Se Salvini fosse serio non andrebbe a Verona

Ho spiegato ieri perché a mio avviso il Congresso Mondiale delle Famiglie di Verona è una porcata, punto. Quando ho scritto l’articolo, però, non erano ancora uscite le immagini del feto di gomma distribuito tra i gadget dagli organizzatori del convegno. Migliore rappresentazione del degrado etico delle persone che rappresentano questo meeting non avrebbe potuto esserci: un embrione di 10 settimane, accompagnato da un cartellino con la scritta: “L’aborto ferma un cuore che batte”!. Sembrerebbe lo scherzo macabro del maniaco di un film horror: è invece il souvenir di un evento a cui prenderà parte oggi Matteo Salvini.

Adesso mancano ancora alcune ore prima dell’intervento del vicepremier, previsto intorno alle 16. C’è ancora tempo per un’inversione di rotta che farebbe bene prima a lui e poi al Paese. Non è ammissibile che il vicepremier italiano presti il volto a queste iniziative barbare e anti-storiche. Non è possibile che non si renda conto della gravità di certe teorie assurde e malsane, attribuibili alle peggiori sette più che a politici e studiosi.

Glielo diamo come consiglio: Salvini non vada a Verona. Inventi una scusa: dica che ha il mal di denti, dica che il figlio ha la febbre e che il suo compito è come sempre quello di fare “da ministro e da papà”. Dica ciò che vuole: ma non vada.

Ne guadagnerebbe un’apertura di credito da parte di milioni di italiani di centrodestra e centrosinistra che apprezzerebbero la capacità del ministro di cambiare idea su un evento rivelatosi terrificante per i suoi contenuti.

Testimonierebbe, con questo gesto, la potenzialità di trasformare le sue politiche estremiste in qualcosa di almeno lontanamente vicino alla ragione, alla moderatezza, alla realtà.

Perderebbe qualche voto a destra, ma li rimpiazzerebbe in abbondanza al centro, si fidi.

Tutti ottimi motivi per non partecipare, non crede?

Eppure ne basterebbe uno solo: se Salvini fosse serio non andrebbe a Verona.

Perché il Congresso delle Famiglie di Verona è una porcata

Quando una carica istituzionale, in questo caso il vice-presidente del Consiglio, decide di prendere parte ad un evento dal così alto valore simbolico come quello del Congresso delle Famiglie di Verona, non può valere il discorso secondo cui di quella manifestazione si abbracciano soltanto i concetti che fanno più comodo.

Ci spieghiamo: Salvini che dice di andare a Verona per “pappagallare” e strumentalizzare le parole del Papa (e non è la prima volta) sulla famiglia formata da un uomo e una donna deve assumersi le responsabilità di tutto il pacchetto che il convegno rappresenta. Un esempio più chiaro, alla portata del leghista: è come se un musulmano moderato si presentasse ad un ritrovo di terroristi di Al-Qaida sostenendo che di fondo c’è la comune fede in Allah. Poi se gli estremisti ammazzano le persone è un problema loro. Chiaro il paragone?

Una volta spiegato il “principio” per cui Salvini sbaglia ad andare a Verona, entriamo nella sostanza. Perché sullo stesso palco del nostro vicepremier salirà ad esempio Dmitri Smirnov, esponente della Chiesa ortodossa russa, secondo cui le donne che scelgono di abortire sono “assassine e cannibali“. C’è poi un liberale come Jim Garlow, pastore americano secondo cui le coppie omosessuali ridurranno la nostra società in schiavitù e sono uno strumento del Demonio per distruggere Dio. Ha ritirato la sua partecipazione in extremis la signora Silvana De Mari, italiana, secondo cui
l’atto sessuale tra due persone dello stesso sesso è una forma di violenza fisica usata anche come pratica di iniziazione al satanismo“. E’ evidente che la sua assenza sarà compensata dalla nigeriana Theresa Okafor, che ha
sostenuto la legge che prevede pene di reclusione fino a 14 anni per i membri di coppie omosessuali.

