Vade retro “nuova sinistra”

Zingaretti e Di Maio

C’è una differenza netta, sostanziale, nelle due proposte di governo giallorosso che avanzano in queste ore. C’è la proposta di Renzi, che parla di un governo istituzionale per mettere in salvo l’Italia dalla recessione. E poi c’è quella di Zingaretti, che vede in questa particolare situazione l’occasione per costituire una nuova alleanza politica, strutturale, con il MoVimento 5 Stelle.

Nei piani della “ditta”, di fatto, c’è l’annessione dei grillini, il tentativo di farne una costola della sinistra capace di fare da ago della bilancia in particolare nelle prossime consultazioni regionali, su tutte quelle in Emilia Romagna. Un piano strategicamente neanche troppo “fesso”, se non fosse per un discorso di coerenza.

Se può essere accettata di malavoglia, turandosi il naso, la prospettiva di un governo con chi per 14 mesi ha prestato il fianco a Salvini, se la si ritiene l’unica concreta possibilità per salvare l’Italia dalla deriva sovranista, diverso è scegliere consapevolmente di dare vita ad un’alleanza politica che abbia come fine ultimo quello di fare di Di Maio, Di Battista e Taverna interlocutori stabili.

Sta sottilmente ritornando di moda il “momento Scalfari”, in riferimento alla dichiarazione dell’ex direttore di “Repubblica” – subito dopo il voto del 4 marzo – secondo cui cui il MoVimento 5 Stelle alleato al Pd sarebbe diventato “la nuova sinistra“. Scalfari in seguito rettificò parlando di “scherzo provocatorio“, ma oggi sembra proprio questo il disegno che hanno in mente Zingaretti e compagni.

Ecco, se la “nuova sinistra” è un MoVimento 5 Stelle alleato strutturale del Pd, se Grillo e Casaleggio diventano i soggetti da consultare per concordare il nuovo Presidente della Repubblica, allora povera Italia. Se la “nuova sinistra” è quella che per una parte ha varato e votato i decreti (in)Sicurezza di Salvini, allora sei messa male, Italia. Se la “nuova sinistra” è quella giustizialista e manettara, quella che gode delle inchieste e sparge sterco sulle famiglie coinvolte, se la “nuova sinistra” è quella che dice no alla Tav e alle Grandi Opere, se è quella che va in deficit e crea debito, se è quella che dice sì al reddito di cittadinanza e no al lavoro, allora buona fortuna, Italia.

Un altro Monti e poi al voto

mattarella quirinale

 

Si sentono fino all’ultimo minuto disponibile, Di Maio e Salvini. Anche pochi istanti prima che la delegazione del Movimento 5 Stelle entri al Quirinale, con il leader dei grillini desideroso di capire quale sia il verdetto del vertice che va in scena a Palazzo Grazioli da ormai diverse ore.

Ma alla fine, chissà come, il centrodestra regge al tentativo ultimo del M5s di spaccarlo. Non che si stappi spumante, all’interno della coalizione. Il confronto è stato aspro e in più di un’occasione si è arrivati ad un passo dalla rottura. Soprattutto quando, in privato, Salvini ha chiesto a Berlusconi il famoso “passo di lato” per far nascere un governo giallo-verde.

Ed è stato in quel momento, quando Berlusconi ha capito che da quel “no ad un appoggio esterno di Forza Italia” sarebbe passata la sua sopravvivenza politica, che si è rivisto lo schema iniziale di Salvini. Tentato sì, di lasciare Berlusconi e di andare al governo, ma frenato pure. Soprattutto dai numeri, da quel 17% che in ogni caso lo avrebbe relegato a socio di minoranza di un governo con i 5 Stelle e senza il centrodestra.

Così la salita al Colle della coalizione al completo si traduce in un esercizio fantasioso, almeno per le orecchie di Sergio Mattarella che, sarà chiaro molto presto, non assegnerà un incarico al buio a Salvini, così come chiesto dal centrodestra.

Piuttosto la situazione sembra precipitare vertiginosamente verso un nuovo voto. Con l’indicazione di una figura neutra che dovrà pure sottoporsi all’onta della bocciatura in Parlamento per amor di patria, col compito di traghettare il Paese alle elezioni.

Si capiranno a breve i margini della nuova mossa di Mattarella. In ogni caso quella definitiva.

Più probabilmente un altro Monti per l’estate.

Mattarella ha detto “game over”

mattarella bis

 

Agli occhi azzurri e gentili ha sostituito da giorni uno sguardo deciso, persino severo. Chi ha avuto modo di incontrare Sergio Mattarella al Quirinale ne è uscito scosso, quasi turbato, perché per la prima volta ha saggiato la durezza di cui il Presidente della Repubblica è capace.

Ai partiti che si sono alternati nel primo giorno del secondo giro di consultazioni ha ripetuto un ultimatum chiaro e lapidario: non c’è più tempo. E se gli interlocutori abbiano compreso o meno il significato del messaggio è sì un suo problema, ma fino ad un certo punto.

Perché il capo dello Stato guarda alla situazione in Siria con preoccupazione, alle guerre commerciali che rischiano di travolgerci.  Ha la responsabilità di guidare l’Italia in un mare in burrasca. E se i marinai non si dimostreranno all’altezza degli ordini potrebbe pure decidere di cambiare equipaggio.

