Gli umbri non sono scemi

Donatella Tesei e Matteo Salvini

Come volevasi dimostrare.

I risultati delle elezioni in Umbria sono la conferma di un fatto che solo un illuso, o un Di Maio, o uno Zingaretti, poteva credere possibile.

E cioè che in politica si possa procedere per tentativi, senza riguardo per il passato. Senza vista sul futuro. Soprattutto senza rispetto per chi vota.

Perché la foto di Narni, l’alleanza Pd-M5s, diciamocelo chiaramente, questo è: un esempio di scarsa considerazione dell’intelligenza degli elettori.

Certo, può far comodo pensare, o perfino dire, che chi vota Salvini sia analfabeta e ignorante; che chi sceglie Meloni sia un fascista tornato alla carica dopo anni di buio.

Magari è vero: tra chi vota Lega sono molti gli ingenui che credono alle promesse del “Capitano”. E sì, tra quanti optano per Fratelli d’Italia ci sono nostalgici di un passato che la Storia stessa ha fortunatamente bocciato senza possibilità di appello.

Ma quello che hanno fatto i dirigenti Pd e M5s in Umbria non è meno grave. Hanno preferito l’ammucchiata alla politica. Hanno scelto la narrazione “contro” piuttosto che la proposta. La somma di differenze anziché la coerenza. E gli umbri, che come tutti gli italiani non sono scemi, lo hanno capito. E li hanno puniti. Sappiatelo: succederà ancora.

C’è poi un dato: la fine del MoVimento 5 Stelle è più di un’impressione. La loro storia è agli sgoccioli. Su queste pagine abbiamo scritto 8 mesi fa quello che a nostro avviso avrebbe atteso il MoVimento 5 Stelle: la fine. Non ci pentiamo di quell’analisi, ne sottoscriviamo anche le virgole.

I grillini non hanno una tradizione a cui fare riferimento nei momenti di difficoltà come i partiti di centrodestra e centrosinistra (sì, bisogna informarli che le ideologie non sono morte), non hanno uno zoccolo duro dal quale attingere, non dispongono di una riserva di aficionados tale da metterli al riparo dallo tsunami provocato dalle loro scelte. Ma soprattutto hanno esaurito la loro spinta propulsiva, smarrito il senso della propria missione. Il reddito di cittadinanza è stato approvato e non ha sortito l’effetto di cambiare l’Italia, né tanto meno di abolire la povertà: è un fatto. Il taglio dei parlamentari è stato approvato, ma è stato recepito dagli elettori per quello che era: un contentino anti-casta che non farà altro che peggiorare la funzionalità del Parlamento. Amen. Non c’è più un motivo per votare M5s: chi li sceglieva per la loro diversità ha capito di essere stato vittima di un grande fraintendimento. Diversità nel senso che pur di stare al governo possono scegliere partner ogni volta diversi. Punto.

Il Pd in tutto ciò non può considerarsi esente da colpe. Chi pensava che per archiviare i sovranisti bastasse mettere insieme due sigle cercava una scorciatoia, ma si è ritrovato in un vicolo cieco. Zingaretti ha subito l’apertura di Renzi al governo coi 5 Stelle ma è stato quello che ha dato il via alla “fase 2”: l’accordo strutturale coi grillini. Si è infilato in una sabbia mobile da cui difficilmente riuscirà a tirarsi fuori. Tanto più se continuerà a giocare di sponda con Giuseppe Conte, l’avvocato che ha prontamente diffuso la sua difesa d’ufficio: “L’Umbria conta solo il 2% della popolazione italiana“. Come discriminare un popolo orgoglioso e martoriato. Come manifestare la propria inadeguatezza al ruolo politico che un premier deve incarnare. Come dire: don’t touch my poltrona.

Avviso ai naviganti: dopo la crisi aperta da Salvini in agosto servivano “coerenza e coraggio“. Non ci sono state. Prendetevi le conseguenze. Non saranno le ultime.

Cronache di Narni

Conte, Di Maio, Bianconi, Zingaretti e Speranza a Narni

Cronache di Narni. Giusto per dare un po’ di magia all’evento. Perché mancano ovviamente il Leone, la Strega e l’Armadio: gli elementi fantastici del libro originato dal genio di C.S. Lewis. Regna però l’incredibile, o forse sarebbe meglio dire l’improbabile. Come questa alleanza umbra, embrione di quella che prima o poi arriverà anche a livello nazionale, frutto non dell’unione emotiva di due popoli diversi, opposti, ma delle mire di una classe dirigente che ha pensato di garantirsi un futuro sommando i rispettivi voti, come se la politica fosse aritmetica. Non visione, non futuro, non comuni valori, non rispetto delle altrui differenze.

