Vienna ci ricorda l’altro virus

Sconvolti dalla pandemia, feriti dalle sue ripercussioni socio-sanitarie, ci siamo illusi che i problemi di ieri fossero stati cancellati dal virus. Come se l’agente infinitamente piccolo che ha stravolto le nostre vite avesse portato, insieme al suo carico di morte, anche qualche beneficio di cui godere.

Dai talk show monopolizzati dal Covid, fino alle discussioni intergovernative, era ormai evidente che le nostre società fossero entrate in un’altra dimensione di post-storicismo.

Tanto cupi sono i tempi che viviamo, che ad un certo punto ci siamo convinti che prima della scoperta del virus la nostra epoca fosse una sorta di Eden spogliata di assilli e affanni, al riparo da problemi inestinguibili, da piaghe inguaribili.

Il commando entrato in azione nella notte di Vienna ci ha infine riportati sulla Terra. Dolorosamente.

Lo ha fatto ricordandoci che la guerra al terrorismo è la più difficile non solo da vincere, ma perfino da combattere. Perché è complicato anche solo ipotizzare che un vaccino arrivi mai a liberarcene. Perché il problema di fondo è lo stesso da una ventina d’anni a questa parte, da quando due aerei di linea in una splendida mattina di settembre si trasformarono in armi da guerra, ferendo l’America in profondità, fin nelle viscere del suo essere.

Quale, dunque, il motivo che ci rende così maledettamente, periodicamente esposti alle mire dei fanatici? Semplice: il terrorismo non è uno Stato, non puoi bombardarlo fino a distruggerne uomini e risorse; bensì è una tattica, applicabile potenzialmente da chiunque, per questo praticamente inestirpabile dal Pianeta.

Allora che fare? Se è vero che l’Austria trafitta al cuore vale come Europa, è il Vecchio (speriamo non senile) Continente a dover reagire. Ma contro cosa? E contro chi? I prossimi giorni serviranno ad individuare provenienza e moventi di tali assassini, ma c’è già qualcosa che possiamo fare. Innanzitutto contarci. Verificare se il fronte delle alleanze è compatto nel condannare tali attentati. Esercizio, questo, da esportare soprattutto in seno alla NATO. Per portare alla luce doppi giochi e ricatti che non possiamo permetterci più di accettare. Per venire a patti con la realtà e agire di conseguenza: come extrema ratio, provvedendo anche ad estromettere chi non condividesse i valori occidentali, la lealtà nei confronti del Patto Atlantico, il rifiuto del terrorismo islamico.

Ogni riferimento alla Turchia di Erdogan non è puramente casuale.


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Sono solo parole

 

Se fare politica fosse il racconto delle proprie giornate, dire con chi si è parlato, cosa si è chiesto, a che si è pensato, allora sì,  Matteo Salvini sarebbe il miglior politico in circolazione. Peccato che fare politica significhi amministrare, decidere, rischiare, gestire, ascoltare, risolvere i problemi della gente. In pratica tutto l’opposto che parlare.

Ed è in questo equivoco persistente, tra il racconto che Salvini dà della sua azione e quello che realmente ottiene, che sta lo scarto tra il comunicatore e il politico. Perché a vederlo su Facebook, a guardarlo in tv, a sentirlo in radio, il Matteo leghista sembrerebbe aver risolto buona parte dei problemi dell’Italia, parrebbe aver finalmente preso in mano il dossier migranti (da lui raccontato come un’emergenza). Eccolo, insomma, l’uomo del destino, l’eletto dalla storia perché la scriva.

E invece la realtà è che cambiano i modi e i toni, ma pure con interlocutori a lui affini come il tedesco Seehofer e l’austriaco Kickl, il nostro ministro dell’Interno torna dal vertice europeo senza avere in mano un risultato che sia uno. Il fatto è che l’Italia ha priorità che per Germania e Austria sono al massimo note a margine. E viceversa.

E allora dell’elenco di Salvini: “Ho chiesto un impegno sulle espulsioni, ho chiesto collaborazione economica per il controllo delle frontiere a sud della Libia, ho chiesto la revisione delle regole di ingaggio, ho chiesto più uomini e mezzi per raffrontare Frontex sulle frontiere esterne dell’Ue e l’avvio di un percorso per stabilire un’autorità della Libia sulle acque di sua competenza per arrivare a riconoscere i porti libici come sicuri“, di questa serie di “ho chiesto”, di questa letterina a Babbo Natale cosa resta se poi nessuno queste proposte le accetta?

Cosa resta se in una riunione tra sovranisti la formula preferita è “prima gli italiani”, “prima i tedeschi” o “prima gli austriaci”?

Restano i proclami, le dirette Facebook, le promesse senza scadenza.

Una cantante diceva: “Sono solo parole“.

5 domande per Matteo Salvini

 

Matteo Salvini viene descritto in questi giorni come un animale politico infallibile, l’uomo del destino, il salvatore della patria che l’Italia aspettava da chissà quanto tempo. Io non lo credo. Ma se solo rispondesse a queste domande, forse potrei pure iniziare a farmi un’idea diversa. Ci provo? Dai, gliele faccio.

Caro ministro, il meccanismo di ricollocamento dei migranti che tanto ossigeno garantirebbe all’Italia va troppo a rilento. Ha ragione. Mi sfugge però un passaggio. L’Austria ha accettato di prendersi in tutto 44 ( per sicurezza mi ripeto, quarantaquattro) richiedenti asilo sbarcati sulle nostre coste. La Polonia zero. La Repubblica Ceca zero. La Slovacchia zero. L’Ungheria zero.

