Trump incontra Kim: saluti e baci (e ci salvi chi può)

kim jong-un

 

Faccia a faccia tra potenti. Prova di forza, incontro d’affari. Gabbia di matti. Chiamatelo come volete l’incontro fra Donald Trump e Kim Jong-un, ma una cosa è certa: da qui a poco si fa la storia. Nella stessa stanza, il prossimo maggio, si troveranno di fronte l’uomo più potente del mondo (ma occhio a Putin che avanza) e quello che gli ha tolto il sonno nell’ultimo anno e mezzo.

Usa e Corea del Nord, mai così vicine. Al punto che si fatica pure a determinare il luogo dell’incontro. Perché uno, Kim, non è mai uscito dalla sua Corea. Mai una visita ufficiale, un viaggio da Capo di Stato, nulla. L’altro, The Donald, dopo aver spalancato un portone al dittatore non può rischiare di andarlo a trovare in casa propria, incappando magari in un Kim che si alzi quel giorno di pessimo umore, faccia saltare il banco, gli rifili uno schiaffo diplomatico e sancisca la sua fine politica.

Così l’inquilino della Casa Bianca non avrà modo di osservare da vicino il “grosso pulsante nucleare” posizionato sulla scrivania di Kim. Quello con cui il Capo di Stato nordcoreano ha terrorizzato non solo gli Usa, ma soprattutto Corea del Sud e Giappone. Perché ormai è chiaro, verificato, certo: il dittatore ha i missili e possono arrivare lontano. Ne è la prova proprio l’incontro di maggio, annunciato da Trump su Twitter (e dove sennò?).

A Washington hanno preso atto che la Corea del Nord è a tutti gli effetti una potenza nucleare. Sedersi al tavolo col nemico significa riconoscerlo come un problema, ma anche accreditarlo come interlocutore. E qui entrano in gioco Trump e il suo desiderio di scrivere la storia. Quella voglia di ottenere un riconoscimento universale, di smentire chi dall’inizio lo ha bollato come un tamarro arricchito.

trump

E in questa sorta di deficit emotivo, in questo atteggiamento tipico del bullo che picchia duro perché non si sente accettato, l’uomo di New York trova sponda nel leader di Pyongyang. Anche lui desideroso di approvazione, al punto di aver sfidato il mondo intero: costruendo missili, aprendo lager nel Paese per sopprimere i pochi che si azzardavano a mettersi di traverso, arrivando a giustiziare uno zio e ad uccidere il fratello maggiore col gas nervino. Zero scrupoli, molti calcoli.

E scordatevi che Kim accetti di arrivare negli Usa. Si sente braccato in patria, al punto di limitare i suoi (pochi) spostamenti alle ore precedenti al sorgere del sole. Teme di essere vittima di attentati, di finire avvelenato. Figurarsi se deciderà di mettere piede a Washington, dove qualcuno un attimo dopo l’atterraggio potrebbe ammanettarlo. E a quel punto chi s’è visto s’è visto. Tanti saluti alla guerra nucleare e ai missili, che nessuno in Corea del Nord avrebbe più il coraggio di sganciarli.

Per cui teniamoci forte, allacciamo le cinture di sicurezza, ma controlliamo pure che il seggiolino eiettabile funzioni a dovere. Trump e Kim. O Trump contro Kim. Ma magari Trump con Kim. Magari, sì…

Renzi se ne va, ma non è morto

renzi motorino firenze

 

Adesso che ha sbattuto la porta, sottraendosi al giochino di chi voleva trascorrere le prossime settimane a crocifiggerlo, Matteo Renzi aspetta quasi divertito la prossima mossa degli avversari. E per avversari intende tutti: i 5stelle e i leghisti, che senza i suoi voti non governeranno; ma soprattutto gli amici democratici, i carissimi compagni, che fino al 3 marzo si esibivano in baci e abbracci e gli giuravano fedeltà. Il giorno dopo avevano già i pugnali in mano.

