Dazi Usa: “Giuseppi” e Di Maio in modalità “eh se me lo dicevi prima”

Pompeo e Di Maio

Quando mesi fa su queste pagine scrivevo che l’adesione dell’Italia alla Nuova Via della Seta promossa dalla Cina ci sarebbe costata cara non sapevo onestamente su quale settore il nostro Paese avrebbe scontato le maggiori ricadute. Ma era chiaro a chiunque – meno che a Di Maio – che avremmo pagato un prezzo alto.

L’errore di inseguire un non meglio precisato sovranismo (scambiato per sovranità) ha portato il precedente governo ad un pericoloso isolazionismo. Un errore di lettura clamoroso: se sei l’Italia, se insomma non sei una potenza mondiale ma appartieni alla sfera d’influenza americana, non puoi pensare di stringere un’intesa con il rivale per antonomasia – la Cina – nel pieno di una guerra dei dazi.

Oggi, poche ore dopo la sentenza del Wto che dà diritto agli Usa di imporre dazi per 7,5 miliardi agli europei come compensazione per gli aiuti illegali concessi al consorzio aeronautico Airbus (consorzio di cui l’Italia non fa parte), la componente grillina del governo scopre l’esistenza di quella cosa che chiamata geopolitica e prova a correre ai ripari. Lo farà, paradossalmente, col ministro degli Esteri. Lo stesso che mesi fa firmò il memorandum d’intesa coi cinesi. Lo farà, di sicuro, con Giuseppe Conte. O meglio, Giuseppi. Illusosi evidentemente troppo presto di avere un rapporto privilegiato con la Casa Bianca, al punto di aver confuso l’amicizia personale con Donald Trump con quella storica tra Italia e Stati Uniti.

E adesso a fare le spese di questo pressapochismo, di questa improvvisazione, potrebbero essere in maniera indiscriminata le aziende italiane: quelle che esportano le nostre eccellenze agroalimentari. Il conto, secondo una stima della Coldiretti, potrebbe attestarsi attorno ad un miliardo di euro di perdite. Nessuno dice che sia “tutta” colpa del governo precedente: la questione Airbus-Boeing va avanti da decenni. Ma l’occhio di riguardo che gli Usa avrebbero potuto avere nei nostri confronti fino a qualche anno fa, stavolta, potrebbe restare chiuso. Nella migliore delle ipotesi, ora, saremo costretti ad assecondare i voleri americani su dossier scottanti come Iran, Venezuela e, ovviamente, Cina. No, non è un ricatto. E’ solo politica estera.

Cantava Jannacci:

“Eh, se me lo dicevi prima…”
“Come prima?”
“Ma sì se me lo dicevi prima…”
“Ma prima quando?
“Ma prima no?!”.

Ecco, il governo italiano è in questa modalità. Modalità “eh se me lo dicevi prima…“.

L’accordo con la Cina è un grosso guaio

C’è un motivo se il governo – dal Venezuela in poi – fatica particolarmente nella politica estera: oltre i confini nazionali le promesse mirabolanti non fanno presa, il realismo la fa da padrone. Salvini e Di Maio mancano di pragmatismo e visione strategica: ne è la prova la firma del memorandum d’intesa tra Italia e Cina che sancisce la nostra adesione alla cosiddetta nuova Via della Seta in un momento che dal punto di vista geo-politico non potrebbe essere più delicato.

Realismo, pragmatismo, dicevamo. Sono qualità che servono ad esempio a rendersi conto che la parola sovranismo non ha senso, soprattutto se ti chiami Italia. La nostra storia recente è quella di un Paese appartenente alla sfera d’influenza Usa. E dalle sfere d’influenza non si esce, quanto meno non per scelta propria. L’anti-americanismo del governo – soprattutto sponda M5s – in questo senso è un problema che a Washington hanno iniziato a cogliere. La nota del National Security Council – l’organismo massimo che regola tutte le questioni di sicurezza nazionale presieduto da Trump in persona -, che ci ha amichevolmente sconsigliato di siglare un’intesa con Pechino pena la perdita di “reputazione” dell’Italia a livello “globale”, è stata bellamente ignorata da chi ci governa e presto ne pagheremo il conto.

Perché una cosa è stringere un accordo con la Cina di natura commerciale, altra cosa è firmare un documento d’intesa vuoto dal punto di vista della sostanza ma dall’altissimo valore simbolico proprio nel momento in cui tra Washington e Pechino è in corso una guerra commerciale che ne nasconde una ben più grande di stampo geopolitico.

Qual è allora il rischio a cui il governo ci ha esposto sul breve-medio periodo? Più in generale quello di una rappresaglia americana. Per un Paese come l’Italia, che ha il suo debito pubblico al 133% del Pil e che dunque ogni anno ha necessità di piazzare i suoi titoli di stato sul mercato, irritare gli Stati Uniti scommettendo che tra alcuni decenni la più grande potenza planetaria sarà la Cina non è una mossa geniale, soprattutto considerando che i tanti elementi di instabilità che Pechino si porta dietro lasciano supporre il contrario.

Non ci si meravigli se un brutto giorno le agenzie di rating americane non riterranno l’Italia abbastanza “credibile” (ricordate la nota del National Security Council sulla “reputazione”?) declassandoci e facendo dei nostri bond “titoli di stato spazzatura”. Di più: le aziende italiane negli Usa (Fiat ma non solo) potrebbero essere esposte ad azioni di ritorsione anche mediatica da parte di un popolo, quello americano, che quando si tratta di tutelare l’interesse nazionale non è secondo a nessuno. Finita qui? Macché. C’è pure, ed è altissimo, il rischio di dazi che Trump, grande esperto del settore, potrebbe applicare sui prodotti italiani. La cosa comica, e allo stesso tempo tragica, è che chi ha partorito l’accordo dalla parte italiana lo ha fatto perché spinto da un ragionamento prettamente economico piuttosto che strategico.

