Cosa state insieme a fare?

Ce lo dite? Ce lo chiarite questo dubbio che c’assilla e che c’assale? Questa domanda che ci viene dal cuore, da italiani senza tessere e interessi, senza secondi fini e doppi sensi. Questo quesito che non trova risposta, che sorge spontaneo come il sole ogni mattina, ma mai tramonta, mai riposa.

Perché fa male, molto, rendersi conto che ad indicare la direzione di un Paese, il nostro, sì, pure il nostro, possa essere un signorotto arrogante che si distingue ogni giorno per i suoi francesismi e la sua classe. Del tipo: “Se la Lega intende andare avanti su un buco inutile che costa 20 miliardi di euro e non serve ai cittadini, tornasse da Berlusconi e non rompesse i coglioni“. Che finezza, che statisti, quanta eleganza. E che spreco sono stati tutti questi anni senza questa classe non-dirigente al potere, vero?

Ma se pure vogliamo fingere che della Tav Torino-Lione non ci importi poi molto, che i problemi sono altri, allora va bene, parliamone, diciamoci le cose in faccia, guardiamoci negli occhi. Il lavoro. Questa è la priorità, l’urgenza che diventa emergenza. Ma Di Maio vuole un reddito per non lavorare. Salvini fa il nuovo duce della destra ma non ha proposto una politica neanche lontanamente di centro-destra. E le imprese se ne ricorderanno.

Va bene, potrà dire qualcun’altro, lascia stare il lavoro, c’è dell’altro dai, se guardi bene…Sì, tipo? Che so, la politica estera! Ecco, prima ridevano di Berlusconi, prima non contavamo nulla! Peccato che adesso contiamo per quelli sbagliati. Maduro, il dittatore Maduro, ringrazia l’Italia. Noi, proprio noi, italiani brava gente, associati ad un tiranno sanguinario, isolati dall’Europa e dagli Stati Uniti. Eh ma vuoi mettere l’autonomia di pensiero? Adesso decidiamo noi, nessuno ci dice cosa fare, metti l’Afghanistan! Sì, è vero: prima magari creavamo problemi solo in casa nostra, adesso andiamo a fare danni in giro per il mondo.

Però una cosa bisogna ammetterla. Al di là di tutti i litigi, le posizioni opposte, le vedute più diverse. Una cosa, una almeno, su cui questo governo è compatto come una testuggine, alla fine c’è. C’è dall’inizio, anzi, c’è da prima dell’inizio. C’è da sempre e non è mai sparita, c’è con coerenza ed evidenza. C’è, è la poltrona. Non si molla, mai.

Cosa vuol dire (politicamente) Savona alla Consob

Da uomo intelligente qual è sempre stato, Paolo Savona ha compreso da un pezzo che la sua esperienza nel governo gialloverde è arrivata al capolinea. Sull’altare della sua persona, di ciò che filosoficamente incarnava, ad un certo punto, e a torto, seriamente ha rischiato di strapparsi l’Italia. Al Professore, però, vanno imputate due colpe almeno.

La prima è stata non rinunciare alle proprie teorie di accademico quando dal Quirinale gli era stato domandato se non di sconfessarle, quanto meno di archiviarle. Era d’altronde l’unico modo per ottenere il ministero dell’Economia dopo aver postulato l’esistenza di un “cigno nero” dietro l’angolo e fatto opera di terrorismo psicologico nei confronti dei mercati.

La seconda è stata non denunciare pubblicamente ciò che invece ha confidato in privato: “La situazione è grave“. Una frase smentita con una nota che in tempi di spread sopra 300 punti era a dir poco doverosa, ma che non fa onore all’onestà intellettuale di un uomo che nella vita è stato un visionario. E per una volta ha preso un abbaglio.

Eppure Savona ad un certo punto ha capito, si è reso conto di essere cascato nella trappola di un governo che si diceva del cambiamento e poi ha virato verso il peggioramento. La svolta c’è stata quando la Commissione Ue ha annunciato l’intenzione di aprire una procedura d’infrazione nei confronti dell’Italia. Lì Savona ha intuito di aver perso l’azzardo politico, quello che lo aveva portato a credere che un governo europeo a fine mandato non si sarebbe arrischiato, a ridosso delle elezioni continentali, ad aprire una procedura d’infrazione nei confronti dell’Italia.

