Donald e Kim. Lettere d’amore

Lettere d’amore. Venticinque missive intrise di sentimenti e reciproche aspettative. Spesso deluse, ma cosa importa? E’ chiaro, scrive Kim jong-Un a Donald Trump, che la nostra relazione speciale funzionerà come “una forza magica”. Questione di feeling, direbbe Cocciante. Ma ad ammetterlo è il biondo di Manhattan in persona, a colloquio con Bob Woodward, il giornalista del Watergate che col suo nuovo libro sta facendo discutere l’America e il mondo, o almeno quella parte interessata a comprendere cosa succede nel retrobottega del faro dell’Occidente, piuttosto che a discutere di ostriche e prostatiti.

E’ The Donald, di fatto, a descrivere il suo rapporto con Kim alla stregua di un approccio sentimentale: “Incontri una donna. In un secondo sai se qualcosa succederà o no. Non ci metti 10 minuti o sei settimane”. Trump ammette che tra lui e Kim c’era “una grande chimica”. E non pensate male, dai, che questa volta le armi non c’entrano: nemmeno quella segreta che Trump ha svelato di avere così, tanto per pavoneggiarsi un po’ con una leggenda vivente del giornalismo a stelle e strisce, tanto per mandare al manicomio i vertici del Pentagono, i militari che lui chiama con disprezzo “deep State”, e che a loro volta guardano al 3 novembre come al bivio che può rendere le loro vite molto più facili, o incredibilmente complicate.

La relazione tra Donald e Kim è quella fra due personaggi che cercano una legittimazione, che possono darsela reciprocamente. Da una parte c’è un giovane leader fisiologicamente sospettoso del prossimo, a proprio agio soltanto con la routine del suo regime, che per la prima volta viene preso sul serio da un personaggio di spicco. E che personaggio: il presidente degli Stati Uniti, il leader del mondo libero.

I due si studiano, all’inizio onestamente non si prendono, giocano a chi ha il pulsante nucleare più grosso, e nel 2017 sfiorano la guerra, molto più di quanto l’opinione pubblica abbia capito. Poi però dagli insulti si passa alle strette di mano: l’incontro a Singapore segna un momento di svolta. I due sanno di essere entrati in un modo o nell’altro nella storia. L’idea gli piace, sanno che comunque vada sarà un successo, e sanno che questo successo non sarebbe stato possibile senza la complicità dell’altro.

Letters between Kim and Trump: “Without me we would be at war”

Nasce su queste basi, ancor prima che sugli interessi strategici dei due Paesi, la relazione speciale tra i due leader. C’è un’infatuazione reciproca, la voglia di dimenticare le frizioni di ieri. Trump, che per la frenetica attività missilistica nordcoreana aveva parafrasato Elton John ribattezzando la controparte “Rocket Man”, l’uomo razzo, si spende per far capire al suo nuovo amico che in realtà il suo era un complimento.

Nota a margine: The Donald è letteralmente ossessionato dal cantante inglese, in passato ha fatto di tutto per farsi notare da lui, avrebbe voluto anche che cantasse alla sua inaugurazione da presidente, ma non c’è stato verso.

Decide così di inviare a Kim una copia firmata da Elton John in persona del cd di “Rocket Man”. John Bolton, ex consigliere alla sicurezza nazionale, nel suo libro scrive che appreso del viaggio in Asia di Mike Pompeo, il segretario di Stato Usa di origini italiane, Trump si affretterà a chiedere se l’ex direttore della Cia abbia consegnato o meno a Kim la copia del cd. Piccolo problema: Pompeo e Kim non si sono incontrati. La delusione fa capolino sul viso di Trump, avrebbe voluto che l’amico ricevesse il suo regalo: “Farlo”, scrive Bolton, “è rimasta una sua massima priorità per molti mesi”.

Non mancheranno gli incidenti di percorso, le frenate, i fraintendimenti. Perché Trump e Kim sono pur sempre rappresentanti di Paesi ostili. Perciò quando si incontrano ad Hanoi, in Vietnam, in quello che sarà il loro secondo meeting ufficiale, è ovvio che tra i due non possa trovarsi un’intesa: gli Usa propongono alla Corea del Nord di eliminare tutte le sanzioni, ma in cambio vogliono la completa denuclearizzazione del Paese; Kim dal canto suo risponde di essere disponibile a smantellare un solo impianto nucleare, quello di Yongbyon. Proposta irricevibile, per entrambi i fronti. Saltano il pranzo già allestito tra le due delegazioni, la conferenza stampa, la dichiarazione congiunta. Ma c’è da capirlo, Kim: al nucleare non rinuncerà mai, non spontaneamente. Per quanto possa essere affascinato dall’amico newyorchese, sa bene che il nucleare rappresenta anche la sua migliore polizza sulla vita. Quanto non avevano altri due dittatori come Gheddafi e Saddam Hussein. E sappiamo com’è andata a finire.