Le ripercussioni economiche non sono però le sole che potrebbero verificarsi se gli Stati Uniti considerassero troppo spinte le relazioni che Roma e Pechino intratterranno nei prossimi mesi di trattativa che seguiranno alla firma del memorandum. Non è da escludere, infatti, che Trump riservi all’Italia lo stesso trattamento che ha minacciato di utilizzare nei confronti della Germania limitando lo scambio di informazioni tra intelligence. Significherebbe per l’Italia, Paese affacciato sul Mediterraneo, naturalmente esposto ai flussi migratori, e a rischio di attacchi terroristici sul proprio suolo, ritrovarsi all’improvviso senza la protezione del gigante che dalla Seconda Guerra Mondiale in poi ne ha garantito la sicurezza.

Non è uno scenario catastrofista: è una possibilità concreta. Non è soffice la nuova Via della Seta.

Sovranisti made in China

Non è soffice la Nuova Via della Seta. Piuttosto è ricca di increspature e insidie, talmente tanto che Usa ed Ue, quelli che per decenni abbiamo considerato nostri alleati, sentono il bisogno impellente di avvisarci, di metterci in guardia.

Non prendetele come invasioni di campo. Consideratele sortite sorprese, sgomente, stupite di iniziative così stupide in serie, messe in successione una dietro l’altra da parte di un’Italia che fino a poco tempo fa era considerata partner affidabile, oggi variabile impazzita. Meglio: impazzita e basta.

Perché non era sufficiente perdere sei mesi di tempo con la Tav e bloccare una rete di collegamento che unisce l’Europa. Non era abbastanza la vergognosa neutralità sul Venezuela che strizzava l’occhio a Maduro. No, un governo che non riesce a mettersi d’accordo su nulla ha pensato bene di giocare alla politica estera e di infilarsi in un progetto infrastrutturale concepito dalla Cina per espandersi in Europa. Il perché non è noto. Ma di certo sottostimato.

Di Maio dice che si tratta di un accordo commerciale per “riequilibrare le esportazioni di più sul nostro lato”. Certo, tutto torna: è evidente che i cinesi abbiano investito fino a oggi diversi miliardi di dollari per consentire all’Italia di rifarsi sul piano economico. Chapeaux, anzi: risciò.

Salvini prova a scindere l’intesa economica da quella geopolitica. Come dire che i soldi non c’entrano nulla con le alleanze. Credibile. Come sulla Tav.

Resta una riflessione, al di là delle alleanze in discussione, del prezzo politico che finiremo per scontare in Europa e nel rapporto con gli Usa. Ed è quella di un doppio paradosso. Quello dei leghisti sovranisti che ci tolgono la sovranità, avallando una possibile invasione cinese. E quello dei pentastellati populisti, nel senso di principali sponsor della Repubblica Popolare Cinese.

Ci (s)vendono sulla Nuova Via della Seta. Noi speriamo sempre che prima o poi si ravvedano sulla via di Damasco.

La lezione del G7 per i sovranisti italiani

g7 canada

 

Al governo Conte è concesso un vantaggio. Essendosi appena insediato può godere di una luna di miele con gli italiani che si traduce soprattutto in un tesoretto di tempo utile per capire da che parte stare. Ma dovrebbero essere bastati i due giorni di G7 in Canada, al premier Conte, per rendersi conto che il solo posto dove l’Italia può sperare di dire la sua è anche lo stesso da cui Salvini e Di Maio sono intimamente tentati di uscire: l’Europa.

In un contesto storico in cui i nazionalismi e i sovranismi la fanno da padrone, dove le riunioni tra leader vengono vissute con insofferenza e fastidio – si veda l’atteggiamento di Trump – Paesi come l’Italia hanno un’unica strada per tentare di contare qualcosa: fare squadra con chi ha interessi se non uguali quanto meno simili.

E in questo senso è da salutare con fiducia la retromarcia di Conte sul piano delle sanzioni nei confronti della Russia. Si può immaginare che stretto tra Merkel e Macron, salutato come un nipote da Juncker e Tusk, Conte abbia iniziato a capire che l’Italia non può permettersi fughe in avanti. A meno che non voglia essere vassallo di qualcuno.

Che poi, anche volendosi del male, si farebbe fatica a scegliere a quale padrone asservirsi. Trump, nonostante i suoi modi ruvidi, ha un merito: sta mantenendo gli impegni presi con gli americani in campagna elettorale. E questo significa che gli Usa non interpretano più come nel passato il ruolo di guida universale del mondo libero. Basta uno slogan: America first, per rendersi conto che andare dietro agli americani non è oggi né conveniente né tanto meno possibile.

E allora, potrebbe pensare qualcuno, buttiamoci con Putin. Il presidente russo è probabilmente il giocatore più lucido e talentuoso in fatto di geopolitica. Si è impossessato del Medio Oriente sfruttando la timidezza in politica estera di Obama; e una volta tagliato fuori dall’Occidente ha allargato il fronte verso l’Asia, creando una relazione privilegiata con la Cina che è forse il motivo principale per cui Trump ha proposto di reinserirlo nel G8. Ma di nuovo: l’Italia non ha la forza economica e politica per trattare da pari a pari con colossi come Usa, Russia e Cina.

Possono dunque esistere rapporti di amicizia e di rispetto, nei confronti dei giganti del mondo. Ma se l’Italia vuole contare qualcosa, invece di pensare a distruggere l’Europa pensi a renderla più forte e a scalare posizioni al suo interno.

La strada sarà pure in salita, ma è l’unica che porti da qualche parte.