La coltellata di Salvini, ma Berlusconi può scegliere come morire

 

Quando viene raggiunto dalla coltellata di Salvini, Silvio Berlusconi sperimenta sulla propria pelle la sorpresa e il dolore del tradimento. Non pensava che si sarebbe arrivati a questo. Non così. Non adesso.

L’indicazione della Bernini come presidente del Senato suona alle orecchie dell’uomo di Arcore come un diktat dai toni prepotenti e intollerabili. E c’è da capirlo Berlusconi, fino a venti giorni fa capo indiscusso del regno e adesso insidiato anche in casa propria. Così, pochi minuti dopo la mossa del cavallo di Salvini, il Cavaliere raduna tutti i suoi fedelissimi a Palazzo Grazioli, la residenza romana dove 24 ore prima erano andati in scena l’abbraccio e la calorosa stretta di mano con quello che adesso ha preso a considerare come un traditore. Un nuovo Fini, per intenderci.

Vuole guardare in faccia la sua guardia reale, Berlusconi. I Romani, i Brunetta, i Gianni Letta, gli uomini chiamati a serrare le fila ora che, è chiaro, da parte del leader della Lega si tenta di mandare allo sbaraglio l’intera armata azzurra. E pallottoliere alla mano, Berlusconi inizia la conta. Da grande imprenditore qual è stato, però, il Cavaliere conosce la realtà dei numeri: ed è quella che rifiuta dalla notte del 4 marzo, la stessa che gli impedisce di vincere il braccio di ferro col giovane leader. Nemmeno è certo di riuscire a trattenere tutti i suoi parlamentari, quelli che – quando si tratterà di fare la scelta di campo definitiva – guarderanno prima alla carta d’identità dei leader in gioco (un 45enne contro un 81enne) soltanto poi alla parola data.

Così si appresta giocare quest’ultima battaglia da sconfitto, scommettendo sul fatto che gli italiani presto si renderanno conto del tradimento, che il centrodestra è centrodestra solo se c’è Berlusconi. E Salvini vada pure coi 5 Stelle, prima o poi si renderà conto dell’errore che ha fatto.

Ragionamenti che avrebbero un senso diverso se gli anni fossero meno, se Berlusconi fosse candidabile in prima persona, se non ci fossero così tanti “se” da rendere difficile immaginarne l’ennesima resurrezione. Ma un diritto, con il suo ultimo 14% e con i milioni di voti che ha ottenuto in questi anni, Berlusconi se l’è conquistato: può scegliere la fine che ritiene per sé migliore. Nessuno potrà togliergli il gusto di morire con la spada in pugno.

L’errore di Di Maio: o cresce o dice addio al governo

 

La partita del Palazzo è intricata, scorbutica, a volte rissosa. Il fischio d’inizio c’è stato la notte del 4 marzo, ma se tre settimane non sono bastate a scegliere due figure di garanzia per eleggere i presidenti di Camera e Senato vuol dire che davvero non c’è via d’uscita. Non tanto per una questione di numeri – che con un po’ di buon senso un’intesa si riuscirebbe anche a trovare – ma per la qualità degli uomini che si ritrovano adesso a trattare, a dover capitalizzare il consenso che gli elettori gli hanno dato – e in massa – quando sono stati chiamati a decidere il futuro del Paese nelle urne.

Così veniamo a Di Maio e a quell’arroganza diventata spocchia, a quel “noi siamo bravi e voi (tutti gli altri) disonesti“, che esclude il Movimento da ogni possibile intesa, non solo per l’elezione dei Presidenti delle Camere, ma soprattutto per la formazione del nuovo governo.

Era parso, un attimo dopo il voto, che il M5s avesse fatto un bagno di realtà, si fosse definitivamente allontanato dall’epoca dei vaffa e del giustizialismo, avesse consapevolmente abbandonato i toni dell’uno contro tutti per trovare un accordo, visto che la premessa di fondo è che non ha i numeri per governare da solo. Era sembrato un buon segnale, un fatto positivo soprattutto per la pacificazione di un Paese che ha sfiorato i forconi. Era parso, era sembrato. Appunto. 

