Un altro Monti e poi al voto

mattarella quirinale

 

Si sentono fino all’ultimo minuto disponibile, Di Maio e Salvini. Anche pochi istanti prima che la delegazione del Movimento 5 Stelle entri al Quirinale, con il leader dei grillini desideroso di capire quale sia il verdetto del vertice che va in scena a Palazzo Grazioli da ormai diverse ore.

Ma alla fine, chissà come, il centrodestra regge al tentativo ultimo del M5s di spaccarlo. Non che si stappi spumante, all’interno della coalizione. Il confronto è stato aspro e in più di un’occasione si è arrivati ad un passo dalla rottura. Soprattutto quando, in privato, Salvini ha chiesto a Berlusconi il famoso “passo di lato” per far nascere un governo giallo-verde.

Ed è stato in quel momento, quando Berlusconi ha capito che da quel “no ad un appoggio esterno di Forza Italia” sarebbe passata la sua sopravvivenza politica, che si è rivisto lo schema iniziale di Salvini. Tentato sì, di lasciare Berlusconi e di andare al governo, ma frenato pure. Soprattutto dai numeri, da quel 17% che in ogni caso lo avrebbe relegato a socio di minoranza di un governo con i 5 Stelle e senza il centrodestra.

Così la salita al Colle della coalizione al completo si traduce in un esercizio fantasioso, almeno per le orecchie di Sergio Mattarella che, sarà chiaro molto presto, non assegnerà un incarico al buio a Salvini, così come chiesto dal centrodestra.

Piuttosto la situazione sembra precipitare vertiginosamente verso un nuovo voto. Con l’indicazione di una figura neutra che dovrà pure sottoporsi all’onta della bocciatura in Parlamento per amor di patria, col compito di traghettare il Paese alle elezioni.

Si capiranno a breve i margini della nuova mossa di Mattarella. In ogni caso quella definitiva.

Più probabilmente un altro Monti per l’estate.

Mattarella ha detto “game over”

mattarella bis

 

Agli occhi azzurri e gentili ha sostituito da giorni uno sguardo deciso, persino severo. Chi ha avuto modo di incontrare Sergio Mattarella al Quirinale ne è uscito scosso, quasi turbato, perché per la prima volta ha saggiato la durezza di cui il Presidente della Repubblica è capace.

Ai partiti che si sono alternati nel primo giorno del secondo giro di consultazioni ha ripetuto un ultimatum chiaro e lapidario: non c’è più tempo. E se gli interlocutori abbiano compreso o meno il significato del messaggio è sì un suo problema, ma fino ad un certo punto.

Perché il capo dello Stato guarda alla situazione in Siria con preoccupazione, alle guerre commerciali che rischiano di travolgerci.  Ha la responsabilità di guidare l’Italia in un mare in burrasca. E se i marinai non si dimostreranno all’altezza degli ordini potrebbe pure decidere di cambiare equipaggio.

E in fondo il diktat che ha scandito al termine delle consultazioni questo dice: non aspetterà che M5s e Lega traggano forza dalle regionali di Molise e Friuli per trovare il coraggio di assumersi le loro responsabilità. Non attenderà che Di Maio e Berlusconi smettano di litigare. Né che il Pd esca dalla fase di isolazionismo prolungato nella quale si è rintanato dal giorno dopo il voto.

Non interessano, a Mattarella, le ragioni giuste o sbagliate dettate dalla strategia politica. Il Presidente pensa all’Italia. E se i politici vogliono continuare giocare allora sarà lui a presentargli la scritta “game over”.  Tempo scaduto. Adesso scende in campo Mattarella.

Berlusconi è ancora Berlusconi

berlusconi salvini meloni

 

A Salvini concede due cose: l’appellativo leader e il diritto di parlare a nome della coalizione davanti ai fotografi e ai giornalisti. Ma Silvio Berlusconi non è salito al Quirinale per fare da comparsa. Non è nel suo stile, semplicemente non resiste.

Così, dopo essersi seduto lui (e non Salvini) accanto a Mattarella – come se gli equilibri del centrodestra dopo il 4 marzo non fossero mutati – prima prende la parola al microfono, poi la passa a Salvini e infine esplode l’unico fuoco d’artificio della prima giornata di consultazioni: una dichiarazione anti-5 stelle che fa saltare il banco.

E lo scoppio sorprende tutti. Dalla Meloni, irritata per essere stata l’unica a non aver aperto bocca, fino a Salvini, che per un attimo si era illuso di aver ricevuto realmente il testimone da Berlusconi. Uno sgarbo, una maleducazione istituzionale, un azzardo. Si può chiamare in tanti modi la chiosa finale del Cavaliere, che se è stato Berlusconi per un quarto di secolo lo deve pure a questi exploit.  Dal “che fai mi cacci” di Finiana memoria al “predellino“, dalla pulizia della sedia di Travaglio fino alla dichiarazione di oggi.