Sono loro, sempre gli stessi, i congiurati che dopo il crollo nelle urne hanno pensato bene che “ora o mai più, o ci liberiamo di Matteo adesso o non avremo un’altra occasione“. Per questo, il lunedì delle sue dimissioni, speravano in una resa senza combattere del loro segretario. Si auguravano che dopo una delle sconfitte più pesanti nella storia della sinistra, Renzi gli rendesse facile il compito. Se ne andasse e basta, insomma.

Ma Renzi è Renzi, e non cambia. Col senno del poi vede gli errori degli altri, immagina ciò che non gli hanno consentito di fare. E se si guarda allo specchio non si trova diverso da quello che nel 2014 ottenne il 40% dei consensi. Più dei 5 Stelle, più di Di Maio, più di tutti.

Se qualcosa si è rotto, dunque, non è stata colpa sua. Ma dei giornali, degli “amici dell’informazione” che lo hanno dipinto come un ducetto interessato ai suoi affari, che hanno montato la rabbia della gente, senza capire che è stato in quei famosi “mille giorni” di governo che cita fino alla nausea che l’Italia è ripartita.  Così prima di lasciare si toglie il gusto di mettere un freno alla narrazione che vuole Gentiloni come il primo della classe. Questione di stili diversi, secondo Renzi. Ma nella sostanza non c’è misura politica che non rifarebbe, non c’è momento in cui vacilli dentro di lui il convincimento che il Presidente del Consiglio ha raccolto i frutti del suo lavoro, e non il contrario.

Per questo, quando intravede lo sciame di mosche in procinto di fiondarsi sulla sua carcassa, Renzi dà l’impressione di non essere morto. Anzi, forse del Pd è il più vivo di tutti. Rifiuta di travasare il consenso del Partito Democratico all’interno del Movimento 5 Stelle. E non si sorprende del fatto che la ressa per salire sul carro dei vincitori comprenda nomi insospettabili della cosiddetta “nomenclatura” di sinistra. Italiani voltagabbana, diceva qualcuno.

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Così li invita a venire allo scoperto:”Per me il PD deve stare dove l’hanno messo i cittadini: all’opposizione. Se qualcuno del nostro partito la pensa diversamente, lo dica in direzione lunedì prossimo o nei gruppi parlamentari“. Non fa nomi, ma i Gentiloni, i Franceschini, quelli che ai suoi occhi sono  e restano traditori, recepiscono il messaggio e provano a sollevarlo con la forza della massa, a provocare una sommossa all’interno del Partito.

Più che altro perché rovesciarlo da soli non possono. Non ne hanno la forza. E neanche il coraggio. Perché Matteo ancora sposta milioni di voti, loro al massimo qualche migliaio. Per questo Renzi non è morto, non adesso, non ancora.

Se Di Maio diventa Di Mai

di maio m5s festa

 

Mentre fissa tutti e nessuno, nella prima uscita davanti ai giornalisti dopo il boom del Movimento, ti accorgi per la prima volta che neanche Luigi Di Maio avrebbe sperato tanto. A stento trattiene il sorriso. Si sente un predestinato, e forse lo è per davvero.

Ma è con i festeggiamenti della notte prima, quando le proiezioni di Mentana lo danno abbondantemente primo sulla concorrenza, che consegna alla storia l’immagine del sorpasso. Esultano in gruppo davanti allo schermo, i grillini. Come se l’Italia avesse segnato un gol decisivo nella finale dei Mondiali. Ma il paradosso sta nel fatto che nel 2018 è possibile l’impensabile: l’Italia ai Mondiali neanche c’andrà. E il partito di Di Maio è primo alle elezioni.

Primo, però, è diverso da vincitore. Perché chi critica il Rosatellum dimentica che ha fatto il suo dovere: era una legge elettorale studiata per arginare i grillini, e questo ha fatto. Di Maio come Bersani. Siamo arrivati primi ma non abbiamo vinto.

Per questo, un minuto dopo il voto, il Movimento cambia i toni. Perché è chiaro fin da subito che questa è l’occasione unica che la storia gli ha servito: governare adesso e dimostrare che tutte le promesse erano proposte, per di più realizzabili.