Perché alla prova dei fatti è arrivato l’errore, la caduta nella trappola di Berlusconi, che pure al tramonto riesce ad essere il più lucido degli strateghi. La richiesta, in fondo, non è peregrina: se il centrodestra al suo interno si è accordato per Paolo Romani presidente del Senato, non spetta al M5s – che dall’inizio ha professato la volontà di voler dividere le due Camere tra sé e la coalizione vincitrice delle elezioni – sindacare sulle decisioni interne a quello schieramento.

Ma più del no a Romani, a meravigliare è l’atteggiamento adolescenziale nei confronti del leader di Forza Italia. Berlusconi, una volta appreso il no del M5s a Romani, chiede un incontro tra leader. E anche in questo caso Di Maio si nega, provando a suggerire che a parlare di poltrone siano i capigruppo, come se rapportarsi con Brunetta non fosse la stessa cosa che parlare con Berlusconi, in sostanza.

E l’equivoco, anche divertente, è che Di Maio cita l’esperienza del Nazareno, dell’accordo tra Renzi e Berlusconi, per giustificare quello che non è altro che un errore di inesperienza. Non puoi ambire a formare un governo con i voti del centrodestra schifando uno dei leader del centrodestra. Non puoi sperare di ottenerne i voti, se non lo legittimi come hanno fatto – anche stavolta – milioni di italiani.

Chiedono i voti, ma mettono veti. La campagna elettorale è finita. Qualcuno informi Di Maio se non vuole iniziarne un’altra.

Serena Williams non è finita

serena williams

 

La vedi respirare in affanno. Prendere fiato tra un punto e l’altro. Aprire la bocca e chiudere gli occhi. E capisci bene che non è soltanto fatica. Più che altro fastidio, disapprovazione, un senso di smarrimento quasi nuovo, una strana sensazione che non conosce. “Cosa mi sta succedendo?” – sta pensando Serena Williams – “Tornerò mai me stessa?“. Perché per la regina del tennis femminile, anche a 36 anni, l’abitudine alla mediocrità non è contemplata. Ma quanto fanno male le accelerazioni di Naomi Osaka questa sera a Miami? La ragazzina cresciuta nel suo mito, che adesso dall’altra parte della rete pare più potente e più veloce, più tutto e basta, più forte punto.

Ma Serena Williams è Serena Williams non per caso. Non si dimenticano gli allenamenti di papà Richard, le palline sempre sgonfie per esercitare la potenza, i ragazzini a bordocampo pagati perché insultassero lei e la sorella Venus, abituandole a ciò che da grandi avrebbero dovuto affrontare.

Quando sei Serena Williams, dunque, l’idea della sconfitta lascia spazio subito alla voglia di riscatto, al pensiero che tutto passa comunque e sempre. Perché la vera campionessa non vede il declino, semmai rincorre l’appuntamento col destino che le restituirà la gloria, che certamente arriverà.

Che qualcosa sia cambiato, però, si avverte distintamente: piedi e muscoli poco reattivi, fiato che viene a mancare, servizio ad intermittenza. E poi quegli incitamenti a se stessa, quelle urla immotivate, neanche fosse in una delle sue finali, quando per versare qualche goccia di sudore doveva complicarsi la vita da sola, tanto era netta la superiorità sulle avversarie. Serena non è più la stessa, vero. Semplicemente perché non poteva esserlo, dopo un anno e oltre di stop, dopo aver dato al mondo la sua Alexys Olimpia.

Ma sta nella promessa fatta alla figlia, la stessa per cui per poco non è morta sotto i ferri, la garanzia che la regina riavrà la sua corona. Ha detto di voler continuare a giocare ancora un po’, quel tanto che basta perché la sua bambina riesca ad avere ricordi positivi di lei in campo. E non sarà più la pantera di un tempo ma ha pur sempre talento smisurato, qualità fisiche e tecniche di un altro pianeta, e soprattutto una forte motivazione. Vincere per ciò che ha di più caro al mondo. Serena Williams è tornata, Serena Williams non è finita.

