Le pagelle dei politici nel 2018, secondo me

pagella politica

La cosa buona del 2018 a livello politico? Che sta per finire. Battute a parte, analizziamo l’anno che è appena trascorso. Doppia pagella per i protagonisti principali: un voto “generale”, diciamo “oggettivo”, e un’altro “personale”, le pagelle secondo me.

MATTARELLA, VOTO GENERALE: 9. Messo di fronte al terremoto politico del 4 marzo è riuscito nell’impresa di far nascere l’unico governo veramente possibile. Sempre vigile nei momenti più delicati, su tutti il caso Diciotti, quando il suo intervento ha sbloccato lo stallo inumano sui migranti imposto da Salvini. Avrebbe certamente preferito altri interpreti alla guida del Paese, ma come dice Paolo Savona (non uno a caso) “‘chest so’ ‘e carte e cu chest s’adda jucà”. VOTO SECONDO ME: 10. Ha tenuto insieme un Paese che nei giorni della formazione del governo rischiava l’implosione. Offeso sul personale da Di Maio, che ne ha vergognosamente chiesto l’impeachment, ha continuato a difendere la Repubblica e si è fatto garante della Costituzione. Sergio Mattarella è un gran signore e un grande Presidente. Godiamocelo.

SALVINI, VOTO GENERALE: 8,5. Politicamente non si può negare sia l’uomo dell’anno. Ha sconfitto Berlusconi in casa sua, portato la Lega dal 4 al 17% delle elezioni, e i sondaggi lo danno ora sopra il 30%. Di più: è andato al governo e chissà come (eh, chissà) ne è diventato il padrone assoluto. E’ l’uomo più popolare del momento, il dominus della scena italiana. Gli mancano un paio di step: vincere le elezioni da solo per diventare premier e conquistare l’Europa. VOTO SECONDO ME: 4,5. E’ il megafono del razzismo di Stato, il traditore di milioni di elettori di centrodestra che hanno votato Lega e si sono ritrovati con Di Maio. Il Nord produttivo inizia già a borbottare, la politica economica del governo non è quella promessa. Fornero superata? Macché. Prima o poi gli italiani si stancheranno dei tweet con pane e nutella, capiranno che c’è altro oltre alla battagli anti-migranti, si accorgeranno che c’è vita, oltre Salvini.

DI MAIO, VOTO GENERALE: 6. A Giggino quel che è di Giggino: si è candidato e ha preso il 32%. Bravo. Poi basta però. Tanto caos e tante retromarce. Ilva chiude? No. Il Tap salta? No. La prossima promessa tradita (per fortuna) sarà sulla Tav. La manina denunciata da Vespa, che si è poi scoperta essere la sua, è stata una gaffe clamorosa. Nel 2019 si gioca tutto sul reddito di cittadinanza. VOTO SECONDO ME 4,5: La sceneggiata sul balcone di Palazzo Chigi è da censura, la frase per cui la povertà è stata abolita lo perseguiterà per sempre, purtroppo.

CONTE, VOTO GENERALE 5,5. Nelle ultime settimane si è ritagliato un ruolo da mediatore tra Salvini e Di Maio, è andato in Europa a fare la parte del poliziotto buono. Però da avvocato del popolo è diventato avvocato del governo, il ché non depone bene…VOTO SECONDO ME: S.V. Conte chi?

RENZI, VOTO GENERALE: 5. La sua colpa più grande è, per dirla alla sua maniera, quella di non aver usato il lanciafiamme nel Pd. Ha fatto salire a bordo più o meno tutti. E il 4 marzo è andato a fondo con tutta la barca. Giuste le dimissioni il giorno dopo la debacle. Giusto l’aver ostacolato l’intesa col M5s. Lo volevano gli elettori. Talento ha talento, eppure…VOTO SECONDO ME: 5,5. Da troppo tempo è chiaro che Renzi e il Pd non hanno nulla da condividere. Serve coraggio per lanciare un nuovo partito, per ammettere che quella casa non è la sua, che forse non lo è mai stata. Ogni giorno nel Pd è un giorno perso.

