Il primo giorno di scuola è andato. Arcuri purtroppo è rimasto

Il primo giorno di scuola è andato. In un modo o nell’altro 5,6 milioni di studenti hanno fatto ritorno in classe. E quando la ministra Azzolina sostiene che questo è “un giorno bellissimo” non sbaglia. La speranza è che la constatazione non contenga al suo interno un memento: nel 2019, il capo del suo stesso governo, Giuseppe Conte, pronosticò che quello sarebbe stato “un anno bellissimo“. Lo è stato soltanto in un senso: se paragonato al 2020.

Il rischio che il primo giorno di questo nuovo anno scolastico sia stato anche il migliore di quelli a venire esiste, è inutile nasconderlo. L’entusiasmo, la soglia d’attenzione elevata da parte di insegnanti, genitori e alunni, con il passare delle settimane rischia di sfociare in nervosismo e caos: e la colpa non è certo degli attori appena citati.

Quando leggiamo il presidente dell’Associazione Nazionale Presidi, Antonello Giannelli, dire che oggi tante scuole “fanno a meno dei banchi e tengono solo le sedie” perché è stato consegnato “solamente l′8% dei banchi, cioè 200mila unità“; quando apprendiamo che “restano due milioni e 200mila banchi che devono ancora essere recapitati agli istituti“, onestamente il primo pensiero va a Domenico Arcuri, il commissario “straordinario” all’emergenza.

Nessuno dice che il suo compito sia stato facile, ma invece di passare il tempo a fare conferenze stampa fiume tra aprile, maggio e giugno, anziché polemizzare sul prezzo di vendita delle mascherine, invece di ingegnarsi per accreditarsi con la stampa italiana, forse sarebbe stato più utile e saggio iniziare a pensare per tempo al ritorno in classe degli studenti.

Se chiedete a lui, però, avrete la sensazione di parlare più o meno con il Padre Eterno. Leggere l’intervista pubblicata oggi su Repubblica per avere un’idea dell’ego ipertrofico chiamato a gestire i bisogni di sicurezza della comunità. Per provare inquietudine e sconcerto.

Un passaggio è esemplare. Quando viene interrogato sulla questione banchi, Arcuri incredibilmente lascia trapelare soddisfazione: “Entro fine ottobre, cioè in due mesi, consegneremo 2,4 milioni di nuovi banchi. Non male, non trova?“. Il giornalista dall’altra parte sorvola (male), il punto è che alla fine di ottobre – sempre ammettendo che le previsioni vengano rispettate – mancano 45 giorni. Tradotto: non siamo arrivati pronti all’appuntamento con la scuola, nonostante abbiamo avuto sei mesi di tempo per prepararci.

La campanella è suonata, noi siamo in chiaro ritardo. E senza giustificazione. Il primo giorno di scuola è andato, Arcuri purtroppo è rimasto.

La scuola italiana ce la farà, non certo grazie a lui, bensì all’eroismo di presidi, insegnanti e collaboratori. Ma anche all’intelligenza e alla capacità di adattamento degli alunni.

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Vedere oggi le foto dei bambini con grembiule e mascherina è una scena che spezza il cuore: in mezzo a quei ragazzi c’è il nostro futuro. E noi li costringiamo a scrivere con il quaderno sulle ginocchia. Certo, c’è di peggio, ad esempio il contagio: ma onestamente si poteva fare meglio. Dirlo non è fare polemica sterile, è dire le cose come stanno, fare cronaca.