Il gioco del trono: così è rinato Renzusconi

gioco trono

 

Dai segnali di fumo alle schermaglie. Dalle pacche sulla spalle alle telefonate mancate. Salvini e Di Maio, adesso, per comunicare usano televisioni e social, a dimostrazione che la luna di miele è già finita e il matrimonio annunciato rischia di naufragare al primo scoglio. Così iniziano a beccarsi, a provocarsi, a giocare al “vediamo chi è più forte“, dimostrando forse scarsa memoria: perché il punto è sempre lo stesso, mancano i voti per fare un governo. O qualcuno cede o si torna al voto.

Prospettiva, quest’ultima, che entrambi i leader della Terza Repubblica accarezzano quotidianamente, restandone ogni volta affascinati. Di Maio nella convinzione che il M5s otterrebbe un mandato ancora più forte di quello appena ricevuto, Salvini consapevole che la sua irruenza nei rapporti con Forza Italia per poco non ha mandato Berlusconi al tappeto, consentendogli di travasare molti voti azzurri nel nuovo partito che verrà: Lega Italia.

Ma nella lunga notte delle trattative seguite allo strappo sul Senato, Berlusconi ha avuto il merito di cambiare registro. Perdere una battaglia per non rinunciare alla guerra. Sul terreno ha lasciato soldati che mai avrebbe pensato di sacrificare come Brunetta e Romani, ma nella partita più ampia, quella della sopravvivenza, pure l’uomo di Arcore ha presente il significato dell’espressione “mors tua vita mea“.

Così, di nuovo, è ancora Berlusconi l’ago della bilancia per la formazione del governo. Perché Di Maio si è arroccato sul principio di non volere i voti di Forza Italia (che però per l’elezione di Fico alla Camera ha accettato) fidandosi di Salvini e del fatto che “Matteo” avrebbe dato al Cavaliere il benservito in tempi brevi.

Ma il leader della Lega, al di là di un aspetto rozzo, è stratega finissimo. Non ha interesse nell’abbandonare la compagnia di un Berlusconi al tramonto per servire a Di Maio la leadership su un piatto d’argento. Piuttosto aspetta che l’agonia di Silvio giunga a compimento. Se possibile senza strappi ulteriori, che i fedelissimi berlusconiani in giro per l’Italia difficilmente gli perdonerebbero, così come le sue televisioni.

E in questa guerra di posizione, l’unico che potrebbe far saltare gli schemi, si chiama Matteo Renzi. Ma l’ex segretario preferisce gustarsi lo spettacolo come fosse al cinema. Consapevole che il potere logora, ma in questo caso – facendo propria la citazione di Giulio Andreotti – soprattutto chi non ce l’ha: cioè Salvini e Di Maio.

Nella drammatica notte che ha portato alla composizione delle liste del Pd, Renzi ha blindato il Partito, lo ha riempito di fedelissimi che non tradiranno il suo diktat: restare all’opposizione ad ogni costo, lasciar fare ai due vincitori delle elezioni perché “adesso tocca a loro“.

Così il paradosso si rende plastico. Speravano di vincere, Renzi e Berlusconi. Di accordarsi su un Nazareno-bis che avrebbe garantito la centralità di entrambi. Hanno perso, ma nessuno può escluderli dal gioco del trono. Così è rinato Renzusconi.

Hanno infangato pure lui, chiudete tutto

 

Vedi passare i suoi filmati da giorni e già senti nostalgia. Perché quando la macchina televisiva riprenderà il suo corso pensi che il sorriso di Fabrizio Frizzi non lo rivedrai più. Ed è un peccato, un’ingiustizia, un colpo al cuore. Ma al rammarico e al rimpianto si aggiunge pure il dolore, la rabbia, l’incomprensione di una certa fascia di Paese che a stare zitta proprio non riesce, deve per forza parlare, ad ogni costo sputare veleno.

