La prossima crisi

Poche ore fa, sul suo profilo Twitter, il presidente eletto Joe Biden ha scritto: “America is back“, l’America è tornata.

Una sensazione condivisa pressoché ovunque: dalle cancellerie internazionali ai palazzi del potere a Washington, dalle redazioni dei giornali alle fabbriche dell’America dimenticata. C’è un’idea di Paese che sta tornando prepotentemente a galla. E questo ci porta a riflettere su quanto un solo uomo, Donald Trump, sia stato in grado di deformare l’immagine degli Stati Uniti in giro per il globo nello spazio di soli quattro anni.

La perizia con cui Biden sta assemblando un team di superstar che lo affianchi nel lavoro quotidiano alla Casa Bianca è indicativa della volontà di riprendere saldamente tra le mani le redini del Pianeta.

Competenza, preparazione, visione: sono tutte caratteristiche che l’ultima amministrazione a stelle e strisce aveva volutamente sospeso, preferendo lasciare a Trump il compito di fare e disfare le trame del futuro, interpretando attraverso il suo sviluppato istinto le istanze dell’America profonda. A discapito del ruolo di superpotenza spettante agli Usa.

Tra tutte le nomine annunciate da Joe Biden finora, però, ce n’è una particolarmente importante, per storia del diretto interessato. Si tratta di quella di John Kerry a “inviato speciale per il clima“: una carica creata ad hoc, e a sorpresa, che lo rende di fatto un “super ministro dell’ambiente“.

Perché è importante? Ce lo dice il curriculum di Kerry, amico di Biden di lungo corso, ma soprattutto personaggio di primissimo piano nella politica americana: parliamo di un ex segretario di Stato sotto Obama tra il 2013 e il 2017 e di un candidato alla presidenza nel 2004. Il punto è questo: non nomini John Kerry in un ruolo del genere se non hai intenzione di fare del cambiamento climatico una priorità della tua agenda politica.

C’è chi a ragione ha paragonato l’emergenza climatica ad una pandemia al rallentatore, ma con effetti ancora più devastanti. C’è un tempo di incubazione che dura anni, conseguenze che riguardano i quattro angoli del globo che non risparmiano nessuno, danni che colpiscono in particolare le categorie più fragili e soluzioni che implicano cambiamenti e sacrifici su scala globale.

Con la nomina di John Kerry, il presidente Biden mette in chiaro che la politica estera americana tornerà alla guida del processo che Trump aveva sconfessato al primo giorno di presidenza uscendo dagli accordi di Parigi. Attenzione, nessuno santifica i democrats. Nessuno nega vi sia anche un interesse “di parte” nel perseguire tali politiche ecologiste, anzi. In ottica geopolitica è altamente probabile che la retorica ambientalista serva da clava agli Stati Uniti per colpire le industrie di Cina e Germania, Paesi al vertice delle priorità americane per importanza, tra minaccia concreta e ossessione storica.

Nassim Nicholas Taleb, filosofo libanese, l’uomo che ha sviluppato la “teoria del cigno nero“, usava questa metafora per descrivere la portata di un evento non previsto (chi mai si aspetterebbe di vedere un cigno nero in mezzo a tanti cigni bianchi?), che ha effetti debordanti sulla storia dell’umanità e che, a posteriori, viene razionalizzato in maniera inappropriata e giudicato prevedibile.

Ecco, il cambiamento climatico non è un cigno nero: è un cigno bianchissimo, è un evento prevedibilissimo. Non serve razionalizzarlo a posteriori. E’ lì, dietro l’angolo. E’ la prossima crisi.


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Il messaggio di Trump ai “raggi X”

Come sta il Presidente? Questa è la domanda da un milione di dollari a cui l’America e il mondo stanno tentando vanamente di rispondere in queste ore. La soluzione del quesito è custodita gelosamente dall’equipe medica del Walter Reed Medical Center, l’ospedale dei presidenti, oltre che dagli stretti collaboratori di Donald Trump. Uno, il capo dello staff Mark Meadows, dopo la conferenza stampa dei camici bianchi all’esterno dell’ospedale militare, ha incredibilmente comunicato ai giornalisti presenti – sotto richiesta di anonimato – che “non siamo ancora sulla buona strada per un recupero completo” e che le prossime 48 ore “saranno critiche“.

