Renzi e Berlusconi di nuovo insieme, perché no?

berlusconi renzi

 

Che i due si piacciano è noto da tempo. Fu Berlusconi, da Presidente del Consiglio, ad invitare ad Arcore quel sindaco di Firenze di cui tanto bene gli avevano parlato. E l’impressione dal vivo confermò le recensioni. Renzi al Cavaliere era piaciuto: “Quello non è un comunista“, sentenziò.

La storia ha poi fatto il suo corso: il patto del Nazareno tra il nuovo e il vecchio leader, l’ipotesi di una pacificazione nel Paese che frana sulla scelta del Presidente della Repubblica. Lo zampino di D’Alema che telefona a Berlusconi facendo il nome di Giuliano Amato. La stizza di Renzi che frettolosamente fa saltare il banco ed elegge Mattarella senza i voti di Forza Italia.

Da lì le strade si separano, e i due giocano a mostrarsi i muscoli. Un po’ rattrappiti, quelli di Silvio; ancora acerbi, quelli di Matteo. Ma i leader, tra di loro, sanno riconoscersi. Basta annusarsi una volta soltanto, per capire che di fronte c’è un proprio simile.

Così quel filo spezzato pare a poco a poco riannodarsi. Soprattutto adesso che il governo M5s-Lega è ad un passo. E il baratro per il Paese pure.

Allora perché non riprovarci? Perché non fondare quel Partito della Nazione di cui si sussurra da anni? La verità è che mai avverrà una fusione tra Pd e Forza Italia. Perché c’è sempre l’impronta della vecchia “ditta” di sinistra nel dna dei democrats nostrani. Insorgerebbero i padri nobili del Partito, da Veltroni a Prodi. Né Renzi può pensare che la gente di sinistra che per anni ha osteggiato Berlusconi possa seguirlo in questa avventura. Ma c’è un “ma”.

L’ultima Assemblea Nazionale ha chiarito una volta di più che le anime all’interno del Pd sono “almeno” due. La convivenza forzata è agli sgoccioli. E qualcuno prima o poi sbatterà la porta. Possibile che il primo a farlo sia proprio Renzi. Rottamare il vecchio per fondare il nuovo, ancora.

Un partito personale “alla Macron“, il leader europeo nel quale si rivede di più, quello al quale invidia la grande autonomia nell’azione di governo.

Un En Marche! all’italiana, un partito che superi le vecchie categorie di destra e sinistra. Trasversale, appunto. Leaderistico. E a quel punto se Forza Italia offrisse i suoi voti. Se Berlusconi benedicesse l’operazione. Se decidesse di farsi di lato incoronando il suo erede naturale pur di non finire tra le fauci di Salvini. Se, se, se…se tutti questi se si materializzassero. Perché no?

Elezioni 2018, le pagelle dei politici. I voti: ma quelli prima del voto

pagella politica

 

Silenzio elettorale. E va bene. Ma che saranno mai due pagelle in stile campionato? Domani si vota. Oggi si gioca. Chi ha fatto meglio in campagna elettorale? Partiamo dal partito al governo: il Pd. Sì, ma da chi? Renzi o Gentiloni? Renzi dai, ci diverte di più.

RENZI, VOTO 6,5: Mille difetti, ma non è uno stupido. Quando capisce che i padri nobili del Pd gli stanno scavando la fossa inizia a parlare di squadra. Mi volete sottoterra? Allora c’andiamo tutti quanti insieme. Nessuno lo ama più come un tempo e lui davvero non se lo spiega. Fa un miracolo se resta poco sotto il 25%. Incompreso.

GENTILONI, VOTO 7: Diciamolo subito: in altri tempi non avrebbe fatto il leader neanche per Il Popolo della Famiglia. Ma la lentezza dell’uomo che si è autodefinito “Er moviola” in quest’epoca di sottosopra evidentemente piace . L’impressione è che sia più furbo di quanto appare. Prodi, Napolitano, Veltroni, Letta: uno dopo l’altro si sono detti suoi fan. Le cose sono due: A) pensano tutti di manovrarlo come un burattino; B) la serietà in politica conta ancora qualcosa. Costante.

MOVIMENTO 5 STELLE

DI MAIO, VOTO 7,5: Qualche congiuntivo sbagliato in meno e avrebbe meritato pure un 8. Quando parla è chiaro, rassicura. Quando parla, però. Da verificare alla prova dei fatti. Bravo a resistere allo scandalo rimborsi, meno bene la presentazione della squadra dei ministri prima del voto. Ha un qualche tipo di talento. Se non vince si trasforma da Di Maio in Di Mai. Intrigante.

DI BATTISTA, VOTO 5,5: I ritornelli sono sempre i soliti: Berlusconi è un mafioso, chi non vota M5s non vuole il cambiamento. Ultrapresenzialista in tv, non si capisce a questo punto perché non si sia candidato in Parlamento. A volte troppo saccente per risultare simpatico. Ha da imparare dal capo politico del Movimento. Irritante.

