Fuori i politici dalla Festa della Repubblica

Come quando da bambini ci davano la possibilità di fare un gioco bellissimo, un’esperienza nuova e poi noi, cretini, iniziavamo a litigare, a rovinare tutto, ad irritare i genitori. Andava finire sempre allo stesso modo: mamma e papà ci toglievano il giocattolo, ci riportavano a casa tra lacrime disperate ma tardive. Era l’unico modo che conoscevamo per imparare la lezione.

Così bisognerebbe trattare i politici, soprattutto quelli che rovinano le feste d’unità nazionale rendendole temi di campagna elettorale, anche adesso che all’orizzonte – almeno ufficialmente – non c’è nessun voto.

Dopo il 25 aprile, guastato da Salvini e dalle sue ricostruzioni storiche farlocche, ora è toccato alla Meloni rovinare il 2 giugno, la Festa della Repubblica. Prima contestando il tema della parata militare a Roma (dedicata all’inclusione), poi denunciando di non essere stata invitata. Falso, ovviamente. Come fonti della Difesa hanno minuziosamente spiegato, la Meloni voleva un posto nella tribuna presidenziale. Come fosse un’istituzione, non una leader di partito.

Perché alla fine, come si è visto il 2 giugno di un anno fa, con il governo fresco di giuramento e i 5 Stelle ancora in luna di miele con il Paese, la Festa della Repubblica così come qualsivoglia celebrazione, che siano i funerali delle vittime del Ponte Morandi o passeggiate in giro per l’Italia con il giubbotto della Polizia, sono tutte buone occasioni per ostentare, nutrire l’ego, acchiappare voti.

E poco importa che di questo passo vadano smarriti quei pochi simboli che ci tengono insieme, che ancora ci fanno sentire un Paese solo, da Nord a Sud, da Sud a Nord. Conta il gradimento nei sondaggi, la percentuale di voti, la prima fila davanti ai fotografi, la carrellata di selfie col pubblico inneggiante.

No, meglio fare come i nostri genitori. Via i politici, che paghino tutti anche se hanno sbagliato in pochi. Presenti alla Festa della Repubblica soltanto il Capo dello Stato, il ministro della Difesa e i vertici militari di turno. E poi i rappresentanti della società, le associazioni di volontariato, gli artigiani, gli imprenditori, i lavoratori, i pensionati. Perché il 2 giugno è la festa della dell’Italia, della “res publica”. E la cosa pubblica è di tutti. Non di parte. Non dei partiti.

25 aprile, un leader senza memoria non è un leader

Partiamo da un augurio: buon 25 aprile a tutti, ma proprio a tutti, anche a quelli che oggi possono permettersi il lusso di snobbare la Festa della Liberazione proprio perché sono stati liberati.

Tra loro c’è Matteo Salvini, che ha deciso di disertare le celebrazioni di questo importante anniversario dando prova, se ce ne fosse ancora bisogno, di non avere i connotati necessari per essere un leader che unisce la Patria, con la “p” maiuscola, come piace a lui.

Non è buttandola in caciara, alimentando tensioni e divisioni che nel 2019 si sperava fossero superate, che ci si afferma come uomo delle istituzioni, come interprete dell’unità nazionale. D’altro canto non deve sorprendere l’atteggiamento di chi non è mai stato un “partigiano” di questo Paese. Nemmeno nelle occasioni più futili: Salvini è lo stesso che alla finale degli Europei di calcio del 2000 tifava Francia contro l’Italia. Non siamo dinanzi ad un patriota, Salvini non è lo statista che crede di essere, non dobbiamo meravigliarci se non comprende il valore di una giornata che celebra la riscossa di una comunità intera.

Perché il 25 aprile è la festa dei partigiani, ma è anche la festa dei sacerdoti che morirono insieme ai propri fedeli. La Resistenza è quella dei fazzoletti rossi, ma è anche quella dei 600mila internati nei lager nazisti che preferirono restare in prigione piuttosto che imbracciare i fucili contro altri italiani. Salvini è un esempio vivente di memoria selettiva: celebra l’Italia solo quando gli pare, è un sovranista che ha scordato quando ci siamo riappropriati della sovranità. Ma un leader che non conosce la storia non è un leader. Un leader che non ricorda il passato non è un leader. Peggio: un leader che non vuole riconoscere la storia e il passato non è un leader.

Com’è che recitava quello slogan? Ah sì, prima gli italiani…Come quelli che sono caduti, a migliaia. Pure per te, Salvini.