La giusta fine di Nicolas Sarkozy

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Nicolas il viscido, Nicolas il traditore. Sarkozy l’arrivista, Sarkozy il malfattore. L’ex Presidente della Repubblica francese in stato di fermo: “mon Dieu“, perché non ci stupisce?

Eletto grazie ai soldi di Gheddafi, il capo della Libia che ha sbagliato a fidarsi di lui. Sarkozy che cambia idea troppo spesso, Sarkozy lo scostante: Sarkozy che voleva essere il nuovo Napoleone, e allora sapete che c’è? Ha pensato bene di bombardarlo il Colonnello, di fomentare la rivolta dei suoi oppositori, di contribuire all’uccisione del suo vecchio finanziatore.

Sarkozy e quell’ossessione per la grandeur perduta, ma mica da lui (che grande mai lo è stato), semmai dalla Francia. Sarkozy il leader ad ogni costo: appunto, persino pagando. Nicolas il presenzialista, mai una volta dietro le telecamere: sempre davanti, sempre pronto a prendersi la scena. Con quel sorriso che per un po’ ha intrigato i francesi, poi li ha irritati, disgustati.

Sarkozy non più affascinante, se non per Carla Bruni. E qualcuno ci dica se l’accento dobbiamo metterlo oppure no sul cognome dell’ex prèmier dame. Se la Bruni è Carla l’italiana o Carlà la francese, che la signora cambia idea a seconda delle circostanze, un po’ come il marito. Lo scorbutico, suscettibile, maleducato Sarkozy. Quello che al G20 di Cannes inveì contro il presidente greco che rischiava la bancarotta, dimenticando le regole del buon padrone di casa.

Sarkozy il cugino infido dell’Italia. Sarkozy, sempre lo stesso, quello del sorrisino malizioso con Angela Merkel che mise in ginocchio la credibilità di Berlusconi dentro e fuori i confini nazionali.

Sarkozy, il cattivo. L’uomo che voleva farci distruggere dal Fondo Monetario Internazionale, presieduto guarda caso da Christine Lagarde, la francese che in una lettera passata alla storia scrisse al suo Presidente:”Usami per il tempo che ti serve“. Ci salvò Barack Obama, che in un vertice drammatico se ne uscì con una battuta dai toni cinematografici:”I think Silvio is right“, “Penso che Silvio ha ragione“.

Ma resta sullo sfondo il suo ghigno malefico. Sarkozy sul piedistallo, Sarkozy che adesso non ride più. Sarkozy che stavolta è finito. Rien ne va plus, adieu Nicolas.

Del Potro: il gigante di Tandil venuto dalla fine del mondo

del potro facebook

 

Il gigante di Tandil si muove senza grazia, porta un peso niente male. Dall’alto osserva tutto e tutti, come un Ciclope può schiacciarti oppure no. Figura mitologica – o giù di lì – non fabbrica fulmini per Zeus, ma i suoi colpi sono come saette. Puoi restare folgorato.

Ai campi di mais e patate ha preferito quelli da tennis. Resta comunque il giallo, ma delle palline. E che rimpianto pensare che poteva essere dei nostri, perché il cognome non mente: scorre nelle sue vene il sangue di qualche italiano d’Argentina, di un emigrante salito su una nave salpata per le Americhe, chissà quanti anni fa.

Così il gigante di Tandil (con l’accento sulla i) lo senti anche più vicino. Pure se si macchia di lesa maestà, sfidando e sconfiggendo a duello Re Roger, capisci di non volergli male. Perché pensi al calvario che ha passato, ai polsi rotti e doloranti, agli infortuni mille, alla sfortuna troppa.

