Procedura di infrazione: perché Salvini e Di Maio continuano a mentire?

Di Maio e Salvini, foto Enrico Mentana

Sarebbe ironico, se non fosse tragico, che nel giorno in cui la Commissione Ue compie il primo passo verso la procedura d’infrazione nei confronti dell’Italia, il nostro premier Conte si trovi in Vietnam. Come una coincidenza, un ribaltamento dei fronti e della storia: l’Italia è un Vietnam.

E in questo gioco a perdere condotto dal nostro governo in maniera a dir poco irresponsabile e incoerente, stride un’altra assonanza dissonante. Ne è l’autore Pierre Moscovici, Commissario Ue all’Economia: “Come sempre con tutti gli Stati membri, siamo pronti a esaminare i nuovi dati che potrebbero modificare questa analisi. La mia porta è aperta“. Impossibile non pensare allo slogan dei “porti chiusi” di chi ci governa. Una involontaria lezione di dialogo.

C’è poi un numero, nelle “raccomandazioni” della Commissione Europea, che dovrebbe essere ripetuto più e più volte, per rimarcare quanto la questione del debito non sia qualcosa di lontano dalla nostra vita quotidiana. Lo ha citato il vicepresidente per gli Affari finanziari Valdis Dombrovskis: “L’Italia paga per interessi sul debito tanto quanto spende per tutta l’istruzione, pari a 38.400 euro per abitante“. Questa è la realtà che alcuni politici vogliono tenere nascosta: far passare il debito come una questione dei “burocrati di Bruxelles”, qualcosa che non riguarda l’italiano medio da vicino. Falso, è l’opposto.

La strategia è assodata, basta leggere il post su Facebook di Di Maio:”Quota 100 non si tocca e, sia chiaro, le pensioni degli italiani non si toccano!“. Peccato che una delle raccomandazioni per evitare la procedura d’infrazione sia proprio quella di attuare una riforma delle pensioni sostenibile.

Se Di Maio non vi basta c’è Salvini nel suo solito comunicato lunare: “Non chiediamo i soldi degli altri, vogliamo solo investire in lavoro, crescita, ricerca e infrastrutture. Sono sicuro che a Bruxelles rispetteranno questa volontà“. Tutto lecito, credibile, se non fosse che Salvini insieme a Di Maio ha buttato nel cassonetto diversi miliardi di euro per realizzare Quota 100 e il Reddito di Cittadinanza. Misure finanziate in deficit, soldi che spesi in un serio piano di investimenti avrebbero realmente potuto rilanciare l’Italia.

In questo scenario il più lucido sembra l’unico non politico, Conte: “Farò il massimo sforzo per scongiurare una procedura che non fa bene al Paese“. Pure lui avrebbe dovuto pensarci prima.

Ora Salvini ha un capitale politico immenso, dovrebbe avere l’ambizione di salvare questo Paese: ma non lo fa. Di Maio non ha più niente da perdere, è nelle condizioni di accreditarsi come una persona seria, di dire la verità: ma non lo fa.

Il quesito sorge spontaneo: perché continuare a mentire?

È arrivata la grazia (forse)

La buona notizia (informale) è che per ora la procedura d’infrazione nei confronti dell’Italia non ci sarà. Ma a chiarire quanta fiducia ci sia nel governo basta un dato: per l’ufficialità la Commissione Ue si riserva di decidere a gennaio, vogliono essere certi che Di Maio e Salvini riscrivano la Manovra, e che il Parlamento la approvi, per come gliel’hanno prospettata nell’ultima versione.

Meno soldi per il reddito di cittadinanza, che se la matematica non è un’opinione non rispetterà la promessa di garantire uno stipendio da 780 euro al mese per 5 milioni di italiani sotto la soglia di povertà. 

E meno soldi per quota 100, col governo che a furia di inserire finestre su finestre, costringerà ad esempio migliaia di insegnanti ad andare in pensione nel 2020 (quindi non più a quota 100). Senza contare che chi vorrà usufruire di quota 100 dovrà rinunciare a tanti tanti soldi. Ma Salvini questo non lo dice.

Eppure così è, se vi pare. Guardiamolo mezzo pieno il bicchiere: la tanto bistrattata Europa ha parzialmente corretto una Manovra suicida. La fine della Grecia, per ora, sembra evitata. Per Natale è arrivata la grazia.

Quattro miliardi di bugie

 

Il segno della retromarcia sta tutto nel non detto, nelle frasi mezze e mezze, nelle parole rimaste appese, strozzate in gola. Lontani i tempi del “Bruxelles? Me ne frego”. Perché sì, Salvini ci prova a fare il duro, a dire che l’Europa non deve avere figli e figliastri, che si è arrivati al 2% ma sotto non si andrà, ora basta. Però le sue parole hanno la stessa credibilità di chi diceva che sotto il 2,4% non si sarebbe scesi. Mai. Sì, si è visto.

