Manovra bocciata: siamo oltre l’orlo del baratro

di maio salvini conte

 

Sarà la storia a dire se lo scontro con l’Europa è il punto d’arrivo di una strategia ben congegnata o il frutto di un’improvvisazione che si è rivoltata contro i primattori di un governo ingovernabile. Ma la realtà di oggi è quella di un’Italia bocciata senza appello dalla Commissione Europea, di un Paese trascinato allo sbando da politiche ottuse, arroganti e sbagliate.

Quel che è peggio, però, è che il nostro nemico da oggi non sarà tanto l’Europa quanto quell’insieme di risparmiatori, investitori, fondi pensione che vanno a comporre i cosiddetti “mercati”. Lo spread alle stelle non è il solo segnale che dovrebbe portare l’esecutivo ad una giravolta politica tale da frenare un’emorragia pericolosa. Il segnale vero lo hanno dato i piccoli risparmiatori nei primi due giorni dell’asta dei Btp Italia: sono stati racimolati 722 milioni, una cifra ben lontana dai 7-9 miliardi che il Tesoro stimava (e sperava) di raccogliere.

E’ la prova che al di là dei sondaggi, che più che un sentimento di fiducia sembrano intercettare la speranza di tanti italiani che Salvini e Di Maio siano davvero in possesso della ricetta per uscire dalle sabbie mobili, gli italiani non credono alle promesse e ai proclami, non sanno dove il governo è diretto.

Dopo il parere della Commissione, che ha rigettato il documento programmatico di Bilancio del governo italiano per il 2019 e aperto la strada alla procedura d’infrazione, dovrebbe essere tutto più chiaro. Non siamo più sull’orlo del baratro. Da oggi siamo oltre.

Cari “inceneritori” di buon senso, termovalorizzate le esperienze

 

Regna come sempre la confusione, nell’ennesimo fronte aperto dal governo giallo-verde. Questa volta tocca alla gestione dei rifiuti, con Di Maio e Salvini portati come sempre a semplificare anche laddove non si potrebbe. Abituati a fare politica da social, 140 caratteri su Twitter non bastano e dirette da 5 minuti su Facebook evidentemente neanche, per trovare una soluzione ad un problema vero, che rischia di ripercuotersi sulla quotidianità e soprattutto sulla salute degli italiani.

Ma semplificazione per semplificazione, chiariamolo subito: hanno torto e ragione entrambi. Perché è vero, come sostiene il MoVimento 5 Stelle, che un ottimo modello a cui tendere è quello di Treviso, nella cui provincia l’82% dei rifiuti appartiene alla differenziata. Ed è vero che l’atto di coraggio della politica locale è stato quello di chiudere le discariche presenti sul posto, invogliare, spingere la popolazione a capire i benefici prima di tutto economici della differenziata (più si ricicla meno si paga di tariffe).

D’altro canto ha ragione Salvini quando cita a modello Copenaghen, dove un termovalorizzatore di ultima generazione è stato costruito in pieno centro, con tanto di pista da sci incorporata: è la prova che coi rifiuti si può addirittura guadagnare. La Lombardia e i suoi 13 termovalorizzatori sono poi una realtà certamente migliore dei roghi. Ma è forse un’esagerazione auspicare la realizzazione di un impianto del genere in ogni provincia italiana.

Uno degli studi più completi al riguardo, il progetto Moniter (pubblicato nel 2013 sulla rivista Epidemiology) incentrato sugli inceneritori di seconda generazione dell’Emilia-Romagna ha accertato che i termovalorizzatori moderni e ben controllati hanno un impatto minore sulla salute dei residenti, rilevando però un eccesso di nascite pretermine. Dati del genere provano che non può essere questa la politica ambientale del futuro di un Paese come l’Italia. 