Ora l’elenco è lunghissimo, si potrebbe continuare all’infinito, ma è chiaro che a Salvini sfugge un concetto: quello di libertà. Perché non basta difendersi da Barbara D’Urso dicendo che ognuno nella sua camera da letto può fare quel che vuole se poi ci si mescola con personaggi di questo tipo, se si strizza l’occhio a posizione omofobe e anti-femministe, se le si avalla con la propria presenza, “da ministro e da papà”, come ama ripetere a sproposito ormai su ogni questione.

E attenzione a non cascare nella scusa ufficiale dei leghisti, quella che per intenderci fa capo al ministro Fontana, secondo cui il vero problema dell’Italia sono le culle vuote. Non è partecipando al Congresso delle Famiglie di Verona che aumenterà la natalità. Per farlo sarebbe stato più utile trascorrere una giornata in Parlamento o in Consiglio dei ministri, adottare delle misure concrete come gli sgravi fiscali per chi assume le donne, le stesse che una gravidanza spesso non possono nemmeno sognarla perché non hanno un lavoro; stanziare un assegno di maternità universale e misure di sostegno per le famiglie più numerose. Sono queste le politiche che aiutano la famiglia “naturale”, sono queste le cose da fare per passare veramente “dalle parole ai fatti”. Non le vergognose passerelle affianco a personaggi da cui prendere le distanze senza se e senza ma.

Perché le famiglie “tradizionali” italiane non sono formate da estremisti, oltranzisti, omofobi e antifemministi. Le famiglie “tradizionali” italiane sono composte da gente perbene che coltiva le proprie convinzioni ma riconosce i diritti altrui. Non come al Congresso delle Famiglie di Verona, che è una porcata, punto.

Altro che “anno bellissimo”

Chissà se al presidente Conte, quello che “il 2019 sarà un anno bellissimo“, qualcuno recapiterà le stime realizzate dal Centro studi di Confindustria. Crescita zero nel 2019. Investimenti privati per la prima volta in calo da 4 anni a questa parte. Rialzo dello spread divenuto oramai una costante. Manovra di Bilancio “poco orientata alla crescita“. Sono solo alcune delle realtà con cui il Paese è chiamato a fare i conti. Ed è solo l’inizio.

Se dovesse capitarvi di incappare, in tv o sui social, in qualche ministro pronto a raccontarvi che adesso l’economia italiana decollerà perché tra poco parte il reddito di cittadinanza e quota 100 favorirà l’occupazione di nuovi giovani, non fatevi trovare impreparati. Confindustria vi dà la risposta contro tutte le favole:”Queste due misure, realizzate a deficit, hanno contribuito al rialzo dei tassi sovrani e al calo della fiducia, con un impatto negativo sulla crescita“. Tradotto: “l’esiguo contributo” dei due provvedimenti non riuscirà a compensare i danni fatti dal governo in materia economica.

Prospettive? Pessime. Secondo gli economisti “il governo ha ipotecato i conti pubblici“. Non lo dice un deputato dell’opposizione, bensì esperti di un’associazione che all’indomani della nascita dell’esecutivo aveva offerto un’apertura di credito generosa (fin troppo) nei confronti di Lega e 5 stelle. Il giudizio è evidentemente cambiato: agli industriali e alle imprese non interessano i racconti fantasiosi, i selfie e i tweet, vivono di scelte, leggono i numeri.

Pure Confindustria prospetta il bivio visto da ormai tutti i centri di analisi economica. Tutti, tranne quelli consultati da Conte, Salvini e Di Maio: per evitare l’aumento dell’Iva servono 32 miliardi. Se si trovano, quasi miracolosamente, non resta niente per la crescita. L’alternativa? Portare il deficit al 3,5%: vuol dire suicidarsi con lo spread. Il futuro? “Inevitabile aumento delle tasse”.

Urge cambiare rotta. No, non sarà un anno bellissimo.

“Purtroppo Silvio c’è”

Perché Salvini, nel lodare l’operato del governo coi 5 Stelle, dice che questi risultati insieme ad altri non li avrebbe ottenuti neanche nello spazio di 9 anni? Perché non sceglie un’altra cifra? Perché non dice 10, 15, 20 anni? Risposta: perché nove sono gli anni in cui è stato al governo Berlusconi Silvio, l’unico, l’ultimo, ostacolo rimasto in piedi sul suo progetto di conquista del Paese.

