Il bicchiere mezzo pieno del voto in Abruzzo

Partiamo da un’evidenza: i risultati delle elezioni in Abruzzo, a meno di non essere leghisti convinti, sono un boccone amaro e difficile da ingoiare.

C’è la conferma che a Salvini questi mesi di governo hanno fatto soltanto bene. E c’è anche il “nuovo centrodestra” – o per meglio dire “la vecchia destra” – targato Lega-Fratelli d’Italia che per la prima volta dimostra di poter vincere senza i voti di Berlusconi, fino a ieri risultati sempre indispensabili per la vittoria della coalizione, come in Molise.

Ci sono pure, però, delle buone ragioni per non disperare, al netto di un vento sovranista che continua a soffiare fortissimo.

  • Il primo punto riguarda “l’autonomia” dell’accoppiata Lega-Fratelli d’Italia. Per quanto Berlusconi sia stato odiato da buona parte di questo Paese, è oggi proprio lui, solamente lui, l’unico argine che impedisce al “centro-destra” italiano di diventare soltanto “destra”. Ne deriverebbe un Salvini leader indiscusso, ne scaturirebbe un disastro. Il 9% di Forza Italia, dunque, non è da buttare. Soprattutto se a questo risultato si aggiunge buona parte del quasi 3% ottenuto all’esordio dalla Democrazia Cristiana-Udc che, soprattutto in Abruzzo, fa riferimento a Gianfranco Rotondi, fedelissimo con la F maiuscola del Cavaliere e dunque ascrivibile al suo bacino di voti. La tenuta di Forza Italia, oggi, piaccia o no, è quanto mai decisiva – senza esagerare – per gli equilibri democratici di questo Paese.
  • Fratelli d’Italia cresce ma non sfonda: si ferma al 6,48% anche quando il candidato governatore vincente, Marsili, è sua espressione. Segno inequivocabile che voler superare Salvini “da destra” è impresa ardua se non impossibile. Quella corsia è ormai roba sua. Con buona pace della Meloni.
  • Capitolo centrosinistra: il 31% di Legnini è una buona notizia per chi spera in un centrosinistra di matrice “civica”. L’11% del Pd è invece un pessimo segnale per il Partito Democratico. O comunque per coloro che oggi cercano di prenderne la guida. Le primarie sono state lanciate, ma Zingaretti, Martina e Giachetti non danno tuttora l’impressione di poter rilanciare seriamente il partito. L’Abruzzo segna così la prima di una serie di molte rivincite per Renzi. E aumenta anche le possibilità di Calenda di riproporre un modello simile (fatta eccezione per Liberi e Uguali) su scala prima europea e poi, forse, nazionale.
  • Chiusura a 5 stelle, ma anche meno. Catalogare come elezione locale, soltanto perché si è perso, una partita a cui si era data una forte connotazione politica, con tanto di presenza massiccia dei leader nazionali, equivale a negare la realtà. Di fatto un’abitudine da quelle parti. Passare dal 40% al 20% in meno di un anno è il segnale che qualcosa nel “sentiment” dell’elettorato grillino si è rotto, forse per sempre. La notizia politica è che chi votava 5 stelle migra verso la Lega, a conferma del fatto che un comune denominatore tra le due forze di governo esiste: l’essere populiste. Ma così come per i 5 stelle, anche la Lega non è esente da una delle poche regole sempre valide in politica: il consenso è volatile, se non è corroborato dai fatti.

Ed è forse soprattutto questo il bicchiere mezzo pieno del voto in Abruzzo.

E allora il Pd?

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Matteo Orfini non ha tutti i torti. E già il fatto che il presidente di un partito proponga di “ammazzare” il partito che presiede è sintomatico dello stato di salute di un movimento che ha fallito la sua missione.

Il Pd così com’è non ha motivo di esistere. Non perché molti dei suoi dirigenti non siano validi. Non perché alcune delle politiche che ha messo in campo in questi anni al governo non siano state giuste.