E in fondo il diktat che ha scandito al termine delle consultazioni questo dice: non aspetterà che M5s e Lega traggano forza dalle regionali di Molise e Friuli per trovare il coraggio di assumersi le loro responsabilità. Non attenderà che Di Maio e Berlusconi smettano di litigare. Né che il Pd esca dalla fase di isolazionismo prolungato nella quale si è rintanato dal giorno dopo il voto.

Non interessano, a Mattarella, le ragioni giuste o sbagliate dettate dalla strategia politica. Il Presidente pensa all’Italia. E se i politici vogliono continuare giocare allora sarà lui a presentargli la scritta “game over”.  Tempo scaduto. Adesso scende in campo Mattarella.

Berlusconi è ancora Berlusconi

berlusconi salvini meloni

 

A Salvini concede due cose: l’appellativo leader e il diritto di parlare a nome della coalizione davanti ai fotografi e ai giornalisti. Ma Silvio Berlusconi non è salito al Quirinale per fare da comparsa. Non è nel suo stile, semplicemente non resiste.

Così, dopo essersi seduto lui (e non Salvini) accanto a Mattarella – come se gli equilibri del centrodestra dopo il 4 marzo non fossero mutati – prima prende la parola al microfono, poi la passa a Salvini e infine esplode l’unico fuoco d’artificio della prima giornata di consultazioni: una dichiarazione anti-5 stelle che fa saltare il banco.

E lo scoppio sorprende tutti. Dalla Meloni, irritata per essere stata l’unica a non aver aperto bocca, fino a Salvini, che per un attimo si era illuso di aver ricevuto realmente il testimone da Berlusconi. Uno sgarbo, una maleducazione istituzionale, un azzardo. Si può chiamare in tanti modi la chiosa finale del Cavaliere, che se è stato Berlusconi per un quarto di secolo lo deve pure a questi exploit.  Dal “che fai mi cacci” di Finiana memoria al “predellino“, dalla pulizia della sedia di Travaglio fino alla dichiarazione di oggi.

Corre sul filo dell’istinto, la strategia del Cavaliere. Ma Berlusconi torna centrale, almeno per una sera. Ed è questo che ha sempre voluto. Anche a costo di pagarla cara, pure rischiando che Salvini approfitti dell’ultimo attacco ai grillini per trovare un pretesto e farlo definitivamente fuori.

E chissà che non sia proprio questo, quel che l’uomo di Arcore vuole.

Chissà che non desideri tornare ad associare a se stesso la parola che oggi ha regalato a Salvini, quel vestito da “leader” che vede tagliato su misura soltanto per sé.

Chissà che non voglia essere realmente tradito e pugnalato, per potere risorgere ancora.

Perché Berlusconi non è cambiato. Berlusconi è ancora Berlusconi.

Salvini-Berlusconi, sarà divorzio: e il popolo dirà chi ha tradito

berlusconi salvini

 

I fotografi al Quirinale preparino la messa a fuoco degli obiettivi, valutino per tempo le diverse angolazioni, i giochi di luce che rendono meglio. Si tengano pronti, insomma, che un momento del genere non ricapiterà: spetterà a loro scattare l’ultima foto del centrodestra unito.

Ne sono consapevoli tutti, da Meloni a Salvini, passando ovviamente per Berlusconi.  Un finale inevitabile, tristemente scontato, che si è scritto la notte del 4 marzo in due passaggi: il mancato raggiungimento del 40% necessario a governare e il sorpasso di Salvini ai danni di Berlusconi. Su quest’ultimo punto, però, un retroscena regala un sorriso amaro.

Perché sono in tanti a scommettere che se fosse arrivato primo Berlusconi, Salvini non c’avrebbe pensato un attimo ad andare al governo con Di Maio, ufficialmente “in nome del cambiamento” e per “uscire dallo stallo“. Dopo essersi ritrovato tra le mani il centrodestra, però, lo schema è cambiato. Salvini non ha potuto tradire se stesso.

Piuttosto sta cercando il modo di farsi lasciare. Come un marito e una moglie che non si amano da tempo. E se lo urlano in faccia da mesi. Ma nessuno che decida di fare le valige e andarsene. Nessuno che decida di sbattere la porta di casa alla fine dell’ennesimo litigio. Per il bene dei figli, dicono. O forse per non dover sborsare l’assegno di mantenimento.

Però arriva un momento in cui il matrimonio si spezza. Quando uno dei due non ne può più delle imposizioni dell’altro, quando non accetta ciò che il partner è diventato, allora neanche la mediazione dell’amica storica (in questo caso Meloni) basta più a tamponare l’emorragia.

Il rapporto finirà a breve. E come ogni addio sarà doloroso per entrambi. La ferita perde da troppo, è infetta. Uscirà sangue a fiotti. Ma intanto gli ex innamorati si concederanno un ultimo tentativo (le consultazioni con Mattarella) per provare a salvare il salvabile, un esperimento nel quale non credono nemmeno loro. Ma che sarà fatto, ufficialmente per non lasciare nulla di tentato.

Sarà divorzio, però. E a stabilire chi ha tradito un unico giudice: il popolo del centrodestra. Il frutto legittimo di un matrimonio destinato a finire.