Così parte la caccia ai voti mancanti, che nelle idee del M5s non significa fare alleanze. Ma nei pensieri di chi i suoi voti li deve prestare evidentemente sì. Perché dopo l’onda gialla che sommerge l’Italia da Nord a Sud, sono pure tutti gli altri, gli sconfitti, a domandarsi: e adesso? Abbracciare il Movimento 5 Stelle sperando di godere di luce riflessa o restare dall’altra parte, col rischio di diventare ininfluenti?

Ma dopo il voto che secondo molti fa nascere la Terza Repubblica, è paradossalmente l’uomo che le elezioni le ha vinte, Luigi Di Maio, quello più in difficoltà di tutti. Perché dopo aver ricevuto il mandato popolare, i 5 Stelle non hanno scuse: un governo si deve fare. E il rischio è di dover per forza rinunciare a qualcosa: vuole i voti del Pd de-renzizzato? Deve entrare nell’ottica di rinunciare alla premiership. Vuole i voti del centrodestra o di una sua parte? Il finale è lo stesso. Si chiama compromesso, politica.

E sta nella capacità di trovare un accordo, in quella di sedurre senza svendersi, di abbracciare senza restare soffocati, che andrà delineandosi il valore del capo politico del primo partito italiano. Perché adesso si gioca la sua partita personale: ha vinto, ma deve anche riuscire a governare. Non trasformarsi da Di Maio in Di Mai

Renzi si è dimesso, ma non da se stesso

renzi dimissioni 2

 

Ha perso. E ammetterlo gli costa una certa fatica. Ma è come sempre quando perde, che Renzi offre il meglio del suo repertorio politico. Fu così nel 2012, quando sconfitto alle primarie da Bersani pronunciò uno dei discorsi più belli della sua carriera. E così è stato ieri, quando ha scelto di gettare la maschera, sapendo che così avrebbe fatto uscire allo scoperto i congiurati che da tempo tramavano nell’ombra.

Si fa attendere per tutta la giornata, il giorno dopo il crollo. Nella stanza al terzo piano del Nazareno, Renzi è circondato dai suoi pretoriani. Da Lotti a Richetti, da Guerini ad Orfini. Tutti gli chiedono di resistere alla guida del Partito, non vogliono il sacrificio del capo. Forse perché sanno che se viene giù Matteo viene giù tutto, compresi loro.  Ma tant’è, Renzi stavolta non cambia idea. Passa tutto il giorno a rifinire il discorso dell’addio. O dell’arrivederci. E sul foglio che ripiega nervosamente, quando si presenta davanti ai giornalisti, sono scarabocchiati tutti i sassolini che il segretario ha deciso di togliersi dalle scarpe, prima di lasciare il cortile e portare via il pallone.

renzi dimissioni

Ne ha per tutti, Matteo. Ne ha per Mattarella, che gli ha negato di tornare alle urne quando il vento populista non era a suo dire così forte. Ne ha per Gentiloni, già ex amico, destinatario dell’accusa di quell’eccesso di tecnicismo che secondo lui è stato tra le cause del tonfo nelle urne.

Ma chi spera che Renzi lasci senza colpo ferire non conosce l’uomo. Qualcuno lo definisce arrogante, lui preferisce dire di avere carattere. E in effetti quello usa quando dice “no agli inciuci“, “no ad un reggente scelto da un caminetto” e “no agli estremismi“.

Così bombarda chi spera in un appoggio esterno ad un governo Di Maio o Salvini; chi da mesi tramava per una sua successione e chi, dopo aver descritto lui e il suo Pd come “mafiosi, corrotti, impresentabili, con le mani sporche di sangue“, adesso sperava nei suoi voti.

Ed è qui che Renzi ha il suo sussulto d’orgoglio:”Sapete che c’è? Fate il governo senza di noi“, dice. E in quella frase sta tutta la ripicca covata dal segretario, che annuncia le dimissioni ma le rinvia. Non perché abbia voglia di prolungare la sua reggenza. Al contrario, non vedrebbe l’ora di sbarazzarsi dei vincoli del Pd, di tornare a fare il battitore libero che solo 4 anni fa entusiasmava le folle. Ma perché davvero si sente “garante di un impegno morale, politico e culturale: abbiamo detto in campagna elettorale no al governo con gli estremisti e degli estremisti, non abbiamo cambiato idea in 48 ore“.