Di Maio invece è quasi commovente. Sui social si sforza di tenere compatta una testuggine senza guscio, prova a dire che due miliardi in meno sul reddito di cittadinanza non comporteranno alcuna conseguenza. E una cosa è certa: faccia tosta e coraggio non gli mancano. La sua vicenda personale, però, rischia di sfociare a breve nel tragicomico. Mentre lui teorizza la nuova figura lavorativa del navigator, Beppe Grillo ha già in mente di affibbiargli una sorta di tutor: Alessandro Di Battista. Quando si dice “non c’è limite al peggio”.

Sarà curioso capire, da gennaio in poi, come Salvini e Di Maio imposteranno la loro campagna per le Europee. Solleticati dall’istinto primordiale di denunciare le regole ferree di Bruxelles, ma incatenati dalle loro stesse azioni, dall’ingannevole narrazione secondo cui quello 0,4% in meno non ha snaturato il senso della Manovra.

Stretti, avvinghiati, nell’abbraccio della paura: due miliardi li taglio io e altri due li togli tu.

Quel che resta è una somma: 4 miliardi di bugie.

La barzelletta di Conte, Di Maio e Salvini

conte di maio salvini bis

 

C’è una barzelletta che comincia così:

C’erano una volta Di Maio e Salvini, nemici giurati, mai insieme. I loro partiti vanno bene alle elezioni e a loro va bene mettersi insieme per andare al governo. I due uniscono i loro programmi, fingono che sia possibile conciliare tutte le loro proposte, quasi fossero complementari, le une il pezzo mancante delle altre.

Ma poi Di Maio e Salvini litigano un po’: chi le realizza queste misure però? Io no, ma tu neanche. Prendiamone un altro: scelgono Conte, un professore dal “dubbio” curriculum che fino a pochi mesi prima era estimatore di Renzi al punto da mandargli messaggini sul cellulare per dirgli quanto fosse entusiasta del suo governo.

Quindi: c’erano una volta Conte, Di Maio e Salvini. I tre promettono al popolo che “non arretreranno di un millimetro”. Reddito di cittadinanza? Non si tocca. Quota 100? Questa è e questa rimane. Sembra essere tutto così bello, così una favola, che in un impeto di entusiasmo misto a follia, una sera di settembre Luigi Di Maio e i suoi fedelissimi profanano il balcone di Palazzo Chigi e annunciano che con il deficit al 2,4% hanno appena abolito la povertà. Caspita, un motivo in più per non cedere ai “ricatti di Bruxelles”. Lo spread? “Me ne frego”.

Passano un paio di mesi tra bordate all’Europa e dichiarazioni strafottenti e qualcosa si incrina. La Commissione minaccia l’Italia di voler aprire una procedura d’infrazione. Ahia, questi fanno sul serio. Salvini e Di Maio iniziano a far passare il messaggio che non si appenderanno agli “zerovirgola”. I due a questo punto mandano in avanscoperta Conte. Firmano un comunicato in cui cantano le lodi del professore, fino a quel momento bistrattato e umiliato, trasformato con un tratto di penna da fantoccio a possibile salvatore della Patria. Tanto – pensano ma non dicono – se va male la colpa è sua.

Da qui arriviamo a ieri. Il deficit scenderà “almeno” dal 2,4 al 2,04%, dice Conte. Sono 7,5 miliardi di euro in meno. Insomma il trio fa una retromarcia: la Commissione e tutti quelli che protestavano contro la Manovra avevano ragione. Peccato che nel frattempo – fonte Bankitalia – tra spread e mutui, tra mercati e tassi d’interesse, siano andati in fumo 60 miliardi di euro degli italiani.

Vabbé, si dirà, tanto è una barzelletta…

Perché è una barzelletta, vero?

Se Conte è la nostra migliore speranza…

 

Uno, l’italiano, dice “We are friends”. L’altro, il lussemburghese, risponde dicendo “Ti amo Italia”. Ma a dare il senso della situazione è soprattutto il fatto che l’altro, il lussemburghese, sia ai nostri occhi “l’europeo”. Come se noi, noi tutti, italiani ma europei, italiani ed europei, fossimo già con un piede fuori dalla grande casa che abbiamo contribuito a costruire, come se adesso non fosse poi così scontato restarci.

Dopo quello economico, frutto del rialzo dello spread, è questo il più grave danno politico commesso dal governo M5s-Lega in pochi mesi di governo: l’aver reso ipotizzabile anche un’uscita dall’euro, non sia mai che le decisioni della Commissione non siano quelle che ci attendiamo.