E’ tutta una provocazione, una ricerca continua del fallo di reazione nell’alleato, se così si può ancora definire un partner che viene spremuto a livello locale e schifato a livello nazionale. Eppure Berlusconi, che di Salvini ha tracciato il ritratto del traditore ormai da mesi, non cede alla tentazione di fare il Berlusconi. Che significherebbe sfidarlo a campo aperto, sparigliare, andare al braccio di ferro e vedere chi vince.

Non lo fa, Silvio. Non perché non voglia, più che altro perché non può permettersi di sbagliare mossa, consapevole che la prossima potrebbe essere l’ultima. Così attende il momento buono, quello del passo falso altrui, trovandosi costretto ad una partita di contropiede che per lui, teorico del possesso palla anche da presidentissimo del Milan, è un contrappasso fin troppo ingeneroso.

Il vero paradosso, però, è che anche così, pure dal letto d’ospedale in cui ha atteso i risultati della Basilicata, metaforicamente incarcerato più della sua ernia inguinale, anche se ridotto a numeri che mai avrebbe pensato di ritrovarsi a celebrare, Berlusconi è il centrale, l’ago di una bilancia perennemente in bilico.

Perché quel 9-10% che definisce la soglia di sopravvivenza del Cavaliere politico, quella percentuale che è da mesi il primo risultato osservato da Salvini subito dopo quello della Lega, è anche l’ultima diga rimasta in piedi prima che il fiume sovranista strabordi, sommergendo la parola “centro” da centro-destra e facendo di una coalizione una volta casa comune dei moderati il nuovo ritrovo dei fascisti d’Italia.

E’ quella, la linea del Piave. L’asticella che Berlusconi deve riuscire a fissare anche alle Europee se vuole continuare a contare. Eppure le imboscate potrebbero arrivare prima, come sembra di capire. Perché appurato che Berlusconi nel centrodestra i suoi voti continuerà a prenderli finché campa, allora Salvini sta pensando di provare a portarselo via, il centrodestra. Come? Magari partendo dal Piemonte. Presentando un suo candidato, venendo meno ai patti che assegnavano il governatore a Forza Italia, sancendo ufficialmente la rottura del vecchio schema del centrodestra proprio a ridosso delle Europee che per Salvini saranno un vero trionfo non se la Lega prenderà il 30% e oltre (quello è ormai scontato) ma se il pacchetto di voti di Berlusconi sarà più vicino al 5% che al 10%.

C’è spazio allora per un altro paradosso, l’ultimo: dalla sopravvivenza politica di Berlusconi dipende da una parte la continuità (tragica per il Paese) del governo M5s-Lega – che Salvini terrà in vita fino a quando non avrà i numeri per vincere da solo – ma pure l’unica possibilità per l’Italia di tornare ad un bipolarismo “sano”, tra centrodestra classico e centrosinistra.

Si diceva, una volta, “menomale che Silvio c’è”. Oggi per Salvini vale l’opposto: “Purtroppo Silvio c’è…”. Perché è ammaccato, è vero, “eppure Silvio c’è”.

Basilicata coast to coast

Come Rocco Papaleo, che percorre insieme al suo gruppo d’amici la regione da un’estremo all’altro, così pure Di Maio e i 5 Stelle realizzano il loro personalissimo Basilicata coast to coast.

Nella lunga traversata, però, non si ammirano le bellezze di quello che vari commentatori, per la ricca presenza di petrolio nel sottosuolo, hanno ribattezzato “Texas d’Italia“. Dal Tirreno allo Jonio, il sole che spacca le pietre lucane non illumina il sentiero di una classe dirigente vittima delle sue assurde convinzioni, ma soprattutto delle sue contraddizioni. Basta dire che Gianluigi Paragone, uno che di mestiere ha fatto il giornalista, e dunque un’analisi politica dovrebbe pure saperla fare, sintetizza la sconfitta con un post su Facebook che è più comico di una battuta di Papaleo e soci: “L’ho detto al Corriere così come lo dico in piazza: il Movimento non può fare a meno di Alessandro Di Battista“. Sono messi male.