Ripercorri la sua vita e la sua storia. Lo vedi giocare bambino in un campo da calcio, sognare un futuro da campione del pallone. Poi ne comprendi la tragedia: la sorellina che sale in cielo, i genitori che pensano di colmare i vuoti e tappare le tristezze aggiungendo un altro impegno alla sua giornata. E Juan Martin che inizia a tirare contro un muro a tutte le ore, pensando di spaccarlo, di fargli male con in mano una racchetta.

Ma il gigante di Tandil non è mai stato un orco cattivo. Ha solo braccia pelose e altezza da mostro. Poi due occhi azzurri e onesti come il mare. Di lui ci si può fidare. Come il Papa argentino, c’è un tennista “venuto dalla fine del mondo“.

Vincenzo, Vincenzo! Ma che hai fatto Vincenzo?

Nibali Sanremo

 

Vincenzo, Vincenzo, è partito Vincenzo!” Basta quella frase in tv, quell’urlo negli altoparlanti di Sanremo, per saltare dalla sedia. “Vincenzo, Vincenzo, è partito Vincenzo!“. Che attenzione, non è Nibali: è Vincenzo.

Vincenzo con quel suo fisico da uomo normale diventato campione, con quella faccia abbronzata da emigrato d’altri tempi, Vincenzo con gli occhi sempre lucidi e profondi. Vincenzo papà di Emma, Vincenzo dai: Vincenzo Nibali.

Così vedi la sua maglia rossa uscire dal gruppo, lanciarsi all’inseguimento del campione lettone: e nel suo sguardo ti sembra di immortalare il lampo di follia che si trasforma in impresa, la frazione di secondo in cui il sogno diventa possibilità.

E adesso pedala, pedala Vincenzo. E non ti voltare, che ci siamo noi, milioni di italiani, a guardarti le spalle, a controllare che il gruppo cattivo non venga a riprenderti.

Disegna le curve della discesa e fingi di non sentirle le gambe che bruciano e fanno male in quel vialone lungo e infinito. Raccogli le energie che ti restano. E goditi il momento, che vorremmo esserci noi al posto tuo. A soffrire, a sudare, a vedere lo striscione del traguardo là sotto, sempre più vicino.

Alè Vincenzo: pedala, pedala, e non ti fermare. Che manca un km, forse meno, e hai ancora un buon margine. Pedala, pedala, ma prenditi il tempo per esultare. Alza le braccia al cielo. Urla, ridi, piangi. Vinci.

Ma che ha fatto Vincenzo?“. “Ma cos’hai fatto Vincenzo?” Ha vinto Vincenzo, Vincenzo Nibali.

Putin zar di Russia: l’Orso è uscito dal letargo e nessuno può fermarlo

Putin

 

Nelle oltre 700 stanze del Palazzo del Cremlino, nel cuore di Mosca, Vladimir Putin si sente a casa. Non è un caso che lo chiamino Zar.  Pensa come un sovrano, agisce da Re, e soltanto oltre i confini della Grande Madre Russia si presenta come un leader democratico, quel tanto che basta ad evitare rogne con la comunità internazionale.

Ama pensare a se stesso come all’uomo sempre e comunque dal lato giusto della Storia, diffonde un culto della personalità spudorato, presentandosi al suo popolo come un unto dal Signore, un eletto (e senza brogli). E a proposito di elezioni, non ci vuole un esperto di politica estera per dire che domenica, alle presidenziali 2018, a trionfare sarà lui: l’eterno Vladimir, l’ex agente del KGB, il campione di judo, l’uomo più potente del mondo. Nessun candidato ha la forza per mettersi di traverso. E se qualcuno mostra delle potenzialità viene messo fuori causa prima: si veda Navalny, arrestato con l’accusa di corruzione.

Del resto Vladimir Putin è uomo deciso: è l’ex bambino che ancora scolaro si recò in una sede dei servizi segreti per chiedere come entrare a far parte del KGB. Alcuni funzionari gli risposero di rigare dritto e di studiare legge: e lui così fece. Il destino volle che fosse proprio Putin, a Dresda, nel palazzo della Stasi (la famigerata polizia segreta della Germania comunista) a difendere il Kgb e l’Unione Sovietica in procinto di crollare assieme al Muro di Berlino.