Ne fa un punto d’orgoglio. Resterà per impedire che chi lo ha abbattuto tragga vantaggio dal suo patrimonio politico. Resterà fino a quando qualcuno dal Pd non abbia la forza – e il coraggio – di rovesciarlo. E poco conta che nessuno creda al suo addio alle scene. Nemmeno lui si spinge a chiedere tanto. Al massimo arriva a dire che in futuro farà il senatore semplice. Ma c’è già chi lo vede, tra qualche mese, ricandidarsi alle primarie. Si sarà pure dimesso da segretario, ma Renzi non si è dimesso da se stesso.

Salvini e il sorpasso: ma Berlusconi non è domato

Nella notte che certifica il boom dei 5 stelle e rende plastica l’ingovernabilità del Paese, si consuma il passaggio epocale.

Quando i primi exit poll parlano di un sorpasso della Lega ai danni di Forza Italia c’è ancora spazio per l’incredulità. Non era mai successo che il fondatore del centrodestra venisse superato da un concorrente interno alla sua stessa creatura. Così c’è bisogno di qualche ora per rendersi conto che è tutto vero: Salvini che supera Berlusconi, il mondo capovolto.

Spetta agli esponenti azzurri di lungo corso- quelli che le stagioni del berlusconismo le hanno attraversate tutte – fare buon viso a cattivo gioco quando le proiezioni dipingono un quadro allarmante, e il segnale da Arcore è muto.  Parla di vittoria del centrodestra, Brunetta, e si limita a quello. Ha l’arduo compito di rassicurare un popolo che non trova gusto nell’idea di un successo a trazione leghista, che sperimenta per la prima volta l’arretramento dell’uomo di Arcore.

Doveva essere l’elezione della rivincita, dell’argine ai populismi di diversa estrazione, del ritorno in Europa in grande stile: è stato probabilmente il crepuscolo di un’epopea irripetibile. Ci sono un prima e un dopo 4 marzo, un centrodestra di ieri e un forse-centrodestra di domani. Ma pare chiaro che a dare le carte non sarà più Berlusconi. Che pure col carattere tipico del campione abituato a giocare da leader tenta il dribbling fino a quando riesce a intravedere un po’ di spazio. Prima reclamando l’importanza dell’assegnazione dei seggi nell’attribuzione della leadership. Poi, quando pure quell’ipotesi pare sfumare, aspettando fino all’ultimo momento la fine degli scrutini.

Ma sta nella visita ad Arcore di Salvini l’ideale passaggio di consegne. Il leader della Lega varca per la prima volta i cancelli di villa San Martino non più da sottoposto, ma da leader di un’area intera. Ed ha il buon senso di non farlo pesare più di tanto, di mostrarsi come sempre rispettoso, per quanto mai riverente. Ci sono ad attenderlo anche Marina e Piersilvio Berlusconi, reduci dal canonico pranzo in famiglia del lunedì. Si congratulano con l’uomo che ha soppiantato il padre, senza sapere fino a quando questo idillio durerà.

Perché se è vero che Salvini ribadisce di giocare nel centrodestra, lo è altrettanto che Berlusconi difficilmente potrà venire a patti con l’idea di fare il maggiordomo in casa propria. Per quanto i numeri stavolta sembrino inchiodarlo ad un futuro da subalterno, il Cavaliere – nella dichiarazione consegnata alle agenzie -evita apertamente di investire Salvini di una leadership che ritiene ancora sua.

Attribuisce al suo essere incandidabile il sorpasso della Lega ai danni di Forza Italia, giudica quasi miracoloso il 14% ottenuto, a fronte dell’ondata di protesta manifestatasi nelle urne. E pensa ad un futuro prossimo che possa restituirgli una nuova chance. Una partita da giocare in prima persona, in Parlamento o ancora nelle urne, per dimostrare che non esiste centrodestra senza di lui. Salvini ha completato il sorpasso, ma Berlusconi pensa che la gara sia finita. Non ancora, almeno.

