E vissero felici e Conte-nti?

Una crisi di governo surreale, condotta alla maniera di due promessi sposi che tutto vorrebbero meno che maritarsi. Non si sono mai visti, se non in qualche occasione, e in quelle poche volte non si sono mai presi. Oggetto di progetti che non sembrano riguardare i sentimenti ma solo le occorrenze, Pd e MoVimento 5 Stelle si studiano, si squadrano, ma non si piacciono. E’ un matrimonio d’interesse. Così nemmeno la politica riesce a fare breccia nella ragnatela dei personalismi e dei tatticismi. Neppure il principio del “male minore” sembra un ideale che valga la pena di perseguire.

C’è chi ha deciso di impiccarsi sulla figura di Giuseppe Conte premier. E c’è chi ha capito, forse tardi, che gli ultimatum dei 5 Stelle sono difficilmente negoziabili. In questo ritardo di comprensione della strategia avversaria, Nicola Zingaretti ha già perso una mossa rispetto a Luigi Di Maio.

Il segretario del Pd ha deciso di ripetere lo “schema Casellati”. In quell’occasione, protagonista della giocata vincente fu Salvini: Forza Italia indicò Paolo Romani come presidente del Senato, il M5s disse no e il leader della Lega provò a sparigliare scegliendo in autonomia un’altra esponente di Forza Italia, la Bernini. Un’imposizione definita da Berlusconi come “atto ostile” di Salvini, dalla quale si venne fuori soltanto con l’indicazione della Casellati da parte degli azzurri.

Zingaretti ha tentato lo stesso schema: ha creduto che Conte, il primo nome con cui Di Maio si è presentato, fosse un nome scelto per essere bruciato. Poi ha fatto sapere che il Pd non avrebbe avuto problemi a stare insieme in un governo guidato dal Presidente della Camera, Roberto Fico. Il finale, però, è stato diverso: dai grillini non è arrivata la reazione attesa, la proposta di un nome terzo. Di Maio è rimasto fermo su Conte, a conferma del fatto che al premier i 5 Stelle non vogliono rinunciare.

Se ne esce soltanto in due casi: o Conte si rende conto di essere d’intralcio e decide di fare un passo indietro in nome di quella cultura istituzionale che ha accusato Salvini di non possedere, oppure Zingaretti ammette di aver perso il primo braccio di ferro di questa partita e accetta l’avvocato premier.

Non c’è molto da discutere, chissà quanto da ragionare. Nel matrimonio d’interesse vige la logica dello scambio, del guadagno reciproco. Ma non è detto che alla fine un punto d’equilibrio si raggiunga, che celebrate le nozze, finiscano per vivere tutti felici e Conte-nti.

L’azzardo di Salvini: farsi lasciare da Berlusconi e sperare in Di Maio

salvini bis

 

I piatti non volano solo perché sono distanti. Gli insulti neanche, perché a dividerli ci sono troppi anni e ancora un po’ di rispetto. Ma se soltanto Salvini e Berlusconi potessero dirsi tutto ciò che pensano dell’altro verrebbe fuori tutto il rancore che un matrimonio d’interesse ha nascosto sotto al tappeto.

Il leader della Lega è furioso. Ha capito che Silvio cerca il pretesto per far saltare l’accordo col Movimento. Ma nemmeno nei confronti di Di Maio è tenero: se solo avesse accettato di rinunciare alla premiership pure Forza Italia avrebbe dovuto adeguarsi…

Dall’altra parte c’è un Berlusconi a cui un mese da comprimario ha già fatto venire il voltastomaco.Sono disgustato“, ripete in Molise. Non capisce come Salvini possa fidarsi del M5s, come possa decidere di chiudere al dialogo col Pd per privilegiare quello con “gente che non ha mai lavorato nella vita“.

Ma stavolta forse il filo si è spezzato davvero. Mai Salvini aveva detto così chiaramente:”Berlusconi sbaglia“. E per l’uomo che negli ultimi 24 anni è stato fondatore e leader del centrodestra, accettare lezioni da questo giovinastro senza esperienza è quanto meno umiliante.

