Re Giorgio fa il nome: così Napolitano ha mollato Renzi

Scacco matto. Se non fosse che a farlo è stato proprio lui, il Re: destituito sì, ma pur sempre Re, Giorgio Napolitano. Perché a stare senza trono non ci s’abitua, la corona ha pur sempre il suo fascino. E per lui che ha fatto e disfatto le trame politiche del Paese come un monarca, portando l’Italia ad un passo dal presidenzialismo vero e proprio, restare lontano dalle battute finali di una campagna elettorale che rischia di risolversi in un nulla di fatto, semplicemente non si può.

Così, a 92 anni suonati, il Presidente emerito fa il Presidente e basta. Traccia il cammino del post-voto come fosse ancora lui l’inquilino del Quirinale. Segnala il percorso a Mattarella, ma soprattutto tira un altro destro sul volto di Renzi, sempre più solo ed emarginato.

Non fanno più coppia, Giorgio e Matteo. Il rapporto di ostentato rispetto resta in piedi solo per volere del più giovane. Napolitano da tempo ha capito che di Renzi non ci si può fidare. Non ascolta i consigli dei più anziani, non si fida che di se stesso. E divide, strappa, lacera. No, non è l’uomo giusto per uno il cui chiodo fisso è la stabilità. Sul suo altare Napolitano ha sacrificato più uomini ed esecutivi: Berlusconi, Monti, Letta, Renzi. Tutti nominati da lui, tutti spodestati: uno dopo l’altro non è rimasto niente. Lui sì, però.

Allora, dall’alto di ciò che è stato e in parte ancora rappresenta, incorona Gentiloni. Lo descrive come “punto essenziale di riferimento, per il futuro prossimo e non solo nel breve termine, della governabilità e stabilità politica dell’Italia“. Ne esalta “l’attitudine all’ascolto e al dialogo e uno spirito di ricerca senza preclusioni”, rimarca “la sua impronta di libertà e lo spirito di ricerca“. Gentiloni è – agli occhi di Napolitano – tutto ciò che Renzi non ha saputo essere.

Per questo, fosse ancora al Quirinale, dopo il voto non perderebbe un attimo: al Colle convocherebbe Gentiloni e lì lo investirebbe del potere di governare. Non di regnare però: per quello c’è lui, anche senza trono, Re Giorgio è per sempre.


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Renzi e l’eterno rilancio: vuol vedere come andrà a finire

Chiama in causa D’Alema, attacca a spron battuto i grillini, sferza Berlusconi: Matteo Renzi è entrato nella fase “guerra totale”. Meglio perdere alla sua maniera, che perdere e basta. Per questo, quando ne ha l’occasione, non fa economia sulle cartucce: le spara tutte, e quel che sarà sarà. Non fa prigionieri, sembra un giocatore di poker innamorato di una mano debole, vuol vedere come andrà a finire.

Per questo prosegue nel suo eterno gioco al rialzo. Insiste nel dire che il Pd sarà primo partito e primo gruppo in Parlamento, ostenta una sicurezza che onestamente non ha, sembra fare a pugni con la realtà, con la presa di coscienza di ciò che oggi rappresenta e di ciò che invece è stato.

Perché Renzi davvero ha avuto il Paese in mano. Veramente per un momento ha creduto di essere invincibile. Poi però sono arrivati gli imprevisti, gli incidenti di percorso, i nemici che non ci stanno ad affondare senza combattere. E in questo ring selvaggio che si chiama politica, Renzi ha creduto di aver vinto prima del gong. S’è adagiato su un consenso che si è dimostrato volatile, ha pensato che bastasse parlare di rottamazione per avere campo libero.

Ma i nodi prima o poi vengono al pettine. Puoi essere bravo a distruggere, ma se vai in guerra pensando di non lasciare macerie sei un illuso o un ingenuo. Ha sottovalutato l’addio dei vecchi “compagni“, credeva che Bersani e D’Alema semplicemente non avessero i voti, ma non ha considerato il peso della scissione, l’immagine di dittatore che di lui è passata all’esterno.

Così adesso è costretto a fare buon viso a cattivo gioco. Smentisce il dualismo con Gentiloni, ma ha sofferto lo sgarbo di Prodi; parla di Pd come squadra, ma si vede ancora unico leader in mezzo ad una squadra di gregari. Allora va avanti a testa bassa, spinge sull’acceleratore finché c’è benzina, ad occhi chiusi, senza controllare il serbatoio. Ignorando forse che più va forte oggi, più si farà male domani. Ma questo è Renzi, prendere o lasciare.