The Donald si è infuriato, com’è giusto che sia. Al di là della legittima richiesta di trasparenza da parte dell’opinione pubblica a stelle e strisce, Trump ha tutto l’interesse a tenere il più possibile riservate le notizie sulle sue condizioni di salute, almeno fino a quando – si spera – queste non miglioreranno.

Eppure è francamente impossibile mantenere a lungo il riserbo sulla malattia dell’uomo più potente della Terra. Non senza alimentare voci e speculazioni su uno stato di salute in rapido deterioramento. Trump così ha deciso di giocarsi il jolly, la mossa a sorpresa: un videomessaggio di 4 minuti e 2 secondi in cui ha parlato alla nazione per rassicurarla sul fatto che “ora sto molto meglio“, rispetto al giorno del ricovero in ospedale. Il biondo di Manhattan si presenta più pallido del solito, non ha il classico, esagerato, colorito arancione che nel dibattito di pochi giorni fa ha avuto il merito di far apparire Joe Biden fragile e malaticcio. Adesso il malato è lui, il Presidente, e l’ostinazione con cui i medici continuano ad evadere le domande sul fatto che Trump abbia mai avuto bisogno di sottoporsi ad una terapia di ossigeno ci dice che con ogni probabilità l’inquilino della Casa Bianca ha vissuto momenti complicati.

In uno scenario del genere, con una cartella clinica non immacolata, ragionamenti sulla “catena di comando” in caso di morte del presidente sono forse indelicati, ma di certo non inopportuni. Il vicepresidente Mike Pence è risultato negativo al tampone (per ora) ed è stato ovviamente allertato: nel caso anche lui fosse impossibilitato a prendere le redini della superpotenza si passerebbe alla speaker della Camera, Nancy Pelosi, la rivale democratica per eccellenza. Il quarto in linea sarebbe il Segretario di Stato, Mike Pompeo. Sono discorsi che sembrano fuori luogo, esercizi di fantascienza, ma rappresentano l’attualità più impellente, in chiave interna ed esterna.

Quando Trump in giacca e camicia bianca – senza cravatta d’ordinanza – dice che “io non potevo limitarmi a stare chiuso in una stanza e aspettare che succedesse quello che doveva succedere. Un leader deve affrontare i problemi. Dovevo fare qualcosa e questo è quello che andava fatto“, sta facendo chiaramente campagna elettorale. Giustifica il suo atteggiamento “rischioso” nei confronti del virus, prova a dare l’immagine del Presidente che non si è sottratto ai suoi doveri per il bene della nazione: è un messaggio che in una fetta di elettorato può fare breccia, ma è anche l’unico che può usare per motivare la sua condotta irresponsabile. La malattia, dunque, come arma di contrattacco verso il prudente – se non addirittura pauroso, nell’immaginario trumpiano – Joe Biden.

Ma The Donald parla anche ai nemici esterni, gli avversari che guardano al (semi)vuoto di potere come ad un’occasione da non perdere. Al di là degli auguri di pronta guarigione recapitati da Xi Jinping e Putin, Cina e Russia, con l’aggiunta dell’eterno nemico iraniano, sono gli osservati speciali dai vertici militari in queste ore. L’ipotesi che uno di questi soggetti, se non tutti, trovino coraggio di muovere le proprie pedine mentre il presidente è in difficoltà esiste. Al Pentagono lo sanno, alla Casa Bianca pure. Per questo Trump nel suo video ricorda a sé stesso ma soprattutto a chi è all’ascolto che “questa è l’America, questa è la nazione più grande e potente del mondo”. Si tratta di un concetto che trascende la presidenza attuale e quella dopo. E quella dopo ancora.