Quando i fatti gli hanno dato torto, da economista abituato a far di conto, non da populista bravo a dar fiato alla bocca, ha suggerito al governo l’unica cosa sensata da fare: cambiare schema, riscrivere la Manovra, puntare tutto sugli investimenti. Non gli hanno dato ascolto. Se ne iniziano a vedere già i primi effetti. Si vedranno ancora di più tra qualche mese.

Se, come sembra, sarà indicato come nuovo presidente Consob, Paolo Savona concluderà la sua esperienza di governo senza lasciare grossa impronta della propria azione. Ma è soprattutto il fatto che un elemento del suo calibro sia il primo a levare le tende il segnale che più conta. Che parla di un governo in fuga permanente dalla realtà, troppo preso a parlare di cambiamento per trovare il tempo di realizzarlo davvero.

Savona è il primo della lista. Seguiranno altri. Ma il suo addio ha un peso diverso per questo governo, ne mina l’immaginario, ne decreta il fallimento. Se a picconare il sistema non è riuscito un governo con all’interno questo visionario, sarà difficile che potranno altri.

Come un incubo e come un sogno“, così si intitolava il libro che a Savona è costato il ministero dell’Economia. Letto al contrario: “Come un sogno e come un incubo” rende meglio ciò che questo governo è stato per il Professore. Quel che un giorno sarà chiaro a tutti.

L’Italia in recessione: il governo da retrocessione

L’Italia si riscopre in recessione tecnica: l’Istat certifica un dato che Conte ha tentato ieri di minimizzare preannunciandolo, il Prodotto interno lordo mostra una variazione negativa per il secondo trimestre consecutivo. Il tentativo è simile a quello di un bambino che ha rotto un vaso: va dalla mamma e dice, “sono sicuro che mi vuoi così bene che non ti arrabbieresti neanche se rompessi il tuo vaso preferito“. Come va a finire? Male, in tutti e due i casi.

Di Maio non è da meno, anzi. Se la prende con chi lo ha preceduto dimenticando che l’andamento negativo dei dati ha avuto inizio proprio con il balletto di questa maggioranza sul deficit e conseguente impennata per lo spread.

Il governo è nato esattamente 8 mesi fa: non abbiamo sentito da parte sua ancora un mea culpa, un’ammissione non tanto di responsabilità, ma che so, di un errore di valutazione. Nulla di nulla. L’uomo che dal balcone di Palazzo Chigi ha abolito la povertà verrà messo prima o poi di fronte alla realtà. Ad esempio capiterà, più prima che poi, che qualcuno gli ricordi le parole con cui aveva accompagnato l’approvazione del decreto Dignità: “E’ la Waterloo del precariato“. Leggendo i dati Istat non si direbbe. L’unica voce che aumenta un po’ più delle altre in fatto di occupazione è proprio quella degli occupati a termine. L’opposto della stabilità. Resta Salvini, che per l’economia non ha tempo: pensa alla Diciotti, cerca di capire se può rappresentare il colpo di pistola di Sarajevo per porre fine al governo e prendersi tutto.

Vivono sulla Luna, negano la realtà, accusano sempre gli altri, curano il loro orticello: l’Italia è in recessione e ha un governo da retrocessione.

I milioni di italiani ostaggio di Salvini

Salvini e il suo destino. Personale e non. Politico e non. Dibattito a dir poco lunare, scollegato dalla realtà, che intanto corre, eccome se lo fa.

Di Maio reduce dall’ennesima notte insonne. Si arrovella da giorni sul sistema da trovare per salvare la faccia e quel che resta del MoVimento 5 Stelle. Perché era evidente fin dalla richiesta di autorizzazione a procedere contro Salvini: solo un kamikaze avrebbe potuto avallare la proposta del Tribunale dei Ministri dopo aver approvato pure le virgole nella gestione del caso Diciotti.

Ma vallo a spiegare alla frangia manettara dei 5 Stelle, a quelli che il garantismo lo usano solo per le inchieste delle Iene sui papà dei loro leader, che se Salvini dev’essere processato allora toccherà pure a loro, almeno a livello politico, essere rinviati a giudizio.

Così, pare, alla fine proveranno ad immolare Conte. Il quale, si dice, depositerà agli atti del Senato un documento per tentare di spostare la discussione su un altro piano: “Voi, M5s in Giunta, approvate o no la condotta del GOVERNO sulla Diciotti?“.

