La provocazione di Conte che fa male al Paese

C’è un passaggio, arrivato quando la prima giornata degli Stati Generali a Villa Pamphilj volgeva al termine, che tradisce l’abilità tattica di Giuseppe Conte. L’ex avvocato del popolo trae lo spunto per la sua sortita dalla domanda di un giornalista, che gli chiede se l’eventuale approvazione del Recovery Fund non sarebbe da interpretare come la sconfitta della narrazione sovranista in chiave europea.

Il premier la prende larga, usa l’ars oratoria affinata per anni nelle aule di tribunale e in quelle universitarie, poi con una capriola trova l’appiglio per la stoccata: “Proprio per scacciar via le polemiche io rivolgo ai partiti d’opposizione, che ieri non son venuti qui perché hanno ritenuto questa sede non adeguata, un appello“.

L’attenzione di chi ascolta, da casa o in presenza, sale di un paio spanne. Chissà che dopo tanta banalità e luoghi comuni, da Villa Pamphilj non arrivi anche una notizia. Conte continua, e riferendosi al Recovery Fund spiega: “Alcuni Paesi di Visegrad sono usciti pubblicamente e contestano queste soluzioni“.

Breve promemoria: il gruppo, composto da Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia e Ungheria, ha fatto presente di non condividere il principio alla base del piano presentato dalla Commissione Europea. Secondo loro non è giusto che i “Paesi più poveri debbano pagare per quelli più ricchi“. Di fatto contestano che la maggior parte dei fondi del piano presentato da Ursula von der Leyen siano destinati all’Italia e alla Spagna, le nazioni più colpite dalla pandemia.

Nessuna sorpresa da questo punto di vista. Le divergenze tra i Paesi del Mediterraneo con il gruppo Visegrad, a partire dalla questione migranti, sono una costante di questi anni. Riflettono l’inconciliabilità dei rispettivi interessi nazionali. Sono il paradigma della difficoltà di rendere l’Europa un’entità politica che parli con una voce unica anziché 27.

Ebbene, Conte queste cose le sa, ma nella conferenza stampa allestita nel giardino di Villa Pamphilj finge di dimenticarle. Lo fa per mettere all’angolo il centrodestra, per condannarlo alle sue contraddizioni: “Siccome alcune forze dell’opposizione sono molto legate a queste forze politiche, a questi governi di Visegrad, io chiedo loro di lavorare per darci una mano. (…) Nell’interesse nazionale, nell’interesse della comunità italiana, vi prego dateci una mano e io vi riconoscerò pubblicamente l’aiuto che ci darete intervenendo anche con quei partiti con cui avete dei legami o esponenti politici di altri Paesi, o addirittura di governi, che in questo momento stanno cercando di contrastare questa risposta forte, coerente e coesa che le istituzioni europee, in particolare la Commissione, sta offrendo“.

L’invito è doppiamente subdolo. In primis perché Conte sa bene che nessuna alleanza tra partiti di diversi Paesi potrebbe convincere un governo sovrano – in questo caso sovranista – come quello di Viktor Orbán (è soprattutto a lui che il premier fa riferimento) a recedere dalle sue posizioni su un tema tanto delicato. Molto più facile puntare sull’aiuto della Germania, che sui Paesi dell’Europa orientale è in grado di esercitare un forte ascendente, per usare un eufemismo.

In secondo luogo il falso appello di Conte è inaccettabile perché dimentica il peccato originale di questa vicenda. Perché le opposizioni dovrebbero chiedere un sacrificio agli alleati europei se neanche sono state coinvolte nei lavori? Perché dovrebbero investire il proprio capitale politico in un’operazione di cui non conoscono l’approdo finale? Perché dovrebbero spendersi per Conte visto che a godere di un eventuale successo sarebbe soltanto lui?

La risposta è una: dovrebbero farlo per l’Italia. Certo, ma devono prima essere messe nelle condizioni di farlo. Chi scrive non pensa che Salvini e Meloni siano degli statisti, anzi. Ma chiunque ha potuto apprezzare l’apertura al dialogo mostrata da Berlusconi durante e dopo l’emergenza sanitaria. Si parta allora dalla proposta del Cavaliere, dalla “scrittura del Piano Nazionale delle Riforme, ovvero il programma da presentare ai cittadini e all’Unione europea, contenente la lista delle riforme da fare nel prossimo triennio, con le relative tempistiche e i relativi costi. Un documento indispensabile, necessario se si vuole dare una programmazione di medio-lungo termine alle opere indispensabili da fare. Essendo un programma a lunga scadenza, deve quindi essere scritto comunemente, con il contributo di tutti, perché deve prescindere dai Governi che lo attueranno in futuro“.

Sarebbe un grande passo. Il primo nella direzione dell’appello – quello sì, sincero – di Sergio Mattarella alla coesione nazionale. Senza, dev’essere chiaro a tutti: è certo che non ce la faremo.

