Gentiloni vuole rifare l’Ulivo coi 5 Stelle: auguri!

gentiloni

 

Chi nasce gregario difficilmente morirà leader. D’altronde una ragione ci sarà se per tanti anni il mediano ha fatto il mediano, e non il goleador. Avrà gambe diverse il ciclista che vince il Giro d’Italia, dal fido compagno di squadra che ha il compito di proteggerlo dal vento e di portargli le borracce.

Basta rendersi conto dei propri limiti, non cedere alla tentazione di credere a chi d’un tratto ti dipinge come il capo che da sempre s’aspettava, il federatore nato, l’uomo del destino e via dicendo.

Così pare complicato pensare ad un Paolo Gentiloni nuovo leader del centrosinistra. Anche perché di “nuovo”, nella mente del pacato Paolo sembra esserci ben poco.

Ad esempio non è una novità la volontà di “allargare” il campo, di tessere trame che intreccino una rete che contenga tutto quel che a destra non è. E allora fatto fuori Renzi con quel “dobbiamo cambiare tutte le facce”, non sarà un problema reimbarcare la ditta disciolta confluita in LeU, da Bersani a D’Alema, che della crisi della sinistra è stata se non artefice principale quanto meno co-protagonista.

Si inseriranno poi richiami al mondo ecologista: torneranno i Verdi. Non se ne andrà Nencini, a significare che il socialismo vive e lotta insieme a noi. Si proveranno a recuperare almeno una falce e un martello, per far sì che gli echi di un vecchio mondo attirino magari qualche nostalgico.

E poi ovviamente il Partito Democratico, il Pd che “deve rinascere”, che “tutto deve fare tranne morire”. Al quale potrebbe affiancarsi, secondo i piani del compassato Gentiloni, magari una neo-formazione centrista – più ambiziosa di quella di Tabacci e Bonino – capitanata (chissà) da Calenda in persona.

Da sinistra al centro, insomma, il vecchio centrosinistra.

Gentiloni vuole rifare l’Ulivo.

Come se in questi anni non fosse successo niente. Come se fosse possibile archiviare sconfitte e schiaffi sonanti con alleanze e ammucchiate.

Senza considerare che la prospettiva che oggi Gentiloni non pare disdegnare è quella di un’intesa con il M5s o almeno con una sua parte. Con quella che alla fine del flirt con Salvini sceglierà vanamente di rappresentare la sinistra, dopo aver fatto parte – chissà per quanto – di un governo di destra.

Forse era lecito aspettarsi una proposta migliore. O forse no. Alla fine se la gente ha portato al governo M5s e Lega non è solo per merito di Di Maio e Salvini…

Sicuri sicuri sia tutta colpa di Renzi?

renzi pd

 

Non una parola, uno spot elettorale, un comizio nei comuni chiamati al voto. Eppure qualcuno ancora tira in ballo Renzi, per spiegare la sconfitta del centrosinistra ai ballottaggi. Come se alla fine il capro espiatorio debba essere sempre e comunque lui, l’ex segretario, l’estraneo, l’usurpatore della ditta.

E allora cerchiamo di uscire, una volta per tutte, dalla falsità dilagante di chi dice che Renzi è l’origine di tutti i mali. Semmai è vera una cosa: Renzi ha un peccato originale (oltre a quello – forse – di non essere di sinistra), quello di aver politicizzato un referendum e, dopo averlo perso, non aver resistito alla tentazione di ripresentarsi quasi subito, dopo aver promesso l’addio alla politica.

Sarebbe forse bastato saltare un giro di giostra, per rendere evidente a tutti che lui, del centrosinistra, è stato in realtà un valore aggiunto. Perché sono pochi, in Italia, i leader che spostano voti: oggi più di tutti Salvini,  ancora ancora Berlusconi, in passato Prodi, per un breve periodo anche Veltroni. E c’è pure Renzi. Nonostante tutto. Nonostante gli errori che pure ci sono stati, la maggior parte dei quali dettati da un carattere fumino e poco propenso ad ascoltare consigli. Come tutti i capi.