Così, nella gara a chi sorride in maniera meno innaturale davanti ai flash dei fotografi, capita di vedere Luigi Di Maio accanto al segretario del “fu Partito di Bibbiano” e sostenere che “lavorare per un progetto comune è già una vittoria”.

Succede di provare una sorta di noioso déjà-vu nell’ascoltare le parole di Nicola Zingaretti, l’uomo che col suo modo di fare politica è in grado di spiegare perché di questi tempi vadano tanto di moda i partiti personali. Risposta: perché sono i leader ad incarnare le idee di un popolo. Non i grigi dirigenti.

E infine succede di vedere Giuseppe Conte, ormai unicamente interessato al proprio destino, pronto a ribadire che “per me da lunedì non cambia nulla, io ci sono per voi e per l’Umbria”. O a volerla leggere sotto un’altra luce: se domenica vince il centrodestra io resto saldo al mio posto.

Roberto Speranza, poi, di certo non è assimilabile al principe Caspian, non è un predestinato, non è un protagonista.

Ma manca all’intera operazione la benedizione del grande Leone, il mitico Aslan, creatore e re di un mondo in questo caso poco fantastico. Così come resta il grande equivoco: non c’è traccia dei 4 bambini che per dirla con le parole di Lewis “avevano aperto un armadio magico e si erano trovati in un mondo completamente diverso dal nostro. In quel mondo erano diventati re e regine di una terra chiamata Narnia”. Piuttosto ci sono 4 politici che hanno aperto un’alleanza molto terrena, pericolosamente imbarazzante, c’hanno fatto sprofondare in un vecchio mondo fatto di poltrone e si intendono sovrani, senza popolo. A Narni.

Da “avvocato del popolo” ad avvocato di sé stesso

Giuseppe Conte

Nei primi mesi di non-governo gialloverde avevamo ribattezzato Giuseppe Conte “Casper”, un fantasma a Palazzo Chigi. La sua presenza era più che felpata impalpabile, più che accorta inesistente. Ma l’assurdità della politica italiana di questi anni ha consentito anche il ribaltamento di un teorema che sembrava consolidato. Nella velocità di un sistema che logora e divora le leadership è successo che Giuseppe Conte sia apparso a sua volta come un garante, un collante, per qualcuno addirittura un capo.

Nessuno può accusarci di essere prevenuti. Quando c’è stato da dare atto a Giuseppe Conte dei suoi meriti, quando c’è stato da applaudire alla sua indignazione nei confronti di Matteo Salvini, lo abbiamo fatto. E per quanto il calendario ci dica che Halloween è alle porte non siamo in clima di caccia alle streghe. Non lo siamo mai stati. Non lo saremo mai. Ma nell’audizione di Conte oggi al Copasir c’è molto della sua parabola politica. Ed è questo che ci interessa sottolineare, in attesa che il premier dia risposte chiare sul perché abbia acconsentito ad un incontro tra il procuratore generale americano William Barr e i vertici dei nostri servizi segreti senza informare nell’ordine il Quirinale, il ministro della Giustizia Bonafede e le sue due maggioranze (prima giallo-verde e poi giallo-rossa).

Giuseppe Conte, qualsiasi siano le spiegazioni che darà al Copasir nella sua audizione odierna, ha trattato una questione di interesse pubblico non come un premier, ma come un monarca. Ha pensato che Palazzo Chigi fosse la sua dépendance, magari nell’attesa di spostare i propri alloggi al Quirinale. Ha mostrato di non saper gestire l’ebbrezza del potere, l’idea del comando. Ha fatto emergere un lato del suo carattere venuto definitivamente a galla in questi ultimi giorni di confronto sulla Manovra: quello che assume i tratti di un protagonismo pericoloso, diverso da quello palesato da Salvini soltanto per parvenza, per miglior eloquio, per maggior cultura.

Il premier ha confuso l’amicizia personale con Donald Trump, l’affinità politica e umana, consentendo che l’equilibrio del nostro Paese venisse meno nella gestione di un caso tutto americano? Lo sapremo presto. Ma una cosa è certa: Conte ha messo l’Italia e le sue istituzioni in una condizione scomoda, di profondo imbarazzo. E il fatto che da auto-proclamato “avvocato del popolo” si trovi oggi ad essere unicamente avvocato di sé stesso è tutto dire, di certo non un bel vedere.

Onore a Mara Carfagna, onore a chi resta

Silvio Berlusconi e sullo sfondo Mara Carfagna

Cos’è l’invito di Matteo Renzi ai moderati di Forza Italia che non vogliono “morire salviniani” se non una mossa strategicamente perfetta per un soggetto appena nato che sta tentando di trovare il suo spazio in un contesto politico fortemente polarizzato tra destra e sinistra? Però c’è un “però”. Il naufragio dell’operazione di reclutamento dettato dal rifiuto di Mara Carfagna di aderire ad Italia Viva.