Dinanzi a migliaia di manifestanti pronti a forzare i cancelli, Putin imperturbabile disse: “Ho 12 pallottole. Una la lascio per me. Ma compiendo il mio dovere, dovrò sparare“. 

Ma nella fedeltà alla Grande Madre Russia si riscontra un tratto tipico della personalità di Putin: il senso di lealtà. Uomo fidato di Anatoly Sobchak, primo sindaco democratico di San Pietroburgo (oltre che suo ex professore universitario), quando questi venne sconfitto alle elezioni Putin rifiutò l’abboccamento del vincitore: “Meglio essere impiccati per fedeltà che essere ricompensati per tradimento“, disse.

Personaggio controverso, uomo dalle mille facce, Putin è all’occasione il miglior amico dell’Occidente e il suo peggiore incubo. Russia alleata privilegiata nella lotta al terrorismo islamico, ma anche unico motivo d’esistenza della NATO; Russia mediatrice con la Corea del Nord, ma pure elemento destabilizzante quando si tratta di Medio Oriente; Russia che apre i rubinetti del gas per l’Europa, ma che forse usa il nervino per uccidere le spie in Inghilterra. Russia croce e delizia, Russia “rebus avvolto in un mistero che sta dentro ad un enigma“, come disse Winston Churchill.

Mosca tornata centrale grazie a Putin figlio di nessuno: papà comunista che guidava i sommergibili contro i nazisti, mamma operaia semplice. Ha fatto gavetta, scalato posizioni, mantenuto le sue conquiste. Adesso, dal Cremlino, vede il mondo come una scacchiera. Muove i pezzi con disinvoltura, ben consapevole che nessuno al mondo può pensare di sfidarlo sperando di uscire vincitore dal conflitto. Del resto Vladimir sa come si fa: “La strada a Leningrado, cinquant’anni fa, mi ha insegnato una lezione: se la rissa è inevitabile, colpisci per primo“. Putin è questo: l’Orso russo è uscito dal letargo.

Si torna al voto, più prima che poi

 

La partita dei leader non ammette pareggi. Nessun arretramento, da chi pensa di aver vinto da solo. Ne è convinto Di Maio, che ragiona come se il suo 32% fosse il 51%. Ma allo stesso modo la pensa Salvini, che ha ridotto le Elezioni 2018 al grado di primarie del centrodestra: “Io ho superato Berlusconi, il centrodestra è primo, quindi governo io“, il suo ragionamento in sintesi.

Peccato che gli altri, gli sconfitti, siano più decisivi dei vincitori. E di lasciare spazio a chi vuole rottamarli non abbiano nessuna voglia. Così il Cavaliere un giorno sì e l’altro pure ribadisce la centralità del risultato di Forza Italia e della coalizione, ricordando a Salvini che preso da solo il suo 17 vale addirittura meno del 18 di Renzi.

Renzi che nel frattempo non è più segretario, ha abdicato dal ruolo di capo, ma allo stesso tempo ha mostrato di essere l’unico leader credibile di un’area smarrita. Nel giorno dell’addio ha bloccato i suoi voti, chiarito che da lì non si spostano: resteranno in un modo o nell’altro all’opposizione.

Da qui può partire la musica. Il valzer degli inciuci dove tutti si pestano i piedi. Perché Di Maio è convinto di avere il diritto di fare il governo – e forse davvero lo ha – ma non si capisce perché Salvini dovrebbe dilapidare un patrimonio (la scalata al centrodestra appena compiuta) e tornare a fare il gregario, peraltro non al capitano di sempre (Berlusconi) ma al leader di un Movimento estraneo.