Non lo sapremo mai, ma possiamo affermare con certezza che il Pd a guida Gentiloni sarebbe andato meglio di quello renziano alle elezioni del 4 marzo? Lo stesso Gentiloni che si è speso in Toscana per i ballottaggi, finendo travolto dalla marea leghista. E a poco o nulla servono i sondaggi sulla popolarità del pacato Paolo al governo. Gli italiani lo hanno gradito perché non lo hanno sentito. Non ha dato fastidio. E’ rimasto lì, ha fatto il suo. Non suscita odio né passioni.

Ma non può essere colpa solo di Renzi, se Martina non ha il carisma per superarlo, se Veltroni non ha il coraggio di tornare, se Prodi è ancora offeso per i 101 franchi tiratori, se Gentiloni ha paura ad esporsi, se Bersani si è smacchiato da solo. Se il Pd è il luogo dei litigi, se la sinistra alla fine s’è persa.

Nei giorni in cui il Pd dimostra la sua impossibilità di esistere, con Zingaretti che prende la rincorsa per le primarie, Orlando che dice meglio di no, Calenda che supera il partito e ne lancia un altro, Franceschini che ancora deve scegliere quale sia il capo da pugnalare stavolta, dico, in questi giorni, sicuri sicuri sia tutta colpa di Renzi?

M5s, Di Maio e la coperta corta: sarà la vendetta dello streaming?

Il dilemma è lo stesso da anni, da quando il boom del 2013 rese chiaro che il Movimento 5 Stelle, prima o poi, avrebbe avuto la palla del match point sulla racchetta: cosa faremo quando arriveremo primi? Un quesito non banale, in un’epoca in cui il primo posto non assicura la vittoria. Uno strano paradosso, per chi da sempre ha proclamato l’intenzione di non fare alleanze.

Ma la storia fa scherzi strani e adesso ad aver bisogno di una mano è il M5s, perché da solo – sarà evidente il 5 marzo – non ha i numeri per governare. Allora perché Alessandro Di Battista si dice fiducioso del fatto che Sergio Mattarella conferirà ai grillini l’incarico di formare un governo? Perché Di Maio va in tv a presentare i ministri del prossimo governo come se avesse già vinto?

Di Maio posa con i ministri M5s
Di Maio posa con i ministri M5s

Si dicono convinti di riuscire ad inchiodare i partiti alle proprie responsabilità grazie alla forza dei numeri, annunciano che chiederanno i voti sui singoli temi. Così, sperano, la pressione dell’opinione pubblica sarà talmente forte che gli avversari politici non potranno che cedere all’accordare un appoggio esterno ad un governo monocolore pentastellato. Ma questa scena non l’abbiamo già vista?

Era il tempo dello streaming: Bersani da una parte, i grillini Vito Crimi e Roberta Lombardi dall’altra. L’allora segretario del Pd, arrivato primo ma senza i numeri per formare un governo, si sottopose ad un’umiliazione pubblica di una mezz’oretta circa. Chiese la fiducia in bianco al Movimento: votateci da fuori, fateci formare questo governo e poi ragioniamo sulle singole questioni. La risposta fu la seguente: non ci fidiamo di voi.

Ma il meglio doveva ancora venire. Come dimenticare l’incontro tra Renzi e Grillo dell’anno successivo? Era quello in cui il segretario del Pd cercava – di nuovo – l’appoggio sui temi da parte del Movimento. Risposta di Beppe? Non siete credibili.

Fu uno scambio duro: Grillo attaccò dal primo istante l’interlocutore. Renzi se ne uscì alla fine con un “Beppe, esci da questo blog! Esci da questo streaming!“, che fece parlare a lungo nelle settimane a venire.

E adesso? Adesso si gioca a parti invertite. A chiedere i voti in Parlamento sarà Di Maio. A dover dare una risposta, a meno che il centrodestra non riesca a raggiungere il 40% necessario a governare, tutti gli altri.