Corre sul filo dell’istinto, la strategia del Cavaliere. Ma Berlusconi torna centrale, almeno per una sera. Ed è questo che ha sempre voluto. Anche a costo di pagarla cara, pure rischiando che Salvini approfitti dell’ultimo attacco ai grillini per trovare un pretesto e farlo definitivamente fuori.

E chissà che non sia proprio questo, quel che l’uomo di Arcore vuole.

Chissà che non desideri tornare ad associare a se stesso la parola che oggi ha regalato a Salvini, quel vestito da “leader” che vede tagliato su misura soltanto per sé.

Chissà che non voglia essere realmente tradito e pugnalato, per potere risorgere ancora.

Perché Berlusconi non è cambiato. Berlusconi è ancora Berlusconi.

Salvini-Berlusconi, sarà divorzio: e il popolo dirà chi ha tradito

berlusconi salvini

 

I fotografi al Quirinale preparino la messa a fuoco degli obiettivi, valutino per tempo le diverse angolazioni, i giochi di luce che rendono meglio. Si tengano pronti, insomma, che un momento del genere non ricapiterà: spetterà a loro scattare l’ultima foto del centrodestra unito.

Ne sono consapevoli tutti, da Meloni a Salvini, passando ovviamente per Berlusconi.  Un finale inevitabile, tristemente scontato, che si è scritto la notte del 4 marzo in due passaggi: il mancato raggiungimento del 40% necessario a governare e il sorpasso di Salvini ai danni di Berlusconi. Su quest’ultimo punto, però, un retroscena regala un sorriso amaro.

Perché sono in tanti a scommettere che se fosse arrivato primo Berlusconi, Salvini non c’avrebbe pensato un attimo ad andare al governo con Di Maio, ufficialmente “in nome del cambiamento” e per “uscire dallo stallo“. Dopo essersi ritrovato tra le mani il centrodestra, però, lo schema è cambiato. Salvini non ha potuto tradire se stesso.

Piuttosto sta cercando il modo di farsi lasciare. Come un marito e una moglie che non si amano da tempo. E se lo urlano in faccia da mesi. Ma nessuno che decida di fare le valige e andarsene. Nessuno che decida di sbattere la porta di casa alla fine dell’ennesimo litigio. Per il bene dei figli, dicono. O forse per non dover sborsare l’assegno di mantenimento.

Però arriva un momento in cui il matrimonio si spezza. Quando uno dei due non ne può più delle imposizioni dell’altro, quando non accetta ciò che il partner è diventato, allora neanche la mediazione dell’amica storica (in questo caso Meloni) basta più a tamponare l’emorragia.

Il rapporto finirà a breve. E come ogni addio sarà doloroso per entrambi. La ferita perde da troppo, è infetta. Uscirà sangue a fiotti. Ma intanto gli ex innamorati si concederanno un ultimo tentativo (le consultazioni con Mattarella) per provare a salvare il salvabile, un esperimento nel quale non credono nemmeno loro. Ma che sarà fatto, ufficialmente per non lasciare nulla di tentato.

Sarà divorzio, però. E a stabilire chi ha tradito un unico giudice: il popolo del centrodestra. Il frutto legittimo di un matrimonio destinato a finire.

Non accettare caramelle da Di Maio

di maio luigi

 

Quando vedono i loro sottoposti tentati dall’abbraccio con Di Maio, tanto Berlusconi quanto Renzi si mostrano increduli. “Ma davvero – sbottano – non vi rendete conto che in questo modo saremmo fagocitati dai 5 Stelle?”. Un ragionamento, il loro, che non vede d’accordo tutti. Perché sarà difficile, ripetono i teorici dell’intesa, dire no a prescindere dopo gli abboccamenti di Di Maio.

Un patto sui temi, va proponendo il candidato premier grillino, ricordando che in qualità di prima forza politica sente il dovere di parlare con tutti. O quasi. Con Berlusconi, ad esempio, non vuol parlare.

Ne ha fatto una questione di principio, fornendo di fatto l’assist al Cavaliere per bloccare Salvini. Quest’ultimo davvero tra due fuochi: perché al governo coi 5 Stelle lui andrebbe di corsa, ma non può permettersi di farlo senza tutto il pacchetto. A meno che non voglia rischiare di passare per il traditore di turno e riconsegnare la leadership del centrodestra, o di quel che ne rimane, al suo fondatore.