Così quando ti capita di navigare tra un articolo e l’altro dedicato all’uomo dei sorrisi, scopri che nell’ombra c’è sempre la gente dei ghigni malefici, quella dell’invidia sociale a prescindere, del “se l’è meritato comunque“. Scrivono con un livore mai visto che Frizzi “se stava male poteva stare a casa visto che c’ha i soldi e una bella pensione“.

Attaccano così, senza remore, senza pensare per un attimo che di quella storia non sanno nulla, senza capire che la vita per chiamarsi vita dev’essere vita. E insistono, gli ignoranti, non hanno la sensibilità di tacere, sentono la necessità di dire che “io Frizzi comunque non lo sopportavo“.

Perché questo ormai è il web: uno zoo, più che una giungla. Dove tutti si sentono in dovere, mica in diritto, di graffiare, di suscitare clamore, di strappare consensi giocando a chi la spara più grossa. L’opposto di quello che ha lasciato in eredità Frizzi. Uno stile bonario, gentile, educato, elegante.

Allora se questo devono essere i social, se questo dev’essere il web, per favore chiudete tutto. Levateci il diritto di parola. A tutti. Pure a noi, che di questa follia generale non ne possiamo più.

Intanto è comunque troppo tardi. Hanno infangato pure lui. Che schifo.

Fabrizio Frizzi, se “verso l’infinito e oltre” vale davvero

 

Fabrizio Frizzi è morto. E per una volta speri si tratti di una bufala, di una notizia strappa-click, di un pesce d’Aprile anticipato. Saresti pronto a perdonarli tutti, dopo un rapido giro su Google, tanta è la contentezza di scoprire che di vero non c’è nulla. Ma è il passaparola in famiglia, quello di cui ti fidi di più, a dirti che Frizzi se n’è andato davvero, che non c’è fake news, stavolta è finita.

E non ci sono troppe parole da dire. Perché anche se lo avevi visto invecchiato speravi sempre in una ripresa lenta ma progressiva, in una battaglia da vincere piano piano con l’aiuto “tuo”, che insieme ad altri milioni di italiani costituivi il “suo” pubblico quotidiano, la benzina che lo spingeva a lottare giorno dopo giorno.

Un po’ come Stella, la figlia per cui voleva vivere ancora, che a 5 anni d’età conosce il padre meno di noi. Noi che siamo cresciuti coi suoi programmi, noi che ci chiedevamo se la sua risata fosse vera e spontanea. Noi che lo preferivamo con gli occhialoni da secchione. Noi che da piccoli aspettavamo settembre per giocare con la nonna a fare pronostici su chi avrebbe vinto Miss Italia, noi che Fabrizio Frizzi è la voce di Woody di Toy Story (e quando l’abbiamo scoperto gli abbiamo voluto più bene di prima).

Noi che oggi ci sentiamo tutti un po’ più soli, noi che “verso l’infinito e oltre“, per te, vale davvero.

Roger Federer patrimonio dell’Umanità: va gestito (non rompete)

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Prima soffre con Coric, poi si arrende a Del Potro, infine capitola con un tale di belle speranze – fino a ieri non mantenute – che solo il nome è un perché: Kokkinakis. Così Roger Federer perde il trono a lungo inseguito, non sarà più numero 1 – lo dice la matematica – e passerà lo scettro al nemico-amico di una vita, a quel Nadal che è per antonomasia il suo rivale, la sua nemesi tennistica, l’antagonista perfetto. E da una parte va bene così.

Poi in conferenza stampa arriva la doccia gelata, l’annuncio che avremo tre mesi senza Federer, che salterà la stagione sulla terra rossa. Quella in cui ci si sporca i calzini, si suda, si soffre, ci si infortuna. Niente Roland Garros, di nuovo. Niente Roma (cari fan italiani). Roger ci ricorda che è umano, ha quasi 37 anni, e conviene accettarle le sue condizioni, mica storcere il naso come i benpensanti hanno già iniziato a fare da un po’.

