Quel dito medio di Umberto Bossi

Vidi Umberto Bossi per la prima e unica volta nella mia vita nel maggio del 2014. Stava seduto ai tavolini del Bar Giolitti, a Roma. Da solo. Bossi non era già più Bossi da tempo. Aveva perso la Lega, la faccia e la salute. La prima gli era stata portata via da Salvini, la seconda dalle inchieste che lo avevano travolto, la terza da un ictus su cui si è favoleggiato fin troppo. Teneva tra le mani un sigaro, il Senatur. Noi eravamo ragazzi. Capì che l’avevamo riconosciuto. Forse gli fece piacere. Alzò la mano, sempre tenendo stretto tra le dita il sigaro, fece un cenno. Salutò. Poi riprese a fumare.

C’era, in quella solitudine, un’immagine triste, per questo tenera. E lo dice un terùn, fiero. Per nulla offeso da quella frase che tanto scandalo sta sortendo oggi: ” Aiutiamoli a casa loro”. Come fossimo africani. Beh? Che c’è di male? Davvero saremmo felici se scattasse un piano di solidarietà nazionale per rimuovere il gap che porta i figli del Sud a rendere grande il Nord e la “mitica” e leggendaria Padania.

Non si può rispondere alle parole del Senatur senza saperne cogliere le provocazioni, sottili e spesse. La voglia di far parlare, ora che parlare è una fatica immane. Il piacere del ruggire, soprattutto adesso che qualcuno osa derubricarlo a miagolio.

Bossi sconvolge, spariglia. Crea immagini ben oltre il limite della scomunica, ma a volte pure visionarie. E allora, in tema di provocazioni, lasciatemi dire che preferisco il razzismo bossiano, ruspante, ma onesto, coerente, all’opportunismo falso di chi nel Sud vede solo una terra di conquista, da colonizzare. Ogni riferimento è puramente casuale.

Ecco, non vi indignate più di tanto, più del giusto. Guardate con empatia, pure da avversari, a quel dito medio con cui l’Umberto respinge l’idea di un funerale per la sua creatura, l’originale, la Lega Nord. Badate alla lucidità, intatta, dell’uomo che riconosce nelle Sardine un fenomeno da non sottovalutare (ma non per questo da abbracciare), apprezzate l’orgoglio e l’ironia di chi afferma che “Salvini non ci può imporre un caz*o“. E poi, se vi pare rivolgetegli, pure voi, un dito medio affettuoso e senza rancore. Statene certi, apprezzerà.

Salvini e l’autonomia: svegliati Sud, la Lega non è cambiata

L’accelerazione sulla cosiddetta “autonomia regionale differenziata” cos’è se non la prova che la Lega è rimasto il partito del Nord? Certo Umberto Bossi non è più in cabina di comando, e sì, parole d’ordine come “secessione” e “Roma ladrona” sono state stracciate dal vocabolario del Carroccio ormai da tempo. Ma è lì, nella Padania, nella regione senza confini delimitati dalle cartine, che è rimasto incastonato il cuore della Lega, sempre lì che le radici del consenso sono conficcate in maniera così profonda da non poter ignorare una questione sentita come quella dell’indipendenza dal corpaccione statale, dalla zavorra che frena e limita il volo.

Potrà sembrare un’eresia, ma quell’Umberto Bossi era rispetto a Matteo Salvini un finissimo pensatore politico, un illuminato visionario che aveva compreso prima di tutti il sentiment profondo e malcelato di un ceto produttivo, quello settentrionale, che gli sperperi di denari da Roma in giù non era più disposto a pagarli. Matteo Salvini di quella tradizione politica è l’erede. E a quella “legacy” politica deve far riferimento. Così può sorprendere soltanto chi ha voluto scientemente farsi abbindolare dai “bacioni” salviniani, il fatto che oggi la Lega alla prima occasione utile doti il Nord della possibilità di accelerare in maniera tale da lasciare indietro il Sud in maniera definitiva.

Non che sia giusto privare chi corre più veloce della possibilità di raggiungere più ambiziosi traguardi. Anzi, chi scrive è convinto che una maggiore concessione di poteri alle regioni costringerà anche quelle del Meridione ad una maggiore responsabilità nelle scelte. Ma il rischio che la riforma pensata dalla Lega in accordo con le regioni Veneto, Lombardia ed Emilia-Romagna spacchi un’Italia già fratturata di suo è altissimo. Il Sud può provare a restare in scia per come può, l’idea di una macro-regione di Caldoro è una delle tante, ma che questioni come la scuola e l’assistenza sanitaria siano più o meno efficienti a seconda del gettito di una regione è qualcosa che gli onesti contribuenti del Meridione non meritano di scontare.

Da qui due conclusioni: l’assenza di un “partito del Sud” – nonostante la presenza al governo di un MoVimento 5 Stelle che proprio nella metà più povera d’Italia ha ottenuto i maggiori consensi – capace di tutelarne adeguatamente gli interessi. E la caduta della maschera di Matteo Salvini. Tornato da “prima gli italiani” a “prima i padani”.