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Nelle mani di Mattarella

Il profilo è basso, come sempre. Sergio Mattarella è uomo mite, ma non per questo indeciso. Pare quasi in imbarazzo, quando fissa la telecamera, ma è sorretto dalla forza degli onesti, di chi ha speso una vita in nome di ciò che riteneva giusto, senza mai scendere a compromessi.

E sarà questa forza a servirgli a partire dal 5 marzo, il giorno dopo il caos. Quando i partiti si recheranno al Quirinale e faranno di tutto per tirarlo dalla giacchetta, convinti ognuno di avere diritto più degli altri ad essere ascoltati. Ma in quella prassi che prende il nome di consultazioni, Mattarella guarderà negli occhi i vari leader, scrutando però un orizzonte diverso. Il futuro del Paese come bene primario, al di là degli attacchi che dopo una luna di miele durata tre anni, non tarderanno ad arrivare.

Perché scontenterà qualcuno Mattarella, è inevitabile. Lo farà se, come dicono gli ultimi sondaggi, nessuno otterrà la maggioranza. Ma le spalle larghe il Presidente le ha più o meno da sempre, da quando la mafia gli uccise il fratello Piersanti, allora governatore della regione Sicilia, e decise di scendere in campo a sua volta, consapevole del rischio che il prossimo avrebbe potuto essere proprio lui.

Sarà in quei giorni, quando le ipotesi di larghe intese si alterneranno alle richieste di un nuovo ricorso alle urne, che Mattarella dovrà tenere unita l’Italia. Attenersi alla Costituzione non sarà un problema. Scegliere la via più giusta probabilmente sì.

Ma nel ventaglio di ipotesi plausibili ed esplorabili dopo il voto, più che dai proclami dei leader – che faranno fatica ad abbandonare lo stile sbarazzino di questa campagna elettorale lunare – il futuro del Paese dipenderà dalla capacità del capo dello Stato di vedere lontano.

Farà da arbitro, Mattarella, non il giocatore. Di questo nessuno dubiti. Saremo nelle mani del Presidente. Sono buone mani.


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Torna il Professore, Renzi in castigo: la vendetta di Romano Prodi

Alla fine il Professore è tornato. E ai suoi alunni ha assegnato i compiti come nulla fosse, quasi gli ultimi 9 anni di assenza non contassero. E’ ancora lui, Romano Prodi, il capo del centrosinistra. E Renzi dovrà farsene una ragione. Perché la classe pende ancora dalle labbra del Professore: Matteo da Rignano non scalda più il cuore.

Prodi sta con Gentiloni, col premier silenzioso, con quello che meglio incarna il suo stile. Per lui, appassionato di ciclismo, Renzi è uno scattista che si spegne in fretta, potrà vincere al massimo una Classica, non è fatto per i Grandi Giri. Ma quando sale sul palco di Bologna e abbraccia Paolo Gentiloni è lui, per una volta, a scattare, ad imprimere l’accelerazione che lascia Renzi con le gomme sgonfie.

Il Professore ha eletto il capoclasse e se è vero che un buon docente non fa preferenze, lo è pure che ha il dovere di premiare chi meglio ha lavorato. E su questo Prodi non nutre dubbi: l’allievo migliore è Gentiloni. Anche più di Renzi, che ha convinto i compagni di essere il più forte, ma lui non se l’è mai bevuta.

No, lui no. Il Professore non voterà Pd. Ha indicato “Insieme“, la lista che raggruppa l’anima civica, ecologista, progressista e riformista del centrosinistra. Un Ulivo in miniatura, che con l’endorsement di Prodi rischia ora di rosicchiare punti al Partito Democratico, a quel Renzi che mai si sarebbe aspettato un colpo simile a due settimane dal voto. E quanto pesa il Professore? Quanto sposta? Forse quel tanto che basta a far scendere Renzi sotto il 20%. A dargli il benservito come il Pd lo diede a lui nel 2013, quando 101 traditori decisero di impallinarlo impedendogli di diventare Presidente della Repubblica.

Non dimentica, Romano Prodi. In questi 9 lunghi anni ha tenuto aggiornato il registro. Ha preso nota di quanto accaduto in classe. E più del talento ha deciso di premiare l’impegno. Non c’è lode per Renzi, il primo è Gentiloni. È la rivincita di Stardi. Lo studioso senza genio di De Amicis, che per una volta si fa beffe dell’inarrivabile Derossi. E’ tornato il Professore, guai a chi fiata.