Mentre Trump combatte per la vita, un militare segue come un’ombra il vicepresidente Pence, il Segretario della Difesa Mark Esper e il suo vice David L. Norquist. Tra le mani tengono la cosiddetta “nuclear football“, la valigetta contenente i codici nucleari, pronti ad autorizzarne l’uso. Questa è l’assicurazione più grande che gli Usa danno a loro stessi, al loro primato sul globo, ma in tempi straordinari tutto è possibile. Che un presidente rischi la vita nel pieno del suo mandato, che nemici pensino di poterne approfittare. Che l’America sia preoccupata, pensando al futuro.

Così Mike Pompeo ha richiamato all’ordine Luigi Di Maio

Era il 23 marzo 2019: Luigi Di Maio siglava a nome dell’Italia l’intesa con la Cina sulle Nuove Vie della Seta. Un progetto infrastrutturale nato con l’obiettivo di collegare l’Oriente all’Occidente, sulla carta. In realtà un progetto di portata strategica chiara, anche senza bisogno di essere Kissinger, rappresentante il fiore all’occhiello della diplomazia di Pechino.

Come segnalato da questo blog, in buona compagnia, quell’accordo sarebbe stato dal punto di vista italiano foriero di grossi rischi. In cambio di qualche arancia siciliana venduta sul mercato orientale, il governo gialloverde si diceva di fatto disponibile a sacrificare la propria sicurezza esponendosi alle ritorsioni americane in materia di collaborazione tra intelligence. Per non parlare del fatto che tutte le principali agenzie di rating, quelle che danno le pagelle alle finanze italiane consentendole di finanziare il proprio debito, sono americane.

Sorpreso dalla furiosa reazione americana, con Washington incredula rispetto all’idea che l’Italia, sua portaerei naturale nel Mediterraneo, fosse stata il primo Paese del G7 a legarsi al progetto asiatico, Di Maio tentava di derubricare il tutto ad un’intesa meramente commerciale, che nulla modificava rispetto al posizionamento dello Stivale sulla mappa geopolitica. Concetto ribadito anche in occasione dell’incontro di ieri a Roma tra il titolare della Farnesina e l’omologo statunitense, Mike Pompeo. Precisazione del tutto superflua.

Molti dimenticano, altri ignorano del tutto, che l’Italia è Paese afferente alla sfera d’influenza americana. Sul nostro suolo sono presenti circa 13mila militari Usa, con il nostro consenso. Ma è bene sottolineare che non se ne andrebbero neanche se glielo chiedessimo con cortesia. Perché non si entra e non si esce da una sfera d’influenza altrui per propria scelta.

Quanto l’abile Pompeo deve aver ricordato con delicatezza a Giuseppe Conte e Luigi Di Maio nel corso del suo ultimo viaggio. Pur consapevole che l’amministrazione Trump potrebbe non ricevere un secondo mandato, il segretario di Stato americano è interprete di una strategia nei confronti della Cina che non muterà anche dovesse vincere Biden. Cambieranno forse toni e narrazione degli obiettivi americani, non la percezione che il Numero Uno ha del gigante asiatico, sentito come principale minaccia all’egemonia Usa. Per questo, nel momento in cui l’America chiede ai suoi alleati di serrare le file sulle questioni di interesse strategico, a partire dal 5G, all’Italia non è più concesso di sgarrare.

Questo è il senso del cortese richiamo all’ordine che Pompeo ha dichiarato di aver rivolto a Giuseppe Conte: “Gli ho chiesto di fare attenzione alla privacy dei suoi cittadini“. Notate il garbo del segretario di Stato americano: lo ha “chiesto”, dice. Sappiate che in realtà glielo ha comunicato, molto semplicemente. Quando la superpotenza si muove con questa decisione finisce il tempo dei voli pindarici e delle fantasie. Deve averlo capito persino Di Maio.


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Tramonta Shinzo Abe, non il Sol Levante

Ciò che alle nostre latitudini verrebbe descritto come un terremoto, è per il Giappone un sasso lanciato in uno stagno. Così le dimissioni di Shinzo Abe da premier per motivi di salute non muteranno il destino del Sol Levante.

