Cosa (non) aspettarsi dal Consiglio Europeo

Oggi non è l’11 luglio 1982. L’appuntamento non è allo Stadio Santiago Bernabeu per le ore 20. E no, l’Italia non vincerà 3 a 1 la finale del campionato del mondo di calcio grazie ai gol di Paolo Rossi, Marco Tardelli e “Spillo” Altobelli. Eppure l’attesa per il Consiglio Europeo in programma alle 15 a Bruxelles ricorda lontanamente quei grandi appuntamenti in cui tutto il Paese si ferma. Con qualche sostanziale differenza: l’Italia si è fermata da quasi due mesi per il coronavirus; e anche in caso di clamoroso successo di Giuseppe Conte non scenderemo in strada a festeggiare avvolti dal tricolore.

Il motivo principale è che la politica è una cosa bella ma complicata. I risultati di una trattativa tra 27 Stati, poi, non sono sempre quelli che potremmo sperare. E allora perché questa grande attesa? Un po’ perché è stato lo stesso governo – sbagliando – ad alzare le aspettative rispetto al vertice di oggi. E un po’ perché diventa via via sempre più chiaro che l’Europa non ha più molto tempo per affermare la sua indispensabilità politica. Eppure è bene ribadirlo: il gap tra utilità dell’istituzione e comunicazione del risultato non sarà colmato neanche oggi. Come milioni di cittadini europei ignorano i progetti finanziati dall’UE, anche per questo Consiglio Europeo non sarà facile comprendere la portata degli obiettivi raggiunti, almeno non nell’immediato. Il motivo è che oggi non sarà possibile raggiungere un accordo su tutta la linea, viste le divergenze manifestate dai diversi Stati membri alla vigilia del summit.

Anche se dovesse essere raggiunta un’intesa di massima sugli strumenti da opporre alla crisi economica causata dal coronavirus, poi, questa non sarà la manna dal cielo che milioni di italiani (ed europei) aspettano di veder cadere da oggi a domani. Nella migliore delle ipotesi il pacchetto da 500 miliardi di euro concordato dall’Eurogruppo – Bei, Sure e Mes – sarà operativo a partire dal 1° giugno. E il Fondo per la Ripresa (Recovery Fund) con cui la Commissione Europea dovrebbe garantire i cosiddetti “Recovery Bond” per la mutualizzazione dei debiti futuri (solo quelli) difficilmente si attiverà prima dell’estate, a voler essere ottimisti. Scordiamoci allora i coronabond, ovvero una condivisione del debito passato, presente e futuro.

Insomma, alla fine del Consiglio Europeo di oggi non vedremo Mattarella nei panni di un incontenibile Pertini. E quello di Conte non assomiglierà neanche vagamente all’urlo di Tardelli.

Torto e ragione di Renzi su questa storia di riaprire l’Italia

C’è una questione di tempismo, di opportunità politica, che può essere contestata a Renzi e alla sua intervista su “Avvenire”. Dire OGGI che bisogna riaprire le fabbriche prima di Pasqua – soprattutto se questa dichiarazione arriva da un esponente del governo – rischia di dare alla maggioranza della popolazione un messaggio sbagliato, contraddittorio. Può portare a credere che tutti gli sforzi compiuti fino ad oggi – le privazioni, le restrizioni alla libertà, i tanti, troppi morti – non abbiano avuto un senso. Meglio sarebbe stato lavorare in silenzio nel governo, proporre, studiare, pensare tempi e modi di una lenta ma inesorabile (e improcrastinabile) ripartenza. Ma Renzi è – anche – un leader di partito. E la necessità di visibilità porta a dover prendere degli azzardi, al rischio calcolato della sovraesposizione. Per la serie: purché se ne parli…

Poi però c’è un’altra questione: la sostanza. E su questo punto possiamo dire poco e nulla al senatore Renzi. Ognuno di noi ha il diritto di ritenere per sé e i propri cari che la migliore strategia per non contrarre il coronavirus sia quella di restare a casa. Un politico però ha il dovere di proteggere la salute pubblica. E questo significa tentare di tenere quanto più è possibile in equilibrio i due piatti della bilancia: salute ed economia. Perché il rischio è che la tempesta si trasferisca dagli ospedali alle case degli italiani. Perché morte non è solo Covid-19, ma anche crisi economica, recessione da coronavirus.

