Non sono i milioni di Chavez il problema dei 5 Stelle in Venezuela

Chavez, Di Battista, Maduro

Mentirei se dicessi di conoscere la verità sul presunto finanziamento da 3.5 milioni di euro che l’ex presidente del Venezuela, Hugo Chavez, avrebbe dirottato nelle casse del MoVimento 5 Stelle di Gianroberto Casaleggio. La consegna avvenuta in una valigetta sa molto di “spy story“. Ed è vero che certe cose non accadono soltanto nei film, semmai i film spesso prendono spunto dalla realtà. Ma onestamente prima di dare per buona un’inchiesta serve più della pubblicazione di un documento su un giornale. Consiglio ai lettori di questo blog una pellicola, a mio avviso sottovalutata, di pochi anni fa: “Truth“, con Robert Redford e Cate Blanchett. Film esemplare per capire la differenza sottile tra scoop della vita e bufala che rovina la carriera: anche i caratteri di un documento contano, e spesso possono cambiare la storia di un Paese.

Basta spoiler. La cronaca. Davide Casaleggio difende l’onore del padre. Dal suo punto di vista fa bene, sarebbe sorprendente il contrario. A Caracas stanno pensando di adire a vie legali contro Abc, l’emittente spagnola che ha pubblicato lo scoop. E anche questo era nelle cose. Il giornalista che ha firmato il servizio, Marcos Garcia Rey, si è detto tranquillo: “Il mio lavoro è verificato da più fonti e non ho mai pubblicato alcun articolo basato su notizie false“. Tutti i tasselli sono al loro posto: una delle parti mente di sicuro, solo il tempo dirà quale. Nota a margine: la vedete anche voi la ruota che gira? I complottisti per eccellenza costretti a difendersi dal fango. Ovviamente una difesa in stile complottista: “Si intravede la mano americana“, ha detto un senatore grillino rimasto anonimo all’HuffPost. , c’è sempre una manina.

Cosa ne penso io? Penso che questo presunto finanziamento, per quanto grave se confermato, conta molto meno della postura geopolitica che il MoVimento 5 Stelle ha assunto in nome dell’Italia nei confronti di Caracas. Anziché assecondare la spinta della comunità italiana in Venezuela, due milioni di discendenti accertati e fino a tre milioni di eredi misti che rappresentano almeno il 10% della popolazione, Roma ha deciso vigliaccamente di appellarsi ad un immaginario “principio di non ingerenza” nelle altrui questioni.

Erano i tempi di Guaidò, il leader dell’opposizione autoproclamatosi presidente ad interim del Venezuela. Quelli in cui Maduro sembrava sull’orlo della destituzione. In quei giorni, mentre l’alleato americano chiedeva una netta presa di posizione all’Italia del governo gialloverde, il MoVimento 5 Stelle sceglieva di non scegliere. Non afferrando che tale comportamento si traduceva in diplomazia in un sostanziale appoggio nei confronti del dittatore in carica. O forse, aggiungiamo malignamente, afferrandolo perfettamente. L’Italia si schierava così dalla parte di una compagnia che te la raccomando: Cina, Russia, Iran e Turchia, tanto per gradire. Tanto per scommettere ancora una volta contro gli Usa, dopo averli irritati con la Via della Seta. Anche in questo caso: non per ingenuità, semmai per convincimenti profondamente errati. Certi dell’imminenza del declino americano. O, per dirla alla maniera di Di Battista, ragionevolmente sicuri che “la Cina vincerà la Terza Guerra Mondiale senza sperare un colpo“. Forse letture sbagliate, forse solo arroganza.

Qualcuno potrebbe argomentare che alla fine è stato meglio fare la parte degli ignavi, visto che Maduro è rimasto al suo posto. La realtà è che i destini delle collettività raramente si decidono in un arco di tempo ristretto. In formula: il chavismo, o ciò che ne è rimasto, non sarà eterno. Maduro prima o poi cadrà. Nel frattempo, però, i 5 Stelle a nome dell’Italia hanno voltato le spalle al proprio interlocutore naturale: la folta e capacissima comunità di “paisanos” di stanza in Venezuela. Rinunciando così alla loro conoscenza del luogo, alla loro influenza, al loro radicamento verso la madrepatria o, ancora più concretamente: alla manna dal cielo che potrebbe rappresentare l’avere un gruppo dirigente di origini italiane nel primo Paese al mondo per riserve petrolifere.

I 5 Stelle hanno scelto di chiudere gli occhi davanti ai soprusi e alle violenze perpetrate da Maduro nei confronti degli italiani in Venezuela, presi di mira perché bianchi, raro esempio di razzismo al contrario messo in atto dal chavismo. Prima ancora di quei 3 milioni e mezzo di euro, è per tutto questo che dovremmo scandalizzarci. Di questo tradimento che dovremmo chiedere conto al MoVimento.