BERLUSCONI, VOTO GENERALE: 5. Per la prima volta un candidato di centrodestra, Salvini, prende più voti di lui. Forza Italia è ai minimi storici. E l’età avanza. Lui non si arrende, è vero, ma le prossime Europee possono essere l’ultimo atto della sua storia politica. O risorge per l’ennesima volta o questa volta è finito, davvero. VOTO SECONDO ME: 6. Per ciò che è stato il 4 marzo, riletto oggi quel 14% ha del miracoloso. Berlusconi è un leone ferito, ma pur sempre un leone. Raggiunge la sufficienza in extremis: l’iniziativa dei gilet azzurri è il segnale che finalmente ha elaborato il lutto del tradimento della Lega. C’ha messo un po’ troppo, ma meglio tardi che mai. E poi c’è la scena al Quirinale, quella in cui conta accanto a Salvini. Momenti da ricordare…

Gilet azzurri, perché Berlusconi è ancora un genio

Come se ad un tratto fosse uscito dal letargo comunicativo che è fisiologico della sua età. Perché Silvio Berlusconi è figlio di una generazione non abituata a twittare sul pane e nutella, non dà la “buonanotte, amici”, non manda “bacioni” e non spande “vi voglio bene” a raffica sui social. Ma Berlusconi è pur sempre Berlusconi. Se vuol mandare un messaggio chiaro, diretto, il messaggio arriverà chiaro, diretto. E in questo caso assume i contorni di pettorine blu che invadono la Camera, di gilet azzurri alla maniera dei gilet gialli, ma non violenti, sia chiaro.

E da qui si ha la conferma che Berlusconi avrà perso voti, ma non lucidità di pensiero. Perché è vero che qualcuno in Italia aveva provato ad esportare qualcosa della protesta anti-Macron. “Saremo i gilet gialli italiani”, avevano azzardato alcune categorie di lavoratori, ad esempio gli Ncc, in risposta alle prime promesse tradite del governo. Ma Berlusconi colora le pettorine di azzurro e non le lascia vuote.

Le marchia col suo mantra preferito: “Basta tasse”. E ancora: “Giù le mani dalle pensioni”. Oppure: “Giù le mani dal no-profit”. Concetti chiari, semplici, mirati, capaci di unire tutto l’arco parlamentare che non sia grillino o leghista.

Perché poi, diciamocelo chiaramente, i gilet azzurri, comparsi in Aula il 29 dicembre, sono anche i primi segnali del 2018 di vera opposizione di Forza Italia alla Lega. Sì, va bene l’eroico Brunetta, che da tempo ricorda a tutti che Salvini ha tradito. E d’accordo, quasi sempre FI ha votato contro l’esecutivo. Ma un conto è l’attività parlamentare, altro conto è Berlusconi che chiama la piazza.

Come se avesse finalmente capito il gioco di Salvini, come se fosse venuto a patti con l’idea che il 4 marzo è stato sì un incubo, ma purtroppo non un’illusione. I gilet azzurri sono la presa d’atto che il centrodestra modello ’94 è finito per sempre, accoltellato dall’uomo-felpa. E sono anche la prova che l’uomo di Arcore è passato all’opposizione, per davvero. Che il vento non gonfia più le vele del governo come prima, che di spazio per mettersi di traverso ce n’è, ce ne sarà. Che Berlusconi è ancora un genio.

Di Maio e Salvini, via le felpe degli italiani

Della “felpa” come strumento di comunicazione politica Matteo Salvini è stato l’ideatore. Al completo giacca e cravatta degli statisti ha sostituito il messaggio dell’uomo di strada, l’omaggio locale alla città di turno che si apprestava a visitare (e conquistare). Poi è arrivato il salto di qualità securitario. Non solo felpine con la scritta “Milano” o “Piasenza”. L’uomo che deve difendere l’Italia dagli immigrati e dai criminali deve identificarsi con le forze dell’ordine. Da qui le sfilate con la maglia della polizia di stato, il cappello della Marina, la polo della Brigata San Marco, il giubbotto dei vigili del fuoco. E chissà quanti altri ne dimentico.

Di Maio, che da qualche tempo a questa parte ha iniziato a copiare le strategie social del collega di governo (ne sono un esempio le liste bugiarde su Twitter sulle cose fatte e non dall’esecutivo), si è presentato ieri in Sicilia con la felpa della Protezione Civile suscitando la forte reazione di Guido Bertolaso, l’uomo che ha affrontato in maniera eccellente l’emergenza del terremoto dell’Aquila e che ha pagato con accuse infamanti (poi smentite) la sua amicizia con Silvio Berlusconi. In qualità di ideatore di quel logo, e in relazione alle tante critiche rivolte in questi anni alla Protezione Civile proprio da Di Maio e soci, Bertolaso ha invitato il vicepremier a togliersi quella felpa.

Può sembrare un elemento marginale, ma non lo è. Si tratta di simboli, di una comunicazione deviante. Se Salvini e Di Maio svolgessero il loro ruolo da ministri come uomini delle istituzioni, nel senso di esponenti super-partes, allora non ci sarebbe nulla di male nel vederli vestiti con le divise dei corpi dello Stato. Trattandosi però di politici che alla campagna elettorale permanente non hanno rinunciato neanche adesso che sono al governo, il discorso cambia.