Elezioni 2018, le pagelle dei politici. I voti: ma quelli prima del voto

pagella politica

 

Silenzio elettorale. E va bene. Ma che saranno mai due pagelle in stile campionato? Domani si vota. Oggi si gioca. Chi ha fatto meglio in campagna elettorale? Partiamo dal partito al governo: il Pd. Sì, ma da chi? Renzi o Gentiloni? Renzi dai, ci diverte di più.

RENZI, VOTO 6,5: Mille difetti, ma non è uno stupido. Quando capisce che i padri nobili del Pd gli stanno scavando la fossa inizia a parlare di squadra. Mi volete sottoterra? Allora c’andiamo tutti quanti insieme. Nessuno lo ama più come un tempo e lui davvero non se lo spiega. Fa un miracolo se resta poco sotto il 25%. Incompreso.

GENTILONI, VOTO 7: Diciamolo subito: in altri tempi non avrebbe fatto il leader neanche per Il Popolo della Famiglia. Ma la lentezza dell’uomo che si è autodefinito “Er moviola” in quest’epoca di sottosopra evidentemente piace . L’impressione è che sia più furbo di quanto appare. Prodi, Napolitano, Veltroni, Letta: uno dopo l’altro si sono detti suoi fan. Le cose sono due: A) pensano tutti di manovrarlo come un burattino; B) la serietà in politica conta ancora qualcosa. Costante.

MOVIMENTO 5 STELLE

DI MAIO, VOTO 7,5: Qualche congiuntivo sbagliato in meno e avrebbe meritato pure un 8. Quando parla è chiaro, rassicura. Quando parla, però. Da verificare alla prova dei fatti. Bravo a resistere allo scandalo rimborsi, meno bene la presentazione della squadra dei ministri prima del voto. Ha un qualche tipo di talento. Se non vince si trasforma da Di Maio in Di Mai. Intrigante.

DI BATTISTA, VOTO 5,5: I ritornelli sono sempre i soliti: Berlusconi è un mafioso, chi non vota M5s non vuole il cambiamento. Ultrapresenzialista in tv, non si capisce a questo punto perché non si sia candidato in Parlamento. A volte troppo saccente per risultare simpatico. Ha da imparare dal capo politico del Movimento. Irritante.

CENTRODESTRA

BERLUSCONI, VOTO 8: Già per l’età andrebbe premiato. Sì, sbaglia qualche cifra. E a volte scambia l’Euro per la Lira. Ma sono suoi i pochi picchi di questa campagna. Dalla bacchetta magica del Mago Silvio al “Vergogna!” urlato da Mentana a chi pensa di astenersi. Può piacere o non piacere, ma ha le stimmate del fuoriclasse. Quando se ne andrà ne sentiremo la mancanza: segnatevela. Eterno.

SALVINI, VOTO 7: Ha cancellato la parola Nord dal simbolo della Lega, ma i numeri al Sud gli daranno ragione. Politicamente è uno stratega finissimo, meno lo è stato in Piazza Duomo a Milano. Vangelo, rosario, giuramento: una volgarità che gli costa l’abbassamento di un voto tondo tondo. Pirotecnico.

MELONI, VOTO 5: Meno incisiva rispetto ad altre campagne elettorali. Pesa sul giudizio la figuraccia col direttore del Museo Egizio di Torino. Se vuoi fare polemica almeno sii preparata. Salvini le ha rubato la piattaforma sovranista e nazionalista. Può andare peggio di quanto ci si attende. Involuta.

FITTO, VOTO 4: Rischia di provocare l’autogol per la coalizione di centrodestra a 3 giorni dal voto. Si fa beccare dai microfoni mentre profetizza a Salvini l’ondata grillina al meridione. Dannoso.

ALTRI

GRASSO, VOTO 5: Ed è di stima. Quando inizia un concetto non sai mai quando lo porterà a termine. Il risultato è che finisci per non ascoltarlo. Ha un sussulto d’orgoglio quando decide di non condividere la stessa trasmissione con CasaPound. Ma non basta essere brave persone per essere bravi politici. Soporifero.