Dall’altra parte c’è il Pd. E quindi Renzi. Che in pubblico non si mostra, ma in privato continua a tenere il punto su quanto ribadito il 5 marzo , su quel “Sapete che c’è: fate il governo da soli” che è il nuovo slogan dei renziani di ferro. Tiene in mano il Partito, per quanto con più fatica di prima, consapevole che il reggente Martina non potrà che assecondarlo, se davvero vuole la conferma alla segreteria. E quindi no all’incontro con Di Maio. Meglio non sentirle le tentazioni del diavolo a 5 stelle.

D’altronde il rischio è alto, ma la strada per la sopravvivenza una sola. Da una parte un’opinione pubblica che potrebbe non perdonare i responsabili dello stallo. Dall’altra la certezza che un appoggio ad un governo grillino sancirebbe la fine del centrodestra o del centrosinistra, a seconda di chi dovesse decidere di accettarne l’abbraccio.

L’unico che la pensa diversamente è Salvini, che smania per andare al governo, sicuro del fatto che la diarchia con Di Maio eliminerebbe sia Berlusconi che Renzi dalla mappa politica, inaugurando un nuovo bipolarismo tra Movimento e Lega. Sì ma c’è l’ostacolo di cui sopra: il maledetto veto che Di Maio ha posto su Berlusconi, dal quale Salvini non può prescindere.

Il punto, però, è che tanto Berlusconi quanto Renzi, non faranno nulla per facilitare il compito dei due amanti. Intimamente sperano in un logoramento lungo che dia prova della loro incapacità. Realisticamente Berlusconi vuole che Salvini lo molli, così da accusarlo di tradimento, Renzi che tutto il centrodestra vada con Di Maio. Perché chi si presenterà come alternativa, un giorno, raccoglierà i delusi dei 5 stelle.

E saranno tanti, dicono. Non accettare caramelle da Di Maio, è l’unica che cosa che chiedono.

Nessuno vuole essere Robin

bacio salvini di maio

 

Li senti gli applausi del pubblico? Lo vedi il centro della scena? E i riflettori, i flash dei fotografi? Quella è leadership. Chi vuole essere il capo a prescindere, il genio conclamato, il capitano che si ascolta ad occhi chiusi e testa bassa?

Non basta. Il salvatore della Patria, l’uomo solo al comando, il supereroe che risolleva il Paese dal baratro, l’unto dal Signore.

Salvini e Di Maio. Di Maio o Salvini.

Come in una danza in cui ci si pesta continuamente i piedi, un valzer poco elegante in cui la mano dell’altro si tiene senza dolcezza, ma per vedere chi ha la stretta più forte.

Perché alla fine qui torniamo: essere i primi della classe, dimostrare di poterlo essere. E per questo non si troverà un accordo.

Gregari di nessuno, che la gloria è per pochi e quella cerchiamo. Lasciare un ricordo di noi, un’impronta indelebile: come le Piramidi per i faraoni.

E c’è una canzone di Cremonini, che sembra perfetta per l’occasione:

Tutti col numero 10 sulla schiena. E poi sbagliamo i rigori.

Ti sei accorta anche tu

che in questo mondo di eroi nessuno vuole essere Robin

Consultazioni per dirsi di no

 

Salire al Colle in pompa magna, annodarsi bene il nodo della cravatta. Due spruzzate di profumo, facciamo tre, che incontriamo il Presidente della Repubblica. Mica il capo condomino.

Una visita al Colle da ricordare, un rituale ricco di storia, per niente svuotato di significato, se non fosse che nessuno ha capito cosa siano realmente le Consultazioni.

Non previste dalla Costituzione, sono quasi un atto di cortesia del capo dello Stato. Una prassi istituzionale, un’occasione per chiedere “consiglio” all’uomo che ha in mano le sorti del Paese. Così dovrebbe essere. Così non sarà.

Si presenteranno all’appuntamento con Mattarella, tra oggi e domani, convinti che alle Consultazioni dovranno esprimere il convincimento del loro partito, del popolo che rappresentano. Dimenticheranno che i colloqui col Presidente servono per trovare una quadra, non per piazzare la loro bandierina sul terreno fragile del Paese.

E Mattarella, da nonno comprensivo e paziente, dopo il primo giro di giostra darà un po’ di tempo ai nipotini per riordinare le idee, per capire che se non vogliono tornarsene tutti a casa dovranno trovare un accordo, venire a patti col nemico, in un modo o nell’altro.

E di nuovo avremo un appuntamento al Quirinale, una cravatta da annodare, un sorriso per i fotografi, una dichiarazione da concedere alle agenzie. Che ormai questa è diventata la politica: un reality show in cui il più simpatico vince.