8 domande a Luigi Di Maio dopo l’ennesima sparata sul vincolo di mandato

Ma Luigi Di Maio, che oggi chiede l’introduzione del vincolo di mandato per evitare il “mercato delle vacche” dei parlamentari che cambiano partito, è lo stesso che in poco più di un anno ha stretto alleanze con due forze politiche agli antipodi dopo aver detto e ripetuto allo sfinimento che il MoVimento 5 Stelle non si sarebbe mai accordato con nessuno?

La persona che oggi dall’Onu – pensate un po’ la vita – dice “se vieni eletto con una forza politica e passi con un’altra forza politica te ne vai a casa” è la stessa che ha abbracciato prima le idee di Matteo Salvini e poi quelle del Pd al solo scopo di preservare la propria poltrona?

Colui che oggi annuncia una richiesta di risarcimento di 100mila di euro nei confronti di chi ha deciso di lasciare il MoVimento 5 Stelle per accasarsi altrove è consapevole che l’assenza del vincolo di mandato dalla Costituzione è volta a tutelare i parlamentari anche dall’obbligo di appoggiare giravolte come quelle da lui realizzate in questa legislatura?

E se ne è consapevole, perché non rinuncia una volta per sempre alla tendenza anti-democratica e anti-parlamentare di stampo Casaleggiano?

E’ chiedere troppo demandare la condotta di un membro del Parlamento al principio di “responsabilità politica”? Ovvero che a giudicare il suo operato siano i cittadini e soltanto loro il giorno in cui – presto o tardi – si tratterà di tornare al voto? E si è domandato come mai tra tutte le nazioni del mondo il vincolo di mandato è presente soltanto in Portogallo, Bangladesh, India, Panama e Nicaragua (due Paesi, questi ultimi, tanto cari al gemello diverso Di Battista)?

Invece di parlare dell’introduzione del vincolo di mandato, non sarebbe meglio concentrarsi su altre corbellerie del tipo il “mandato zero”?

Vade retro “nuova sinistra”

Zingaretti e Di Maio

C’è una differenza netta, sostanziale, nelle due proposte di governo giallorosso che avanzano in queste ore. C’è la proposta di Renzi, che parla di un governo istituzionale per mettere in salvo l’Italia dalla recessione. E poi c’è quella di Zingaretti, che vede in questa particolare situazione l’occasione per costituire una nuova alleanza politica, strutturale, con il MoVimento 5 Stelle.

Nei piani della “ditta”, di fatto, c’è l’annessione dei grillini, il tentativo di farne una costola della sinistra capace di fare da ago della bilancia in particolare nelle prossime consultazioni regionali, su tutte quelle in Emilia Romagna. Un piano strategicamente neanche troppo “fesso”, se non fosse per un discorso di coerenza.

Se può essere accettata di malavoglia, turandosi il naso, la prospettiva di un governo con chi per 14 mesi ha prestato il fianco a Salvini, se la si ritiene l’unica concreta possibilità per salvare l’Italia dalla deriva sovranista, diverso è scegliere consapevolmente di dare vita ad un’alleanza politica che abbia come fine ultimo quello di fare di Di Maio, Di Battista e Taverna interlocutori stabili.

Sta sottilmente ritornando di moda il “momento Scalfari”, in riferimento alla dichiarazione dell’ex direttore di “Repubblica” – subito dopo il voto del 4 marzo – secondo cui cui il MoVimento 5 Stelle alleato al Pd sarebbe diventato “la nuova sinistra“. Scalfari in seguito rettificò parlando di “scherzo provocatorio“, ma oggi sembra proprio questo il disegno che hanno in mente Zingaretti e compagni.

Ecco, se la “nuova sinistra” è un MoVimento 5 Stelle alleato strutturale del Pd, se Grillo e Casaleggio diventano i soggetti da consultare per concordare il nuovo Presidente della Repubblica, allora povera Italia. Se la “nuova sinistra” è quella che per una parte ha varato e votato i decreti (in)Sicurezza di Salvini, allora sei messa male, Italia. Se la “nuova sinistra” è quella giustizialista e manettara, quella che gode delle inchieste e sparge sterco sulle famiglie coinvolte, se la “nuova sinistra” è quella che dice no alla Tav e alle Grandi Opere, se è quella che va in deficit e crea debito, se è quella che dice sì al reddito di cittadinanza e no al lavoro, allora buona fortuna, Italia.

Ma quale Festa del Lavoro?

Troppo facile dire “buona festa del Lavoro” e poi accendere la tv, buttare gli occhi sullo smartphone, far finta che il Primo Maggio sia una domenica, un giorno buono per stare a casa e riposare. Diciamocele le cose vere, le cose come stanno: c’è poco da festeggiare. Sì, chi vuole vada al Concertone, chi può ne approfitti per una gita al mare, per una scampagnata con gli amici, per un pranzo coi figli. Ma poi guardiamoli i numeri, ragioniamoci sulle cose.