LORENZIN, VOTO 4: Ha fatto così tanti danni col simbolo del partito, nel tentativo di copiare quello della Margherita, che adesso nessuno si ricorda come si chiama. No, non è Partito Petaloso. Confusionaria.

ARBITRO

MATTARELLA, S.V.: Entrerà in gioco nel secondo tempo, dopo il voto. Speriamo non gli serva il Var.

Berlusconi, l’ultimo atto del Mago Silvio

 

Come un attore prima della sua ultima esibizione, Silvio Berlusconi non ha lasciato nulla al caso. In camerino si è sottoposto al trucco, ha passato al vaglio tutti gli oggetti di scena, bevuto un goccio d’acqua per schiarirsi la gola. E neanche il copione ha dimenticato: lo stringe sempre in mano, non sia mai che la memoria l’abbandoni. Ma di palcoscenici ne ha calcati parecchi, Silvio. Ha viaggiato per il mondo, vissuto tante vite, e l’ansia da prestazione mai un problema.

Quando arriva negli studi Mediaset, quelli che lui stesso ha fondato sfidando il monopolio Rai, si guarda intorno come fosse ancora un imprenditore giovane  e rampante. “Aggiusta un po’ le luci“, “quell’inquadratura è meglio farla così” e “quanti stacchi pubblicitari abbiamo?“. Cerca la perfezione, è un maniaco del dettaglio, la telecamera è lo specchio delle sue brame: nel riflesso vuol vedere i suoi desideri.

Prima di iniziare, però, c’è ancora un po’ di tempo. Fa portare dei cuscini, non vuol sembrare troppo basso, seduto in poltrona. E poi saluta il pubblico, uno ad uno, si presta ai selfie con piacere: perché una foto è un voto, vale più di un comizio. Ma ormai ci siamo, manca poco alla diretta. Ed è in quel preciso istante che Silvio diventa Berlusconi. “Il sorriso. Sto guardando il suo sorriso (…) Il Cavaliere non sta guardando nessuno, pensa al suo pubblico, ai milioni di telespettatori che lo vedranno tra poco, e prova il sorriso. Sì, prova il sorriso…“(Bruno Vespa, Soli al comando).

Quando la lucina della telecamera che ha di fronte diventa rossa: è allora che inizia lo spettacolo. Ammicca al pubblico, l’intervistatore è la sua spalla, le cifre sull’Italia i suoi giochi di prestigio. Non importa ciò che dice, ma come lo dice. Se improvvisa ne intravedi il talento naturale. Risponde a Renzi:”Dice che sono come Babbo Natale? Ha ragione: perché porterò tanti doni agli italiani“. Fa un gol a porta vuota quando Padoan gli ricorda che non è la Fata Turchina:”Ma ho la bacchetta magica e sono il mago Silvio!“.

berlusconi mago silvio

Ed è al finale, che riserva il colpo di scena. L’annuncio di Tajani premier, visto che lui, pur sempre primattore, questa volta non ha le carte in regola per vestire i panni del protagonista.

Poi però cala il sipario. E nel tornare in camerino cresce in lui un senso d’amarezza. Cos’avrò lasciato al mio pubblico? Che ricordo avranno delle mie esibizioni? Ma il tempo è finito. Il conto degli anni salato. Lasciare la scena mai facile. È stato l’ultimo atto.


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Il segnale di Letta: Gentiloni per liberarsi di Renzi

letta renzi

 

Dal giorno della staffetta a Palazzo Chigi i due non si sono più incontrati. Enrico Letta e Matteo Renzi sono fermi a quella cerimonia della campanella, a quella stretta di mano glaciale, a quel non volersi guardare neanche negli occhi, tanto era forte il senso d’ingiustizia provato dall’uno e quello di fastidio covato dall’altro.  Spartiacque di un tempo breve, di un periodo politico che ha visto prima sorgere e poi naufragare una nuova idea di Pd, dove il prima è stato #enricostaisereno, il dopo si consumerà il 4 marzo.

