New Hampshire, Old Biden

Le primarie Usa tra i Democratici si fanno di settimana in settimana più avvincenti. Ciò che la lunghezza dello spoglio in Iowa aveva fatto passare in secondo piano è tornato prepotentemente a galla in New Hampshire: Bernie Sanders è la scelta dell’elettorato radicale, Pete Buttigieg è più competitivo che mai per ritagliarsi il ruolo di candidato di punta tra i “moderati”, ma deve guardarsi dalla sorprendente ascesa di Amy Klobuchar, senatrice del Minnesota che nell’ultimo dibattito ha trovato lo slancio necessario a realizzare la piccola grande impresa di arrivare terza nello Stato del granito.

Tra qualche tempo, è possibile che la vittoria di oggi di Bernie Sanders venga ridimensionata alla luce di un altro fattore: la somma dei voti ottenuti dai candidati moderati, se così si possono definire esponenti in ogni caso ben più a sinistra di Barack Obama, è maggiore di quelli radicali. Guardate sopra: Sanders e Warren, insieme, arrivano circa al 35%. I “centristi” come Buttigieg, Klobuchar e Biden superano il 50%. La vera corsa, dunque, riguarda la scelta nel campo moderato, colui o colei che si affermerà come il candidato da opporre a Sanders prima, e a Trump poi.

Il vecchio Joe

Questo ruolo di riferimento per i moderati, fino a qualche mese fa, veniva assegnato da default a Joe Biden, ex vicepresidente nell’era Obama. Biden in New Hampshire è andato malissimo, finendo quinto, peggio che in Iowa, dove già i risultati erano stati inferiori alle aspettative. Per un ex vicepresidente con il curriculum di Biden arrivare alle spalle di ben 4 candidati è un vero disastro.

Usciamo dalla cronaca per inserire una parentesi personale. Se fossi americano e dovessi votare alle Primarie dei Democratici, oggi voterei senza dubbio Joe Biden. Non si tratta di una scelta politica, ponderata, ma prettamente di cuore. Biden ha una storia durissima alle spalle, e per questo bellissima. Oggi ha i capelli bianchi, il viso stanco, fatica ad entusiasmare i giovani. Ma un tempo, Joe, è stato un coraggioso ragazzo balbuziente che ha sconfitto il suo problema imponendosi di parlare in pubblico. E lo ha fatto così bene che a 29 anni, con la sola forza delle sue parole e l’aiuto di sua sorella in campagna elettorale (altro che gli staff mastodontici di oggi!), ha battuto un senatore Repubblicano molto più quotato di lui, dato per sicuro vincitore, aggiudicandosi il seggio del Delaware.

Sembrava tutto perfetto, fino a quando la moglie e la figlia di un anno non sono morte in un incidente stradale. Da quel giorno, a differenza dei suoi colleghi che trascorrevano l’intera settimana a Washington per poi tornare a casa dalle famiglie nei weekend, Biden ogni sera saliva sul treno e tornava in Delaware, dai suoi figli. Nel corso degli anni, Joe ha fatto così tanti viaggi che gli è stata intitolata perfino la stazione da cui partiva e arrivava ogni giorno. Poi i figli sono cresciuti e uno di loro, Beau, era particolarmente promettente, talentuoso: tutti pensavano che un giorno avrebbe fatto politica come il padre. Non ne ha avuto il tempo: nel 2015 è morto per un tumore al cervello.

Oggi Joe Biden non ha più la forza di quando era ragazzo. Non è più così brillante nei dibattiti. E la sua abilità oratoria è forse più appannata, meno coinvolgente. I giovani che un tempo si entusiasmavano ai suoi comizi sono invecchiati con lui. La generazione di Buttigieg, per fare un esempio, guarda a Biden come ad un pezzo dell’establishment, un residuato bellico da mandare in pensione per fare posto al “nuovo”. Ecco, dopo Iowa e New Hampshire, Biden non è ancora spacciato. Ma l’effetto “band-wagon” non l’abbiamo inventato in Italia: l’elettorato è portato a salire sul carro del papabile vincitore. Il “voto utile” è spietato, ed è possibile che anche in Nevada e South Carolina, prossime tappe delle primarie, Biden non ottenga i risultati che si augura, a dispetto di una folta presenza di afroamericani e ispanici, segmenti demografici in cui è più popolare.

Di nuovo: non sono ragioni politiche a farmi tifare Biden. Non dico che sarebbe il migliore presidente che gli Stati Uniti abbiano mai avuto. Ma se c’è un posto dove qualche volta le storie da film accadono questo è l’America. E la storia di Biden merita la Casa Bianca. Chissà, è difficile, ma non è troppo tardi. Non ancora, vecchio Joe.

Un sindaco (gay) alla Casa Bianca?

Pete Buttigieg

Un sindaco (gay) alla Casa Bianca? Punto di domanda inevitabile. Troppo presto per dire se Pete Buttigieg sia il favorito per la nomination democratica e battere poi Donald Trump. Eppure in Iowa ecco l’indizio, la scintilla che innesca il possibile incendio. Quel ragazzo piace. Quel ragazzo è qualcosa di più di un ragazzo. Da dov’è uscito fuori il brillante sbarbatello che l’establishment dei Democrats ha sottovalutato? Chi è questo abile oratore che invoca un cambio generazionale nella politica a stelle e strisce? Che rischia di togliere a Joe Biden, lo zio d’America, il ruolo di punto di riferimento per l’elettorato moderato, se così si può definire un partito che comunque vada, chiunque vinca, si sposterà più a sinistra di Obama?