Il Giappone è sopravvissuto a due bombe atomiche. Non ne abbiamo fortunatamente la riprova: ma è difficile immaginare che un’altra nazione avrebbe saputo rialzarsi con velocità lontanamente simile a quella nipponica. Terza economia del globo, scalzata di recente soltanto dall’ascesa cinese, la storia del Giappone è densa di sconvolgimenti vissuti senza battere ciglio. Lo stesso sarà per il suo futuro: con o senza Abe.

Merito di uno Stato di primo livello, concepito come soggetto cui riservare assoluta fedeltà. I funzionari che costituiscono i cosiddetti “apparati” vivono in una dimensione lavorativa di fatto “clanica”. Ossessionati dagli esami di Stato fin dalle scuole elementari, snodo cruciale nel percorso istruttivo, decine di migliaia di candidati si contendono le poche decine di posti a disposizione nella macchina statale. Massima ambizione, ben più dell’arricchimento personale: non è un caso che il successo nel settore privato venga considerato una diminutio rispetto alla carriera nel mondo della burocrazia.

Lavorando a stretto gomito fin dalle scuole, inseriti negli apparati sotto forma di gruppi e non a livello individuale, i funzionari sanno che con i loro colleghi condivideranno soddisfazione e gocce di sudore per gli anni a venire. Per questo motivo sono portati a proteggere lo Stato profondo (non è una parolaccia) da ogni influenza esterna: il fine ultimo è il perseguimento dell’interesse nazionale, spogliato di ogni dogmatica ideologia. Caratteristiche che fanno del Giappone uno Stato funzionale al raggiungimento dei suoi scopi, scarsamente dipendente dalla politica.

Ne deriva che il Giappone saprà resistere anche all’addio del suo primo ministro più longevo. Onestamente sfortunato, ad Abe il fato non ha concesso neanche la passerella delle Olimpiadi di Tokyo. Trattasi ormai di conclamata maledizione a cinque cerchi: nel 1940 fu la guerra sino-giapponese a far saltare i Giochi nella capitale giapponese. Ottant’anni più tardi a scombinare i piani è stato un nemico invisibile: qualche maligno potrebbe aggiungere di uguale provenienza.

Proprio le Olimpiadi avrebbero potuto (e dovuto) rappresentare uno dei frutti più maturi dell’ormai celeberrima Abenomics, l’incompiuta strategia economica che tra le sue “tre frecce” annovera anche un imponente programma di spesa pubblica per ammodernare le infrastrutture del Paese.

Chiunque sia l’erede di Shinzo Abe non muterà la traiettoria del Giappone. Ossessionato dall’intraprendenza cinese, preoccupato dalla Corea del Nord ascesa al grado di potenza nucleare, traumatizzato dalla volatilità americana in ambito difensivo, Tokyo ha da tempo ricominciato a pensare sé stessa in termini geopolitici. Ne è la prova l’ormai palese tendenza al riarmo, addirittura in proiezione offensiva – in opposizione alla sua stessa Costituzione pacifista – come conclamato soltanto poche settimane fa dall’approvazione di una proposta di legge che potrebbe portare il Paese a dotarsi di capacità missilistiche d’attacco e sulla quale il governo sarà chiamato ad esprimersi entro la fine dell’anno.

Cambio di paradigma impensabile fino a poco tempo fa. Prodromo di uno sconvolgimento ineludibile.

Dotato di un popolo tra i più capaci al mondo, sostenuto dalla fede incrollabile nella propria superiorità sulle altre genti del globo, certo delle origini divine del proprio imperatore, il Giappone farà la sua strada. Tramonta Shinzo Abe, non il Sol Levante.