CENTRODESTRA

BERLUSCONI, VOTO 8: Già per l’età andrebbe premiato. Sì, sbaglia qualche cifra. E a volte scambia l’Euro per la Lira. Ma sono suoi i pochi picchi di questa campagna. Dalla bacchetta magica del Mago Silvio al “Vergogna!” urlato da Mentana a chi pensa di astenersi. Può piacere o non piacere, ma ha le stimmate del fuoriclasse. Quando se ne andrà ne sentiremo la mancanza: segnatevela. Eterno.

SALVINI, VOTO 7: Ha cancellato la parola Nord dal simbolo della Lega, ma i numeri al Sud gli daranno ragione. Politicamente è uno stratega finissimo, meno lo è stato in Piazza Duomo a Milano. Vangelo, rosario, giuramento: una volgarità che gli costa l’abbassamento di un voto tondo tondo. Pirotecnico.

MELONI, VOTO 5: Meno incisiva rispetto ad altre campagne elettorali. Pesa sul giudizio la figuraccia col direttore del Museo Egizio di Torino. Se vuoi fare polemica almeno sii preparata. Salvini le ha rubato la piattaforma sovranista e nazionalista. Può andare peggio di quanto ci si attende. Involuta.

FITTO, VOTO 4: Rischia di provocare l’autogol per la coalizione di centrodestra a 3 giorni dal voto. Si fa beccare dai microfoni mentre profetizza a Salvini l’ondata grillina al meridione. Dannoso.

ALTRI

GRASSO, VOTO 5: Ed è di stima. Quando inizia un concetto non sai mai quando lo porterà a termine. Il risultato è che finisci per non ascoltarlo. Ha un sussulto d’orgoglio quando decide di non condividere la stessa trasmissione con CasaPound. Ma non basta essere brave persone per essere bravi politici. Soporifero.

LORENZIN, VOTO 4: Ha fatto così tanti danni col simbolo del partito, nel tentativo di copiare quello della Margherita, che adesso nessuno si ricorda come si chiama. No, non è Partito Petaloso. Confusionaria.

ARBITRO

MATTARELLA, S.V.: Entrerà in gioco nel secondo tempo, dopo il voto. Speriamo non gli serva il Var.

Perché Silvio Berlusconi non avrà pietà di Matteo Renzi

berlusconi foto twitter

Ha iniziato la campagna elettorale prima degli altri, consapevole che il terreno da recuperare era tanto e la strada in salita. Silvio Berlusconi sarà pure abituato a fissare obiettivi sulla carta irraggiungibili ma del realismo – quando si tratta di rimonte – ha fatto la sua cifra.

E Silvio, forte del principio per cui per ottenere un buon risultato si deve puntare al massimo, in questi giorni va ripetendo: “Arriveremo al 45%“. Percentuale apparentemente astronomica, se è vero che la soglia di governabilità è fissata al 40% e nessuno degli schieramenti -secondo i sondaggi – pare in grado di raggiungerla.

Ma il vantaggio di un tipo che fa campagne elettorali dal 1994 è quello di conoscere la dinamica della politica. Entrare nella mente degli italiani è, per Berlusconi, semplice come tirare un calcio di rigore a porta vuota per Leo Messi.

Chi parla di larghe intese come piano A del leader di Forza Italia ne sottovaluta l’ambizione. Chi sostiene che l’ex Presidente del Consiglio tema la vittoria perché ha paura di non riuscire a contenere Matteo Salvini non tiene conto dell’alta considerazione che Berlusconi ha di se stesso e delle sue capacità di leadership. Ecco perché, nel suo tour tra radio e televisioni, alza l’asticella. Semplicemente perché è convinto di superarla.

Berlusconi vuol dimostrare di essere ancora Berlusconi. Al “ragazzotto” di Rignano che gli ha mostrato i muscoli sotto il mento quando si è trattato di eleggere Mattarella, il Cavaliere non concederà nulla. Deluso, rancoroso, tradito. Berlusconi sta già scommettendo sul suo crollo, certo che alla fine gli italiani opteranno per il cosiddetto “voto utile“.

Ne è la prova che il Pd, nei suoi interventi, non trova quasi posto. Non perché Berlusconi guardi all’inciucio. Macché. Silvio disegna lo scenario, crea l’immaginario: la battaglia finale sarà tra lui e il Movimento 5 stelle.  Il Cav come ultimo argine alla deriva grillina e populista. Chi l’avrebbe mai detto?

Di certo non Renzi. Il giocatore coraggioso, ma spesso arrogante, che non ha previsto la rinascita di Berlusconi o forse ne aveva annunciato troppo presto la morte. Il toscano mai domo che anche adesso si dice convinto di batterlo. Un atteggiamento che il Cav, da leader consumato ma non consunto, non accetta.

Così gonfierà il petto per un’ultima volta. Ruggirà per quello che la sua età gli consente. Sorriderà agli italiani con il ghigno di chi la sa lunga. E guarderà a Renzi come al rivale da eliminare col bianchetto. Perché sa che dalla sua caduta politica passa la vittoria del berlusconismo sulle imitazioni. Dal duello generazionale per eccellenza il ritratto che la storia farà di lui.