I criticoni a prescindere, i rosiconi francesi, quelli come l’ex tennista Guy Forget: “Un numero 1 deve giocare tutti gli Slam“. Ma se il concetto di “nomen omen” vale ancora Forget – che in inglese si traduce col verbo “dimenticare” – ha forse scordato cosa voglia dire viaggiare da una parte all’altra del Pianeta di settimana in settimana, allenarsi di continuo, stressare il fisico quotidianamente, vincere senza fermarsi mai. Ops, forse Forget non ha mai vinto abbastanza per rendersi conto. Pardon.

Se nulla succede per caso, però, questa doppia sconfitta nel giro di una settimana serve pure a qualcosa. Magari a svegliarci da questa folle illusione che stavamo coltivando, che aggiustamenti tecnici e tattici sarebbero bastati a fermare il tempo, che soltanto a casa Federer si utilizzasse come fuso l’ora “illegale”, che fosse tutto destinato a continuare per sempre, insomma.

Così non è, così non sarà. Prepariamo i fazzoletti, per quando succederà di dirsi addio. Impariamo a godere di questo Patrimonio dell’Umanità, quando si può. Come un’opera d’arte in esposizione soltanto in certi periodi dell’anno. Fidiamoci di Roger, punto.

La coltellata di Salvini, ma Berlusconi può scegliere come morire

 

Quando viene raggiunto dalla coltellata di Salvini, Silvio Berlusconi sperimenta sulla propria pelle la sorpresa e il dolore del tradimento. Non pensava che si sarebbe arrivati a questo. Non così. Non adesso.

L’indicazione della Bernini come presidente del Senato suona alle orecchie dell’uomo di Arcore come un diktat dai toni prepotenti e intollerabili. E c’è da capirlo Berlusconi, fino a venti giorni fa capo indiscusso del regno e adesso insidiato anche in casa propria. Così, pochi minuti dopo la mossa del cavallo di Salvini, il Cavaliere raduna tutti i suoi fedelissimi a Palazzo Grazioli, la residenza romana dove 24 ore prima erano andati in scena l’abbraccio e la calorosa stretta di mano con quello che adesso ha preso a considerare come un traditore. Un nuovo Fini, per intenderci.

Vuole guardare in faccia la sua guardia reale, Berlusconi. I Romani, i Brunetta, i Gianni Letta, gli uomini chiamati a serrare le fila ora che, è chiaro, da parte del leader della Lega si tenta di mandare allo sbaraglio l’intera armata azzurra. E pallottoliere alla mano, Berlusconi inizia la conta. Da grande imprenditore qual è stato, però, il Cavaliere conosce la realtà dei numeri: ed è quella che rifiuta dalla notte del 4 marzo, la stessa che gli impedisce di vincere il braccio di ferro col giovane leader. Nemmeno è certo di riuscire a trattenere tutti i suoi parlamentari, quelli che – quando si tratterà di fare la scelta di campo definitiva – guarderanno prima alla carta d’identità dei leader in gioco (un 45enne contro un 81enne) soltanto poi alla parola data.

Così si appresta giocare quest’ultima battaglia da sconfitto, scommettendo sul fatto che gli italiani presto si renderanno conto del tradimento, che il centrodestra è centrodestra solo se c’è Berlusconi. E Salvini vada pure coi 5 Stelle, prima o poi si renderà conto dell’errore che ha fatto.

Ragionamenti che avrebbero un senso diverso se gli anni fossero meno, se Berlusconi fosse candidabile in prima persona, se non ci fossero così tanti “se” da rendere difficile immaginarne l’ennesima resurrezione. Ma un diritto, con il suo ultimo 14% e con i milioni di voti che ha ottenuto in questi anni, Berlusconi se l’è conquistato: può scegliere la fine che ritiene per sé migliore. Nessuno potrà togliergli il gusto di morire con la spada in pugno.