Perché non può passare in sordina che nel 2019 andare a lavorare a Crotone rappresenti una sorta di avventura. Dati dell’Osservatorio Statistico dei Consulenti del lavoro su base Inail: “Il maggior numero di infortuni mortali di lavoratori si registra nella provincia di Crotone (6,3 ogni mille) e, a seguire, nelle province di Isernia (5,9‰) e Campobasso (4,7‰)“. Il Sud abbandonato, il Sud che si affida al potente sbagliato, il Sud delle promesse tradite guida anche la classifica per il numero assoluto di malattie cancerogene imputabili all’attività lavorativa: c’è Taranto in vetta. E il guaio è che non sorprende.

Ci avevano raccontato che l’Italia era una Repubblica democratica fondata sul lavoro. Ora col governo Di Maio-Salvini abbiamo scoperto che siamo un Paese fondato sul divano, il cui pilastro è il reddito di cittadinanza. Espressioni come “diritti dei lavoratori” chissà per quale motivo sono diventate appannaggio dei soli sindacalisti, sempre più autoreferenziali, sempre più incapaci di rappresentare le istanze di chi nel proprio lavoro ci crede, anche perché non ha alternativa: perché la società in cui saranno i robot a lavorare per noi non è ancora arrivata. Qualcuno informi Casaleggio.

E poi ci sono le donne, queste dimenticate. Perché a furia di parlare della teoria del gender poi si dimentica di parlare di una questione più urgente, che risponde al nome di gender gap. C’è la differenza che passa dallo stipendio di una donna e quello di un uomo che ricoprono la stessa mansione. C’è la discriminazione che riguarda le donne in età per mettere al mondo dei figli, quelle che vengono scartate dopo una rapida occhiata all’anno di nascita sul curriculum. Puoi diventare mamma? Sei fuori.

Ci sono i precari del lavoro, che poi sono anche i precari nella vita. Ci sono i ragazzi che il posto fisso è solo un ritornello dei film di Zalone, che 800 euro al mese sono una manna dal cielo. Ci sono i fidanzati che aspettano da dieci anni l’anno buono per fare il matrimonio, e non arriva mai. Ci sono quelli che di aprire un mutuo non se ne parla, che “mica abbiamo un lavoro stabile”. Ci sono quelli che programmano i figli: forse il 2020, o il 2021, male che va il 2022…

Ci siamo noi, in fondo. Quelli che il gusto di dirsi: “Buon Primo Maggio” non l’hanno perso. Ma poi ci riflettono su questa “Festa” e oggi più che mai dicono: “Festa sì, ma di quale Lavoro”? Forse ho capito. Forse la festa è solo per “loro”.

Dal “MoVimento del cambiamento” al “cambiamento del MoVimento”

Doveva finire così. In fondo era scritto. Il MoVimento del Vaffa ha mandato a…..pure se stesso. Nel calcio si chiamano falli di reazione: ti buttano a terra e tu scalci, frustrato, provi a colpire l’avversario pur sapendo che non si fa, non è giusto. Così Di Maio si illude che basti stravolgere M5s, snaturarne l’indole, fare del MoVimento qualcosa di più simile ad un partito, per arginare una caduta tanto rapida quanto fragorosa.

Via al tetto del doppio mandato nei Comuni. Ma come? Non era un modo per impedire che la politica diventasse una professione? Non era il metodo per evitare che ci si attaccasse troppo alle poltrone? Sì alle alleanze con le liste civiche, e addio per sempre all’ideale di purezza. Sono come gli altri,
anzi peggio. Verginità perduta, o forse mai avuta.

Il compromesso che diventa abitudine, d’altronde se è successo a Roma di allearsi con la Lega, perché non può capitare lo stesso in un comune di 3mila anime? Fila tutto, il discorso è logico. Ma la prossima volta risparmiateci tutta la retorica sulla superiorità morale, sulla nuova politica, sull’etica di cui voi soli siete i custodi, sull’onestà, onestà. Onestà?

In tutto ciò c’è Di Maio, un leader che il giorno dopo la sconfitta più pesante da quando guida il MoVimento si preoccupa di assicurare che il suo ruolo non è in discussione per almeno 4 anni. Se volevate una prova della crisi che attraversa quella classe (non)dirigente eccola, servita. Non c’è un confronto che non sia con Casaleggio. Gli iscritti, la famosa “base”, vengono consultati solo per ratificare scelte impopolari, vedi Diciotti, per salvare la faccia a chi la faccia non ha il coraggio di metterla.

Doveva essere il “MoVimento del cambiamento”, alla fine hanno fatto altro: il “cambiamento del MoVimento”.