Autostrade di parole

Gli ultimi anni della politica italiana ci hanno consegnato un teorema quasi infallibile: quando Di Maio propone una soluzione, la via da prendere è sempre l’altra. Perciò se i puntuali retroscena del mattino descrivono l’ira di Di Maio per com’è stata gestita dal premier Conte la partita Autostrade, allora c’è da essere fiduciosi sul fatto che tutto sia andato per il meglio. Manca soltanto la bollinatura del post su Facebook con cui Di Battista spiega agli italiani perché era meglio procedere con la revoca rischiando un contenzioso decennale da 23 miliardi di euro di risarcimento ai Benetton, pagati dallo Stato (ovvero da noi). Ma è ancora mattina presto, non disperate, arriverà.

Al di là delle battute, la sensazione è che per una volta abbia trionfato il buon senso. Ci sono voluti due anni e due governi per venire a capo di una questione che poteva essere affrontata da un punto di vista logico o ideologico. Alla fine, molto alla fine, Conte sembra aver deciso per la prima.

Cassa Depositi e Prestiti con ogni probabilità entrerà dentro Autostrade con un corposo aumento di capitale: in questo modo le quote dei Benetton, oggi all’88%, avranno sempre meno influenza scendendo fino a meno del 10%. La società sarà poi scorporata da Atlantia, la controllante di proprietà della famiglia veneta, e una volta quotata in Borsa saranno i mercati a sancire l’irrilevanza del precedente management.

Nessuna revoca, almeno così pare dopo il vertice conclusosi all’alba. Nessun rischio di risarcimento miliardario che lo Stato avrebbe dovuto corrispondere ai Benetton in caso di “cacciata” senza accordo. Ipotesi concreta, messa nero su bianco da un parere dell’Avvocatura dello Stato che ha fatto tremare i polsi a molti. Anche a chi per due anni ha fatto finta di niente. Anche a chi nelle ultime ore è uscito sui giornali con un’intervista che denuncia impreparazione politica e scorrettezza istituzionale: un Presidente del Consiglio che vuole essere duro, granitico, è tale al tavolo delle trattative. Non usa il giornale della stampa amica, in questo caso Il Fatto Quotidiano di Travaglio, per mettere pressione alla controparte. Soprattutto se quest’ultima è una società quotata in Borsa e ad uscirne danneggiati sono migliaia di piccoli risparmiatori e azionisti che col teatrino della politica non c’entrano nulla.

Resta il sollievo per aver chiuso (dobbiamo fidarci?) una partita dolorosa e intollerabile. Un giorno, qualcuno potrà scrivere un libro sulle dichiarazioni di questi anni, sulle minacce di revoca, decadenza, “cacciata a pedate” dei Benetton (testuale di esponenti M5s). Cos’è rimasto? Autostrade, di parole.