L’errore di Di Maio: o cresce o dice addio al governo

 

La partita del Palazzo è intricata, scorbutica, a volte rissosa. Il fischio d’inizio c’è stato la notte del 4 marzo, ma se tre settimane non sono bastate a scegliere due figure di garanzia per eleggere i presidenti di Camera e Senato vuol dire che davvero non c’è via d’uscita. Non tanto per una questione di numeri – che con un po’ di buon senso un’intesa si riuscirebbe anche a trovare – ma per la qualità degli uomini che si ritrovano adesso a trattare, a dover capitalizzare il consenso che gli elettori gli hanno dato – e in massa – quando sono stati chiamati a decidere il futuro del Paese nelle urne.

Così veniamo a Di Maio e a quell’arroganza diventata spocchia, a quel “noi siamo bravi e voi (tutti gli altri) disonesti“, che esclude il Movimento da ogni possibile intesa, non solo per l’elezione dei Presidenti delle Camere, ma soprattutto per la formazione del nuovo governo.

Era parso, un attimo dopo il voto, che il M5s avesse fatto un bagno di realtà, si fosse definitivamente allontanato dall’epoca dei vaffa e del giustizialismo, avesse consapevolmente abbandonato i toni dell’uno contro tutti per trovare un accordo, visto che la premessa di fondo è che non ha i numeri per governare da solo. Era sembrato un buon segnale, un fatto positivo soprattutto per la pacificazione di un Paese che ha sfiorato i forconi. Era parso, era sembrato. Appunto. 

Perché alla prova dei fatti è arrivato l’errore, la caduta nella trappola di Berlusconi, che pure al tramonto riesce ad essere il più lucido degli strateghi. La richiesta, in fondo, non è peregrina: se il centrodestra al suo interno si è accordato per Paolo Romani presidente del Senato, non spetta al M5s – che dall’inizio ha professato la volontà di voler dividere le due Camere tra sé e la coalizione vincitrice delle elezioni – sindacare sulle decisioni interne a quello schieramento.

Ma più del no a Romani, a meravigliare è l’atteggiamento adolescenziale nei confronti del leader di Forza Italia. Berlusconi, una volta appreso il no del M5s a Romani, chiede un incontro tra leader. E anche in questo caso Di Maio si nega, provando a suggerire che a parlare di poltrone siano i capigruppo, come se rapportarsi con Brunetta non fosse la stessa cosa che parlare con Berlusconi, in sostanza.

E l’equivoco, anche divertente, è che Di Maio cita l’esperienza del Nazareno, dell’accordo tra Renzi e Berlusconi, per giustificare quello che non è altro che un errore di inesperienza. Non puoi ambire a formare un governo con i voti del centrodestra schifando uno dei leader del centrodestra. Non puoi sperare di ottenerne i voti, se non lo legittimi come hanno fatto – anche stavolta – milioni di italiani.

Chiedono i voti, ma mettono veti. La campagna elettorale è finita. Qualcuno informi Di Maio se non vuole iniziarne un’altra.

Serena Williams non è finita

serena williams

 

La vedi respirare in affanno. Prendere fiato tra un punto e l’altro. Aprire la bocca e chiudere gli occhi. E capisci bene che non è soltanto fatica. Più che altro fastidio, disapprovazione, un senso di smarrimento quasi nuovo, una strana sensazione che non conosce. “Cosa mi sta succedendo?” – sta pensando Serena Williams – “Tornerò mai me stessa?“. Perché per la regina del tennis femminile, anche a 36 anni, l’abitudine alla mediocrità non è contemplata. Ma quanto fanno male le accelerazioni di Naomi Osaka questa sera a Miami? La ragazzina cresciuta nel suo mito, che adesso dall’altra parte della rete pare più potente e più veloce, più tutto e basta, più forte punto.

Ma Serena Williams è Serena Williams non per caso. Non si dimenticano gli allenamenti di papà Richard, le palline sempre sgonfie per esercitare la potenza, i ragazzini a bordocampo pagati perché insultassero lei e la sorella Venus, abituandole a ciò che da grandi avrebbero dovuto affrontare.

