’indagato bendato durante l’interrogatorio? Non è una vittima. Ma qui l’accusa di “buonismo” non possiamo accettarla. Se gli stessi carabinieri hanno catalogato l’episodio come “inaccettabile” è perché sono “buonisti” o perché conoscono la Costituzione? Lo abbiamo detto: noi abbiamo sete di giustizia, non coltiviamo il desiderio di vendetta. Non ci interessa, non ci restituirà il carabiniere morto, anche volendo cedere all’istinto non riuscirebbe a riportare indietro le lancette. Ma la dinamica per cui chi non chiede lavori forzati, Guantanamo, torture corporali, ghigliottina, pena di morte per impiccagione in piazza e simili è un “buonista”, deve finire.

“Buonista”: è questo il termine in cui mi sono imbattuto maggiormente in questi giorni tra i commenti ai post dedicati a Mario Rega. Pensi che la giustizia debba fare il suo corso senza eccessi? Sei un buonista. Credi e vuoi che l’Italia sia (ancora) uno Stato di diritto? Sei un buonista.

Va così da un po’ di tempo, su tante materie, sintomo che il contrario del buonismo, il cattivismo, è stato sdoganato da un po’. Ma è qui che si cela l’inganno, l’inghippo, lo scarto tra chi predica odio e chi chiede giustizia. L’esempio più lampante? Prendiamo i migranti. Ci sono quelli che ti scrivono:”Se ci tieni tanto perché non ne accogli uno a casa tua?”. Risposta: “Noi pensiamo che rientri tra i compiti dello Stato”. Obiezione: “Ma l’Italia non può prenderli tutti”. Controreplica: “Siamo d’accordo. Ma salvarli è un obbligo, prima di tutto morale. Sull’accoglienza si ragiona e si discute con gli altri Paesi, dopo”.

Quelli che ci attaccano si professano spesso e volentieri orgogliosamente “sovranisti”, ci trattano come “traditori della Patria”, senza sapere che noi l’Italia l’amiamo forse più di loro, senza capire che se tendiamo a cercare un compromesso, a preferire la via della politica rispetto a quella dei muscoli è perché abbiamo chiaro che da soli non andiamo da nessuna parte.

Eccola, la differenza. Non è buonismo. E’ rendersi conto che tra nero e bianco c’è spesso dell’altro. Una sfumatura il più delle volte tendente al grigio. Un patto con la realtà che è tutto il contrario dell’arrendevolezza e della debolezza. Significa accettare la complessità dei problemi. Provare a risolverli senza vendere slogan e illusioni. Vuol dire anche confrontarsi con il dolore di una morte ingiusta. Come quella di Mario. Restare dalla sua parte sempre, anche adesso. E dunque dal lato dello Stato. Che non si fa criminale come chi Mario lo ha ucciso. Non è buonismo, è usare il cervello. Provateci.