Si vedrà nel tempo se questa fermezza sarà scalfita o meno. Ma intanto bisogna prendere – e dare – atto del coraggio della vicepresidente della Camera.

Non è semplice, oggi, essere di centro-destra. Le idee europeiste, liberali, moderate, riformiste, che caratterizzano quest’area politica sono messe a dura prova da una destra sovranista, miope, truce che a suon di consensi (e fake news) ha eroso il suo tradizionale bacino di consensi. Cedere oggi alle lusinghe di un nuovo partito, certa di un ruolo di primissimo piano, di un posto al sole del renzismo, lasciando Forza Italia al suo destino sarebbe stato semplice.

Mara Carfagna ha scelto invece di presidiare il campo del centro-destra senza consentire a Matteo Salvini e ad una destra estremista di muoversi agilmente nella prateria lasciata sguarnita dal Berlusconi al tramonto. E’ proprio in questa stagione politica crepuscolare che Mara Carfagna, il fido Gianni Letta e un altro manipolo di coraggiosi, a partire dal tanto vituperato Brunetta, stanno dimostrandosi forse più berlusconiani di Berlusconi.

Certo, essere più realista del re non sempre paga. Ma in quel “c’è chi si batte per il seggio e chi per le idee. A rischio di perderlo, il seggio” consegnato a Twitter dalla Carfagna sta la sfida, prima che a Renzi, soprattutto a Matteo Salvini.

Ora arriva il difficile (e il bello): fare in modo che la sua posizione diventi maggioritaria dentro Forza Italia.

Non è noto a che punto sia la preparazione del congresso di Forza Italia che avrebbe dovuto celebrarsi in autunno. Né è dato sapere se un confronto tra gli iscritti sulla linea del partito (con o senza Salvini) avrà mai luogo. Ma grazie alla piazza “sbagliata” dell’uomo di Arcore siamo venuti a conoscenza di almeno due cose: un centro-destra diverso esiste, un centro-destra diverso è (forse) possibile. Onore a Mara, onore a chi resta.

La piazza “sbagliata” di Silvio Berlusconi

Berlusconi, Salvini e Meloni a Bologna nel 2015

Il rischio che piazza San Giovanni gli riservi un’accoglienza fredda, addirittura ostile, per Silvio Berlusconi è elevato. Accadde lo stesso a Bologna, qualche anno fa. All’epoca un intervento di Matteo Salvini in persona placò i fischi di un pubblico che nell’uomo di Arcore vedeva soltanto un altro pezzo del vecchio establishment da abbattere, un passato di cui non andare troppo fieri.

Nella manifestazione di domani a Roma la possibilità che si ripeta qualcosa di simile è più concreta che mai. Nemmeno l’annunciata partecipazione del Cavaliere, con conseguente mobilitazione di pullman di Forza Italia provenienti da molte parti della Penisola, può metterlo al riparo da una contestazione dei sovranisti che riempiranno ogni angolo di piazza San Giovanni. La forza dei numeri d’altronde è impietosa: per un elettore azzurro ad urlare “Silvio, Silvio” potrebbero essercene 6 della Lega pronti a fischiarlo. Nel 2015, l’anno della reunion a Bologna, Salvini non era ancora il leader riconosciuto della destra e Berlusconi andava presentandosi come il capo insostituibile di una creatura da lui stesso originata: il centro-destra. Oggi quella stessa creatura Silvio fatica a riconoscerla. E non è il solo.

C’è poco di liberale e moderato in una piazza che aprirà le transenne alle sfilate di Casapound, c’è molto di Le Pen, c’è poco di De Gasperi. C’è un mondo che si è ribaltato, che gira all’incontrario. Perché il problema non è il Berlusconi di piazza, il Cavaliere che negli anni d’oro convocava le adunate contro Prodi e compagni comunisti. Il rebus sta invece nelle tante differenze che corrono tra ieri e oggi. In un Berlusconi che non solo non è l’organizzatore dell’evento, ma viene anche vissuto come ospite indesiderato, l’invitato che sei costretto a telefonare ma in fondo speri abbia un altro impegno. Il segno dei tempi sta in un leader che non solo non ha più la forza per farsi garante che le derive altrui restino lettera morta, ma al contrario offre ingenuamente il suo volto rendendo più presentabile ciò che invece non lo è. Non lo sarà mai.

In questo imbuto sta l’errore, la piazza “sbagliata” di un Cavaliere costretto a giocare nella propria metà campo per non esporsi all’accusa di “tradimento” da quelli che solo per consuetudine continuano a chiamarsi “alleati”.

Ma sta anche un accenno di resa, una presenza sul palco che sa invece di uscita di scena. Una sorta di genuflessione al duo Salvini-Meloni che non fa bene ad un centro-destra che voglia (e possa) definirsi tale, né alla storia dell’uomo Berlusconi.