Quando sei Serena Williams, dunque, l’idea della sconfitta lascia spazio subito alla voglia di riscatto, al pensiero che tutto passa comunque e sempre. Perché la vera campionessa non vede il declino, semmai rincorre l’appuntamento col destino che le restituirà la gloria, che certamente arriverà.

Che qualcosa sia cambiato, però, si avverte distintamente: piedi e muscoli poco reattivi, fiato che viene a mancare, servizio ad intermittenza. E poi quegli incitamenti a se stessa, quelle urla immotivate, neanche fosse in una delle sue finali, quando per versare qualche goccia di sudore doveva complicarsi la vita da sola, tanto era netta la superiorità sulle avversarie. Serena non è più la stessa, vero. Semplicemente perché non poteva esserlo, dopo un anno e oltre di stop, dopo aver dato al mondo la sua Alexys Olimpia.

Ma sta nella promessa fatta alla figlia, la stessa per cui per poco non è morta sotto i ferri, la garanzia che la regina riavrà la sua corona. Ha detto di voler continuare a giocare ancora un po’, quel tanto che basta perché la sua bambina riesca ad avere ricordi positivi di lei in campo. E non sarà più la pantera di un tempo ma ha pur sempre talento smisurato, qualità fisiche e tecniche di un altro pianeta, e soprattutto una forte motivazione. Vincere per ciò che ha di più caro al mondo. Serena Williams è tornata, Serena Williams non è finita.

La giusta fine di Nicolas Sarkozy

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Nicolas il viscido, Nicolas il traditore. Sarkozy l’arrivista, Sarkozy il malfattore. L’ex Presidente della Repubblica francese in stato di fermo: “mon Dieu“, perché non ci stupisce?

Eletto grazie ai soldi di Gheddafi, il capo della Libia che ha sbagliato a fidarsi di lui. Sarkozy che cambia idea troppo spesso, Sarkozy lo scostante: Sarkozy che voleva essere il nuovo Napoleone, e allora sapete che c’è? Ha pensato bene di bombardarlo il Colonnello, di fomentare la rivolta dei suoi oppositori, di contribuire all’uccisione del suo vecchio finanziatore.

Sarkozy e quell’ossessione per la grandeur perduta, ma mica da lui (che grande mai lo è stato), semmai dalla Francia. Sarkozy il leader ad ogni costo: appunto, persino pagando. Nicolas il presenzialista, mai una volta dietro le telecamere: sempre davanti, sempre pronto a prendersi la scena. Con quel sorriso che per un po’ ha intrigato i francesi, poi li ha irritati, disgustati.

Sarkozy non più affascinante, se non per Carla Bruni. E qualcuno ci dica se l’accento dobbiamo metterlo oppure no sul cognome dell’ex prèmier dame. Se la Bruni è Carla l’italiana o Carlà la francese, che la signora cambia idea a seconda delle circostanze, un po’ come il marito. Lo scorbutico, suscettibile, maleducato Sarkozy. Quello che al G20 di Cannes inveì contro il presidente greco che rischiava la bancarotta, dimenticando le regole del buon padrone di casa.

Sarkozy il cugino infido dell’Italia. Sarkozy, sempre lo stesso, quello del sorrisino malizioso con Angela Merkel che mise in ginocchio la credibilità di Berlusconi dentro e fuori i confini nazionali.

Sarkozy, il cattivo. L’uomo che voleva farci distruggere dal Fondo Monetario Internazionale, presieduto guarda caso da Christine Lagarde, la francese che in una lettera passata alla storia scrisse al suo Presidente:”Usami per il tempo che ti serve“. Ci salvò Barack Obama, che in un vertice drammatico se ne uscì con una battuta dai toni cinematografici:”I think Silvio is right“, “Penso che Silvio ha ragione“.