Eppure la sensazione è che in questo apparente non riuscire a trattenersi più, in questi continui litigi davanti alle telecamere, vi sia non una malcelata insofferenza, quanto un modo per accorciare l’agonia di un rapporto personale mai realmente decollato e quindi destinato a precipitare.

Vogliono lasciarsi, insomma. Resta solo da capire come. E qui sta il nuovo azzardo di Salvini, che dopo aver tentato la strada delle consultazioni con la Casellati, adesso ha deciso di scendere in campo da solo. Da solo sì, non come centrodestra.

Vuole un pre-incarico da Mattarella, lo descrive come un sacrificio, evidenziando che il rischio di bruciarsi è alto, ma è anche l’unico modo per cui può sperare di andare al governo, ormai.

Di certo non si può dire che gli manchi la fantasia: andare in Parlamento come Matteo Salvini, leader della Lega e chiedere i voti a chi ci sta. E se Di Maio, pur di escludere Berlusconi dalla partita, votasse un governo Salvini? A quel punto sarebbe Silvio, a denunciare l’inciucio. Ma formalmente sarebbe Forza Italia a lasciare la Lega. E il M5s a votare Salvini.

Tutti felici e contenti, insomma. Salvini a fare il premier, Berlusconi nuovamente con le mani libere e il M5s al governo. Tutti tranne Di Maio: perché se non rinuncia alla premiership lui…allora Salvini si schianta.

Autogol, assist e gol: così Di Battista ha bruciato due fessi (e aiutato Berlusconi)

di battista

 

Per il presidente più vincente della storia del calcio le metafore legate al pallone vanno sempre bene. Per questo, in privato, Berlusconi parla dell’uscita su Facebook di Di Battista come di un autogol per il Movimento 5 Stelle e di un assist per Forza Italia.

Dibba che lo descrive come “il male assoluto” buca le gomme di Di Maio. Azzera le possibilità di un governo M5s-centrodestra e costringe Salvini al nuovo/vecchio bivio: dentro o fuori il Palazzo? Con o senza Berlusconi?

E poco importa che lo sgambetto di Di Battista non sia il frutto di un errore strategico. Qualcuno dice che sia stato tutto studiato ad arte, che l’ormai semplice attivista abbia voluto impedire l’ascesa di Di Maio che, così pare, alla fine sotto le pressioni di Mattarella avrebbe accettato obtorto collo di imbarcare Forza Italia pur di salire a Palazzo Chigi col ruolo di premier.

Cosa che adesso non è più possibile per colpa di Dibba, l’alter-ego rivoluzionario del neo-democristiano Di Maio. L’ortodosso dai modi meno ortodossi di tutti, il pugile che colpisce sotto la cintura quando la campanella del gong ha già suonato da un pezzo.

Ed è vero che tra i due litiganti spesso gode il terzo. Che in questo caso, indovinate un po’, è proprio Berlusconi. Perché se Di Maio non può perdere la faccia alleandosi con lui e Salvini non vuol perdere il centrodestra sbarazzandosi di lui, allora a vincere è sempre lui. Berlusconi il regista, per tornare a parlare di calcio, che adesso col 14% del 4 marzo rischia pure di ritrovarsi in casa il Presidente del Consiglio. Un po’ come vincere lo Scudetto dopo essere arrivato quarto in classifica.

Perché, è il ragionamento dalle parti di Arcore, Mattarella vista l’impasse tra Di Maio e Salvini non potrà che affidare un mandato esplorativo ad uno dei Presidenti delle Camere. E se l’incarico a Fico verrebbe letto dalla base pentastellata come un attentato alla leadership di Di Maio, meno scalpore desterebbe un incarico alla presidente del Senato, Maria Elisabetta Alberti Casellati. Guarda caso una personalità di Forza Italia, che in più occasioni non ha esitato a definirsi “orgogliosamente berlusconiana“.

Un boccone amaro da ingoiare per tutti. Da Di Maio a Salvini, che a quel punto, piuttosto che tornare a vedere Berlusconi nel ruolo di dominus dell’Italia, potrebbero forse trovare il coraggio di fare ciò che non hanno fatto finora: chiudere gli occhi, abbracciarsi forte e fare squadra. Sempre che a quel punto il Cavaliere non abbia già segnato a porta vuota.