Alexīs Tsipras, uno che di troika se ne intende, avvicinando alcune personalità italiane ha detto: “È meglio che facciate oggi quel che comunque vi faranno fare domani. Se invece avete un’altra idea, beh, allora good luck”. L’altra idea, l’elefante nella stanza, è l’uscita dall’euro. E quel “buona fortuna” è l’augurio di chi sa che puoi spingere la propaganda fino ad un certo punto. Poi non si scherza.

Così, metti una sera a cena. Juncker e Conte, che in politichese, fra tartare di orata, filetto di vitello, funghi porcini, pancetta, cipolle e meringa con marmellata di mele cotogne, si giurano amicizia e lealtà. E’una buona notizia. Quanto meno una buona speranza. Se non fosse che Juncker ha chiesto un atteggiamento di “reciproca” collaborazione. E reciproca significa che se da Bruxelles possono anche tentare di temporeggiare il più possibile sulla procedura d’infrazione, da Roma si aspettano che Di Maio, ma soprattutto Salvini, la smettano di fare campagna elettorale contro l’Europa.

Juncker si è rivolto a Conte: tieni a bada i tuoi. E se Conte è la nostra migliore speranza…

Azzeccagarbugli chiede più tempo, per distruggerci

Giuseppe Conte

 

Usa il linguaggio arzigogolato che gli è proprio. E da avvocato Azzeccagarbugli qual è prova a lavorare un impasto colloso e appiccicaticcio, ad incartare un uditorio stonato dal caos che l’esecutivo in cinque mesi di non-governo ha generato. Ma l’informativa urgente di Giuseppe Conte nell’Aula della Camera rientra di diritto nella top five dei momenti più umilianti di una legislatura che per quanto giovane ha già toccato il fondo a ripetizione.

Il senso dell’arringa sta tutto in questa frase:”Nel caso in cui l’Ecofin dovesse decidere di aderire alla raccomandazione della Commissione, chiederemo tempi di attuazione molto distesi. Questo tempo ci servirà per consentire alla manovra economica di produrre i suoi effetti sulla crescita e, grazie a questo, di ridurre il debito pubblico“.

Una dichiarazione a dir poco lunare. Come ammettere di non aver capito nulla di quanto affermato dalla Commissione Ue, che la Manovra l’ha bocciata e la procedura di infrazione la avvierà proprio per non vedere realizzati i disegni kamikaze dell’esecutivo.

Conte invece chiede tempo, insiste nel parlare di una crescita che istituti di tutto il mondo non vedono, snocciola dati che definire ottimistici è un eufemismo, e quasi tenta l’ennesimo azzardo a perdere: provare a “fregare” Bruxelles sperando che da maggio in avanti i nuovi interlocutori siano altri.

Non c’è niente da fare. Al di là dei buoni propositi che durano lo spazio di un pomeriggio, delle dichiarazioni di intenti che a volte ci illudono che un dialogo su basi serie sia possibile, c’è solo da farsene una ragione: il governo del cambiamento non cambierà.

Savona forse è rinsavito

Paolo Savona

 

E’ vero che per fare una prova servono 3 indizi. Ma in un’epoca di restrizioni e vacche magre ci si accontenta anche di un paio. Così salutiamo con un sorriso sincero l’almeno apparente ritorno alla ragione di Paolo Savona. Il teorico del “cigno nero”, il visionario che ha sorretto le mire suicide del governo, pare aver capito che l’azzardo con l’Europa si è rivelato un errore.

Prima la dichiarazione di qualche giorno fa: “La situazione è grave“. Adesso l’ammissione dietro le quinte che “non si può più andare avanti così, non ha senso. E la manovra com’è non va più bene: è da riscrivere“. Parole che hanno un retrogusto comunque amaro. Perché nel migliore dei casi significherà aver perso tempo prezioso per il rilancio dell’Italia. Nel peggiore non serviranno a convincere Salvini e Di Maio della necessità di porre fine ad un braccio di ferro che ci vede perdenti, poiché dalla parte del torto.

Ma intanto è già qualcosa che qualcuno all’interno della maggioranza inizi ad insinuare dei dubbi sulla strategia da seguire con la Commissione Ue. A meno che l’arroganza dei diarchi non si traduca nella convinzione di poter fare a meno anche dei registi che hanno ispirato il primo tempo del film girato a Bruxelles.

Certo un retroscena è ancora poca cosa rispetto allo spettacolo che va in scena ogni giorno a nostro rischio. Servirebbe forse il terzo indizio, quello definitivo. Una presa di posizione pubblica, caro Savona: “Fermiamoci ora, prima che sia tardi”.