Renzi e la paura prima del voto: può essere una Caporetto

A due settimane dal voto, Matteo Renzi guarda gli ultimi sondaggi con incredulità. Sapeva che sarebbe stata dura, ma non così. Il 40% delle Europee del 2014 è praticamente dimezzato, il rischio di scendere sotto il 20 concreto. E quella è diventata la sua linea Maginot, l’ultima trincea prima di venire travolti per sempre.

E non se lo spiega Renzi, che sui social continua ad utilizzare l’hashtag #avanti, ma non riesce a fare a meno di guardarsi indietro, per capire da dove derivi tutto l’odio che rischia di fagocitarlo. I colpevoli, dal suo punto di vista, sono soprattutto i vecchi nemici interni, la fronda che va da D’Alema a Bersani, quella che lo ha dipinto come un intruso all’interno del Partito. La gente di centrosinistra ha finito per crederci e quando le promesse non sono state all’altezza delle premesse, lo ha abbandonato al suo destino.

Renzi, però, ha una qualità che non s’impara. Lotta fino in fondo. Lo ha fatto alle Primarie perse contro Bersani, al referendum del 4 dicembre, lo farà in queste elezioni del 4 marzo. Coltiva intimamente la speranza che i sondaggi si sbaglino, ha ceduto a mandare in tv anche Gentiloni e Minniti, accettando il fatto che non è più lui l’uomo col tocco magico all’interno della coalizione.

Per il resto ha fatto ciò che doveva, con un cinismo che potrebbe tornargli indietro se la notte del 5 marzo si rivelerà una Caporetto. Blindando le liste di fedelissimi si è garantito il futuro. O almeno così pensa. Ma deve reggere, stare sopra al 20%, perché la sua carriera politica non sia ricordata come quella di una meteora.

Certo dovrebbe cambiare registro, evitare di correre dietro ai grillini. Ma se non può fare il populista e le promesse elettorali sono pane di Berlusconi, cosa resta a Renzi? Lui sostiene il buon governo, rivendica con orgoglio i suoi 1000 giorni a Palazzo Chigi, ma la gente non condivide le stesse sensazioni rispetto a quel periodo.

Sembra all’angolo il segretario dem, per la prima volta è costretto a giocare in difesa. E nei sondaggi che oggi guarda con scetticismo, nei numeri che ai candidati dice di ignorare, legge il pericolo di finire rottamato. Per ora va #avanti, ma è di restare #indietro che ha paura.

Berlusconi guarda a Strasburgo: un nuovo orizzonte da scrutare

Per l’uomo di Arcore il tempo è un impiccio. Ora che l’età matura ha fatto spazio a quella anziana, ragionare con la testa di ieri è diventato un problema. Voleva sentirsi eterno, Berlusconi. Sperava di vivere almeno 120 anni. Poi ha scoperto di avere un cuore ballerino e allora con lui ha deciso di danzare, nonostante i consigli dei medici.

Acciaccato ma sopravvissuto, nel senso umano e politico, per ridimensionare il berlusconismo sulle mappe elettorali hanno dovuto squalificarlo in tribunale. Ed è alla sentenza che dovrà restituirgli “l’onore perduto“, che Berlusconi guarda con urgenza. Conosce i tempi lenti di Strasburgo, alla speranza di tornare in gioco per queste elezioni ha da tempo abdicato, ma non per questo ha rinunciato a coltivare l’idea di un ritorno in grande stile.

Per realizzarlo ha bisogno che tutto vada per il verso giusto. Deve vincere, ma non troppo. Sperare che Renzi cada, ma senza franare. Arrestare l’avanzata grillina e guadagnare tempo. Tempo, ancora lui. Ancora le lancette a scandire il ritmo dei suoi giorni. Il Cavaliere, abituato ad impartire ordini, fatica davvero a sottostare alle sue regole.

Ma per uno strano scherzo del destino, Berlusconi può ingannarlo. Lui che è entrato nell’inverno della vita guarda ad un’altra stagione, l’autunno, con fiducia. Sarà allora, quando i giudici gli daranno ragione – dice – che si metterà in gioco per l’ultima volta. Nessun governo di larghe intese, non vuol tirare a campare Berlusconi. Vuole nuove elezioni dopo quelle di marzo. Sogna la sfida finale con tutti i suoi avversari, il ritorno a Palazzo Chigi dall’ingresso principale.