Domanda numero 1:  Perché lei fa l’amicone con l’Austria di Kurz, l’Ungheria di Orban, insomma con Visegrad, se proprio loro non ci aiutano?

Caro ministro, da quando ha messo piede al Viminale ha impostato una lotta sfrenata al fenomeno migratorio. Si dirà: è per questo che è stato votato. Giusto. Lei però è a conoscenza del fatto che dal 2017 al 2018 il numero degli sbarchi è sceso del 77,44%.

Domanda numero 2: Perché soffia sulle paure degli italiani descrivendo un’emergenza che non esiste? Non crede che ci guadagnerebbe pure lei facendo meno demagogia e dedicandosi ad una “gestione” del fenomeno senza strepiti? 

Caro ministro, le sue parole sulla necessità di compiere un censimento sui rom sono state oggetto di critiche. Schedare una parte di popolazione in base alla propria etnia capirà che è quanto di meno costituzionalmente corretto ci si possa attendere da un ministro della Repubblica. Voglio però venirle incontro.

Domanda numero 3: Le hanno detto che un rapporto – che è diverso dal censimento – sulla presenza della popolazione rom in Italia è stato già stilato dall’ISTAT nel 2017? Se vuole può consultarlo, le lascio il link.

Caro ministro, nelle ultime ore ha messo in dubbio l’opportunità che a Roberto Saviano spetti la scorta. Sicuramente ha fatto una battuta. Come ha avuto modo di ricordare lei stesso durante una diretta Facebook, Saviano è l’ultimo dei suoi problemi in questo momento.

Domanda numero 4: Non crede sarebbe meglio passare il tempo – come ha detto di voler fare – a combattere mafia, camorra e ‘ndrangheta, anziché mettere in dubbio la funzione di chi la criminalità organizzata la combatte? Lei dice che preferisce i fatti alle parole: ma Saviano è un giornalista, uno scrittore, cosa deve fare? Presentarsi a Casal di Principe pistola in pugno?

Caro ministro, io ho finito. Ho solo un ultimo quesito.

Domanda numero 5: Mi risponde?

L’Italia nell’altra Europa di Salvini

 

Nell’attesa che Conte prenda coscienza di essere premier e che i 5 Stelle si accorgano di trovarsi finalmente al governo del Paese, Matteo Salvini ridisegna in un pomeriggio le storiche alleanze europee dell’Italia. Accoglie al Viminale il vice Cancelliere austriaco Strache e il collega degli Interni Kickl, in quella che altro non è se non la formalizzazione del sabotaggio in salsa sovranista dell’Europa per come l’abbiamo conosciuta in questi anni.

Un’Europa che secondo i voleri di Salvini non sarà la stessa della Merkel e di Macron, gli interlocutori incontrati da Conte non una vita, ma una settimana fa. Gli stessi che nei rispettivi bilaterali hanno prima tentato di capire se col nostro Presidente del Consiglio fosse possibile intavolare una strategia comune poi, accortisi che in Italia comanda la Lega, hanno pensato bene di abbandonarci al nostro destino. Deciso da Salvini, ovviamente.

Da qui la scelta di salvare il governo Merkel – una che in Europa conta ben più di Conte – e di liberarla dal cappio attorno al collo che l’alleato di governo Seehofer era in procinto di stringerle. Chi ci rimette? Ovviamente l’Italia, che secondo l’intesa Parigi-Berlino dovrà farsi carico dei cosiddetti “movimenti secondari” dei migranti. Tradotto: chi arriva in Italia e tenta di uscirne per andare nel resto d’Europa verrà respinto alla frontiera.

Ma il paradosso del piano di Salvini è che a legarlo a quelli che a più riprese definisce gli “amici austriaci” è quella stessa passione sfrenata per il nazionalismo che proprio tra Italia e Austria non potrà che creare cortocircuiti e malintesi. Lo si capisce quando Kickl dice che sarebbe bene evitare la chiusura delle frontiere per scongiurare un “effetto domino“. Cosa significa? Che se l’unica frontiera aperta sull’Italia restasse quella austriaca, loro, gli “amici” di Salvini, il Brennero non esiterebbero a chiuderlo. E tanti saluti alla cosiddetta “alleanza dei volenterosi e dei fattivi“.

In questa sfilza di contraddizioni non meraviglia allora che l’idea alternativa di quella che è stata già ribattezzata “internazionale sovranista” sia quella di proporre a paesi Balcanici come Albania, Montenegro e Serbia la creazione di hotspot in cui accogliere i migranti respinti. Una sorta di moneta di scambio: voi ve li prendete e noi proviamo a farvi entrare nell’Unione.

Ma in questo risiko di alleanze strampalate, a destare maggiormente impressione è la scarsa reattività di Giuseppe Conte, di un premier che ostenta irritazione nei confronti di Germania e Francia, chiedendo che prima ancora dei “secondary movements” Merkel e Macron accettino di ridiscutere Dublino.

Senza capire, o forse senza volerlo fare, che in realtà di quel trattato dovrebbe prima parlarne con Salvini. È l’altra Europa in cui Matteo ci sta portando, quella di Orban, di Kurz e Visegrad, che di prendersi i nostri migranti non vuole saperne.