Si dirà, a ragione, che l’alternativa sono i roghi, e tante nuove Terre dei Fuochi. Bisogna allora trovare una via di mezzo. Accertarsi che i termovalorizzatori in funzione siano adeguati e a prova di salute. Verificare la necessità di costruirne di nuovi nelle zone dove l’emergenza si fa più incombente e di difficile gestione. Non ovunque, non uno a provincia, per essere chiari. E allo stesso tempo, da oggi, da subito, iniziare a sensibilizzare gli italiani con campagne mediatiche massicce sugli effetti positivi della differenziata, in termini ambientali ma soprattutto economici. Un dato: in provincia di Treviso si è  pagato per i rifiuti 185,6 euro all’anno, contro i 304,8 della media nazionale. Togliete la puzza dei cassonetti stracolmi di immondizia, aggiungete la certezza di vivere in un posto più sano, e otterrete il perché bisogna investire in questo cambio di passo culturale.

Prima, però, c’è da gestire un’emergenza che non è dietro l’angolo, lo ha già svoltato. Un appello mi viene da rivolgere a Di Maio e Salvini, i nostri cari  inceneritori di buon senso: “termo-valorizzate” le esperienze, ne verrà qualcosa di buono per tutti.

Pronti a pagare per l’errore di Savona?

paolo savona

 

Sull’altare di Paolo Savona, soltanto pochi mesi fa, Matteo Salvini e Luigi Di Maio hanno messo a rischio la tenuta della Repubblica. I vili attacchi a Sergio Mattarella, le minacce di impeachment, rientrano di diritto tra le pagine più nere della nostra storia recente.

Volevano portare “il professore” a tutti i costi in via XX Settembre, al ministero dell’Economia, convinti che quello studioso dalla mente brillante, un visionario vero, fosse l’unico in grado di garantire la svolta al Paese. Tutti sappiamo come andò a finire: per amor di poltrona i due “statisti” accettarono di piazzare Savona agli Affari Europei e Tria all’Economia.

In queste settimane sulle montagne russe, tra deficit al 2,4%, condoni, redditi di sussistenza e chi più ne ha non ne metta, siamo stati abituati a sentire dal governo sempre il solito ritornello:”Non arretriamo di un millimetro”. Questa la risposta standard all’Europa che chiede non chissà che cosa, soltanto di rispettare le regole che noi stessi abbiamo accettato. Ma ieri Francesco Verderami, bravo giornalista del Corriere della Sera, ha riportato un retroscena che dovrebbe farci tremare tutti.

Ha descritto infatti “il terrore di Savona”, il teorico dell’ormai mitologico “cigno nero”, l’uomo che per mesi ha elargito pacche sulle spalle ai colleghi più a corto di nozioni economiche, rassicurando tutti sul fatto che una Commissione Europea a fine mandato, con le elezioni di maggio dietro l’angolo, difficilmente avrebbe potuto assumersi il rischio politico comportato dall’avvio di una procedura di infrazione nei confronti dell’Italia.

Qualcuno ha provato a convincerlo del contrario: dicono Tria, Moavero, Giorgetti, perfino Conte. Hanno provato a sostenere la versione opposta. E cioè che una Commissione senza grandi orizzonti difficilmente non avrebbe potuto far altro che applicare le regole. Così è, così sarà.

Ed ecco il retroscena: Savona che ammette che sì, “la situazione è grave”. Il tutto condito da un’ammissione di cui oggi ci facciamo poco:”Non mi aspettavo che andasse in questo modo”. Nessuno potrà rimproverarci che non l’avevamo detto. Ma che abbiamo fatto di male per pagare gli errori di Savona?

Il pugno della vergogna

toninelli pugno chiuso

 

Cosa ci sia da esultare, per l’approvazione di un decreto che tappa appena qualche falla su una storia di morte, dovrà spiegarlo Danilo Toninelli in persona ai familiari delle vittime del ponte Morandi di Genova. E chi dal MoVimento 5 Stelle in queste ore lo difende, sostenendo che quel pugno chiuso in Senato sia il gesto di chi celebra una vittoria politica importante per la gente, dimostra una volta di più di essere inadatto al governo del Paese.

E non è un voler fare le pulci all’esecutivo un giorno sì e l’altro pure. Non si tratta di polemiche sterili, di richieste di dimissioni buttate lì per fare un po’ di clamore. No, c’è di più e c’è di peggio. C’è l’incapacità di comprendere il senso di una tragedia che merita di essere accompagnata in decoroso e fattivo silenzio. C’è il senso del populismo più becero, dell’antipolitica fumante rabbia, che pure sulle macerie trova la forza per innalzare un urlo di guerra, di lacerare un Paese già squarciato di suo.