Ha sempre amato la ribalta, il centro della scena. Questo neanche il tempo è riuscito a cambiarlo. Così l’uomo di Arcore guarda a Strasburgo, scruta l’orizzonte aspettando l’autunno, cerca di sfuggire all’inverno e auspica una nuova primavera. Nel ciclo delle stagioni berlusconiane, per la speranza è sempre estate

Rimborsopoli M5s, sono come tutti

Lo hanno ribattezzato Rimborsopoli, a voler richiamare gli -opoli più celebri e infamanti della nostra storia: Tangentopoli e Calciopoli, per dirne un paio. E adesso c’è chi dice che tutta questa storia si trasformerà in boomerang, che i grillini avranno pure tenuto per sé qualche migliaia di euro, ma meglio loro che tutti gli altri, che le indennità da parlamentari se le intascano direttamente. Tutto lecito, persino condivisibile, se non fosse che lo scandalo scoppiato in questi giorni fa crollare di fatto il principio su cui il M5s si è fondato: l’onestà.

Lo ha capito prima di tutti Berlusconi, che sul caso si è limitato a commentare citando lo slogan dei grillini duri e puri, quelli che volevano Stefano Rodotà al Quirinale e manifestarono nel 2013 al grido di “o-ne-stà, o-ne-stà“. Ha fatto cilecca Renzi, che ha chiamato in causa Bettino Craxi, irritando l’ala socialista della sua coalizione e alienandosi i nostalgici della Prima Repubblica, salvo provare a metterci una pezza in un secondo momento.

Ma al di là degli avversari che tentano di cavalcare l’onda, la frittata nel MoVimento resta. Il rapporto di fiducia con l’elettore incrinato probabilmente per sempre. Sono uomini e donne come gli altri, gente perbene – come dappertutto – ma anche furbetti, attratti dall’inesauribile fascino del Potere e del Denaro. Crolla il mito della superiorità grillina, della diversità a prescindere, di quella differenza antropologica che una volta fu della sinistra.  Si sfilaccia la bandiera dell’onestà che Grillo e Di Maio avevano piazzato nel campo base pentastellato. Persa la verginità, smarrita la purezza, dissolta l’utopia degli inizi. Sono come tutti.

Lettera a Marco Pantani

Quattordici, Marco. Come gli anni che sono passati. Quattordici, come il 14 febbraio in cui te ne sei andato. Un San Valentino, la festa degli innamorati. Per te che avevi perso l’amore per tutto, forse anche per la vita.

Tradito, isolato, rovinato. Il re delle salite che imbocca una discesa infinita. E non c’è bici che tenga, per tentare di ripartire. Certe volte non puoi alzarti sui pedali, levarti la bandana e via, lasciarti tutti i problemi alle spalle.

No, quel 14 di quattordici anni fa sei andato in fuga per sempre. E non c’era un De Zan, un Bulbarelli di turno, in cronaca, a fare da megafono alle tue imprese. Nessuno che urlava “Pantani!“, a bordo strada. Eri da solo Marco. Ma solo davvero. Senza mamma Tonina e papà Paolo, senza tua sorella Manola. Senza i tuoi gregari a coprirti dal vento, a curarti la ruota.

Solo. In preda ai tuoi deliri, a scrivere il tuo testamento su un passaporto. A rivendicare che Pantani era uno sportivo, non un dopato. Solo senza Christina, la danese che ti aveva rapito il cuore. Solo e basta. A pochi metri dalla morte. Che alla fine è arrivata, sotto uno striscione triste – non quello di un tappone del Giro o del Tour – in un residence di Rimini che alla fine hanno pure abbattuto. Si chiamava “Le Rose“.

Ma i petali sono appassiti tutti, pure quelli del ciclismo. Perché se ancora la gente usa i gessetti per scrivere in strada il tuo nome, un motivo ci sarà. Ed è che hai fatto il vuoto, come quando la strada iniziava a salire. Nessuno mai, dopo di te. Non Nibali, non Aru. Nessuno, punto.

Quattordici, quindi. Eppure il nodo in gola c’è sempre, al punto che sembra che tu sia morto oggi. Quattordici, però. Come il 14 di San Valentino e l’amore dei fan – quello no – che non scema. Perché pedali sempre un po’ con noi, che abbiamo il tuo ghigno dipinto in faccia su una rampa di 20 metri, mettiamo le mani sotto il manubrio col rischio di finire a terra, ci leviamo la bandana nonostante tutto. Quattordici, insomma. Ma potrebbero essere pure 100: Pantani vive, viva Pantani.