L’approdo finale della combriccola delle “5 stelle cadenti” non è, come nel film, il palcoscenico scanzonato del “Festival di Scanzano Jonico”, bensì la certificazione di una crisi irreversibile, che sarà conclamata alle elezioni Europee. Perché non regge più, al terzo tonfo di fila dopo Abruzzo e Sardegna, l’assunto per cui i 5 Stelle alle elezioni locali sono meno strutturati per vincere. Basta vedere il risultato conseguito – purtroppo – da Salvini, che triplica i suoi voti in Basilicata rispetto alle Politiche di un anno fa non grazie ai candidati leghisti schierati sul territorio, ma per un voto d’opinione strettamente connesso alla sua persona, destinataria di una fiducia illimitata (pensate se non ci fosse Berlusconi) e ormai trasversale che la dice lunga sullo stato di disperazione di molte aree di questo Paese.

Di Maio questo consenso l’ha avuto: il 4 marzo 2018 in Basilicata hanno votato per lui 139.518 persone. Un anno dopo il risultato è più che dimezzato dal 44% al 20%. In questi 24 punti di scarto tra un’elezione e l’altra ci sono circa 82mila persone (ripeto 82mila!) che in 365 giorni hanno sperimentato l’incompetenza del MoVimento e lo hanno abbandonato. Per sempre.

Eccolo, l’itinerario ideale che si dipana un voto all’altro, l’immaginario che cambia da parte a parte, rendendo balbettante ogni scusante di Di Maio&Associati. “Ba ba Basilicata, ba ba Basilicata. Tu che ne sai, l’hai vista mai. Basilicata is on my mind“. Basilicata coast to coast.

Come isolare Salvini sul diritto alla cittadinanza

Il fatto che il dibattito sul diritto alla cittadinanza sia stato riaperto da un ragazzino di 13 anni di nome Rami che ha salvato 50 compagni di classe da un attentato la dice lunga sulla qualità della nostra agenda politica. C’è chi ha pensato, mostrando scarsa capacità di visione, che l’unica cittadinanza importante fosse quella del reddito. Non è così, non se abbiamo la pretesa di considerarci un Paese civile.

Bisogna dunque uscire per una volta dagli schemi classici, renderci conto che certi temi non sono – come qualcuno vorrebbe far credere – appannaggio della sola sinistra. Si tratta di buon senso. Se due bambini nati in Italia vanno a scuola insieme, giocano a calcio insieme, tifano la stessa squadra insieme, trascorrono un mucchio di ore davanti alla PlayStation insieme, amano la pizza in maniera esagerata insieme, allora non si vede perché la discriminante per decidere la loro nazionalità debba essere il luogo di nascita del loro papà.

Personalmente sono contrario ad uno ius soli che segua il modello americano, che pure rimane la più grande democrazia del mondo: non penso che per l’Italia concedere la cittadinanza a chiunque nasce sul suo territorio sia la soluzione migliore. Vorrebbe dire incentivare il fenomeno della migrazione di migliaia di persone, che vedrebbero in un viaggio disperato la speranza di un futuro migliore per i loro figli. Penso invece che la discriminante debba essere la cultura. Mettere la scuola al centro. Chi cresce leggendo Dante, studiando educazione civica, chi un giorno suderà sette camicie cercando di tradurre i classici greci e latini, ha il diritto di essere considerato italiano come noi.

In questo senso è giusto dire sì allo “ius culturae”. E ripeto: non è una proposta di sinistra. Silvio Berlusconi in passato si disse favorevole ad una legge che concedesse la cittadinanza italiana dopo un esame che valutasse il livello di integrazione dei figli nati da stranieri. Non si vuole essere troppo pro-migranti perché a livello elettorale non paga? Si decida allora di modificare leggermente il progetto di riforma renziana che attribuiva la cittadinanza al completamento di un ciclo di studi. Si aggiunga un’assicurazione in più: è italiano chi ha studiato per almeno 5 anni nelle nostre scuole. Significa aver fatto tutte le scuole elementari in Italia oppure le scuole medie più i primi due anni di liceo. Davvero non basta?

Diverso è il discorso per lo “ius sanguinis”: non è francamente attuale un discorso secondo cui un ragazzino nato e cresciuto in Italia diventi “dei nostri” soltanto al compimento del 18esimo anno di età. In questo caso si applichi un concetto “securitario”, chissà che ne pensa la Lega: ha diritto alla cittadinanza un bambino figlio di genitori stranieri che risiedano in Italia da almeno 7-8 anni (scegliete voi) e che non abbiano commesso neanche un reato.