Che sia stato spontaneo o studiato, quel pugno chiuso è un montante che stordisce Genova e l’Italia del buon senso. Se è frutto di un istinto, andava frenato. Se è figlio di un’idea, andava abortito. I morti si piangono, si celebrano, si onorano, si rispettano.

Quell’esultanza non c’entra niente. È un pugno pieno di vergogna.

Il comandante De Falco e i nuovi Schettino

 

Gregorio De Falco è stato – ai tempi del naufragio della Costa Concordia – il simbolo dell’Italia con la “schiena dritta”. L’anti-Schettino per eccellenza, il comandante che non si sottrae al proprio dovere, l’istituzione che fa l’istituzione. Il suo rude “Salga a bordo cazzo!” è diventato per mesi l’urlo ideale di una nazione ferita, piegata dal lassismo della sua classe dirigente, incapace di arrestare una colata a picco che sembrava inevitabile.

Anche per questi motivi, appresa la sua scelta di candidarsi col MoVimento 5 Stelle, sono rimasto prima sorpreso e poi deluso. Ma in un’intervista di qualche mese fa a L’Aria che tira, a Myrta Merlino che gli faceva notare come fosse alto il rischio che il suo volto venisse usato dalla politica come una bandierina da piazzare per i propri fini, De Falco rispose sicuro: “Io c’ho una cosa dalla parte mia: sono un uomo libero“.

La conferma è arrivata ieri sera, quando De Falco e un’altra senatrice del MoVimento 5 Stelle, Paola Nugnes, hanno fatto andare sotto il governo sul condono di Ischia. Hanno votato secondo coscienza l’emendamento presentato da Forza Italia e insieme al Pd. Consapevoli delle conseguenze che questo loro voto di dissenso rispetto al gruppo M5s avrebbe comportato.

Perché di fronte ad un governo che se ne frega dei rischi idrogeologici e sismici, di case che potrebbero cadere giù da un momento all’altro, serve qualcuno che si metta di traverso.

Di fronte ad un governo che nonostante l’enorme consenso non ha voglia di fare scelte coraggiose e necessarie, ha il suo senso levare una voce fuori dal coro dei lacchè.

Di fronte ad un governo che se ne frega dei richiami dei maggiori istituti europei e mondiali, che scientemente decide di farci andare a sbattere dopando i conti, serve qualcuno che dica no.

Il rischio naufragio è alto, coi nuovi Schettino al timone.

Sì, c’è qualcosa di peggio di Di Maio e Salvini: Alessandro Di Battista

di battista

 

La facilità con cui dal suo buen retiro in Guatemala definisce i giornalisti che hanno riportato i fatti dell’inchiesta su Virginia Raggi “pennivendoli” e “puttane” dà la cifra dello spessore umano e culturale di Alessandro Di Battista. Questo statista mancato, che ha preferito scappare in Centro-America quando il 4 marzo sembrava il preludio di un pareggio e non dell’andata al governo del MoVimento 5 Stelle, prova ora a recuperare la centralità perduta, come una rockstar che annuncia ogni volta il suo ritorno sul palco, pur consapevole di aver perso la voce.

“Torno a Natale”. “Voglio dare una mano”. Di Battista freme. E noi, che ne faremmo tutti volentieri a meno del suo “aiuto”, ci riscopriamo addirittura a considerare un lusso l’esperienza di governo del Salvimaio. Consapevoli che non c’è limite al peggio, osserviamo timorosi le evoluzioni di un governo che rischia di implodere un giorno sì e l’altro pure. E lui pronto, come un avvoltoio, lui sì, a sorvolare la zona, non sia mai che ci sia una carcassa da divorare, una crisi di governo della quale approfittare.

La sua violenza verbale è il sintomo di un cancro che ha colpito il Paese: è il virus dell’odio, il batterio per il quale dobbiamo trovare in fretta l’antibiotico giusto. Perché prolifera nella rabbia e nell’ignoranza, perché devasta tutto ciò che trova, perché danneggia il nostro organismo e ci rende fragili.

