Meglio la capitana del Capitano

Carola Rackete

Non c’è bisogno di essere di sinistra, di ostentare lo slogan “Restiamo umani” in contrapposizione a quello dei “#portichiusi”, per scegliere il lato giusto della storia nella vicenda della Sea Watch 3, per dire “meglio la Capitana del Capitano”. Non siamo amanti delle forzature, delle violazioni delle acque territoriali, ma ad essere violati per primi sono stati i diritti umani di 43 disperati che stanno friggendo da giorni in mare aperto a poche miglia da quello che ritengono un porto amico, un approdo sicuro. Lampedusa.

Matteo Salvini, sappiatelo, lucrerà su questa violazione da parte della comandante della Ong, la 31enne Carola Rackete, ottenendo tanti consensi così come accadde per la Aquarius prima e per la Diciotti poi. Ma la differenza che passa tra un politico e un acchiappa-voti risiede nella capacità di distinguere il giusto dallo sbagliato, sta nel coraggio di assumere decisioni impopolari purché oneste.

La retorica che Salvini diffonde, invece, quella degli italiani che lo pagano per difendere la Patria, si scontra con una domanda semplice, eppure necessaria: “Ma difendere da chi?”. Dalla comandante Carola? Da 43 uomini e donne che fino a pochi giorni fa sono stati torturati e seviziati nelle prigioni libiche?

Il cinismo di chi esibisce i muscoli, di chi promette di schierare la forza pubblica, di chi del “cattivismo” fa un modo di essere, di chi dice “non sbarcano nemmeno a Natale”, dev’essere smontato da una politica intelligente (Europa, dove sei?).

Perché far sbarcare esseri umani in difficoltà è un dovere, è un obbligo prima di tutto morale. Poi comincia un’altra partita: quella dell’accoglienza. Sono due piani distinti, che Salvini e chi gli fa il verso (tipo una Meloni sempre più macchietta che propone di affondare la nave) tentano di mescolare in maniera subdola, ambigua.

Non serve piangere il giorno dopo sulle foto di un padre e una figlia annegati nel tentativo di varcare un confine. Bisogna agire prima.

Il principio dev’essere: salviamoli tutti, accogliamone una parte.

E’ con questa ricetta, seria, onesta, sensata, che si può condividere e alleggerire il peso dei flussi migratori. Perché pensateci bene: un’estate dopo siamo punto e a capo. Salvini avrà pure aumentato i suoi voti, ma di certo non ha risolto il “problema” migranti.

Un vaccino contro Salvini

salvini

 

Quindi a cos’è servita, alla fine, la vicenda Aquarius? L’annunciata chiusura dei porti italiani, il calvario dei migranti, la guerra diplomatica che mette a rischio l’esistenza dell’Europa: quale problema ha risolto, quale soluzione ci ha garantiti? All’indomani della vicenda scrissi: ha vinto solo Salvini. Lo scriverei di nuovo.

Ma il leghista, che ama farsi chiamare dai suoi “il Capitano”, più che un generale stratega è un maestro dell’improvvisazione. Segue l’istinto, spesso con profitto. Ma quando governi un Paese come l’Italia non puoi permetterti di giocare a dadi ogni volte. Prima o poi becchi un doppio uno e sei fuori dal tavolo.

Così se è vero che dal pugno duro in mare aperto Matteo Salvini ha ottenuto un bonus di voti alle amministrative e si è accreditato come il dominus di questo governo, lo è pure che a pagare il conto più salato è proprio l’Italia. Perché dalla sua postazione strategica, trovandosi al centro della grana che lui stesso ha fatto scoppiare, Salvini ha il potere di indirizzare il Paese su un binario scosceso che può portare al precipizio.

L’alleanza con Visegrad, con quei Paesi che respingono l’idea di prendersi una parte dei migranti che sbarcano in Italia, è spiegabile soltanto con la volontà di Salvini e dei suoi partner di spaccare e spacchettare l’Europa. Il nazionalismo a prescindere, dunque. Convinti – a torto – che si sta meglio soli che male accompagnati.

Se non fosse che senza Europa – a meno che tu non sia la Germania, da tempo abituata a ragionare da entità distaccata – sei destinato a diventare poco più che un Paese satellite. Resta solo da capire di chi. Per l’alzata d’ingegno – e di cresta – di Salvini, a rischio c’è perfino Schengen. La libera circolazione dei cittadini e delle merci: che detta così non dice nulla, ma nella pratica significa ritardi negli spostamenti, negli acquisti online, lentezze nei viaggi, nella vita quotidiana di milioni di persone. Disagi, problemi, fastidi. Peccato.