La sfilata è iniziata: li vedrete pieni di sé, atteggiarsi a statisti davanti alle telecamere, esprimere con apparente dignità istituzionale il loro credo. In realtà saprete che non c’hanno capito nulla neanche loro. Non sono nemmeno Consultazioni, visto che il consiglio non lo accetteranno. Vogliono solo dirsi di no.

Di Maio e Salvini come Bolt: il terrore della falsa partenza

usain bolt

 

L’atmosfera è surreale, forse non così sacra, ma carica della stessa tensione. Luigi Di Maio e Matteo Salvini sono due velocisti ai blocchi di partenza di una finale dei 100 metri olimpica. Scaldano i muscoli, respirano a fondo, e buttano un occhio alla linea d’arrivo, ormai lì, distante soltanto pochi passi. Ed è quello il traguardo che sognano da chissà quante notti, il motivo che li ha spinti a dare più degli altri, il premio ambito da tutti: il gradino più alto del podio.

Ma quando lo starter, pistola in mano, chiama “ai posti“, né Di Maio né Salvini sanno bene quale sia la strategia da mettere in atto. Persino il più grande di tutti, Usain Bolt, fu tradito da una falsa partenza. Era il 2011, Mondiali di Daegu, l’uomo più veloce del mondo che vuole andare così veloce da partire prima degli altri. Squalifica, rabbia, lacrime, arrivederci alla prossima.

Ma se Bolt ha avuto più di un’altra occasione, se il suo strapotere era talmente evidente da consentirgli un passaggio a vuoto, tanto Di Maio quanto Salvini sanno bene che niente è volatile come il consenso politico. Ciò che hai oggi potresti non avere domani, quindi meglio farsi trovare pronti, quando parte la gara.

E a dare il via alla contesa è lui, sempre lui, Sergio Mattarella. Il Presidente felpato, l’uomo che ricuce chiamato ad uno strappo. Toccherà a questo starter d’eccezione, al giudice che spara il colpo di pistola e dà il via alla corsa, decidere quale dei due contendenti avrà il diritto di partire in vantaggio, di formare un governo. O almeno di provarci.

Ma la differenza, rispetto ai 100 metri piani, è che la politica è fatta di tempi lunghi, non si esaurisce nello spazio di 10 secondi. Per questo Di Maio e Salvini corrono su una pista sconnessa: perché partire per primi può sì rappresentare un vantaggio, ma pure il rischio concreto di bruciarsi, di esaurire troppo in fretta le energie, di fornire una scia all’avversario che rimonta da dietro.

Così si osservano, si studiano, ma quasi fingono di non guardarsi. Perché prima dello sprint è bene non mostrare le proprie paure. Pregano, senza nemmeno sapere cosa chiedere. Meglio guardare avanti, soltanto avanti, e sperare che il traguardo arrivi, prima o poi.

Nelle mani di Mattarella

Il profilo è basso, come sempre. Sergio Mattarella è uomo mite, ma non per questo indeciso. Pare quasi in imbarazzo, quando fissa la telecamera, ma è sorretto dalla forza degli onesti, di chi ha speso una vita in nome di ciò che riteneva giusto, senza mai scendere a compromessi.

E sarà questa forza a servirgli a partire dal 5 marzo, il giorno dopo il caos. Quando i partiti si recheranno al Quirinale e faranno di tutto per tirarlo dalla giacchetta, convinti ognuno di avere diritto più degli altri ad essere ascoltati. Ma in quella prassi che prende il nome di consultazioni, Mattarella guarderà negli occhi i vari leader, scrutando però un orizzonte diverso. Il futuro del Paese come bene primario, al di là degli attacchi che dopo una luna di miele durata tre anni, non tarderanno ad arrivare.

Perché scontenterà qualcuno Mattarella, è inevitabile. Lo farà se, come dicono gli ultimi sondaggi, nessuno otterrà la maggioranza. Ma le spalle larghe il Presidente le ha più o meno da sempre, da quando la mafia gli uccise il fratello Piersanti, allora governatore della regione Sicilia, e decise di scendere in campo a sua volta, consapevole del rischio che il prossimo avrebbe potuto essere proprio lui.

Sarà in quei giorni, quando le ipotesi di larghe intese si alterneranno alle richieste di un nuovo ricorso alle urne, che Mattarella dovrà tenere unita l’Italia. Attenersi alla Costituzione non sarà un problema. Scegliere la via più giusta probabilmente sì.

Ma nel ventaglio di ipotesi plausibili ed esplorabili dopo il voto, più che dai proclami dei leader – che faranno fatica ad abbandonare lo stile sbarazzino di questa campagna elettorale lunare – il futuro del Paese dipenderà dalla capacità del capo dello Stato di vedere lontano.

Farà da arbitro, Mattarella, non il giocatore. Di questo nessuno dubiti. Saremo nelle mani del Presidente. Sono buone mani.


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