Mario Draghi ha illustrato quella che al momento pare l’unica ricetta credibile per fronteggiare la pandemia: fare debito, con lo Stato a farsi garante con le banche delle imprese, proteggere il lavoro per mettere in salvo i lavoratori. Immettere liquidità nel mercato, però, non sarà abbastanza se le nostre vite non riprenderanno una qualche forma di normalità, prima o poi. Qui si trovano gli errori di Renzi: indicare in prima di Pasqua il termine di riapertura delle fabbriche. Individuare nel 4 maggio la data di rientro a scuola degli studenti italiani.

Questi non possono essere degli impegni da assumere in queste condizioni: il piatto della bilancia pende troppo dal lato della salute, oggi, perché possiamo pensare all’economia. Eppure all’economia dovremo pensare. La grande sfida del coronavirus è questa. E Renzi ha probabilmente ragione nel dire che dobbiamo iniziare a (pre)vedere un modo diverso di stare al mondo. Al ristorante potremo e dovremo tornare (speriamo presto) ma dovremo essere certi di farlo in sicurezza. Effettuare l’esame sierologico su quante più persone è possibile nelle prossime settimane ci aiuterà a capire chi il coronavirus lo ha già avuto, combattuto e sconfitto, e per questo può tornare alla “nuova normalità” prima degli altri. Ma anche per questo: serve del tempo.

Forma e sostanza non sono state insieme in questa intervista. Tempi e modi sono stati sbagliati. Ma alla fine, SOLO quando l’emergenza sarà superata, dovremo GRADUALMENTE tornare a vivere. Anche se lo dice Renzi.

Il nuovo “whatever it takes” di Mario Draghi

Mario Draghi è quello che gli americani definiscono un “game changer”. L’uomo che con la sua mossa può cambiare la partita, indirizzarne l’esito, risultare decisivo. Il discorso del “whatever it takes” con cui nel luglio 2012 salvò l’euro non è stato un caso, un colpo di fortuna, un incidente della storia. Lungimiranza, capacità di reazione straordinaria davanti alle crisi, sono tutte caratteristiche non comuni: quanto manchi un profilo come Mario Draghi nelle istituzioni europee ai tempi del coronavirus è evidente a chiunque non osservi la realtà politica ed economica coi paraocchi del pregiudizio.

Ma quando il principale giornale economico europeo, il Financial Times, pubblica il lungo intervento di un ex governatore della Bce del peso di Draghi – e lo fa a poche ore dal vertice dei capi di Stato e di governo europei chiamati a decidere le mosse da opporre alla più grave recessione della storia del Vecchio Continente – allora è chiaro che non ci troviamo dinanzi ad una curiosa coincidenza. Quell’intervento ha l’obiettivo di incidere, di impattare pesantemente sul corso, sulla curvatura di questa terribile storia: di cambiare la partita.

Con la franchezza che gli è propria, Draghi ha descritto la pandemia come una “tragedia umana dalle proporzioni potenzialmente bibliche“. Questo è l’incipit dell’intervento sul FT: come dire, avete capito con quale mostro state combattendo? Se sì, bene. Se no, ve lo spiego io. Inutile illudersi: la recessione, dice Draghi, sarà inevitabile. Ciò che serve adesso – non dopo, adesso – è agire con “forza” e “velocità” perché la crisi non si trasformi in una “prolungata Depressione“. Per l’ex governatore della Bce – non un pericoloso sovversivo, un allegro sabotatore della stabilità finanziaria – l’unica risposta possibile per l’economia è la seguente: fare debito, garantire che lo Stato si faccia carico dei problemi del privato.

Il concetto è il seguente: proteggere il lavoro per salvare i lavoratori, l’economia tutta. Per questo le banche devono fare la loro parte, “prestando danaro a costo zero alle imprese“. Così facendo le banche diventerebbero “strumenti di politica pubblica” e “il capitale di cui hanno bisogno per svolgere questo compito deve essere fornito dal governo sotto forma di garanzie statali“. Quando devono farlo? Subito, altrimenti “i costi dell’esitazione potrebbero essere irreversibili“. Riportiamo testualmente: “Il corretto ruolo dello Stato è utilizzare il proprio bilancio per proteggere cittadini ed economia contro gli shock di cui il settore privato non è responsabile e che non può assorbire“.

In questo intervento c’è tutto Mario Draghi. Il governo italiano, i governi europei, lo ascoltino. Adesso. Facciano tutto ciò che è necessario per vincere questa guerra. Whatever it takes.

Cara Europa, questa volta mi hai deluso

Per chi crede nell’Europa sono giorni duri. Il tempo della fiducia incondizionata nei confronti di Bruxelles è finito da tempo. Ma la speranza che il coronavirus potesse sortire almeno un effetto positivo, lo confesso, c’era eccome. Sarà la giovane età, sarà la scarsa esperienza del mondo, sarà lo shock determinato da questi giorni che in molti racconteranno ai nipoti. Ma devo ammettere che speravo in una risposta diversa da parte dell’Unione Europea. O di ciò che ne è rimasto.