E la triste realtà, forse, è che per capire cosa stiamo perdendo dovremo andarci a sbattere. Per qualche tempo ancora saremo ostaggi di Salvini. Dovremo prima ammalarci, per debellare il virus. A proposito di vaccini, faremmo bene a svilupparne uno contro di lui.

Salvini sarà il nostro Trump: finiremo per togliere i figli ai genitori

trump

 

Per la retorica made in Salvini l’approdo finale è un Paese modello Trump. L’uomo che ha vinto le elezioni Usa sulla promessa di un muro al confine col Messico, lo stesso che in questi mesi ha separato 2000 bambini dai genitori con la scusa della “tolleranza zero” sull’immigrazione.

Lo ricordano tutti, Salvini a Philadelphia, posare per una photo oppurtunity che Trump avrebbe poi rinnegato. Fu l’occasione per copiare il font dei cartelli elettorali che negli Usa recitavano “Make America Great Again” da noi “Prima gli italiani” e “Salvini premier”.

Ma la passione per Trump e quel suo modo di fare politica parlando alla pancia delle persone non si è estinto con l’andata al governo. Donald ha dimostrato che si possono attuare le promesse più impensabili. Anche quelle sbagliate. Così Salvini, preso possesso del Viminale, è alla continua ricerca di un nemico da asfaltare, nell’attesa di capire se realmente userà la ruspa.

Oggi è la volta delle navi Ong, che secondo il ministro sono parte del business dei migranti, lo stesso da cui però drena voti. Ma una volta arginata o sconfitta l’influenza delle organizzazioni non governative, dove volgerà lo sguardo il leader della destra (senza centro) italiana?

Il prossimo passo potrebbero essere direttamente i migranti, senza la rete di protezioni delle navi e degli sbarchi. Perché quando in inverno gli italiani smetteranno di guardare le cartine nautiche, quando vedranno passeggiare per le loro vie gli “stranieri” che qui sono arrivati prima della stretta sui porti, cosa chiederanno a Salvini se non la “testa” dei richiedenti asilo?

E quale misura più popolare, per Matteo, se non quella di mandare in gattabuia  i migranti, “colpevoli” solo di scappare dall’Inferno?

Macron può segnare la fine di Salvini, proprio sui migranti

macron conte

 

Fra le espressioni che Giuseppe Conte utilizza con maggior frequenza, a margine del bilaterale con Emmanuel Macron, merita un posto d’onore “i nostri amici francesi“. Il tentativo di archiviare la freddezza del post-Aquarius come un episodio risalente a diverse ere geologiche fa è ben riuscito. Per quanto nella conferenza stampa congiunta che va in scena a Parigi entrambi i protagonisti debbano slalomeggiare con maestria, per evitare di pestare le mine che i giornalisti disseminano sul percorso nel tentativo di farle esplodere, il più delle volte nominando il convitato di pietra del summit: Matteo Salvini.

Macron ha la presunzione di conoscere il tipo leghista. Il segretario del Carroccio è – secondo il Presidente della Repubblica francese – la trasposizione italiana della sua peggiore nemica in patria: Marina Le Pen. Dove non è riuscita la figlia di Jean-Marie, però, è riuscito Salvini: andare al governo. Ma il fatto che il ministro dell’Interno italiano sia titolare in Italia di una partita che può segnare la sopravvivenza dell’Europa non obbliga Macron a considerarlo come un suo interlocutore.

E non è un caso che l’inquilino dell’Eliseo, rispetto al cosiddetto “asse dei volenterosi” che vede Salvini alleato con il nazionalista austriaco Kurz e con l’omologo Seehofer – l’uomo che in Germania si oppone alle politiche di accoglienza volute dalle Merkel – risponda con la linea del “mon ami Giuseppé“.

Tira in ballo le Costituzioni di Francia e Italia, Macron. Ricorda che a dirigere il governo sono i leader che si sono appena incontrati, a dispetto di quanto può dire o auspicare Salvini. Non una precisazione banale, fine a sé stessa. Semmai una sfida nella sfida, un azzardo in cui a giocarsi tutto non è solo Macron, ma l’Europa tutta.