Letta-Renzi, cerimonia della campanella
Letta-Renzi, cerimonia della campanella

E da Parigi, dove ha deciso di rifugiarsi per sfuggire alla luce dei riflettori, dov’è andato ad insegnare pur senza rinunciare alla passione politica, Enrico Letta non ha dimenticato il torto subito. Si è metaforicamente seduto in riva al fiume, ad aspettare placidamente che il cadavere del nemico passasse davanti ai suoi occhi. Ma se la resistenza di Renzi è apprezzabile, la pazienza di Letta è senza confini.

Sono agli antipodi, Enrico e Matteo. Uno compassato, l’altro irrequieto. Entrambi provengono dalla Margherita, ma è nei modi e nei tempi di Letta che viene fuori la scuola democristiana: l’attesa, la strategia, il disegno. Così dopo Prodi, dopo Napolitano, dopo Veltroni, torna pure Letta. Ma dov’era finito? E cosa mai vorrà dire, il primo premier dell’ultima legislatura, a meno di una settimana dalle elezioni?

Sceglie il mezzo con cui è stato silurato, Twitter, dove il messaggio è più breve e incisivo. Pondera tutte le parole, neanche fossero proiettili da indirizzare sulla sagoma di Renzi, e poi cinguetta: “Il voto del 4 marzo? Se penso a Italia e Europa voglio augurarmi che Paolo Gentiloni ne esca rafforzato con la coalizione che lo sostiene“.

Non c’è il riferimento al Partito Democratico, soprattutto non esiste Renzi. La coalizione che sostiene Gentiloni, dice, come fosse ormai scontato che il segretario è superato. Evita di aggiungere un #matteostaisereno perché non è nel suo stile, perché al registro renziano ha sempre preferito sottrarsi, scegliendo di guardare oltre, alla rivincita che prima o poi verrà.

E quel momento, crede, non è più così lontano. Così sceglie Gentiloni, il lento che ha superato il veloce, il nuovo leader silenzioso di un’area chiassosa per natura. Davvero è curioso di capire fino a che punto riuscirà a spingersi Renzi, quando sarà chiaro che il consenso è svanito, la golden share nel Pd non più rivendicabile. Ma il suo segnale è prima di tutto politico: se Letta sta con Gentiloni, Gentiloni non sta con Renzi.

Ha scelto il cavallo, Letta. Grazie all’amico Paolo, lancia in pugno, può trafiggere Matteo, prendersi la sua vendetta. Pure da lontano, pure senza ruoli, pure col sorriso. Perché alla fine è stato sereno: era solo questione di tempo.


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M5s, Di Maio e la coperta corta: sarà la vendetta dello streaming?

Il dilemma è lo stesso da anni, da quando il boom del 2013 rese chiaro che il Movimento 5 Stelle, prima o poi, avrebbe avuto la palla del match point sulla racchetta: cosa faremo quando arriveremo primi? Un quesito non banale, in un’epoca in cui il primo posto non assicura la vittoria. Uno strano paradosso, per chi da sempre ha proclamato l’intenzione di non fare alleanze.

Ma la storia fa scherzi strani e adesso ad aver bisogno di una mano è il M5s, perché da solo – sarà evidente il 5 marzo – non ha i numeri per governare. Allora perché Alessandro Di Battista si dice fiducioso del fatto che Sergio Mattarella conferirà ai grillini l’incarico di formare un governo? Perché Di Maio va in tv a presentare i ministri del prossimo governo come se avesse già vinto?

Di Maio posa con i ministri M5s
Di Maio posa con i ministri M5s

Si dicono convinti di riuscire ad inchiodare i partiti alle proprie responsabilità grazie alla forza dei numeri, annunciano che chiederanno i voti sui singoli temi. Così, sperano, la pressione dell’opinione pubblica sarà talmente forte che gli avversari politici non potranno che cedere all’accordare un appoggio esterno ad un governo monocolore pentastellato. Ma questa scena non l’abbiamo già vista?