Il Pd è finito perché si è dilaniato, vittima del fuoco amico e nemico, bersaglio sempre immobile, e dunque più facile da centrare, ogni volta che in Italia qualcosa non funzionava. Lo dimostra l’espressione divenuta tormentone sui social: “E allora il Pd?“. Come dire: “C’è la fame nel mondo“. Sì, “ma allora il Pd?“.

Non tutte le responsabilità, sia chiaro, sono del Pd. Lo Zeitgeist, lo spirito del tempo, ha chiarito in più modi che non sono anni fertili per chi crede nel centro-sinistra. Sparito in Francia, marginale in Germania, sconfitto in Italia: l’Europa non è da tempo la culla della social-democrazia. Ma il “mal comune” non suscita neanche un “mezzo gaudio”.

Resta la domanda di fondo: “e allora il Pd?“. Pensare che basti convocare il Congresso, movimentare un po’ l’elettorato con le primarie e aspettare di raccogliere i delusi dal governo è un’illusione. Né può bastare cambiare nome, se poi alla guida del nuovo partito di centrosinistra torneranno i soliti nomi e i vecchi volti, se al suo interno confluiranno le stesse correnti e gli stessi spifferi che hanno contribuito a fare del Pd un condominio rissoso.

Serve piuttosto capire cosa vuol diventare il centro-sinistra in Italia. Un partito che guardi a Corbyn, che rinneghi il proprio moderatismo in favore di un “ritorno a sinistra”, oppure che scelga di autodeterminarsi come un “polo centrista”, un contenitore che a quel punto non potrà disdegnare neanche un’alleanza coi liberali provenienti da altre culture.

Bisogna scegliere. Se lo si vuole lo si faccia al Congresso. Che diventi un’occasione per riunirsi e sulla base del confronto si decida cosa si vuol diventare. Insieme o divisi. Per questo la domanda giusta, più che “E allora il Pd?”, sembra essere: “Allora, Pd?”.

Di Maio scherza sull’Ilva. Ma l’Ilva non è uno scherzo

 

Manca solo l’annuncio di una diretta streaming. Poi il festival della finta trasparenza, condito da immancabile dose di populismo dilagante, meriterà realmente 5 stelle. Perché l’invito che Di Maio rivolge a 62 sigle più o meno autorizzate a discutere di Ilva in vista del confronto al Mise è uno spettacolo tragicomico di cui avremmo fatto volentieri a meno.

Perché si parla della più grande industria del Sud Italia, del più importante impianto siderurgico d’Europa, di 20mila lavoratori che per una ragione o per un’altra si trovano adesso a pochi giorni dalla perdita del lavoro. E c’è invece un ministro che preferisce buttarla in caciara, generare caos e polemiche, sbandierare trasparenza e partecipazione, quando invece è chiaro che ciò che cerca è il chiasso, l’unico strumento che ha per sovrastare l’assordante silenzio gialloverde.

Fa bene il sindaco di Taranto, Rinaldo Melucci, a sottrarsi a questo indecoroso teatrino imbastito da Di Maio. Nessuno può pensare che in un contesto del genere si possa discutere seriamente di Ilva e del suo futuro. Sperando ne abbia uno, a questo punto.

Nessuno può credere che sia questa la maniera migliore di affrontare i problemi. Perché alla fine questo è: Di Maio scherza sull’Ilva, ma l’Ilva non è uno scherzo.

Il solito Pd

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Sarà che alle presunte rese dei conti che alla fine si trasformano in tregua armata siamo oramai abituati. Oppure sarà che ciò che succede all’interno del Pd, oggi, non è poi così centrale come un tempo.

Del resto non si decidono più al Nazareno le sorti politiche del Paese. Come in un leggendario cimitero degli elefanti, le ossa della sinistra giacciono in un luogo di cui forse solo il popolo abbandonato conosce veramente l’accesso.

Ma il paradosso è che nonostante il terremoto degli ultimi mesi, nonostante lo smarrimento di milioni di elettori e le sconfitte elettorali inanellate in serie, a dispetto di un governo di destra (senza centro) che fa tremare non solo i deboli di cuore, il principale interesse degli astanti sia non tanto capire cosa diventare, chi rappresentare e in che modo. Piuttosto allontanare il momento finale, quello cioè in cui si capirà di chi sarà il partito nei prossimi anni.