Cambiare paradigma“, dice Conte. “Lavorare mano nella mano“, scandisce Macron. Il senso è lo stesso: risvegliare l’Europa, dimostrarne le potenzialità e soprattutto le capacità di agire nel concreto dinanzi ad uno degli ultimi bivi che la storia le presenterà.

In questo sta la sfida politica a Salvini, che forse ha avuto il merito di mettere la questione migranti al centro del dibattito, ma scommette – ancora una volta – nel fatto che l’Europa si rivelerà evanescente quando si tratterà di passare all’azione.

E non è casuale il riferimento di Macron ai “contatti privilegiati” di Salvini con “alcuni in Europa“, tra cui viene reso esplicito quello con l’Ungheria di Orbàn, lo stesso che si oppone alla riforma di Dublino e alla solidarietà tra Stati che tanto servirebbero all’Italia.

Se Macron riuscirà a cambiare l’Europa allora Salvini potrebbe fare la fine di Nigel Farage, l’ex leader dello Ukip, il partito per l’indipendenza del Regno Unito squagliatosi subito dopo aver ottenuto la Brexit.

Sarebbe paradossale se la fine di Salvini fosse determinata dalla soluzione della crisi dei migranti.

Papa Francesco sui migranti è “avanti”

papa francesco

 

C’è una bella differenza tra l’essere di sinistra ed esercitare buon senso. In questa differenza sta Papa Francesco. Un uomo speciale che non può essere etichettato. Sarà per questo che gli attacchi di chi lo accusa di essere un pericoloso rivoluzionario, un riformista da arginare per il bene della Chiesa e del mondo, non lo hanno ancora fatto desistere.

Il Papa c’è, per fortuna.

Così nei giorni in cui la retorica aggressiva di Salvini dilaga, nell’epoca in cui l’accoglienza dei migranti sembra dover per forza precludere il benessere degli italiani, il Santo Padre riporta ragione e buon senso. Lo fa ricordando a tutti che quelli sui barconi non sono numeri ma “persone, con la loro storia, la loro cultura, i loro sentimenti e le loro aspirazioni“.

Ma se questo Papa fa politica – come qualcuno dice – allora la fa con senno, con richieste giuste. Come quando invoca “la responsabilità della gestione globale e condivisa della migrazione internazionale“. Parole chiave: globale e condivisa.

O come quando rimarca la necessità di “passare dal considerare l’altro come una minaccia alla nostra comodità allo stimarlo come qualcuno che con la sua esperienza di vita e i suoi valori può apportare molto e contribuire alla ricchezza della nostra società“.

Dice la verità. Apre la mente.

All’Europa manca un politico come Bergoglio.

Macron non faccia il francese

macron

 

Emmanuel Macron potrà godere – ancora per un anno – di un credito diffuso in tutta Europa. Fino a quando, cioè, alle Europee 2019 non sarà costretto a scegliere la propria collocazione politica a Strasburgo.

I socialisti europei per mesi hanno coccolato il sogno e il paradosso che a risollevare le sorti della sinistra fosse proprio colui che in Francia l’ha distrutta.

Poi ha iniziato a profilarsi l’ipotesi horror per tutte le cancellerie europee: quella di un’intesa tra En Marche e il MoVimento 5 Stelle. Un’idea a quanto sembra definitivamente tramontata, ancora di più alla luce del cortocircuito istituzionale tra Italia e Francia scoppiato sulla vicenda Aquarius.

Alla fine potrebbero spuntarla i Liberali dell’Alde, ma se potessero gli stessi Popolari rimpiazzerebbero una Merkel sempre lucida ma ammaccata con il nuovo leader che promette di risvegliare il Continente.

Macron, però, proprio per l’immagine di nuovo europeista che è stato in grado di darsi fin dalla sua salita all’Eliseo, ha una responsabilità non solo nei confronti della Francia, ma anche di quei Paesi che all’Europa non vogliono rinunciare.

L’entrata a gamba tesa sulla condotta dell’Italia sul tema migranti, dunque, può essere catalogato soltanto come un autogol. Non fosse altro per due motivi: il primo, la Francia non è nella posizione per dare lezioni a nessuno – tanto meno a noi – in fatto di accoglienza; il secondo, non ha distinto tra l’Italia e Salvini.

Adesso metta da parte l’orgoglio. Dimostri di appartenere ad una nuova generazione di leader. Ingoi il boccone, detti una dichiarazione e chieda scusa all’Italia. Non faccia il francese, se tiene davvero all’Europa.