D’altronde non è mancanza di fiducia, soltanto “colpa” del sistema americano: non è mica come in Corea del Nord, dove Kim è succeduto al padre nella carica di guida suprema. Negli Usa vige un piccolo problema: si chiama democrazia. Forse, se fosse certo che al primo mandato di Donald ne seguirà un altro, se sapesse con sicurezza che al suo amico succederanno i figli, allora sì che Kim si siederebbe al tavolo per ragionare…

Ma tant’è, i due, quando possono, si cercano. Addirittura, dopo il meeting fallito di Hanoi, Trump è stato il primo presidente Usa a mettere piede sul suolo nordcoreano. Materiale per aggiornare i libri di storia ce n’è quanto basta.

Donald Trump, Kim Jong Un 'Love Letters' Revealed | PEOPLE.com

Si arriva così ad oggi, alle voci che vogliono Kim morto o in fin di vita, con Trump che si prende la briga di cinguettare su Twitter che il leader asiatico è “in ottima salute, mai sottovalutarlo”. Si annusano, si lusingano, come amici o amanti traditi non nascondono la loro delusione quando qualcosa non va come sperato. Come quando Kim scrive in una lettera di sentirsi “molto, molto offeso” nel pensare che gli americani continuino a svolgere un ruolo militare nel sostegno del rivale sudcoreano.

Sono incomprensioni, gelosie. Appunto, lettere d’amore.

Tramonta Shinzo Abe, non il Sol Levante

Ciò che alle nostre latitudini verrebbe descritto come un terremoto, è per il Giappone un sasso lanciato in uno stagno. Così le dimissioni di Shinzo Abe da premier per motivi di salute non muteranno il destino del Sol Levante.

Il Giappone è sopravvissuto a due bombe atomiche. Non ne abbiamo fortunatamente la riprova: ma è difficile immaginare che un’altra nazione avrebbe saputo rialzarsi con velocità lontanamente simile a quella nipponica. Terza economia del globo, scalzata di recente soltanto dall’ascesa cinese, la storia del Giappone è densa di sconvolgimenti vissuti senza battere ciglio. Lo stesso sarà per il suo futuro: con o senza Abe.

Merito di uno Stato di primo livello, concepito come soggetto cui riservare assoluta fedeltà. I funzionari che costituiscono i cosiddetti “apparati” vivono in una dimensione lavorativa di fatto “clanica”. Ossessionati dagli esami di Stato fin dalle scuole elementari, snodo cruciale nel percorso istruttivo, decine di migliaia di candidati si contendono le poche decine di posti a disposizione nella macchina statale. Massima ambizione, ben più dell’arricchimento personale: non è un caso che il successo nel settore privato venga considerato una diminutio rispetto alla carriera nel mondo della burocrazia.

Lavorando a stretto gomito fin dalle scuole, inseriti negli apparati sotto forma di gruppi e non a livello individuale, i funzionari sanno che con i loro colleghi condivideranno soddisfazione e gocce di sudore per gli anni a venire. Per questo motivo sono portati a proteggere lo Stato profondo (non è una parolaccia) da ogni influenza esterna: il fine ultimo è il perseguimento dell’interesse nazionale, spogliato di ogni dogmatica ideologia. Caratteristiche che fanno del Giappone uno Stato funzionale al raggiungimento dei suoi scopi, scarsamente dipendente dalla politica.

Ne deriva che il Giappone saprà resistere anche all’addio del suo primo ministro più longevo. Onestamente sfortunato, ad Abe il fato non ha concesso neanche la passerella delle Olimpiadi di Tokyo. Trattasi ormai di conclamata maledizione a cinque cerchi: nel 1940 fu la guerra sino-giapponese a far saltare i Giochi nella capitale giapponese. Ottant’anni più tardi a scombinare i piani è stato un nemico invisibile: qualche maligno potrebbe aggiungere di uguale provenienza.

Proprio le Olimpiadi avrebbero potuto (e dovuto) rappresentare uno dei frutti più maturi dell’ormai celeberrima Abenomics, l’incompiuta strategia economica che tra le sue “tre frecce” annovera anche un imponente programma di spesa pubblica per ammodernare le infrastrutture del Paese.

Chiunque sia l’erede di Shinzo Abe non muterà la traiettoria del Giappone. Ossessionato dall’intraprendenza cinese, preoccupato dalla Corea del Nord ascesa al grado di potenza nucleare, traumatizzato dalla volatilità americana in ambito difensivo, Tokyo ha da tempo ricominciato a pensare sé stessa in termini geopolitici. Ne è la prova l’ormai palese tendenza al riarmo, addirittura in proiezione offensiva – in opposizione alla sua stessa Costituzione pacifista – come conclamato soltanto poche settimane fa dall’approvazione di una proposta di legge che potrebbe portare il Paese a dotarsi di capacità missilistiche d’attacco e sulla quale il governo sarà chiamato ad esprimersi entro la fine dell’anno.

Cambio di paradigma impensabile fino a poco tempo fa. Prodromo di uno sconvolgimento ineludibile.