Ed è in questo rovesciamento di fronti, in questa coperta sempre troppo corta, che i grillini dovranno cercare di barcamenarsi. Perché Bersani dovrebbe dirgli di sì, quando a lui è stato rifilato un sonoro no? Perché Renzi dovrebbe rendere la vita facile a Grillo, quando Grillo per primo lo ha preso a pesci in faccia? Si chiama legge del contrappasso. E fa rima con compromesso. Si può venire a patti senza compromettersi?


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Quindi che succede tra un mese?

La domanda pare lecita, ad un mese dall’Election Day. Perché in fondo – è inutile nasconderlo – quando si parla di elezioni la domanda che interessa tutti prima del voto è la seguente: chi vincerà? I sondaggi in questo senso sono abbastanza chiari. Ci sono ormai pochi dubbi sul fatto che ad ottenere più voti degli altri sarà la coalizione di centrodestra. Certo con un mese di campagna elettorale può ancora succedere di tutto, ma la sensazione è che i partiti abbiano già sparato le loro migliori cartucce. Insomma: quel che potevano promettere hanno promesso.

Ad essere messa in discussione, però, è quella che i dotti chiamano “governabilità“. Tradotto: ci sarà uno schieramento o un partito che otterrà la maggioranza dei seggi in Parlamento? Salvatore Vassallo, professore ordinario nell’Università di Bologna, dove insegna Scienza politica e Analisi dell’opinione pubblica, ha realizzato un’analisi approfondita per Repubblica, traendo la seguente conclusione: “Ad oggi, il centrodestra sembra molto vicino al risultato. Se prendessi completamente sul serio, fino ai decimali, le intenzioni di voto rilevate dai sondaggi e il mio modello di simulazione, dovrei dire che lo ha raggiunto: di pochissimo alla Camera e con un margine un po’ più ampio al Senato“.Dando per vera l’analisi del professor Vassallo, come vanno interpretate allora le dichiarazioni dei leader di partito che ad oggi parlano da presidenti del Consiglio in pectore?

Restando nel centrodestra, lo schieramento accreditato della vittoria, Berlusconi è incandidabile: dunque non sarà lui il primo ministro. Salvini dice: “Se nel centrodestra prendo un voto in più, il premier lo faccio io“. Tutto lecito. L’ultima supermedia dei sondaggi di YouTrend, quella che li prende in esame tutti (ma proprio tutti), spiega però che la Lega è stabilmente sotto Forza Italia.

Per effetto della legge elettorale, tutti quei voti gialli attribuiti al M5s – attualmente primo partito italiano – saranno praticamente inutili. Al Senato, infatti, la maggioranza è di 158 seggi e i grillini sono accreditati dai sondaggi a quota 56. Alla Camera la musica non cambia: la maggioranza fissata a quota 316 è ben lontana, visto che i seggi “sicuri” sono soltanto 112. Non si comprende allora il senso delle parole di Di Maio:”La nostra idea è di presentare la nostra squadra di governo prima delle elezioni, la sera delle elezioni fare un appello a tutte le forze politiche per metterci insieme sui temi e non sugli scambi di poltrone“. A meno che non creda di convincere il 51% degli italiani a dargli fiducia: altamente improbabile in uno scenario tripolare come quello attuale.

Lo ha capito da tempo Renzi, che ormai non parla più di obiettivo 40% ma più che altro – spiega il prof. Vassallo – spera che il M5s dia filo da torcere al Sud (dove si trova il più alto numero di collegi in bilico) a Berlusconi & co. affinché i voti presi dal Pd al Centro-Nord gli consentano di svolgere un ruolo centrale nell’ottica di un governo di larghe intese.

Quindi, per tornare alla domanda iniziale, che succede tra un mese? Forse vincerà il centrodestra. Ma come dopo ogni elezione italiana che si rispetti tutti i partiti rivendicheranno l’importanza del proprio risultato e la centralità del loro ruolo.