Ma resta sullo sfondo il suo ghigno malefico. Sarkozy sul piedistallo, Sarkozy che adesso non ride più. Sarkozy che stavolta è finito. Rien ne va plus, adieu Nicolas.

Del Potro: il gigante di Tandil venuto dalla fine del mondo

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Il gigante di Tandil si muove senza grazia, porta un peso niente male. Dall’alto osserva tutto e tutti, come un Ciclope può schiacciarti oppure no. Figura mitologica – o giù di lì – non fabbrica fulmini per Zeus, ma i suoi colpi sono come saette. Puoi restare folgorato.

Ai campi di mais e patate ha preferito quelli da tennis. Resta comunque il giallo, ma delle palline. E che rimpianto pensare che poteva essere dei nostri, perché il cognome non mente: scorre nelle sue vene il sangue di qualche italiano d’Argentina, di un emigrante salito su una nave salpata per le Americhe, chissà quanti anni fa.

Così il gigante di Tandil (con l’accento sulla i) lo senti anche più vicino. Pure se si macchia di lesa maestà, sfidando e sconfiggendo a duello Re Roger, capisci di non volergli male. Perché pensi al calvario che ha passato, ai polsi rotti e doloranti, agli infortuni mille, alla sfortuna troppa.

Ripercorri la sua vita e la sua storia. Lo vedi giocare bambino in un campo da calcio, sognare un futuro da campione del pallone. Poi ne comprendi la tragedia: la sorellina che sale in cielo, i genitori che pensano di colmare i vuoti e tappare le tristezze aggiungendo un altro impegno alla sua giornata. E Juan Martin che inizia a tirare contro un muro a tutte le ore, pensando di spaccarlo, di fargli male con in mano una racchetta.

Ma il gigante di Tandil non è mai stato un orco cattivo. Ha solo braccia pelose e altezza da mostro. Poi due occhi azzurri e onesti come il mare. Di lui ci si può fidare. Come il Papa argentino, c’è un tennista “venuto dalla fine del mondo“.

Vincenzo, Vincenzo! Ma che hai fatto Vincenzo?

Nibali Sanremo

 

Vincenzo, Vincenzo, è partito Vincenzo!” Basta quella frase in tv, quell’urlo negli altoparlanti di Sanremo, per saltare dalla sedia. “Vincenzo, Vincenzo, è partito Vincenzo!“. Che attenzione, non è Nibali: è Vincenzo.

Vincenzo con quel suo fisico da uomo normale diventato campione, con quella faccia abbronzata da emigrato d’altri tempi, Vincenzo con gli occhi sempre lucidi e profondi. Vincenzo papà di Emma, Vincenzo dai: Vincenzo Nibali.

Così vedi la sua maglia rossa uscire dal gruppo, lanciarsi all’inseguimento del campione lettone: e nel suo sguardo ti sembra di immortalare il lampo di follia che si trasforma in impresa, la frazione di secondo in cui il sogno diventa possibilità.

E adesso pedala, pedala Vincenzo. E non ti voltare, che ci siamo noi, milioni di italiani, a guardarti le spalle, a controllare che il gruppo cattivo non venga a riprenderti.

Disegna le curve della discesa e fingi di non sentirle le gambe che bruciano e fanno male in quel vialone lungo e infinito. Raccogli le energie che ti restano. E goditi il momento, che vorremmo esserci noi al posto tuo. A soffrire, a sudare, a vedere lo striscione del traguardo là sotto, sempre più vicino.

Alè Vincenzo: pedala, pedala, e non ti fermare. Che manca un km, forse meno, e hai ancora un buon margine. Pedala, pedala, ma prenditi il tempo per esultare. Alza le braccia al cielo. Urla, ridi, piangi. Vinci.

Ma che ha fatto Vincenzo?“. “Ma cos’hai fatto Vincenzo?” Ha vinto Vincenzo, Vincenzo Nibali.