Dedicato a chi, come me, non avrebbe mai pensato di dirlo.

Sì, c’è qualcosa di peggio di Di Maio e Salvini: Alessandro Di Battista.

Meglio le poltrone della prescrizione

Di Maio, Conte, Salvini

 

Senza addentrarsi nei tecnicismi della proposta di riforma della prescrizione avanzata dai 5 stelle, il ragionamento politico che va fatto alla luce del raggiunto accordo tra MoVimento e Lega è il seguente: non c’è argomento divisivo che tenga, punto di vista diametralmente opposto che balzi all’occhio, il governo – quando sarà – cadrà esclusivamente per esigenze “elettorali”.

Qualcuno si era illuso che l’intervista concessa al Fatto Quotidiano da Di Maio potesse essere il preludio di una crisi interna alla maggioranza: “O si trova l’accordo sulla prescrizione o salta il contratto di governo”. La sostanza è un’altra: il contratto di governo è l’assicurazione sulla vita del Salvimaio, lo scudo infrangibile contro l’attualità che ogni giorno evidenzia le diversità di vedute di un esecutivo litigioso, chiassoso e confuso.

Eppure dopo ogni burrasca torna il sereno. E non perché a trionfare sia la stima, non perché la reciproca sfiducia sia un’invenzione dei giornaloni cattivi. No. Il fatto è che il collante che tiene insieme Lega e M5s è più forte di tutto il resto. Hanno preso il potere per vie traverse, piazzato le loro bandiere sui palazzi ritenuti inespugnabili, profanato persino i balconi delle istituzioni.

Volete che perdano tutto questo per la riforma della prescrizione? No, meglio le poltrone.

La lezione americana

 

Gli Stati Uniti sono il laboratorio in cui le trasformazioni dell’Occidente si verificano prima e in maniera più dirompente. Nel 2016 la vittoria di Donald Trump ha anticipato l’arrivo della ventata populista che avrebbe travolto l’Europa. Per questo motivo, a due anni dalla sua elezione, il voto di Midterm è stato vissuto a queste latitudini come uno spoiler di ciò che comunque arriverà, come l’anticipazione di un sentimento diffuso, del futuro che ci aspetta.

Per quanto la realtà americana e quella italiana – per ovvi motivi – non siano neanche lontanamente paragonabili, ci sono delle lezioni che possiamo apprendere dai risultati di questa notte negli Usa. Chi pronosticava uno tsunami democratico negli Stati Uniti è stato smentito dai numeri. Il motivo è presto detto: l’alternativa a Trump è rimasta Barack Obama, che al netto del suo carisma, della sua immutata capacità di trascinare le folle, resta un ex presidente che non potrà più fare il presidente. Manca l’alternativa, la controparte.

Perché in un’epoca in cui i politici vengono valutati per la loro capacità di comunicare un messaggio – condivisibile o meno che sia – essere un personaggio come Donald Trump, specialmente in un Paese impaurito, basta e avanza per essere allo stesso tempo l’uomo più odiato e amato della nazione. Lo vediamo bene in Italia. Chi è il politico più criticato e avversato della scena? Matteo Salvini. Chi è il leader accreditato dei maggiori consensi dai sondaggi? Matteo Salvini. Fino a quando “l’altra Italia”, quella che non si rassegna ad essere governata dai “populisti alla Trump”, non troverà un unico interprete delle proprie istanze la mareggiata populista continuerà ad imperversare, provocando soltanto nausea a chi spera di domare le onde.

Ma c’è un altro aspetto, per certi versi simile, che possiamo estrapolare dal risultato di questa notte in America. Non basta essere governati da Donald Trump per rendersi conto del pericolo che si corre ad essere governati da Donald Trump. In altre parole: non bastano le ingiustizie e gli errori commessi da chi è al governo per convincere la gente a cambiare il proprio voto. Chi pensa di spodestare un populista non può pensare di farlo utilizzando le stesse armi che caratterizzano il populista al potere. No fake news, no attacchi indegni, no proposte che solleticano i peggiori istinti di un Paese. Piuttosto serietà, onestà, buon senso: tutte caratteristiche che non escludono la possibilità di trovare, poi, un leader forte, empatico, appassionato che incarni e rappresenti questi valori.

