Impopolare di Bari

La vicenda della Banca Popolare di Bari fotografa alla perfezione la realtà di un sistema malato. Il governo in questo caso si trova a scontare colpe non sue, chiariamolo subito. Se il management dell’istituto pugliese ha concesso il credito seguendo una logica non di clientela, ma clientelare, non è colpa di Conte, del Pd, di Di Maio o di Renzi. Demerito dell’esecutivo, però, è rendere un “caso” una situazione invece molto chiara, inseguendo fantasmi del passato. Mps, Banca Etruria, Carige, Popolare di Bari. C’è differenza tra un salvataggio e l’altro? Dopotutto no. Cos’è una banca? Treccani, soccorrici: “Istituto che compie operazioni monetarie e creditizie, e la cui funzione principale, oltre alla custodia di valori e ai pagamenti, è quella di farsi intermediario nella circolazione della moneta, raccogliendo il risparmio e concedendolo in prestito“. Alt. Qui qualcosa è andato storto: il risparmio è stato concesso eccome. Ma a chi? E in cambio di cosa? E con quali garanzie? Carlo Cottarelli avvisa che il buco non è da rintracciare in “pochi prestiti di importo elevatissimo“, ma in un “numero elevatissimo di prestiti di ogni dimensione“. Fa differenza? Sì, “perché ci si tolga dalla testa l’idea che sia possibile recuperare facilmente le perdite […] al contrario di quello che alcuni politici sembrano suggerire, non c’è modo di recuperare le perdite, se non in piccola parte“.

Questo scenario ci suggerisce un’altra perdita: quella della bussola da parte di chi doveva gestire l’istituto. Cos’è una banca popolare? Treccani, torna qui: “Istituti di credito di tipo speciale creati per sovvenire con piccoli prestiti le classi meno agiate (piccoli commercianti, artigiani, agricoltori, ecc.)“. Qui è chiaro che qualcosa non torna: siamo pronti a scommettere che le classi meno agiate sono quelle meno sovvenzionate dalla Popolare di Bari. Piccoli prestiti? Facciamo parlare il bilancio del 2018: -423 milioni di euro. Non vi basta? I non performing loans (i crediti deteriorati, ovvero prestiti la cui riscossione è considerata ad alto rischio) schizzano oltre i 2 miliardi di euro. Ora dovrebbe bastare.

In tutto ciò c’è una domanda che ha una risposta precisa. Quando si salva una banca? Sempre. Perché una banca non è dei “banchieri”, ma soprattutto dei risparmiatori che ci mettono i soldi. In questo caso non parliamo di una banchetta qualunque, di una piccola filiale dimenticata dal mondo. Popolare di Bari è la più grande banca del Mezzogiorno. No, non c’è da gonfiarsi il petto. Piuttosto bisogna preoccuparsi se cose del genere accadono ad un istituto che dovrebbe essere attentamente monitorato data la sua importanza. Il punto dirimente però è un altro. Vogliamo uno Stato onnipresente? Uno Stato azionista coi nostri soldi? Ilva, Alitalia, ora Popolare di Bari. Siamo ben felici di pagare per aiutare dei connazionali in difficoltà, anche questo è un meccanismo di solidarietà. Ma l’intreccio tra politica ed economia è spesso pericoloso. Prendiamo la situazione della Popolare di Bari. Dalla Regione chiedono che venga mantenuta la natura “pugliese” della banca. No, non è regionalismo fine a se stesso. Il punto è che chi fa politica sul territorio difficilmente può farla senza gli strumenti del credito a propria disposizione. Ops, diamo un’occhiata al calendario: nel 2020 si vota in Puglia. Nessuno può permettersi scivoloni a pochi mesi dalle elezioni. Tradotto, quando Conte rilancia: “Avremo una sorta di Banca del Sud degli investimenti a partecipazione pubblica” parla di un’utopia non realizzabile. Non sarà una banca in agonia a rilanciare il Meridione. Basterebbe, per una volta, fare un bagno di realtà: ammettere che il salvataggio della banca era un atto necessario, dovuto. Senza recriminazioni, bugie, illusioni. Peccato che a quel punto si parlerebbe di “Impopolare di Bari”. E questo sì, in tempi di campagna elettorale permanente, che è un bel problema.