Eletto due volte sindaco di una cittadina dell’Indiana fino a qualche mese fa sconosciuta, South Bend, ha ricevuto il via libera dai suoi concittadini per inseguire il sogno che porta a Washington. Chissà quanti di loro ci credevano davvero. Chissà se tra gli scettici c’era anche lui. La prima tappa delle primarie democratiche, i caucus in Iowa (ancora attendiamo il risultato definitivo, incredibile), hanno detto che il 38enne ha stoffa. Nonostante un cognome impronunciabile, eredità di un padre maltese. Nonostante l’inesperienza. Il maggiore handicap di quello che per semplicità viene chiamato da tutti Mayor Pete. Un po’ come se noi lo chiamassimo Sindaco Pietro.

Non è mai stato eletto al Congresso, non ha mai svolto un grosso incarico a livello nazionale: ha governato soltanto la sua cittadina d’origine, 100mila abitanti in tutto. Numeri alla mano, è come se domani il sindaco di Ancona si svegliasse e decidesse di diventare presidente della maggiore potenza al mondo. Per dire: i sindaci di Giugliano, Novara, Bolzano, in termini prettamente demografici, avrebbero migliori argomenti per rivendicare la Casa Bianca e il ruolo di commander-in-chief del più forte esercito del globo. Ma è qui che si manifesta il miracolo della politica, l’imprevedibilità che la rende arte nobile, se ben fatta. Lo ha spiegato Buttigieg nel discorso di (presunta) vittoria in Iowa, quando i dati disponibili del suo comitato erano pochi e incerti (ogni tanto serve azzardare): “Un anno fa avevamo 4 membri dello staff, nessun riconoscimento, zero soldi, solo una grande idea“.

Non ci sono garanzie che basti. Il campo è minato. Lui è consapevole che per arrivare dall’altra parte ha bisogno di suscitare qualcosa di straordinario: “Il Partito democratico non ha vinto quando ha scelto un candidato del passato, un personaggio inevitabile. Ha vinto con Kennedy e Carter, con Bill Clinton e Barack Obama, abbracciando la novità, guardando al futuro“. Che si senta un predestinato è evidente: “Non sono venuto qui per porre fine all’era di Donald Trump. Sono qui per lanciare l’era che deve venire dopo“.

Ora capite perché nel titolo la parola “gay” è tra parentesi. La questione omosessualità, qualora Buttigieg dovesse andare avanti, avrà un peso, inutile nasconderlo. Porterà con sé un’inevitabile bagaglio di battute da censurare, a partire dal fatto che per la prima volta potremmo avere alla Casa Bianca un First Gentleman, anziché una First Lady. Si presterà agli attacchi di chi di politica sa poco, di vita ancora meno. Ma alla fine, visto il personaggio, è chiaro che quella parentesi ha un senso. E’ ciò che conta meno, in questa folle, incredibile, bellissima storia.

Riflessioni incomplete sull’Iowa

Iowa

Aspettiamo ancora i risultati dei caucus in Iowa, il primo stato chiamato al voto per le primarie democratiche americane. E’ un fatto senza precedenti negli Stati Uniti che dopo così tanto tempo non sia disponibile una parvenza di dato – non dico ufficiale – nemmeno parziale della consultazione. Gli sfottò di Donald Trump sono il minimo che il partito dell’asinello potesse aspettarsi dopo questa figuraccia planetaria.

Certo, i comitati elettorali dei vari candidati, grazie ai loro uomini sul posto, hanno un’idea generale su come le cose siano andate nella prima tappa delle primarie. La sorpresa è Buttigieg. O “Mayor Pete”, come lo chiamano gli americani. Il sindaco gay che in queste settimane è sembrato il candidato più talentuoso, oltre che il meno esperto. Stanotte è stato proprio lui l’unico a rivendicare una sorta di “vittoria” sulla base dei dati in suo possesso. Un azzardo politico: avesse torto, la sua campagna elettorale sarebbe da considerarsi terminata. Difficilmente l’avrà.

Nel frattempo, però, si è assicurato una visibilità che altrimenti non avrebbe avuto. E forse anche lo slancio – per quanto smorzato dall’incertezza del risultato – che la vittoria nel primo stato chiamato al voto è solito regalare al candidato vincente.

Ci sono però un altro paio di questioni di cui bisogna parlare, di fatto collegate. L’ottima affermazione di Sanders e il (presunto) flop di Joe Biden. Il “socialista” Bernie sta trovando terreno fertile nell’elettorato democratico: le sue proposte radicali trovano quanto mai sponda in un contesto polarizzato come quello americano. All’estremismo di Trump la risposta più immediata sembra essere un estremismo di sinistra.

A risentirne è Joe Biden, lo zio d’America, il vice di Obama che ha nella sua storia una serie di preoccupanti fallimenti alle primarie. E’ su di lui che ha puntato l’establishment democratico. Sempre lui sembra essere l’unico in grado di portare a casa la vittoria contro Trump. Ma deve arrivarci, a novembre. E dopo l’Iowa, o quel poco che ne sappiamo, non è così facile.