Su queste proposte un centrodestra moderato e non succube di Salvini si gioca non solo la faccia, ma anche la possibilità di mostrare alla maggioranza degli italiani – che non è razzista – il vero volto del leader della Lega e, di conseguenza, la possibilità di recuperare la sua centralità all’interno della coalizione. Il Pd a sua volta ha il compito di non estremizzare il dibattito: ha la responsabilità di non chiedere una cittadinanza indiscriminata e per tutti che sarebbe – oltre che sbagliata – anche indigeribile per quella parte di centrodestra che già è chiamata ad una prova di coraggio non da poco agli occhi del suo elettorato tradizionale. Il MoVimento 5 Stelle, infine, ha una chance più unica che rara: isolare Salvini su un tema di buon senso, ma Di Maio ha dimostrato di essere come sempre in ritardo quando ha detto che il tema non fa parte del contratto di governo e quindi non è in agenda.

Eppure il gioco vale la candela. Se non si vuole farlo per Rami e i suoi fratelli, lo si faccia allora per i propri destini politici. Spiegare la realtà agli italiani è forse un esercizio faticoso, ma anche l’unico possibile per inchiodare Salvini alla verità delle sue posizioni: semplicemente razziste.

Conte ha scelto su quale carro salire

Il segnale politico passa inosservato ai più. I grandi media sottolineano soltanto che Giuseppe Conte ha tolto il patrocinio della Presidenza del Consiglio al Congresso delle Famiglia di Verona. Breve inciso: i conservatori moderati, i cattolici e i centristi non si lascino abbindolare dal titolo dell’evento, dentro c’è quanto di più sessista e razzista possa esistere. La retorica di Salvini, per cui il Congresso vuol promuovere e difendere la famiglia tradizionale composta dalla mamma e dal papà, nasconde in realtà un assunto terrificante per i suoi contenuti, più inquietante e pericoloso di quanto si lasci trasparire. Arriviamo a dire che Di Maio, per una volta, ha pienamente ragione.

Ma tornando a Conte, per quanto sia di buon senso la decisione di non legittimare con il patrocinio di Palazzo Chigi una manifestazione di questo stampo – lasciando così al solo ministero della Famiglia del leghista Fontana la possibilità di appoggiare l’evento – ciò che va ravvisata è una presa di posizione che di per sé è già una notizia. Non è un inedito, attenzione, e proprio questo è il segnale politico da cogliere in prospettiva. Già all’inizio di marzo, quando il caso Tav rischiava di far implodere il governo, Conte era andato in conferenza stampa ad esprimere “forti dubbi e perplessità sulla convenienza” della Torino-Lione. Di più, si era spinto a dichiararsi “non affatto convinto” dall’utilità dell’opera per l’Italia.

Si tratta di un’evoluzione non marginale per il premier chiamato a fare da mediatore tra due soggetti quasi sempre in disaccordo come Lega e 5 Stelle. Certo, Conte è ancora lontano dal farsi attore e giocatore della partita politica. Ne si ha una prova analizzando nel dettaglio il tono del suo messaggio su Facebook. Adopera espressioni come “all’esito di un’approfondita istruttoria“, e termini demodé come “perspicua“. Gioca insomma sul filo sottile che separa il tecnicismo dalla supercazzola, rischiando di passare da “avvocato del popolo” ad Azzeccagarbugli.

C’è però un cambio di strategia. Perché non bisogna mai dimenticare che se Conte è arrivato a Palazzo Chigi lo deve soprattutto a Di Maio. E che il suo nome resta d’area M5s, se è vero che prima delle elezioni era stato indicato dal capo politico 5 Stelle come ministro della Pubblica Amministrazione in pectore, in un rito ridicolo che non teneva conto del fatto che a nominare i ministri è il Presidente della Repubblica (dettaglio forse di cui Di Maio non era a conoscenza, ecco perché ha chiesto l’impeachment per Mattarella dopo il no a Savona).