Così tornano di moda gli sconfitti, i mancati vincitori che possono comunque impedire la vittoria altrui. Torna l’uomo di Arcore, che dopo aver accettato suo malgrado il sorpasso leghista, all’ipotesi di fare un governo coi grillini non cederà. Piuttosto punta a logorare Salvini, a dimostrare che nessuno leadership diversa da quella berlusconiana è possibile nel centrodestra. Ed è in questo braccio di ferro tra il giovane e il vecchio leader che si consumerà la rottura che farà franare la 18esima legislatura. Perché la blindatura di Renzi ha escluso di fatto il Pd da qualsiasi scenario.

Diverso sarebbe stato il discorso con un centrodestra a trazione berlusconiana: allora sì che il Partito Democratico avrebbe accettato di sostenere un governo di “unità nazionale”. Ma il “mai con gli estremisti” di Renzi significa prima di tutto “no a Salvini e a Di Maio“.  Resta allora soltanto uno scenario, che M5s e Lega facciano una “cosa” insieme, ma se è vero che Di Maio non è pronto a sacrificare la premiership, lo è altrettanto che Salvini non è ancora noto per essere un kamikaze.

E sarà in quel momento, quando si renderà evidente che né Salvini né Di Maio potranno governare, che i due faranno un’alleanza, l’unica oltre quella che prevede la spartizione dei presidenti di Camera e Senato. Un’intesa su una legge elettorale in cui ad essere premiati siano i singoli partiti e non più le coalizioni, una legge elettorale per far fuori chi li ha fatti fuori.

Nuove le elezioni dunque. A breve però, così a breve che Berlusconi sia ancora incandidabile, talmente a breve che Renzi non venga già rimpianto. Se possibile in estate o al massimo in autunno, su questo deciderà Mattarella. Ma si torna al voto, più prima che poi.

Milano-Sanremo: quando c’era Cipollini

 

In fondo basta il nome, Milano-Sanremo, a tirarti fuori quella voglia di ciclismo che hai dentro da sempre. La chiamano la Classicissima, perché più classica di questa non esiste. Duecento corridori che montano in bicicletta e percorrono quasi 300 km tutti d’un fiato, su un percorso che è tutto un saliscendi, col mare accanto, il sole primaverile che inizia ad affacciarsi sulla città dei fiori: che poesia, che bellezza.

Ma la Milano-Sanremo è uno spaccato di vita italiana, una metafora dei successi e delle cadute tricolore. La Milano-Sanremo è l’antipasto che ti annuncia che un paio di mesi e arriva il Giro: e allora tutti fuori, tutti in strada, che tra poco passa la maglia Rosa e bisogna salutarla. Retaggi di un Paese che forse nemmeno esiste più, di una voglia di sentirsi Italia che riaffiora soltanto in poche occasioni: ai Mondiali di calcio, in parte alle Olimpiadi e poi via, pronti di nuovo a dividerci, a farci la guerra, e spesso tra poveri.

Perché in questi anni qualcosa si è perso. La Milano-Sanremo la guardi, ma forse non l’aspetti più come qualche anno fa. Quando ti chiedevano cosa fai sabato e rispondevi indignato: “Ma come cosa faccio? C’è la Milano-Sanremo“. E allora dall’altra parte avevano il garbo di non risponderti, abbassavano lo sguardo imbarazzati, colpevoli di aver dimenticato un appuntamento tanto importante. Così provavano a recuperare, con una domanda tanto stupida quanto fondamentale: “Quest’anno ce la fa Cipollini?“.

Perché in fondo, il punto, quello era. Il Re Leone che ruggiva ovunque, ma non a Sanremo. Tante partecipazioni, due secondi posti, e sempre qualcosa che va storto. E poi una promessa da onorare. Quella a papà Vivaldo. L’uomo che da piccolo lo portava a vedere le corse, compresa la Sanremo, perché in gruppo c’era Cesare, suo fratello maggiore. L’uomo al quale un giorno, a Savona, il piccolo Mario promise: “Questa corsa un giorno te la vincerò io“.

