Seppi, uno di noi che ce l’ha fatta

 

Non chiedetegli di fare lo show-man, non è nelle sue corde. Se volete, però, Andreas Seppi per voi colpirà forte la pallina. Quello sì, con le corde della racchetta gli riesce bene, al netto di un fisico normale. Normale, l’aggettivo è quello giusto.

Andreas è l’amico d’infanzia, il compagno del circolo col cappellino di traverso che ce l’ha fatta. Quello su cui il maestro non avrebbe scommesso una lira, il meno dotato, il più silenzioso, il giocatorino smilzo che al torneo sociale veniva seguito soltanto dai genitori. Non è il talento puro, non il campione annunciato, non il fenomeno che fa il fenomeno. Non lo è mai stato, né ha mai voluto esserlo.

Sarà per quel suo modo di essere un italiano di Bolzano. I modi educati, i capelli biondi, la barba pure. Ma nella valigia c’è dentro tanto altro, non solo luoghi comuni. Seppi il sottovalutato, Seppi che alla fine c’è sempre, che pure in Coppa Davis ci prova coi più forti, che se si sveglia col piede giusto (e l’altro con quello sbagliato) batte pure Federer.

Seppi il dimenticato, Seppi l’italiano tifato dagli italiani in assenza d’altri. Fognini ha perso? Vabbé dai, seguiamo Andreas. Seppi lì da tanto, lì da sempre. Su un campo secondario ad allenarsi, sul Centrale inaspettatamente, quando a suon di rovesci lungolinea riesce a meritarsi la sua oretta e mezza di gloria passeggera.

Un po’ come oggi, a Montecarlo, dove sfiderà il reattivo Nishikori, il samurai contro il compassato altoatesino. Ma non crediate che Andreas non abbia un cuore. State attenti, quando vince le partite, a guardare il ringhio che tira fuori. Con una mano tiene la racchetta, con l’altra si rivolge verso il pubblico e poi simultaneamente le alza, chiedendo che esulti insieme a lui, che lo aiuti a dimenticare il dolore di un’anca a pezzi, delle infiltrazioni che è costretto a fare per continuare a giocare, dall’alto dei suoi 34 anni.

Vivere di passione su un campo da tennis si può. Essere normali in un mondo di supereroi pure. E in questo sta l’eccezionalità di Andreas: nei riti attenti, nei gesti accorti, nel lavoro sempre.

Seppi, il normale. Seppi, per questo straordinario.

Seppi, uno di noi che ce l’ha fatta.

Seppi, quando lo vidi la prima volta, che Seppi non avrebbe tradito.

Italia-Francia, e stavolta difendiamo il confine

 

Si scende in campo per la bandiera, per quel tricolore un po’ sgualcito, ammaccato, ma pur sempre splendente, che quando lo guardiamo ci inorgoglisce, ci rende fieri e grati – in fondo – di essere nati qui e non altrove.

E ancora di più torniamo a sentirci italiani se dall’altra parte della barricata ci sono i francesi. Cugini infidi, arroganti, presuntuosi. Amici mai, per chi si odia come noi.

Vicini fastidiosi, da sempre. Ultimamente troppo. Come a Bardonecchia, dove i gendarmi francesi hanno imposto la propria legge sulla nostra. E il governo Macron nemmeno ha avuto il garbo di chiederci scusa. A questo punto siamo: sforano i confini e non sentono il dovere di pronunciare un misero “pardon“.

Ma da oggi a domenica i confini del campo sono ben delineati. La terra rossa di Genova è la nostra. Facciamo in modo che lo resti. Italia-Francia si gioca sul campo da tennis. In palio una semifinale di Coppa Davis che fino a pochi anni fa sembrava utopia. Oggi possibile: è già un miracolo.

Saremo come sempre in braccio a Fognini. Al talento puro, pazzo e cristallino. All’italiano che meglio rappresenta il nostro modo di essere, tutto quel che di noi dà fastidio ai francesi.

Ci osserveranno, come sempre, dall’alto in basso: convinti di essere più forti, più belli e profumati. Ma noi siamo italiani, signori. Abituati agli strani scherzi della storia, pronti a lottare quando il gioco si fa duro. Uniti quando serve, patrioti come oggi. Racchette in mano, difendiamo la frontiera.

Fognini d’Italia

L’approvazione del Paese non la otterrà mai.  A meno che da qui ad un paio d’anni non si decida a vincere un Roland Garros, ma in quel caso si direbbe: “È solo uno che ha azzeccato un torneo in carriera, non un campione“. E magari siamo pure d’accordo con loro, con chi dice che è una testa matta, che ai livelli di gente come Federer, Nadal e compagnia cantante non si avvicinerà mai, ma mai veramente, quanto meno per continuità di gioco e tenuta mentale. Ma Fabio Fognini qualcosa che lo rende speciale, diverso dalla maggior parte degli altri giocatori di tennis lo ha veramente, non ce lo siamo inventato.

Sarà quella voglia di soffrire e complicarsi tutto sempre, la sensazione che una partita sia la parabola della vita, la prova che ad ogni conquista deve corrispondere una grande fatica: altrimenti che gusto c’è? E allora eccolo Fabio, in campo in Giappone, quando molti in Italia erano ancora al caldo dei loro letti. Lotta e suda in Coppa Davis per la bandiera, la stessa che indossa come vestito, un tricolore in forma verticale.

Ci porta i punti decisivi restando in campo più di 11 ore: l’Italia vince 3 a 1 col Giappone e tutti e 3 i punti li porta lui, Fabio. Quello che purtroppo resterà per sempre nell’ottica del tifoso medio come il giocatore che dice le parolacce in campo, quello che se la prende con l’arbitro quando perde, quello discontinuo. Ma non ci sembrano familiari questi atteggiamenti? Dove li abbiamo già visti? Ma certo. Siamo noi, siamo proprio noi.

Quelli che quando perdono al campetto è sempre colpa del vento, che maledicono se stessi e l’avversario quando si scoprono incapaci, quelli che all’allenamento preferiscono il divano. Siamo italiani, insomma. Geniali ma scostanti, legati alla Patria ma pronti a criticarla (noi però, mica gli altri, tipo i francesi). Lottatori ma quando serve.

E allora dai Fabio, non prendertela. Oggi sei l’eroe, domani chissà. Tanto ormai l’hai capito siamo tutti Fognini d’Italia.