Salvini e la patrimoniale mascherata

Salvini a Porta a Porta

Per non dire un giorno di aver messo le mani nelle tasche degli italiani, si cambia metodo: si guarda direttamente sotto il materasso. E’ questa l’ultima pensata di Matteo Salvini, che in una calda serata d’estate svela a Porta a Porta il suo “piano” economico: sperare che gli italiani che hanno i loro soldi in una cassetta di sicurezza decidano di aprirle, si facciano tassare quel denaro e diano al governo i soldi necessari per fare la prossima Manovra.

Ora i ragionamenti da fare sono questi. Primo: la spasmodica ricerca di fondi alternativi è la prova delle menzogne che Salvini e tutto il governo ci hanno propinato in questi mesi. Per intenderci, alla domanda, “ma dove li trovate i soldi?”, la risposta era sempre la stessa:”I soldi ci sono”. La realtà dice altro: i soldi non ci sono e quindi si cerca sotto i materassi degli italiani.

Seconda riflessione: la tendenza a legalizzare l’evasione fiscale è sempre più una costante. Come dire che tutti quelli che hanno fatto le cose in regola per anni si sono garantiti al massimo un bonus per la propria coscienza. Se poi gli altri sono stati più fortunati e hanno beneficiato di condoni fiscali e simili beh, beati loro.

Terzo spunto: dopo i minibot – per la serie: “Non abbiamo soldi? Inventiamoci una nostra moneta e chi se ne frega!” – la proposta sulle cassette di sicurezza dimostra che Salvini & co. stanno facendo i salti mortali per non ammettere le loro bugie. Se possibile tentando anche di ricorrere a strumenti illegali e pericolosi. Fortuna che Mattarella c’è.

Quarto e ultimo punto. Ironia della sorte, colui che viene riconosciuto come nuovo leader del centrodestra, storicamente contrario alla patrimoniale, propone di fatto una patrimoniale mascherata. Per rendere chiaro il concetto, definizione di patrimoniale:”Imposta sui patrimoni”. E cosa sono i risparmi, anche quelli custoditi sotto il materasso, se non patrimonio degli italiani?

Di Maio non poteva non sapere

di maio manina

 

Brandiva il testo del decreto fiscale, agitava lo spettro di una denuncia da presentare il giorno dopo alla Procura della Repubblica, chiamando in causa la solita “manina” (“Non so se tecnica o politica”), colpevole a suo dire di aver modificato alcune parti della “pace” diventata “condono” fiscale. Quella di Luigi Di Maio, però, resterà con ogni probabilità una sceneggiata di cui avremmo fatto volentieri a meno. Nessuna traccia della denuncia, nessun decreto arrivato al Quirinale, il solito polverone per niente. Con la novità rappresentata dal fatto che a ben vedere, per una volta, ci sono le condizioni per dare ragione a Salvini.

Perché al di là delle dichiarazioni di facciata del MoVimento 5 Stelle, che almeno a parole ha sempre giurato guerra aperta agli evasori; al di là del fatto che qualche volpe leghista possa realmente aver inserito le parti incriminate nel decreto, resta la ricostruzione del Consiglio dei ministri: e il torto è dalla parte dei pentastellati. Il premier Conte dettava gli articoli del decreto, uno per uno, e Luigi Di Maio – in assenza del sottosegretario Giorgetti – in qualità di ministro più giovane verbalizzava. Quindi le alternative sono al massimo tre: o Di Maio scriveva distrattamente, senza curarsi del contenuto di ciò veniva deciso in Cdm (grave); o era attento ma non capiva il contenuto del decreto (gravissimo); oppure si è reso conto che ciò che aveva valutato politicamente accettabile evidentemente non lo era per la base del MoVimento. Da qui la decisione di far scoppiare il caso, di evocare l’ennesimo complotto di questi primi 4 mesi di legislatura. Con la differenza che stavolta Salvini gli ha tolto la terra da sotto i piedi, mettendo a nudo o la sua incompetenza o le sue menzogne.  Perché una cosa è certa: per com’è andata Di Maio non poteva non sapere.

Altro che pace, è guerra fiscale

consiglio dei ministri

 

L’incoerenza di un governo messo insieme alla buona per occupare i “palazzi” del potere viene a galla sul tema della pace fiscale. Perché l’essenza di un esecutivo ribattezzato da qualcuno – e a ragione – come un “ircocervo”,  cioè una figura in cui convivono caratteri opposti e inconciliabili, emerge com’è chiaro sui temi che definiscono l’essenza di un governo.

E allora che animale politico è mai questo? Quello che chiama pace fiscale un condono? O quello che dà seguito alle urla della piazza al ritmo di “onestà, onestà”? Chi vince col Salvimaio al potere? I furbetti che non hanno mai pagato le tasse o gli artigiani e i commercianti onesti che nonostante i sacrifici non sono riusciti a far quadrare i conti? Questione di asticelle da fissare, soglie che rendono un provvedimento di “destra” o di “sinistra”, se queste categorie ancora qualcosa valgono.

Ma il dettaglio non è marginale, soprattutto per come la partita politica è stata impostata e gestita da Salvini e Di Maio, forse per la prima volta dall’inizio della legislatura protagonisti di un braccio di ferro che li vede a spingere in senso opposto l’uno rispetto all’altro. Perché chiunque deciderà di arretrare su questo tema darà di fatto l’impressione di essere succube, alternativo al proprio partner di governo. Soprattutto perché quando si parla di economia, quando si toccano le tasche degli italiani, arrivare ad un pareggio è più difficile rispetto a quel che accade sugli altri temi “etici”, che pure dividono due formazioni unite soltanto da una pericolosa vena populista.

Così sulla pace fiscale scoppia la guerra. È l’ennesimo paradosso di un governo paradossale per natura.