La notte dello spoglio attendiamoci di tutto: Di Maio che invocherà il diritto di fare il governo anche se avrà meno seggi del PdRenzi che pur arrivando terzo vorrà Palazzo Chigi per dire sì alle larghe intese, Salvini che reclamerà il premierato in nome dei voti decisivi conquistati al Nord, Berlusconi che chiederà la grazia a Mattarella sulla spinta della riabilitazione popolare appena ottenuta.

Ne vedremo delle belle e chissà che non capiti di riascoltare le drammatiche parole di Bersani nel 2013: “Non abbiamo vinto anche se siamo arrivati primi“.

È ancora Prodi contro Berlusconi

Romano Prodi e Silvio Berlusconi: sembra passato un secolo ma alla fine, al centro del ring, ci sono ancora loro. Il Professore e il Cavaliere. Troppo diversi per storia e cultura, per estrazione e convincimenti, perché andasse diversamente.

Saranno nemici per sempre, o quanto meno rivali. E non perderanno occasione per ricordarselo a vicenda, non rinunciando a piazzare una buccia di banana sul cammino altrui, consapevoli che dalla caduta dell’uno – in fondo – è sempre dipesa l’ascesa dell’altro.

Non si sono mai amati e non hanno mai fatto nulla per nasconderlo. Quando in Italia era ancora tempo di duelli tv tra leader, Prodi e Berlusconi non hanno avuto paura di colpirsi, spesso sotto la cintura.  Nel 2008, in un confronto moderato da Bruno Vespa, il leader dell’Unione – che quelle elezioni poi le avrebbe vinte – disse a Berlusconi di non usare i numeri così come gli ubriachi utilizzano i lampioni: “Non per farsi illuminare ma per sostenersi“. Berlusconi allora replicò piccato:”Ricambio l’ubriaco del signor Prodi, dicendogli se non si vergogna davvero di svolgere, oggi lui, nei confronti dei partiti della sua coalizione, il ruolo che storicamente fu definito dell’utile idiota“.

Viene quasi da rimpiangerli quei momenti, quegli scontri un po’ trash, ma comunque tra titani, se confrontati ai leader – o presunti tali – che oggi si affannano nei talk show alla ricerca di un consenso a scadenza limitata.

O forse no, forse non è nemmeno il caso di rimpiangerli. Perché alla fine a muovere e spostare voti sono ancora loro. Berlusconi e Prodi. Prodi e Berlusconi.

Il Professore che interviene in favore del Pd di Renzi e scomunica Liberi e Uguali di Grasso è un fattore da non sottovalutare. Perché nel bene e nel male è sempre lui il padre nobile dell’area di centrosinistra. E dinanzi ad una chiara indicazione di voto del Professore chi era intenzionato ad abbandonare il Pd, magari dopo anni di fedeltà e militanza, ci penserà due volte; il rovescio della medaglia è che un mondo, come quello moderato e dell’imprenditoria, che ai democrats è arrivato soltanto grazie al cambio di passo imposto da Renzi, possa temere un ritorno alla sinistra modello Seconda Repubblica scegliendo l’originale, appunto Berlusconi.

Perché alla fine sono l’espressione di due mondi che per un Ventennio si sono scontrati su tutto. Il Bene e il Male, a seconda dei punti di vista. Sì, c’è il Movimento 5 stelle che avanza, il bipolarismo è acqua passata, ma nel richiamo al voto utile di Prodi si può leggere la voglia di sfuggire ad un destino marginale, che pare scritto nei sondaggi e nei risultati della socialdemocrazia in tutta Europa.

Prodi scommette su Renzi e sulle sue possibilità di rimonta. Abbandona al suo destino lo stesso Bersani, dimenticando forse che fu proprio lui a candidarlo alla Presidenza della Repubblica, quando 101 franchi tiratori (di cui molti renziani) lo impallinarono nel 2013. All’epoca c’erano in ballo le larghe intese post-Monti. E Berlusconi non avrebbe mai potuto accettare che il suo arcinemico salisse al Colle. Così oggi, anche se con un ruolo diverso, il Professore gioca la sua partita. Spera in un Renzi forte per marginalizzare il Cavaliere.

Non c’è niente da fare: è ancora Prodi contro Berlusconi.