Giuseppe Conte, dove sei?

conte senato

 

Si era presentato come l’avvocato difensore degli italiani, Giuseppe Conte. Ma proprio quando piovono accuse dal resto d’Europa, stranito e sconvolto dall’assurda gestione italiana della vicenda Aquarius, il Presidente del Consiglio si dilegua.

Sì, c’è una nota di Palazzo Chigi in risposta alle offese recapitate da Macron. Ma l’unico sprazzo che si coglie in un messaggio privo di sussulti è quella chiosa finale in cui si rimarca la distanza tra i fatti dell’Italia e le prediche francesi (“Agli altri nostri alleati lasciamo le parole“). Troppo poco.  Voi ne sapevate qualcosa?

È un grigiore, quello di Conte, che non è venato neanche dalla moderazione o dalla saggezza. Il suo è un grigio e basta, un’impalpabile sfumatura che a paragone col giallo-verde stridente di un governo che si fa portavoce del cambiamento (che non vuol dire miglioramento) nemmeno si nota.

Così spetta a Salvini ribadire che il premier ha “completa autonomia” rispetto all’incontro in programma per venerdì all’Eliseo con Macron (e Conte ringrazi per questa concessa libertà).

Così come spetta a Di Maio, da ministro del Lavoro e dello Sviluppo, decidere cosa sarà ad esempio dell’ILVA, dell’industria più grande del Sud Italia.

E non che vadano invase le sfere di competenza, ma una parola dal Presidente del Consiglio, dall’uomo che secondo la Costituzione “dirige la politica generale del Governo e ne è responsabile” sarebbe forse lecito attendersela.

Conte invece tace. Prende tempo, ostenta libertà e autonomia solo al G7. Prolunga il proprio tour nelle terre martoriate dal terremoto. Sorride ai flash, aggiusta la riga dei capelli. E forse un giorno taglierà nastri. Stop. Finito.

Nessuno sa cosa pensi. A pochi interessa. Tanto ci sono Salvini e Di Maio.

Giuseppe Conte, dove sei?

Ho scoperto il piano C di Salvini

salvini europa

 

Se il piano A è messo nero su bianco nel programma del “governo del cambiamento“, questo non vuol dire che i contraenti del patto non abbiano coltivato in queste settimane schemi alternativi a quello infine formalizzato.

Ce lo ricordiamo tutti il polverone sollevatosi per Paolo Savona, oggi ministro per gli Affari Europei, sull’altare del quale si stava sacrificando non soltanto la trattativa per il governo ma pure la tenuta della Repubblica. Tutto per colpa di quel famoso piano B che neanche ieri, alla presentazione del suo libro “Come un incubo e come un sogno“, l’economista ha voluto sconfessare: uscire dall’Euro in un fine settimana, mettersi a stampare lire su lire di venerdì pomeriggio – a Borse chiuse – e completare il processo entro lunedì mattina. Facile no?

Ma tra il piano A che giura fedeltà all’Europa e il piano B che ne teorizza l’uscita sta emergendo in queste ore un piano C, ed è targato Matteo Salvini. Né restare, né uscirne: farla saltare questa Europa.

Ne è la prova la condotta sulla vicenda Aquarius, in cui Salvini non ha lasciato in mare aperto 629 disperati per vincere il braccio di ferro con Malta, ma soprattutto per mostrare i muscoli a Bruxelles.

Una mossa che se pure ha avuto il merito di aprire una riflessione allargata sul tema dell’immigrazione, ha messo però l’Italia alla mercé degli insulti di un Paese come la Francia, che in quanto ad accoglienza non può darci di certo lezione.

Se quella di Salvini su Aquarius è stata il frutto di una manovra elettorale per raccattare un po’ di voti in più alle amministrative o il primo passo di una strategia scellerata lo capiremo molto presto. Pensare di accogliere soltanto i migranti raccolti dalle navi della marina e dalla guardia costiera italiane – lasciando le Ong battenti bandiera straniera al proprio destino – è un discorso miope.

A meno che l’idea non sia appunto quel piano C di cui sopra. Far saltare tutte le alleanze in Europa. Dare il via ad un tutti contro tutti capace di mettere in discussione la tenuta e l’essenza stessa dell’Unione. Sarebbe quasi diabolico.

Altro che miope, forse Salvini ci vede benissimo.