Staffetta: così Di Battista farà le scarpe a Di Maio

Di Maio e Di Battista

Uno usa il fioretto, l’altro la sciabola. Il primo sembra un vecchio democristiano, piace alle signore. Il secondo è un giovane maledetto, scalda i cuori delle teenager. Tra Luigi Di Maio e Alessandro Di Battista c’è di mezzo un mondo. E non sarà l’allontanamento temporaneo dalla politica di “Dibba” a colmare la distanza siderale che li separa.

Troppo diversi, anche per pensare di essere credibili quando parlano d’unione d’intenti, di MoVimento, di rifare l’Italia. Sono destinati a scontrarsi, forse a breve, quando i numeri di Di Maio non saranno all’altezza delle aspettative di una base che adesso vuol diventare partito di Governo, non solo più di Lotta.

E Di Maio, che fatica con i congiuntivi ma sa di politica, ha capito per tempo che il ruolo di capo politico dei grillini ha una scadenza: il 4 marzo. Sarà nella notte dello spoglio, quando le percentuali peseranno la consistenza dei 5 stelle, che capirà se la sua esperienza da leader è da ritenersi già archiviata.

Del resto, il suo, è un mazzo di carte senza jolly. Vince il centrodestra? È finito. Il M5s è primo partito? Deve cercare l’alleanza con Liberi e Uguali di Grasso o al massimo con la Lega di Salvini, ma può perderci la faccia. Sono i rischi del mestiere, il prezzo da pagare per essere l’interprete di un partito che per anni ha rivendicato la propria diversità dall’establishment, ma si è reso conto – con molta semplicità – che non ha i numeri, che non interpreta il pensiero della maggioranza del Paese.

Ed è sulla non-vittoria di Di Maio che scommette Di Battista. Perché va bene dedicarsi alla scrittura di un libro, va bene fare il padre, ma la scelta di non ricandidarsi è leggibile anche come un voler prendere le distanze da quel che avverrà da qui a poco. Un modo per rimarcare la propria differenza, per incarnare il simbolo del ritorno alle origini, dei Vaffa collettivi contro la casta.

Sarà a quel punto che Di Battista farà le scarpe a Di Maio. E il paradosso sarà il ricorso all’uomo della Lotta per tentare di andare al Governo. All’attivista che arringa le folle, piuttosto che a quello che le tranquillizza. L’ultima chance per avere un Movimento 5 stelle “normale” affonderà con Di Maio. Poi sarà Di Battista ad assumere le redini del partito. Sempre lui a cercare di dimostrare che in un duello serve la sciabola, mica il fioretto

Ah, che bella invidia Cutrone…

Non fai in tempo ad accendere la tv in uno strano sabato pomeriggio di febbraio. Giocano alle 15 e il famoso calcio spezzatino ti coglie impreparato. Ma c’è il Milan e ha già segnato: chi ha fatto gol? Ma lui, è chiaro. E chi sennò? Patrick Cutrone. Il predestinato.

Lo guardi esultare, è compiaciuto. Fa segno di sì con la testa, ma chissà se ci crede almeno lui. Doveva andarsene a Crotone in estate, poi una serie di coincidenze hanno fatto sì che Montella lo lanciasse in prima squadra. E Patrick l’occasione non se la fa sfuggire. Impressiona per la facilità con cui segna tra i grandi. Ma chi è questo ragazzino sfrontato? Da dove salta fuori?

Arriva dai Pulcini rossoneri. Ha fatto tutta la trafila delle giovanili al Milan. Come lui Manuel Locatelli. Sono come fratelli. E insieme hanno realizzato il sogno di indossare la maglia per cui tifano da bambini.  Ma a Cutrone non basta. Rino Gattuso, da quando lo ha visto allenarsi la prima volta, ha detto:”Patrick è tarantolato, ha il veleno addosso“.

E te ne accorgi subito che ha ragione: per come corre, per il suo sguardo da ossesso, per la rabbia che mette in ogni giocata. Cutrone ha 20 anni, accarezza il suo sogno ma non se ne innamora, continua a macinare km, che perdere la magia è un attimo, gliel’hanno già detto in tanti.

Ma a te che stai sul divano, a te che lo guardi esultare in questo strano sabato di febbraio, a te che magari non tifi neanche Milan, quel ragazzo in un modo o nell’altro fa simpatia. Speri di vederlo presto con la maglia della Nazionale, così da poter esultare insieme a lui. E ti auguri che realizzi tutti i suoi sogni. Che alla fine erano anche i tuoi: diventare un gran campione. Dai che ce la fai Cutrone! Ah, che bella invidia Patrick…