Ma il destino è spesso infame. Nel 1999 il papà di Cipollini esce in strada per una sgambata in bici. Cade e batte la testa. Non si riprenderà mai più, restando nell’incoscienza fino al 2010. Si è perso il successo del figlio, arrivato nel 2002 al quattordicesimo tentativo. Il treno bianco e nero che scorta Super-Mario ai 250 metri dal traguardo, lo sprint impetuoso e violento di un corpo generato per esprimere potenza, la paura che Rodriguez spunti dalla ruota proprio sotto lo striscione di via Roma, e poi le braccia al cielo, l’urlo della folla, la vittoria.

Non secondo Mario, però, che al traguardo – in quel fantastico 2002 che gli portò in dote pure il Mondiale di Zolder – subito disse: “E so che mio padre mi ha sentito vincere“. Roba da pelle d’oca, da iniziare a piangere senza smettere più. Roba da Milano-Sanremo.

La Milano-Sanremo, quando c’era De Zan in telecronaca. La Milano-Sanremo di “chi scatta oggi sul Poggio?” e quella di Pantani che assalta la Cipressa. La Milano-Sanremo di Bulbarelli e Cassani su Rai Tre. La Milano-Sanremo dei pomeriggi di isolamento consapevole dal resto del mondo, e guai a chi ci disturba davanti alla tv. La Milano-Sanremo. Quando c’era Cipollini

Come si elegge il presidente della Camera? Risposta: ne vedremo delle belle…

camera dei deputati

 

Il conto alla rovescia è partito. Il 23 marzo si eleggono i nuovi presidenti di Camera e Senato. Punto di snodo di una 18esima legislatura che, in un modo o nell’altro, dovrà darsi un inizio. Ma come si elegge il Presidente della Camera? E allo stato attuale c’è una forza politica che può fare tutto da sola? Risposta: no.

  • Il regolamento

Andiamo a vedere cosa dice il regolamento della Camera dei Deputati:

  • L’elezione del Presidente ha luogo per scrutinio segreto a maggioranza dei due terzi dei componenti la Camera. Dal secondo scrutinio è richiesta la maggioranza dei due terzi dei voti computando tra i voti anche le schede bianche. Dopo il terzo scrutinio è sufficiente la maggioranza assoluta dei voti.

Ora traduciamo. Al primo scrutinio non verrà eletto nessuno. Va bene lo scrutinio segreto, ma nessuno possiede i due terzi dei componenti della Camera. Un po’ di numeri: i parlamentari eletti sono 630. In attesa di conoscere le ripartizioni ufficiali (sì, non ci sono ancora), i conteggi delineano questo scenario:

  • CENTRODESTRA: 260 seggi
  • MOVIMENTO 5 STELLE: 221 seggi
  • PD + SVP: 112 seggi
  • LIBERI E UGUALI: 14 seggi

Nessuno ha i due terzi.

  • Cosa succede quindi?

Si va avanti: al secondo scrutinio anche le schede bianche vengono considerate come voti validi. Ma pure in questo caso sembra difficile un accordo. Servono 400 voti e rotti, a seconda dei votanti. Dunque, a meno che il centrodestra non trovi l’accordo con i grillini per spartirsi Camera e Senato  (e dunque Palazzo Chigi) non ci sono i numeri. Fino al secondo scrutinio, pur volendo, anche il Partito Democratico è tagliato fuori: aggiungendo i suoi 112 seggi a quelli di Movimento 5 Stelle o centrodestra non si arriva al magic number.

  • Terzo scrutinio: pop-corn

Ecco, da qui in poi ci si diverte: preparate i pop-corn. Al terzo scrutinio basta avere la maggioranza assoluta dei voti per eleggere il Presidente della Camera. Quindi su 630 eletti il numerino magico diventa 316. E qui con un’alleanza i numeri ci sono:

  • CENTRODESTRA + MOVIMENTO 5 STELLE = 481
  • CENTRODESTRA + PD = 372 
  • MOVIMENTO 5 STELLE + PD = 333 

Sarà dal terzo scrutinio in poi – perché può darsi ce ne vogliano comunque molti di più e si prosegua ad oltranza- che capiremo che forma prenderà questa legislatura. E se ci sarà un governo, soprattutto…