Tra Usa e Cina non una guerra ma il suo antipasto

La geopolitica è un esercizio di realismo. Le potenze che operano la strategia devono spogliarsi del superfluo, riconoscere i propri interessi esistenziali, bandire gli orpelli e andare al sodo. Pena la fine di sé. Ma fare geopolitica significa anche trovare i codici giusti per raccontarsi al mondo, per coinvolgere nella propria impresa anche chi non dispone degli strumenti necessari a comprendere la complessità di manovre a prima vista indecifrabili. Gli Stati Uniti sono in questo ambito campioni indiscussi.

Così il discorso pronunciato da Mike Pompeo, segretario di Stato nell’Amministrazione Trump, pronunciato nella Libreria Nixon, presidente del grande disgelo con la Cina negli anni Settanta, assume una doppia valenza simbolica. Da una parte segnala che gli Usa non sono disposti a vacillare sulla rotta da tenere nei confronti del gigante asiatico, che la tattica intrapresa è ormai certa; dall’altra parla nuovamente al “mondo libero“, termine coniato da un tale Winston Churchill per distinguere i Paesi al di qua della “cortina di ferro” con la Russia, assegnando così una dimensione ideologica “dolosa” al conflitto con Pechino, in realtà inevitabile scontro tra il “numero Uno” e il suo più importante rivale.

In questa Seconda Guerra Fredda c’è una costante: nella narrazione americana è ancora una volta il regime comunista il nemico da abbattere. Trattasi di semplice coincidenza: la storia insegna che nel confronto tra potenze di questo calibro non è mai l’ideologia a segnare il destino delle relazioni, semmai i rispettivi interessi confliggenti. Così gli Usa, descritti per anni dalla stampa internazionale come intenti a guardarsi l’ombelico, desiderosi di tornare a casa e ritirarsi dal mondo, colgono l’importanza del momento senza rinunciare alla propria dimensione imperiale. La superpotenza, anche se affetta da una fisiologica stanchezza, non può rinunciare al suo ruolo nel Pianeta. In questo modo si spiegano i conflitti su più fronti intrapresi con Pechino: da quello tecnologico (5G) a quello sui mari (pressing Usa nel Sud-Est asiatico). Le chiusure dei rispettivi consolati a Houston e Chengdu sono i segnali di un’escalation irreversibile, così come la guerra dei dazi era forse l’aspetto meno importante (e sopravvalutato) dello scontro là da venire.

Chi sospetta che il discorso di Pompeo possa essere una manovra diversiva dell’amministrazione Trump per distogliere l’attenzione dai problemi economici e sanitari sperimentati dagli Usa in vista del voto di novembre conosce scarsamente l’indole di un popolo che alla politica – e a maggior ragione a quella estera – si interessa esclusivamente se coinvolto in una guerra. Anche a novembre Biden diventasse presidente al posto di Trump, la postura americana nei confronti di Pechino non muterebbe di un millimetro, se non forse nei toni e nelle dichiarazioni.

Cosa attendersi dunque dal domani? Nell’immediato non una guerra. Gli Usa non si sentono minacciati dalla Cina al punto di scatenare uno scontro finale. Sono però intenzionati a bloccarne l’ascesa, a stringerla d’assedio fino a ridimensionarla, obbligandola a preoccuparsi della propria sopravvivenza, piuttosto che del primato globale. Lo faranno stringendo le alleanze con i vicini locali cinesi, Paesi portati a scegliere l’America in ottemperanza di una regola classica della grammatica strategica: in un conflitto tra potenze sempre scegliere quella geograficamente lontana, perché prima o poi tornerà a casa lasciando libero il teatro in cui è intervenuta, cosa che ovviamente non farebbe la Cina trovandosi già in Asia.

Non è dunque una dichiarazione di guerra quella di Pompeo a nome degli Usa, al massimo un suo antipasto. Se duello bellico dovesse scoppiare sarebbe a causa di un incidente, sempre possibile in un contesto marittimo trafficato e caotico come quello asiatico. Ma la notizia, se di notizia si può parlare, è la missione che gli Usa hanno confermato ancora una volta di voler incarnare: paladini del mondo libero, contro la tirannide. Con tanti saluti a chi, da anni, profetizza o addirittura racconta l’improbabile declino americano.