Gli “assistenti civici” sono i nuovi navigator

Ricordate i navigator? Assunti in numero di 3000 dall’Anpal, braccio operativo del Ministero del Lavoro, su impulso di Domenico Parisi detto “Mimmo”, guru – o presunto tale – proveniente dallo Stato del Mississippi, dovevano rappresentare il ponte tra gli “indivanados” percettori del Reddito di Cittadinanza e il mondo del lavoro. Erano di fatto gli incolpevoli paladini dello slogan: “Reddito di Cittadinanza, nessuno rimarrà indietro”. Avrebbero dovuto spalancare le porte della stabilità a due milioni di italiani, mentre per loro si apriva sotto i piedi la botola del precariato. Stranezze italiche.

Ma la pandemia stuzzica l’ingegno italiano. Sì, si può far meglio di così. Il burocrate chiuso nei palazzi del potere si spreme le meningi, si arrovella su quale nuova figura può creare per complicare la vita dei suoi connazionali. Lo sforzo richiede fantasia e predisposizione al fallimento (annunciato). Poi l’illuminazione o, forse, il buio fitto: eccoli, arrivano “gli assistenti civici”.

Un esercito di 60mila italiani reclutati per dire agli altri italiani come ci si comporta. Giorgia Meloni chiede che se saranno dotati di manganello suggerendo la creazione di una “milizia autorizzata dal governo”. La questione è invece ben più comica: avranno almeno una bacchetta per dirci “questo sì, questo no!”? Scherzi a parte, più che della loro utilità, dovremmo preoccuparci della loro sicurezza. Siamo il Paese in cui vengono aggrediti normalmente i controllori sugli autobus e i vigili urbani: come la mettiamo se la segnalazione di un 60enne assistente civico alle forze d’ordine viene mal digerita da un aitante 25enne sprovvisto di mascherina? Chi si prende la responsabilità di mandare allo sbaraglio 60mila persone senza autorità e autorevolezza necessaria a fare rispettare le regole?

Ogni giorno commentiamo indignati gli assembramenti nei locali, condanniamo le persone che dopo un lungo lockdown hanno abbandonato le loro case per andare a bere un aperitivo con degli amici (o dei congiunti, se preferite). La verità è che bar e ristoranti sono stati aperti a questo scopo: tornare a far girare l’economia. Se non siamo pronti, se la sola prospettiva ci inquieta, faremmo prima a mettere alle frontiere il cartello “Paese chiuso per virus”.

Nessuno dice che si debba agire con imprudenza, nessuno sostiene la necessità della movida: la vita viene prima. Ma dopo aver salvato l’Italia dal collasso sanitario coi loro comportamenti, gli italiani meriterebbero forse un po’ di fiducia da parte dello Stato. Basta paternalismo, basta. Risparmiateci questi assistenti civici. Va bene la mascherina, ma fateci respirare.

Ben svegliato, Boccia

 

Sono passati tre mesi, 90 giorni che sembrano un’era geologica, da quando Vincenzo Boccia incoronava Matteo Salvini rappresentante ufficiale delle istanze delle imprese italiane. Vedeva, il capo degli industriali, nel leader della Lega il cavallo su cui puntare, anzi, sul quale montare, perché è chiaro che Confindustria ha i suoi interessi da tutelare e a governo che cambia corrispondono salti sul carro da mettere in conto.

Ma le aperture di credito di settembre non sono diventati regali da scartare sotto l’albero di Natale. Segnale che Salvini e Di Maio hanno già mandato in fumo un patrimonio mastodontico in termini di fiducia: quello delle 12 associazioni di categoria rappresentative di 3 milioni di imprese e 13 milioni di dipendenti. Il 65% del Pil italiano riunito ieri a Torino ha suonato la sveglia ad un governo talmente dentro al tunnel da non vedere che la luce si può raggiungere dicendo semplicemente dei “Sì”: sì alla Tav, sì alle infrastrutture che rendono un Paese competitivo, sì agli investimenti.

Tre mesi. Sono stati probabilmente troppi. Perché non ci voleva un genio per capire – al contrario di quanto diceva Boccia – che di responsabile non c’era nulla nelle parole di Salvini dei primi giorni di governo. E di credibile ancora meno. Tempo al tempo. Meglio tardi che mai. E intanto ben svegliato, Boccia.