Il Governo ha tante colpe, ma Bonomi di Confindustria è sleale

I ritardi ingiustificabili sul pagamento della Cassa integrazione, l’atto d’amore delle banche verso le imprese che non c’è stato, le slide senza anima e visione di Colao, le passerelle di Conte a Villa Pamphilj, le potenze di fuoco soltanto presunte, l’autocompiacimento, le manie di grandezza. Potrei continuare. Questo governo ha tante colpe, molte delle quali imperdonabili. Ma Carlo Bonomi di Confindustria è sleale.

Capisco le ragioni politiche di spingere sull’acceleratore ad inizio mandato. Non solo è comprensibile, è addirittura auspicabile che il nuovo numero uno degli industriali faccia sentire la propria voce nel dibattito nazionale. A maggior ragione in un momento delicato della vita del Paese come quello che stiamo vivendo. Ma poi Bonomi deve ricordarsi che il suo ruolo è quello di “dialogare” con la politica, non di “fare politica”.

Ho condiviso la maggior parte delle critiche mosse al governo da Confindustria. Ed è vero che lo spirito di questo esecutivo è stato fino ad oggi imperniato su un tipo di retorica centralista, statalista e anti-imprese. Tutto vero, tutto legittimo. Ma ha senso, in questa fase, presentarsi agli Stati Generali chiedendo pubblicamente la restituzione di 3,4 miliardi di accise pagate dalle aziende nel 2012? Ha senso mettere sul tavolo e reclamare, proprio oggi, l’addizionale provinciale sull’energia elettrica che secondo la Corte di Cassazione dev’essere rimborsata alle aziende che l’hanno versata nel 2010 e nel 2011? Certo, c’è una sentenza e va rispettata e applicata. In fretta, aggiungo. E certo, non c’è momento migliore per fornire liquidità alle imprese che annaspano. Ma non sarebbe stato politicamente più delicato e adeguato chiedere al governo un finanziamento apposito per le imprese anziché riaprire una vecchia ferita ed esacerbare lo scontro?

A maggior ragione in un momento storico in cui le opposizioni non si distinguono per lungimiranza e correttezza, discorso dal quale bisogna oggettivamente escludere Forza Italia, c’è una prateria per Confindustria. Ma questa prateria va sfruttata per correre, non per distruggere il terreno già friabile su cui l’Italia cammina a rilento.

Da Bonomi ho visto arrivare fino ad oggi tante critiche. E ripeto: ne condivido molte. Ma le uscite infelici iniziano ad essere tante. Come quella secondo cui “questa politica rischia di fare più danni del Covid”. Rispetto per chi non c’è più. Meno frasi ad effetto per avere visibilità e prime pagine. Non c’è bisogno di alzare troppo la voce, Bonomi: Lei è stato già eletto a Viale Astronomia. Pensi ad elaborare proposte concrete, credibili. Lo aiuti questo governo, che ne ha bisogno.

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Conte parla ancora al tempo futuro. Ma il problema è il presente

Credo che le critiche del presidente di Confindustria Bonomi nei confronti del governo siano tutto sommato corrette nel merito, ma profondamente sbagliate nel metodo. Dire che il virus economico farà molte vittime è un conto, dichiarare in un’intervista a Repubblica che “la politica dello struzzo alla lunga non paga e può fare peggio del Covid” è un attacco ingeneroso e irrispettoso della tragedia che questo Paese ha vissuto fino a poche settimane fa. Men che meno una sortita del genere può dirsi in linea col richiamo alla concordia nazionale auspicata dal Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, al più tardi 24 ore fa.

Non bisogna dunque sorprendersi se Giuseppe Conte, nella conferenza stampa dal cortile di Palazzo Chigi, abbia risposto in maniera piccata alle parole di Bonomi. “Devo desumere che Confindustria porterà progetti lungimiranti, che non si limiteranno solo alla riduzione“, ha detto il premier, suggerendo come di fatto da Confindustria siano arrivate fino ad oggi molte critiche e poche proposte nel merito.

Sul punto il presidente del Consiglio ha ragione, ma anche il telespettatore meno attento si sarà accorto che Conte in conferenza stampa ha declinato un’infinità di buone intenzioni che il generale de Gaulle avrebbe sarcasticamente bollato con l’espressione “vaste programme“. Nulla da dire sulla volontà di rilanciare le infrastrutture, di investire in formazione, digitalizzazione, industria. Lodevole il proposito di giudicare senza pregiudizi vicende spinose come il ricorso al Mes (quei 36 miliardi ci servono, eccome) o il Ponte sullo Stretto di Messina. Se non fosse per un dettaglio, che poi tanto dettaglio non è: siamo al 3 di giugno.