In Fondo non è finita

Ursula von der Leyen

Quando pochi giorni fa Angela Merkel ed Emmanuel Macron hanno presentato la proposta franco-tedesca non ho nascosto la mia delusione. Non solo per il fatto che l’Italia fosse stata scenograficamente esclusa dalla presentazione del piano. Ma soprattutto per la portata di un piano da 500 miliardi nettamente al di sotto delle attese (inizialmente si parlava di almeno 1000 miliardi) e delle necessità della nostra economia per rispondere alla crisi del coronavirus.

Oggi, alla luce del piano presentato da Ursula von der Leyen, c’è da essere molto più ottimisti. Next Generation EU, com’è stato chiamato il fondo da 750 miliardi di euro proposto dalla Commissione Europea, dovrebbe portare nelle casse italiane 172 miliardi di euro secondo Bloomberg, che ha citato come fonte un funzionario che ha chiesto di restare anonimo. Di questi 172 miliardi, 81 saranno versati come aiuti e 91 come prestiti. L’Italia, in qualità di Paese europeo più colpito dalla pandemia, sarà anche quello che riceverà l’aiuto più corposo dal “Recovery Plan” targato Ursula. Questo grafico, relativo soltanto alla parte che riguarda i sussidi, è molto indicativo:

Anche questa mappa aiuta a comprendere come il piano proposto da Ursula von der Leyen sia molto favorevole al nostro Paese:

Detto che questi soldi dovremo comunque rimborsarli, anche la cornice temporale è ottimale: fino al 2028 non se ne parla. Avremo 8 anni di tempo per tornare a rifiatare. Da quel momento in poi scatteranno altri 30 anni di tempo per rimborsare tutto: la scadenza è fissata al 2058.

Tutto bene, quindi?

Il problema principale è che questa è una proposta. Non dobbiamo dimenticarlo. Com’era una proposta quella franco-tedesca – ed è stata superata – così lo è quella che oggi arriva dalla Commissione Europea. Resta l’indirizzo politico, la volontà di aiutare l’Italia e i Paesi più colpiti da parte dell’organo esecutivo dell’istituzione europea.

Ma nell’UE a 27 anche un singolo Stato può bloccare un accordo e Angela Merkel – che di trattative ne ha viste (e vinte) – più di qualsiasi altro leader europeo ha già lasciato intendere che per un accordo serviranno tempi lunghi: “È chiaro che le trattative saranno difficili e non saranno chiuse già al prossimo Consiglio europeo“, ha detto. Insomma, l’obiettivo di chiudere la partita per l’estate è più che altro un miraggio. Farcela prima del 2021, mantenendo queste condizioni, sarebbe una grande vittoria politica.

Poi toccherebbe a noi. E in quel caso comincerebbe (comincerà) una nuova partita: spendere bene quei soldi. Usare i sussidi europei per produrre nuovi sussidi in Italia sarebbe una mossa kamikaze. Ma visti i precedenti non possiamo escluderlo. Investirli in formazione, sanità, digitale, lavoro, industria, infrastrutture (la lista delle priorità è lunga e non ci sta) vorrebbe dire fare un favore alla “Next Generation EU“, quanto meno italiana, quella che tra qualche anno si troverà a pagare il debito che stiamo facendo oggi.

Vi lascio con la lista della ripartizione delle risorse secondo il piano della Commissione, Paese per Paese. Speriamo rimanga così anche dopo le trattative con gli altri leader del Consiglio Europeo. In Fondo non è finita.

Belgio: stanziamenti 5,5 – prestiti 0.

Bulgaria: stanziamenti 9,2 – prestiti 3,1.

Repubblica ceca: stanziamenti 8,6 – 10,6.

Danimarca: stanziamenti 1,2 – prestiti 0.

Germania: stanziamenti 28,8 – prestiti 0.

Estonia: stanziamenti 1,9 – prestiti 1,4.

Irlanda: stanziamenti 1,9 – prestiti 0.

Grecia: stanziamenti 22,6 – prestiti 9,4.

Spagna: stanziamenti 77,3 – prestiti 63,1.

Francia: stanziamenti 38,8 – prestiti 0.

Croazia: stanziamenti 7,4 – prestiti 2,7.

Italia: stanziamenti 81,8 – prestiti 90,9.

Cipro: stanziamenti 1,4 – prestiti 1,9.

Lettonia: stanziamenti 2,9 – prestiti 1,6.

Lituania: stanziamenti 3,9 – prestiti 2,4.

Lussemburgo: stanziamenti 0,2 – prestiti 0.

Ungheria: stanziamenti 8,1 – prestiti 7.

Malta: stanziamenti 0,3 – prestiti 0,6.

Olanda: stanziamenti 6,8 – prestiti 0.