Succede così che prima dell’Assemblea si facciano le ore piccole per tentare di trovare l’ennesimo accordo tra capi e capetti dimezzati che in realtà si odiano ed ogni cosa vorrebbero meno che parlarsi e stringersi la mano. In molti troppo deboli per imporre una linea. Alcuni incerti sulla strada prendere. Altri persino dubbiosi rispetto al fatto che il Pd sia ancora il partito giusto per dire la propria.

E allora la vigilia della non-resa dei conti, quella che dovrebbe confermare Martina segretario, diventa la stessa in cui Franceschini annusa l’aria per capire da che parte tira il vento, Orlando tenta di elaborare un pensiero in tempi che non siano biblici, Zingaretti si illude che bastino le buone intenzioni per imprimere un cambio di passo. Basterebbe chiedere a Renzi, ne sa qualcosa.

Dunque cosa resta se non l’immagine di una riunione di condominio in cui si litiga di continuo? C’è chi si lamenta dei rumori notturni, chi vuol cambiare il giardiniere che lavora poco e male, chi sbraita perché trova il proprio parcheggio sempre occupato. E alla fine nessuno che pensi allo stato complessivo del palazzo che intanto cade a pezzi. Mai qualcuno che alzi la mano e dica: l’unico modo per salvarci è questo qua, scommettiamo che vi convinco?

Forse la verità è che bisognerebbe ripopolarlo con gente nuova, il palazzo.  Ma in fondo lo sappiamo, no? È il solito Pd…

Gentiloni vuole rifare l’Ulivo coi 5 Stelle: auguri!

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Chi nasce gregario difficilmente morirà leader. D’altronde una ragione ci sarà se per tanti anni il mediano ha fatto il mediano, e non il goleador. Avrà gambe diverse il ciclista che vince il Giro d’Italia, dal fido compagno di squadra che ha il compito di proteggerlo dal vento e di portargli le borracce.

Basta rendersi conto dei propri limiti, non cedere alla tentazione di credere a chi d’un tratto ti dipinge come il capo che da sempre s’aspettava, il federatore nato, l’uomo del destino e via dicendo.

Così pare complicato pensare ad un Paolo Gentiloni nuovo leader del centrosinistra. Anche perché di “nuovo”, nella mente del pacato Paolo sembra esserci ben poco.

Ad esempio non è una novità la volontà di “allargare” il campo, di tessere trame che intreccino una rete che contenga tutto quel che a destra non è. E allora fatto fuori Renzi con quel “dobbiamo cambiare tutte le facce”, non sarà un problema reimbarcare la ditta disciolta confluita in LeU, da Bersani a D’Alema, che della crisi della sinistra è stata se non artefice principale quanto meno co-protagonista.

Si inseriranno poi richiami al mondo ecologista: torneranno i Verdi. Non se ne andrà Nencini, a significare che il socialismo vive e lotta insieme a noi. Si proveranno a recuperare almeno una falce e un martello, per far sì che gli echi di un vecchio mondo attirino magari qualche nostalgico.

E poi ovviamente il Partito Democratico, il Pd che “deve rinascere”, che “tutto deve fare tranne morire”. Al quale potrebbe affiancarsi, secondo i piani del compassato Gentiloni, magari una neo-formazione centrista – più ambiziosa di quella di Tabacci e Bonino – capitanata (chissà) da Calenda in persona.

Da sinistra al centro, insomma, il vecchio centrosinistra.

Gentiloni vuole rifare l’Ulivo.

Come se in questi anni non fosse successo niente. Come se fosse possibile archiviare sconfitte e schiaffi sonanti con alleanze e ammucchiate.

Senza considerare che la prospettiva che oggi Gentiloni non pare disdegnare è quella di un’intesa con il M5s o almeno con una sua parte. Con quella che alla fine del flirt con Salvini sceglierà vanamente di rappresentare la sinistra, dopo aver fatto parte – chissà per quanto – di un governo di destra.

Forse era lecito aspettarsi una proposta migliore. O forse no. Alla fine se la gente ha portato al governo M5s e Lega non è solo per merito di Di Maio e Salvini…