Forse non è facile, ma è soprattutto questa la lezione americana.

Otto mesi di non-cambiamento

elezioni 4 marzo twitter

Otto mesi sono trascorsi dal 4 marzo. Dalla notte che ha “cambiato” l’Italia. Eppure non nel senso che i vincitori delle elezioni, quelli che dopo il voto esultavano come se avessero appena preso la Bastiglia, volevano far credere. Otto mesi, poco meno di una gravidanza, quanto basta per capire che il risultato dell’unione tra M5s e Lega non è il “governo del cambiamento” propagandato con una convinzione tale da apparire sospetta fin dal principio.

Diversi su tutto, per credo e provenienza, per “ideali” e storie, i partiti al governo sono tenuti insieme da due sole cose: la passione sfrenata per il populismo e l’attaccamento alle poltrone che hanno appena sottratto ai rivali di sempre. Non c’è niente di rivoluzionario in questi giacobini 2.0. Regna piuttosto l’immobilismo, il dissidio interno che si ripercuote sulla vita quotidiana degli italiani, l’incapacità di ammettere che si è promesso l’assurdo.

Così il reddito di cittadinanza e quota 100 “partiranno”: ma non partono. Le grandi opere, quelle che rendono tale un Paese, sono oggetto di quotidiani contrasti: dalla Tav al gasdotto Tap, dal Terzo Valico al Brennero, passando per Pedemontana e Muos. C’è una visione antitetica del mondo da provare a conciliare, e in questo scenario l’unico collante è l’odio per gli ex primi della classe, la tentazione di azzardare, la follia di farlo, per dimostrare di poter vincere una scommessa che in realtà è persa in partenza.

Ne sono una prova le ultime scaramucce sulla riforma della prescrizione, con Giulia Bongiorno che saggiamente ha placato le mire giustizialiste di un MoVimento che vorrebbe costringere tutti – innocenti compresi – a vivere sulla graticola di un procedimento penale vita natural durante.

E sull’altare delle divisioni si consuma il sacrificio di un Paese abbandonato al proprio destino in Europa, infilatosi consapevolmente (e questo è il dramma vero) in una spirale dalla quale sarà complicato uscire senza un brusco risveglio.

Otto mesi, otto, da quel 4 di marzo. Otto mesi di non-cambiamento.

Il governo dei rinvii

 

Piazzano due bandiere, così, un po’ per scena. Il reddito di cittadinanza e quota 100, ma neanche troppo convintamente. Perché il come e il quando delle due misure che caratterizzano Lega e 5 Stelle è ancora tutto da decidere. Perché i danni dello spread, della febbre non a 40 ma neanche a 37 (cit. Giovanni Tria), sono stati stimati da Bankitalia in 5 miliardi di euro. Mezzo reddito di cittadinanza, per intenderci: interessi in più da pagare per le mirabolanti dichiarazioni di Salvini e Di Maio, con quest’ultimo capace di accusare perfino Mario Draghi dei propri disastri. Il tutto volendo far finta di non vedere l’elefante nella stanza, la procedura d’infrazione che, tempo qualche giorno, l’Ue si vedrà costretta ad aprire contro l’Italia.

A meno che, travolti dai mercati, baciati da un ritrovato senso della realtà, Salvini e Di Maio non si decidano a sradicare dal terreno anche le loro due bandiere, rinviando reddito di cittadinanza e pensioni al maggio 2019 anziché a marzo, e a contenere quel deficit scellerato che è figlio di un peccato originale impossibile da lavare via: l’unione tra due forze diverse per credo e interessi, unite soltanto dal ricorso al populismo urlato.

Conte chiede tempo fino al 2019, Salvini giustifica il mancato taglio delle accise dando la colpa ai 5 stelle, che a loro volta dicono che fosse stato per loro avrebbero fatto a meno della pace fiscale. Le pensioni d’oro? Restano. Proclami, promesse, pagherò. È il governo dei rinvii, mica quello del cambiamento.