Austria: stanziamenti 4,0 – prestiti 0.

Polonia: stanziamenti 37,7 – prestiti 26,1.

Portogallo: stanziamenti 15,6 – prestiti 10,9.

Romania: stanziamenti 2,6 – prestiti 2,5.

Slovacchia: stanziamenti 7,9 – prestiti 4,9.

Finlandia: stanziamenti 3,5 – prestiti 0.

Recovery Gong: Francia e Germania mettono in riga l’Italia

Macron e Merkel

La sera del 23 aprile, la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, annunciò: “Per il Recovery Fund non stiamo parlando di milioni, ma di migliaia di miliardi di euro”.

La sera del 18 maggio, neanche un mese dopo, Angela Merkel ed Emmanuel Macron annunciano che Germania e Francia hanno raggiunto un accordo per un fondo di 500 miliardi di euro. Molto meno dei 2000 miliardi paventati dagli inguaribili “eurottimisti”, ma meno anche dei 1000 miliardi di base proposti dall’Europarlamento.

Siamo evidentemente al di sotto della soglia di galleggiamento, almeno per le esigenze dell’Italia. La speranza nutrita dal governo dopo il “decreto rilancio” da 55 miliardi di euro, e cioè che arrivasse dall’Europa l’ossigeno necessario ad affrontare i prossimi mesi post-pandemia, questa sera appare una fragile illusione.

La centralità acquisita da Conte nel dibattito italiano – più che altro per mancanza di alternative credibili – non sembra evidentemente tradursi in considerazione da parte degli alleati europei. L’asse franco-tedesco torna a dettare se non legge quanto meno l’agenda. E a Palazzo Chigi non resta che ostentare soddisfazione e diffondere una velina nella quale si cita uno “scambio di messaggi sms tra Merkel, Macron e Conte”. Un po’ come scoprire che la propria amata ha una storia con un altro e il giorno dopo commentare: “Sì, ma nel suo cuore, io resterò per sempre”.

La stessa Commissione Europea, scavalcata dall’iniziativa franco-tedesca, è costretta a fare buon viso a cattivo gioco premurandosi di sottolineare, attraverso la presidente von der Leyen, che l’intesa Merkel-Macron “va nella direzione della proposta su cui sta lavorando la Commissione, che terrà conto anche delle opinioni di tutti gli Stati membri e del Parlamento europeo”.

Il bicchiere è inesorabilmente mezzo vuoto. Ci si può consolare con la notizia che i fondi saranno sussidi a fondo perduto e non prestiti da restituire. Si può giustamente osservare che fino a qualche mese fa l’istituzione di un fondo del genere sarebbe stata fantapolitica. Ma alzi la mano chi avrebbe ipotizzato qualche mese fa lo scoppio di una pandemia.

La notizia è che il coronavirus non ha cambiato i rapporti di forza all’interno dell’Europa. Contano sempre i soliti. E noi nei soliti non siamo compresi.

Più che Recovery Fund, per l’Italia è Recovery Gong.

Cosa (non) aspettarsi dal Consiglio Europeo

Consiglio Europeo

Oggi non è l’11 luglio 1982. L’appuntamento non è allo Stadio Santiago Bernabeu per le ore 20. E no, l’Italia non vincerà 3 a 1 la finale del campionato del mondo di calcio grazie ai gol di Paolo Rossi, Marco Tardelli e “Spillo” Altobelli. Eppure l’attesa per il Consiglio Europeo in programma alle 15 a Bruxelles ricorda lontanamente quei grandi appuntamenti in cui tutto il Paese si ferma. Con qualche sostanziale differenza: l’Italia si è fermata da quasi due mesi per il coronavirus; e anche in caso di clamoroso successo di Giuseppe Conte non scenderemo in strada a festeggiare avvolti dal tricolore.

Il motivo principale è che la politica è una cosa bella ma complicata. I risultati di una trattativa tra 27 Stati, poi, non sono sempre quelli che potremmo sperare. E allora perché questa grande attesa? Un po’ perché è stato lo stesso governo – sbagliando – ad alzare le aspettative rispetto al vertice di oggi. E un po’ perché diventa via via sempre più chiaro che l’Europa non ha più molto tempo per affermare la sua indispensabilità politica. Eppure è bene ribadirlo: il gap tra utilità dell’istituzione e comunicazione del risultato non sarà colmato neanche oggi. Come milioni di cittadini europei ignorano i progetti finanziati dall’UE, anche per questo Consiglio Europeo non sarà facile comprendere la portata degli obiettivi raggiunti, almeno non nell’immediato. Il motivo è che oggi non sarà possibile raggiungere un accordo su tutta la linea, viste le divergenze manifestate dai diversi Stati membri alla vigilia del summit.