La chiamano exit-strategy, via di fuga, è l’unico modo per salvare il salvabile. Non solo di Salvini, ma pure del governo. Visto che della dignità si è fatto un decreto e dell’onestà non si parla più.

In tutto ciò, però, al pari dei migranti in attesa da giorni su una nave che per loro è diventata un’altra prigione, ostaggio di Salvini e di questa discussione sono pure alcuni milioni di italiani.

Quelli che si meravigliano di come un bel giorno il ministro della Difesa Trenta possa comunicare il ritiro delle truppe in Afghanistan senza consultare nell’ordine: il ministro degli Esteri Moavero, gli Usa nostri principali alleati, la Nato che fa da ombrello alla missione.

Quelli che ancora non hanno capito quale sia la linea del governo sul Venezuela. E soprattutto chi la detti: se Di Battista, un ex-parlamentare reduce dal suo buen retiro in Guatemala alle prese coi problemi aziendali del padre, oppure un governo (sì, ma quale?), unito soltanto quando si tratta di allontanare la crisi e preservare la poltrona.

No, qui conta una cosa soltanto, risolvere un dilemma che è diventato amletico: salvare o non salvare Salvini? Non c’è altro. Tutto il resto è noia.

La lezione di Stefania Prestigiacomo

Sull’essere berlusconiana di Stefania Prestigiacomo nessuno può nutrire dubbi. Forzista della primissima ora, in Parlamento dal ’94, senza tentennamenti dettati dal momento, il patentino di fedelissima del Cav se l’è conquistato sul campo. Una premessa che risulta obbligata per chiarire che non si può accusare la deputata siciliana di essere di sinistra.

Adesso veniamo all’attualità.

Stefania Prestigiamo è salita, insieme a Nicola Fratoianni di Sinistra Italiana e Riccardo Magi di +Europa, su un gommone che l’ha portata a bordo della Sea Watch 3, l’imbarcazione ferma ad un miglio dalla “sua” Siracusa con 47 migranti in attesa di sbarcare.

Una decisione presa in autonomia, senza consultare i vertici, motivata come “visita ispettiva” in qualità di parlamentare per verificare le condizioni dei profughi.

In Forza Italia si è scatenato un putiferio: molti parlamentari si sono imbarazzati per questo atto dell’ex ministro del Mare (guarda un po’ il destino). C’è chi come Alessandro Cattaneo, ex sindaco più amato d’Italia ma promessa mancata degli azzurri a livello nazionale, si è dissociato apertamente con un post su Facebook.

Altri, come la Gelmini, hanno tentato di stare un po’ di qua e un po’ di là, sostenendo la legittimità dell’azione della Prestigiacomo, ma ribadendo la linea politica di contrasto all’immigrazione clandestina di Forza Italia.

E poi c’è chi, come Carfagna e Micciché, ha applaudito apertamente all’azione della Prestigiacomo con buona pace di Salvini.

Ora bisogna tornare alla premessa iniziale: il patentino di berlusconiana, dicevamo, Stefania Prestigiacomo ce l’ha. Chi oggi accusa Berlusconi di essere passato a sinistra, di comportarsi come i “kompagni” comunisti, ha cattiva memoria o non conosce la storia.

Era il giorno di Pasqua del 1997, Berlusconi a Brindisi scoppiò in lacrime davanti ai cronisti parlando dei migranti che arrivavano in Italia dall’Albania (sotto c’è il video, guardatelo, ne vale la pena).

La lezione della Prestigiacomo è questa: essere di centrodestra non è mai stato essere disumani. Perché è questo che oggi da destra si chiede a Forza Italia. Negare la propria umanità, la propria sensibilità, in favore di un rigore che a questa storia politica non è mai appartenuto. Stare dalla parte dei migranti non è essere di sinistra. Così come essere di sinistra non vuol dire stare per forza dalla parte dei migranti: è pieno di anti-Salvini che questi disperati con la pelle nera, oggi, li rispedirebbe volentieri al mittente.

Nota a margine: rincorrere le posizioni esasperate della Lega sui migranti non farà guadagnare nuovi voti a Forza Italia. Ne abbiamo una prova: Giorgia Meloni. Ormai i migranti sono materia di Salvini. Lasciate a lui, se proprio vuole, il vergognoso compito di sfruttarli.