Era il tempo dello streaming: Bersani da una parte, i grillini Vito Crimi e Roberta Lombardi dall’altra. L’allora segretario del Pd, arrivato primo ma senza i numeri per formare un governo, si sottopose ad un’umiliazione pubblica di una mezz’oretta circa. Chiese la fiducia in bianco al Movimento: votateci da fuori, fateci formare questo governo e poi ragioniamo sulle singole questioni. La risposta fu la seguente: non ci fidiamo di voi.

Ma il meglio doveva ancora venire. Come dimenticare l’incontro tra Renzi e Grillo dell’anno successivo? Era quello in cui il segretario del Pd cercava – di nuovo – l’appoggio sui temi da parte del Movimento. Risposta di Beppe? Non siete credibili.

Fu uno scambio duro: Grillo attaccò dal primo istante l’interlocutore. Renzi se ne uscì alla fine con un “Beppe, esci da questo blog! Esci da questo streaming!“, che fece parlare a lungo nelle settimane a venire.

E adesso? Adesso si gioca a parti invertite. A chiedere i voti in Parlamento sarà Di Maio. A dover dare una risposta, a meno che il centrodestra non riesca a raggiungere il 40% necessario a governare, tutti gli altri.

Ed è in questo rovesciamento di fronti, in questa coperta sempre troppo corta, che i grillini dovranno cercare di barcamenarsi. Perché Bersani dovrebbe dirgli di sì, quando a lui è stato rifilato un sonoro no? Perché Renzi dovrebbe rendere la vita facile a Grillo, quando Grillo per primo lo ha preso a pesci in faccia? Si chiama legge del contrappasso. E fa rima con compromesso. Si può venire a patti senza compromettersi?


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Rosario, Vangelo, Nord. Salvini riscrive Salvini

Lo vedi agitare il rosario, davanti al popolo leghista riunito in Piazza Duomo, a Milano, e in quel preciso istante comprendi che Matteo Salvini fa sul serio. I riti celtici in riva al Po che furono di Umberto Bossi dimenticati. Non suona più il “Va, pensiero” di Giuseppe Verdi o se lo fa è roba da amarcord, da riunioni per militanti a Pontida, mica da comizi nel 2018.

No, Salvini punta in alto. Realmente è convinto che anche dal Sud, dal meridione una volta terrone, da “Roma ladrona” in giù, possano arrivare vagonate di voti per lui e quel che resta della Lega-una volta Nord. Usa toni rassicuranti come mai prima. Salvini non è l’uomo nero. Salvini non fa più paura. Piuttosto si racconta come l’uomo che le paure le farà evaporare una volta al governo.

Ma il nuovo Salvini non ha perso il gusto per il colpo ad effetto. Dopo il rosario arriva la Costituzione. E dopo ancora il Vangelo. Sono i simboli di un’Italia sempre uguale a se stessa, di un Paese che un giorno invoca la rivoluzione, l’altro si arrocca contro il cambiamento. Così Salvini usa i vuoti per riempirli. Poggia la mano sui testi sacri – della Repubblica e del Cristianesimo – e pronuncia un giuramento che nelle intenzioni dovrebbe risultare solenne. Ne viene fuori qualcosa di leggermente diverso, un approdo che agli occhi dei militanti ha i crismi della svolta mistica, a quelli esterni pare una trovata evitabile, dal retrogusto kitsch.

Ma in politica sono le parole a costruire l’immaginario, conta quasi più il racconto che il finale. Perciò, quando giura fedeltà a 60 milioni di italiani, è proprio il verbo a fare il vuoto. Matteo che si impegna, Matteo che cita Gesù, che solletica le speranze degli “ultimi che saranno i primi“, che delinea un manifesto di pragmatismo al potere fatto di “sporcarsi le mani“, di lavoro, di no alla corruzione e alle mafie. Matteo che parla alla pancia, ma pure alla testa degli elettori. Matteo che si tocca il petto ad indicare il cuore e poi indica il pubblico a volerglielo consegnare. Salvini che prova a fare la storia. E da quella parte: dal rosario e dal Vangelo, fino alla Costituzione. Salvini che riscrive Salvini.


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