Anche se dovesse essere raggiunta un’intesa di massima sugli strumenti da opporre alla crisi economica causata dal coronavirus, poi, questa non sarà la manna dal cielo che milioni di italiani (ed europei) aspettano di veder cadere da oggi a domani. Nella migliore delle ipotesi il pacchetto da 500 miliardi di euro concordato dall’Eurogruppo – Bei, Sure e Mes – sarà operativo a partire dal 1° giugno. E il Fondo per la Ripresa (Recovery Fund) con cui la Commissione Europea dovrebbe garantire i cosiddetti “Recovery Bond” per la mutualizzazione dei debiti futuri (solo quelli) difficilmente si attiverà prima dell’estate, a voler essere ottimisti. Scordiamoci allora i coronabond, ovvero una condivisione del debito passato, presente e futuro.

Insomma, alla fine del Consiglio Europeo di oggi non vedremo Mattarella nei panni di un incontenibile Pertini. E quello di Conte non assomiglierà neanche vagamente all’urlo di Tardelli.

(N)Eurogruppo

Roberto Gualtieri partecipa all'Eurogruppo

Abbiamo un Presidente del Consiglio che in queste settimane ha più volte chiamato in causa la Storia come metro per misurare la portata delle sue azioni. Lo abbiamo visto citare “l’ora più buia” di Winston Churchill, purtroppo senza esserlo. E lo abbiamo anche sentito invocare a protezione delle sue decisioni il manzoniano “del senno di poi son piene le fosse“. Siamo nell’evidente tentativo di costruire una narrazione di nuovo statista al governo. Ma al di là della retorica, del ben parlare, della rassicurante compostezza da papà degli italiani, mancano i fatti: non un dettaglio per un premier.

Siamo stati dalla parte di Conte nella serata in cui una fonte (la solita) ben informata sull’andamento delle trattative con l’Europa ha descritto la fermezza del Presidente del Consiglio nel tenere il punto sulla necessità di istituire i Coronabond per fronteggiare la crisi. Abbiamo detto a chiare lettere, a riprova del fatto che su questo blog si giudica la cronaca senza partito preso, che eravamo contenti – da europeisti delusi – che qualcuno si richiamasse ai veri valori europei di solidarietà, reciproco sostegno, condivisione del rischio. Abbiamo applaudito all’ultimatum contiano: erano inizialmente dieci giorni, poi nel giro di qualche ora sono diventati 14. Abbiamo detto: va bene lo stesso, poi basta. Poi tanti saluti. Davvero, “facciamo da soli“.

Nel frattempo abbiamo assistito ad una conferenza stampa in prime time in cui si è annunciata una “potenza di fuoco” senza precedenti per sostenere le imprese. Sono trascorsi due giorni. E ciò che circola è ancora una bozza di decreto, nulla di definitivo. Prima la tv, poi la legge. Ma anche così, con informazioni sommarie, siamo in grado di dire che 400 miliardi di garanzie (beninteso, non di liquidità) sono una pezza che non riempie il buco, la voragine, di un’economia che nei prossimi mesi risucchierà milioni di italiani.

Di nuovo: non siamo di parte, ci è capitato di lodare e criticare tutti i protagonisti della politica interna in questi mesi. Giudichiamo i fatti. E i fatti dicono che le misure fin qui ideate dal governo sono insufficienti. L’unica ricetta applicabile per salvare il lavoro e i lavoratori era quella che lo Stato si indebitasse per i suoi cittadini. Lo ha spiegato bene Mario Draghi. L’Italia sceglie una scorciatoia, l’esatto opposto di quanto indicato da Super Mario: chiede alle imprese di indebitarsi. Garantendo fino ad un certo punto, chiedendo addirittura interessi fino ad un certo punto, preoccupandosi dunque fino ad un certo punto di ciò che succederà dopo.

Chi segue questo blog dai suoi albori conosce la scarsa simpatia nutrita nei confronti di Donald Trump. Ma le misure economiche varate dal Congresso americano sono ad oggi le uniche veramente all’altezza di questa crisi. Non volete chiamarlo helicopter money? Scegliete pure un’altra formula. Dite che non abbiamo le risorse dell’America? Avete ragione. Ma in proporzione abbiamo disponibilità per dare liquidità, soldi veri, a famiglie e imprese che per mesi, pur riaprendo gradualmente le varie attività in giro per il Paese, faranno una fatica immane ad ingranare.

In questo quadro deprimente si aggiungono le trattative senza costrutto dell’Eurogruppo. Con i ministri delle Finanze del Nord Europa sempre con la calcolatrice in mano, ridotti a contabili piuttosto che a politici di visione. Sembra assurdo, per chi come noi ha oltrepassato la porta che dà sul nuovo mondo post-Coronavirus, pensare che non ci sia la sensibilità per comprendere la portata di questa sfida, l’importanza di trovare una soluzione comune. Roba da pazzi. (N)Eurogruppo.