Se proprio ci tengono tanto, però, potrebbero lanciare una linea di abbigliamento. Per il Black Friday avevo proposto la nascita del negozio “Sovranisti&Populisti”. Non sono tanto sicuri di voler fare società per sempre o nemmeno per 5 anni? Allora diano mandato di disegnare le rispettive polo, camicie (anche scure ma al massimo verdi), scarpe e magliette di M5s e Lega. Ma lascino in pace le felpe degli italiani.

Un vasetto di Nutella lo “seppellirà”

Ha una capacità non da poco, Matteo Salvini: quella di far rimbalzare i suoi errori e le sue mancanze sui propri avversari. Come un pallone tirato contro il muro: torna sempre indietro. Così se il ministro dell’Interno nel giorno di Santo Stefano “se ne frega” (per usare un’espressione a lui cara) del terremoto a Catania e dell’uccisione del fratello di un collaboratore di giustizia al quale lui – proprio lui – avrebbe dovuto garantire la sicurezza, e posta una foto mentre mangia pane e Nutella, la colpa è degli avversari che non sanno cosa dirgli.

No, caro Salvini. Il punto è proprio l’opposto: nessuno vuole sindacare sul pane e Nutella a colazione. Nessuno si sognerebbe di suggerirti un’altra crema spalmabile per le feste. Ma con tanti problemi da risolvere, con tanto dolore anche a Natale, è opportuno che il ministro dell’Interno informi i suoi followers della colazione a base di pane e Nutella?

Il gioco di Salvini è scaltro, rodato, collaudato per crogiolarsi in un vittimismo che – lui crede – non farà altro che gonfiare le vele del suo consenso. Dopo la foto con la Nutella ha puntualmente polemizzato promettendo che da oggi avrebbe fatto colazione con marmellata e burro. Stamattina, non contento, ha pubblicato la foto di una tazzina di caffè.

Insiste, evidentemente, per far passare il messaggio che più gli conviene. Ovvero che il problema sia il pane e Nutella. No che non lo è. Nessuno ha parlato davanti alla pasta al ragù, per dire.

Sono come voi, sembra suggerire addentando la colazione di Santo Stefano. Mangio le vostre stesse golosità, quelle a cui non riuscite a resistere, possibile non capiscano? Subdolo è subdolo, intelligente pure, ma lungimirante no.

Perché verrà un tempo, molto presto, che gli italiani si stancheranno delle foto inopportune e di cosa mangia e beve a colazione, pranzo e cena Matteo Salvini. Ci sarà un tweet, un post, un commento in diretta Facebook, che tradirà l’insensibilità e l’inadeguatezza del ministro. Un vasetto di Nutella lo “seppellirà”.

“Pacchi” di Natale

Te ne accorgi subito, con quell’istinto sviluppato in tanti anni di onorata carriera, se dentro la carta, che hai amabilmente strappato con controllata foga animalesca e accurata tranquillità mascherata, c’è un regalo riciclato. Avranno pure acquistato una busta nuova dello stesso negozio per provare a fregarti, ma non ti ingannano, lo sai bene che quello è un bluff.

Lo stesso pensiero è balenato in queste ore a chi ha pensato di dare un’occhiata alla Manovra pasticciata del governo. Perché non servono le liste fake di Luigi Di Maio ad aggiustare una sostanza che è fatta di bugie e, diciamola tutta, pure porcate.

Basta pensare alla norma ingrassa-corrotti. Perché se Salvini da una parte scrive su Twitter #lamafiamifaschifo, dall’altra la Lega (con il lasciapassare del M5s) regala ai Comuni l’affido diretto degli appalti di importo fino a 150 mila euro, senza dover motivare la scelta e senza competizione tra aziende. Un pacchettino per i clan desiderosi di fare nuovi affari.

Magari fosse finita qui. Dentro la carta regalo c’è il via libera a chi esercita professioni sanitarie senza titolo. Un fatto grave, che non si può giustificare in nessun modo, perché mette a rischio in primis la salute dei pazienti, perché spalanca le porte alla confusione, perché denigra il merito, alla faccia del cambiamento. Un pensierino sotto l’albero dei malati, che già non hanno grande voglia di festeggiare, da oggi faranno i conti anche con l’insicurezza di essere finiti tra le mani sbagliate (ma autorizzate).

Per non parlare delle “palle di Natale”: ce n’è una per quota 100, una per il reddito di cittadinanza, una per gli investimenti spariti, una per le tasse sulle associazioni no profit che fanno volontariato, una per lo stop alle assunzioni nella pubblica amministrazione e nelle università. Un albero pieno di palle.

E non continuiamo. Perché è la vigilia. E non vogliamo guastarla a nessuno. Per il momento basta questo: al governo ci siamo ritrovati dei “pacchi”. Falsi, contraffatti, di qualità scadente. Non proprio i regali di Natale che avremmo sperato.