Nelle dinamiche del governo il posizionamento di Conte può contare. Può voler dire che il premier e Di Maio hanno deciso di fare squadra, giocando di coppia, per arginare Salvini. E se questo nel medio termine determinerà frizioni e irritazioni da parte leghista, molto alla lunga rischia di rappresentare un problema per lo stesso Di Maio.

Perché l’umana ambizione, si sa, è senza confini.

L’accordo con la Cina è un grosso guaio

C’è un motivo se il governo – dal Venezuela in poi – fatica particolarmente nella politica estera: oltre i confini nazionali le promesse mirabolanti non fanno presa, il realismo la fa da padrone. Salvini e Di Maio mancano di pragmatismo e visione strategica: ne è la prova la firma del memorandum d’intesa tra Italia e Cina che sancisce la nostra adesione alla cosiddetta nuova Via della Seta in un momento che dal punto di vista geo-politico non potrebbe essere più delicato.

Realismo, pragmatismo, dicevamo. Sono qualità che servono ad esempio a rendersi conto che la parola sovranismo non ha senso, soprattutto se ti chiami Italia. La nostra storia recente è quella di un Paese appartenente alla sfera d’influenza Usa. E dalle sfere d’influenza non si esce, quanto meno non per scelta propria. L’anti-americanismo del governo – soprattutto sponda M5s – in questo senso è un problema che a Washington hanno iniziato a cogliere. La nota del National Security Council – l’organismo massimo che regola tutte le questioni di sicurezza nazionale presieduto da Trump in persona -, che ci ha amichevolmente sconsigliato di siglare un’intesa con Pechino pena la perdita di “reputazione” dell’Italia a livello “globale”, è stata bellamente ignorata da chi ci governa e presto ne pagheremo il conto.

Perché una cosa è stringere un accordo con la Cina di natura commerciale, altra cosa è firmare un documento d’intesa vuoto dal punto di vista della sostanza ma dall’altissimo valore simbolico proprio nel momento in cui tra Washington e Pechino è in corso una guerra commerciale che ne nasconde una ben più grande di stampo geopolitico.

Qual è allora il rischio a cui il governo ci ha esposto sul breve-medio periodo? Più in generale quello di una rappresaglia americana. Per un Paese come l’Italia, che ha il suo debito pubblico al 133% del Pil e che dunque ogni anno ha necessità di piazzare i suoi titoli di stato sul mercato, irritare gli Stati Uniti scommettendo che tra alcuni decenni la più grande potenza planetaria sarà la Cina non è una mossa geniale, soprattutto considerando che i tanti elementi di instabilità che Pechino si porta dietro lasciano supporre il contrario.

Non ci si meravigli se un brutto giorno le agenzie di rating americane non riterranno l’Italia abbastanza “credibile” (ricordate la nota del National Security Council sulla “reputazione”?) declassandoci e facendo dei nostri bond “titoli di stato spazzatura”. Di più: le aziende italiane negli Usa (Fiat ma non solo) potrebbero essere esposte ad azioni di ritorsione anche mediatica da parte di un popolo, quello americano, che quando si tratta di tutelare l’interesse nazionale non è secondo a nessuno. Finita qui? Macché. C’è pure, ed è altissimo, il rischio di dazi che Trump, grande esperto del settore, potrebbe applicare sui prodotti italiani. La cosa comica, e allo stesso tempo tragica, è che chi ha partorito l’accordo dalla parte italiana lo ha fatto perché spinto da un ragionamento prettamente economico piuttosto che strategico.

Le ripercussioni economiche non sono però le sole che potrebbero verificarsi se gli Stati Uniti considerassero troppo spinte le relazioni che Roma e Pechino intratterranno nei prossimi mesi di trattativa che seguiranno alla firma del memorandum. Non è da escludere, infatti, che Trump riservi all’Italia lo stesso trattamento che ha minacciato di utilizzare nei confronti della Germania limitando lo scambio di informazioni tra intelligence. Significherebbe per l’Italia, Paese affacciato sul Mediterraneo, naturalmente esposto ai flussi migratori, e a rischio di attacchi terroristici sul proprio suolo, ritrovarsi all’improvviso senza la protezione del gigante che dalla Seconda Guerra Mondiale in poi ne ha garantito la sicurezza.

Non è uno scenario catastrofista: è una possibilità concreta. Non è soffice la nuova Via della Seta.