Ho sperato che tutti gli Stati membri, nei giorni in cui l’Italia rischiava di finire travolta dall’emergenza, mostrassero un atteggiamento diverso da quello che abbiamo imparato ad osservare in questi anni. Ho sperato che alle parole di vicinanza (in italiano) di Ursula von der Leyen, ai sostanziosi finanziamenti (arrivati, nulla da dire), seguisse una risposta politica forte, un coordinamento efficace, un’assunzione di consapevolezza matura. Invece, solo poche ore fa, ad una teleconferenza in programma tra i ministri della Salute europei, dei 27 partecipanti attesi erano presenti solo in 11. Come se l’epidemia fosse un problema solo italiano. O giù di lì.

In tanti si sono scandalizzati per la strategia di (non) contenimento del virus di Boris Johnson nel Regno Unito. La rapida ricerca dell’immunità di gregge. Obiettivo a dir poco ardito. Ma in pochi hanno notato che se BoJo ha potuto pronunciare parole tanto schiette è perché il suo popolo, a proposito di gregge, si muove in maniera compatta. Sull’autodisciplina dei britannici si può sempre contare. Meno sul meccanismo di solidarietà europeo, lo stesso che requisisce le mascherine ad uso interno senza autorizzarne l’esportazione nel Paese più in difficoltà. Hanno fatto prima ad arrivare aiuti dalla Cina. Ed è tutto dire.

A questo attendismo esasperante, a questa inazione inaccettabile, si è aggiunta poi la signora degli spread, la francese Christine Lagarde, che con le sue dichiarazioni ha contribuito a mandare a picco le borse, oltre che la credibilità di una Bce che risente fin troppo (e noi con lei) della mancanza di Mario Draghi. Più di un bazooka, a risollevare l’economia nelle prossime settimane, servirà una bomba atomica. Difficile che a Francoforte trovino qualcosa di simile nel loro arsenale.

Tanto più che le maggiori colpe di questo smarrimento diffuso vanno assegnate all’Europa politica. Ai governi che in queste ore hanno reso evidente l’importanza dello Stato, molto meno l’idea di un’Europa che unita non sa esserlo mai, neanche dinanzi all’equivalente di una Guerra Mondiale.

Non aver capito che l’Unione fa la forza è un peccato che Bruxelles sconterà non appena la normalità sostituirà lo stato d’emergenza. Ed è paradossale che per non diffondere il virus, per salvare ciò che resta di Schengen, si sia deciso di chiudere i confini esterni. Con il resto del mondo. Nella speranza, forse, di rendere meno evidente la chiusura delle frontiere tra vicini. Troppo tardi, davvero. Uniti, sì, ma solo nella paura.

Il nostro “sovranista” preferito

Dove sono quelli che lamentavano scarsa presenza da parte di Sergio Mattarella nell’emergenza coronavirus? Che fine hanno fatto coloro che hanno criticato il Presidente della Repubblica accusandolo di essere schiavo dell’Europa e delle sue istituzioni? La differenza tra un populista e uno statista si vede nel momento di difficoltà: il primo strepita tutti i giorni, il secondo parla quando serve. E oggi serviva.

Il Quirinale verga una nota dai contenuti durissimi nei confronti della Bce. Come ci manca Mario Draghi. E chi ha avuto il coraggio di criticarne l’operato nel momento del commiato oggi abbia la dignità di tacere dinanzi alla dimostrazione di incapacità fornita da Christine Lagarde. Le sue parole imprudenti (“Non siamo qui per chiudere gli spread”) hanno alimentato la sfiducia dei mercati nei confronti dell’Italia. La sua dannosa debolezza, tradottasi nella decisione di non tagliare i tassi d’interesse, ha aggravato il problema di un tasso di cambio dell’euro che sta soffrendo non poco. Risultato: la Borsa crolla, Milano chiude perdendo il 17% nella seduta peggiore della sua storia, l’euro rischia la crisi.

Queste le parole di Mattarella: “L’Italia sta attraversando una condizione difficile e la sua esperienza di contrasto alla diffusione del coronavirus sarà probabilmente utile per tutti i Paesi dell’Unione Europea. Si attende quindi, a buon diritto, quanto meno nel comune interesse, iniziative di solidarietà e non mosse che possono ostacolarne l’azione”. Non serve aggiungere altro. Ha detto tutto il nostro “sovranista” preferito.