Babbo Natale ci porta carbone (per colpa tua, caro Matteo)

Salvini Babbo Natale

 

Sta forse nelle parole pronunciate da Matteo Salvini la rappresentazione plastica del rischio che corriamo, l’immagine di un vuoto istituzionale che è prima di tutto un vuoto di idee. “Lettera di Bruxelles? Va bene, io aspettavo quella di Babbo Natale”. Perché a parte il fatto che “da ministro e da papà”, come ama definirsi ad ogni piè sospinto, Salvini dovrebbe sapere che le letterine a Santa Claus si scrivono, non si ricevono. A parte questo, dicevamo, è quanto meno paradossale che ci sia voglia di fare spirito in una situazione pericolosissima per il Paese.

E non si tratta di essere bacchettoni, di voler a tutti i costi criticare un esecutivo che a dirla tutta rende facile il compito. No, qui si tratta di buon senso e intelligenza, di rispetto per i sacrifici di milioni di italiani, mandati in fumo in poche settimane per il gusto di vedere se alle Europee di maggio la Lega prenderà il, 30%, il 35% o riuscirà a toccare il 40% che fu di Renzi. Di sforzi valsi a nulla, di austerità che ritornerà, di finanza allegra di cui pagheremo presto il conto.

No, non c’è da scherzare questa volta. Proprio non si può. C’è stato un tempo in cui raccontavamo barzellette, a dirla tutta anche divertenti. Oggi siamo diventati la barzelletta da raccontare.

Ps: a proposito di Babbo Natale, quest’anno, per colpa tua, caro Matteo, ci porta carbone…

Manovra bocciata: siamo oltre l’orlo del baratro

di maio salvini conte

 

Sarà la storia a dire se lo scontro con l’Europa è il punto d’arrivo di una strategia ben congegnata o il frutto di un’improvvisazione che si è rivoltata contro i primattori di un governo ingovernabile. Ma la realtà di oggi è quella di un’Italia bocciata senza appello dalla Commissione Europea, di un Paese trascinato allo sbando da politiche ottuse, arroganti e sbagliate.

Quel che è peggio, però, è che il nostro nemico da oggi non sarà tanto l’Europa quanto quell’insieme di risparmiatori, investitori, fondi pensione che vanno a comporre i cosiddetti “mercati”. Lo spread alle stelle non è il solo segnale che dovrebbe portare l’esecutivo ad una giravolta politica tale da frenare un’emorragia pericolosa. Il segnale vero lo hanno dato i piccoli risparmiatori nei primi due giorni dell’asta dei Btp Italia: sono stati racimolati 722 milioni, una cifra ben lontana dai 7-9 miliardi che il Tesoro stimava (e sperava) di raccogliere.

E’ la prova che al di là dei sondaggi, che più che un sentimento di fiducia sembrano intercettare la speranza di tanti italiani che Salvini e Di Maio siano davvero in possesso della ricetta per uscire dalle sabbie mobili, gli italiani non credono alle promesse e ai proclami, non sanno dove il governo è diretto.

Dopo il parere della Commissione, che ha rigettato il documento programmatico di Bilancio del governo italiano per il 2019 e aperto la strada alla procedura d’infrazione, dovrebbe essere tutto più chiaro. Non siamo più sull’orlo del baratro. Da oggi siamo oltre.

Il governo dei rinvii

 

Piazzano due bandiere, così, un po’ per scena. Il reddito di cittadinanza e quota 100, ma neanche troppo convintamente. Perché il come e il quando delle due misure che caratterizzano Lega e 5 Stelle è ancora tutto da decidere. Perché i danni dello spread, della febbre non a 40 ma neanche a 37 (cit. Giovanni Tria), sono stati stimati da Bankitalia in 5 miliardi di euro. Mezzo reddito di cittadinanza, per intenderci: interessi in più da pagare per le mirabolanti dichiarazioni di Salvini e Di Maio, con quest’ultimo capace di accusare perfino Mario Draghi dei propri disastri. Il tutto volendo far finta di non vedere l’elefante nella stanza, la procedura d’infrazione che, tempo qualche giorno, l’Ue si vedrà costretta ad aprire contro l’Italia.

A meno che, travolti dai mercati, baciati da un ritrovato senso della realtà, Salvini e Di Maio non si decidano a sradicare dal terreno anche le loro due bandiere, rinviando reddito di cittadinanza e pensioni al maggio 2019 anziché a marzo, e a contenere quel deficit scellerato che è figlio di un peccato originale impossibile da lavare via: l’unione tra due forze diverse per credo e interessi, unite soltanto dal ricorso al populismo urlato.

Conte chiede tempo fino al 2019, Salvini giustifica il mancato taglio delle accise dando la colpa ai 5 stelle, che a loro volta dicono che fosse stato per loro avrebbero fatto a meno della pace fiscale. Le pensioni d’oro? Restano. Proclami, promesse, pagherò. È il governo dei rinvii, mica quello del cambiamento.