Il bambino che ha urlato “papà”

Io non lo so che cosa si prova a trovarsi la morte in faccia, a scoprire che l’autista dello scuolabus, quello che aspetta pazientemente mentre ti diverti con gli amici in gita, si trasforma d’un tratto in un orco. Io non lo so che cosa si sente coi polsi legati, se trovarsi a sfregare le braccia per liberarti dai lacci è così facile come si vede nei film. Né so immaginare quali parole avrei scelto per una telefonata disperata a 12 anni, pensando che sarebbe stata l’ultima.

Non lo so quanti interminabili secondi sarebbero passati, prima che i miei genitori capissero che non era uno scherzo, che purtroppo era tutto vero, che la morte era lì da venire, per un pazzo che ha scelto il mio pullman e il mio giorno d’uscita da scuola per fare una strage.

Io non lo so che cosa è stato più brutto. Se scansarsi di corsa dalla strada mentre il pullman speronava le macchine dei carabinieri. Oppure restare all’interno, tra gli ultimi a uscire, mentre l’aria diventa più calda e le fiamme si fanno vicine.

Non lo so se è stata peggiore l’attesa, la paura che nessuno venisse. O che lo facesse in ritardo. Non lo immagino com’è stato vedere i professori impotenti, così insolitamente insicuri, pure loro sbiancati nel tentativo di pensare a noialtri, di placare la furia di un grande che dei loro ordini se ne frega.

Non lo conosco il terrore intenso, l’istinto primitivo che ha spinto un bambino ad urlare correndo un lungo, disperato e infinito “Papà!!!”. E non lo so se alla fine della sua corsa ha trovato le braccia del padre. Se gli è bastato vederlo per sentirsi di nuovo sicuro.

So che qualcuno, però, di questo giorno da incubo dovrà rispondere. So che i pazzi vanno fermati. Sempre. Da Traini al senegalese Sy. Ma so pure che è folle, molto più folle di un mostro d’autista, continuare a soffiare sull’odio. Perché prima o poi il vento gira, cambia direzione, rischiando di travolgere tutto. Pure noi.

Parola agli iscritti

L’arresto di Marcello De Vito, presidente dell’assemblea capitolina, nell’ambito dell’inchiesta sulle tangenti per il nuovo stadio della Roma non ha portato alle dimissioni di Virginia Raggi. Non che rappresenti una novità: i vari scandali e tutti i terremoti politici che in questi anni hanno colpito la sua amministrazione sono sempre stati archiviati in nome di un “poltronismo” spudorato.

Luigi Di Maio ha trattato la vicenda De Vito con prontezza, per una volta, decidendone l’immediata espulsione. Era la sola mossa sensata che potesse compiere. La notizia è che l’ha compiuta. La riflessione successiva è che non basta. Roma da potenziale fiore all’occhiello del MoVimento 5 Stelle si è rivelato il grattacapo quotidiano dei grillini. Non c’è giorno che non arrivino notizie inquietanti su un’amministrazione che dal giorno dell’insediamento chiede tempo, senza rendersi conto che tra un po’ il suo mandato scadrà e le condizioni della Capitale saranno addirittura peggiori di quando ne ha preso le redini.

Ecco allora una provocazione per Luigi Di Maio. Tra rimpasti, inchieste, scandali, l’amministrazione Raggi ha certamente un’immagine diversa da quella uscita dalle urne. Se la sindaca non vuole dimettersi, rimettendo il suo mandato nelle mani degli elettori, allora sia Di Maio ad assumere un’iniziativa. Non si chiede che la sfiduci pubblicamente, sarebbe chiedere uno sforzo di onestà intellettuale evidentemente eccessivo, si domanda però una votazione in stile Diciotti su Rousseau (pensate un po’ di cosa ci accontentiamo) e senza condizionamenti.

Il quesito da sottoporre agli iscritti del MoVimento 5 Stelle dovrebbe suonare più o meno così: “Alla luce degli ultimi accadimenti nella Capitale pensate che Virginia Raggi debba dimettersi da sindaca di Roma?”. Se la votazione non servirà a liberare la Città Eterna da un problema epocale, avrà almeno il merito di misurare il livello di integralismo e masochismo degli iscritti pentastellati.