Le valutazioni, gli incontri con le parti sociali, le proposte di condivisione con le opposizioni, i piani di riforma, è normale abbiano subito un rallentamento durante l’emergenza più grave dal dopoguerra ad oggi. Sarebbe stato sorprendente il contrario. Ma la sensazione è che il governo e il suo premier siano ancora nella fase embrionale di progettazione, il timore – vero, non strumentale – è che a Palazzo Chigi siano più portati a rimarcare il “rinnovato entusiasmo per la socialità ritrovata“, che a cogliere la sofferenza di milioni di italiani che hanno un problema oggi, non domani, tra 6 mesi o 3 anni.

Quegli stessi italiani che rischiano di finire tra le braccia dei populisti Salvini e Meloni. O, peggio, tra quelle del complottista Pappalardo. Si può parlare di futuro, è obbligatorio farlo: ma è necessario sincronizzarsi col tempo presente. Illustrando azioni concrete, studiando politiche tempestive, lasciando da parte polemiche e divisioni che si rivelano una zavorra che non possiamo più permetterci.

Qualcuno con poca fantasia, forse, avrebbe oggi ripescato un titolo tanto celebre quanto infausto: “Fate presto“.

Altro che “anno bellissimo”

Chissà se al presidente Conte, quello che “il 2019 sarà un anno bellissimo“, qualcuno recapiterà le stime realizzate dal Centro studi di Confindustria. Crescita zero nel 2019. Investimenti privati per la prima volta in calo da 4 anni a questa parte. Rialzo dello spread divenuto oramai una costante. Manovra di Bilancio “poco orientata alla crescita“. Sono solo alcune delle realtà con cui il Paese è chiamato a fare i conti. Ed è solo l’inizio.

Se dovesse capitarvi di incappare, in tv o sui social, in qualche ministro pronto a raccontarvi che adesso l’economia italiana decollerà perché tra poco parte il reddito di cittadinanza e quota 100 favorirà l’occupazione di nuovi giovani, non fatevi trovare impreparati. Confindustria vi dà la risposta contro tutte le favole:”Queste due misure, realizzate a deficit, hanno contribuito al rialzo dei tassi sovrani e al calo della fiducia, con un impatto negativo sulla crescita“. Tradotto: “l’esiguo contributo” dei due provvedimenti non riuscirà a compensare i danni fatti dal governo in materia economica.

Prospettive? Pessime. Secondo gli economisti “il governo ha ipotecato i conti pubblici“. Non lo dice un deputato dell’opposizione, bensì esperti di un’associazione che all’indomani della nascita dell’esecutivo aveva offerto un’apertura di credito generosa (fin troppo) nei confronti di Lega e 5 stelle. Il giudizio è evidentemente cambiato: agli industriali e alle imprese non interessano i racconti fantasiosi, i selfie e i tweet, vivono di scelte, leggono i numeri.

Pure Confindustria prospetta il bivio visto da ormai tutti i centri di analisi economica. Tutti, tranne quelli consultati da Conte, Salvini e Di Maio: per evitare l’aumento dell’Iva servono 32 miliardi. Se si trovano, quasi miracolosamente, non resta niente per la crescita. L’alternativa? Portare il deficit al 3,5%: vuol dire suicidarsi con lo spread. Il futuro? “Inevitabile aumento delle tasse”.

Urge cambiare rotta. No, non sarà un anno bellissimo.

Ben svegliato, Boccia

 

Sono passati tre mesi, 90 giorni che sembrano un’era geologica, da quando Vincenzo Boccia incoronava Matteo Salvini rappresentante ufficiale delle istanze delle imprese italiane. Vedeva, il capo degli industriali, nel leader della Lega il cavallo su cui puntare, anzi, sul quale montare, perché è chiaro che Confindustria ha i suoi interessi da tutelare e a governo che cambia corrispondono salti sul carro da mettere in conto.

Ma le aperture di credito di settembre non sono diventati regali da scartare sotto l’albero di Natale. Segnale che Salvini e Di Maio hanno già mandato in fumo un patrimonio mastodontico in termini di fiducia: quello delle 12 associazioni di categoria rappresentative di 3 milioni di imprese e 13 milioni di dipendenti. Il 65% del Pil italiano riunito ieri a Torino ha suonato la sveglia ad un governo talmente dentro al tunnel da non vedere che la luce si può raggiungere dicendo semplicemente dei “Sì”: sì alla Tav, sì alle infrastrutture che rendono un Paese competitivo, sì agli investimenti.

Tre mesi. Sono stati probabilmente troppi. Perché non ci voleva un genio per capire – al contrario di quanto diceva Boccia – che di responsabile non c’era nulla nelle parole di Salvini dei primi giorni di governo. E di credibile ancora meno. Tempo al tempo. Meglio tardi che mai. E intanto ben svegliato, Boccia.