Dotato di un popolo tra i più capaci al mondo, sostenuto dalla fede incrollabile nella propria superiorità sulle altre genti del globo, certo delle origini divine del proprio imperatore, il Giappone farà la sua strada. Tramonta Shinzo Abe, non il Sol Levante.

Perché Salvini non è Trump (e perché per l’Italia è un peccato)

L’ultima frontiera è il muro. Lo è fisicamente, ma lo è anche simbolicamente, per la politica di Matteo Salvini. La volontà di innalzare una barriera al confine con la Slovenia non è soltanto una sparata nata con l’obiettivo di solleticare l’appetito cattivista di una certa parte di leghisti. Non è soltanto il desiderio di spostare l’attenzione degli italiani su una finta emergenza rispetto ai problemi (seri e veri) di un Paese che si è fermato. C’è un desiderio di emulazione, un’operazione di copia e incolla nei confronti di Donald Trump che è storia vecchia.

Comincia con l'”America First” mutuato in “Prima gli italiani”. Prosegue con i cartelli “alla americana” con la scritta “Salvini premier”. Passa per l’appoggio della lobby delle armi e arriva fino alle gaffe sul riscaldamento globale che non esiste – a detta di Salvini – poiché a maggio ha fatto più freddo del solito.

Nelle ultime settimane, in occasione del viaggio a Washington, il leader della Lega ha poi sposato completamente la politica estera del presidente Usa, giungendo anche a rinnegare se stesso. Ad esempio dicendosi disponibile a valutare sanzioni contro l’Iran, quando soltanto un anno fa, da Mosca (una località a caso!), dichiarava:”Il confronto e il dialogo sono più utili che non lo scontro e la sanzione. E se questo vale per la Russia, vale anche per l’Iran e altri Paesi. C’è gente che sta lavorando al dossier ma in linea di principio non è con le sanzioni che risolvi alcunché“.

Ma messa momentaneamente da parte la tendenza ondivaga di Salvini, che nella sua lunga carriera politica ha detto tutto e il suo contrario, c’è una fondamentale differenza fra Trump e Salvini. Perché per quanto Trump non sia il campione dei diritti umani che tutti vorremmo alla guida della massima potenza mondiale, per quanto la sua politica sui migranti denoti un razzismo pericoloso e inquietante, poi c’è da fare i conti con la realpolitik. Vai a vedere e l’economia degli Stati Uniti cresce. In politica estera The Donald è il vero “game changer” sulla scacchiera internazionale. Con la Corea del Nord è il protagonista di un’intesa per ora solo scenografica ma simbolicamente potentissima; con la Cina ha il coltello dalla parte del manico visto il surplus commerciale statunitense nei confronti di Pechino; e l’Iran è troppo lontano dall’atomica per costituire una minaccia alla sicurezza americana.

L’imprevedibilità di Trump si è così trasformata in un punto di forza. Nessuno sa mai cosa attendersi da lui, ma tutti sanno che la maggior parte delle volte, in un modo o nell’altro, Trump otterrà i suoi obiettivi.

Se l’inquilino della Casa Bianca alterna frasi bombastiche su Twitter a inattesi (e positivi) slanci diplomatici come quello con Kim, Salvini usa i social per i selfie e gli slogan: non è in grado di alternare al bastone la diplomazia (si vedano le continue forzature sui migranti) e così finisce per rendere l’Italia sempre più sola.

Gli Usa di Trump continuano a mietere record economici (è il ciclo, non sono soltanto meriti di Donald) e Salvini dice di voler fare una riforma fiscale “alla Trump”. Poi però non dice come vuole finanziarla, non indica le coperture, brucia miliardi (e tempo) con frasi che fanno impennare lo spread. Copia la retorica trumpiana del sovranismo ma dimentica che l’Italia non è l’America, non è così grande e autosufficiente per “campare” di isolazionismo e protezionismo.

Salvini è insomma una brutta copia: un Trump che non ce l’ha fatta. E per l’Italia, visto il paragone, quasi quasi è un peccato.

Putin zar di Russia: l’Orso è uscito dal letargo e nessuno può fermarlo

 

Nelle oltre 700 stanze del Palazzo del Cremlino, nel cuore di Mosca, Vladimir Putin si sente a casa. Non è un caso che lo chiamino Zar.  Pensa come un sovrano, agisce da Re, e soltanto oltre i confini della Grande Madre Russia si presenta come un leader democratico, quel tanto che basta ad evitare rogne con la comunità internazionale.

Ama pensare a se stesso come all’uomo sempre e comunque dal lato giusto della Storia, diffonde un culto della personalità spudorato, presentandosi al suo popolo come un unto dal Signore, un eletto (e senza brogli). E a proposito di elezioni, non ci vuole un esperto di politica estera per dire che domenica, alle presidenziali 2018, a trionfare sarà lui: l’eterno Vladimir, l’ex agente del KGB, il campione di judo, l’uomo più potente del mondo. Nessun candidato ha la forza per mettersi di traverso. E se qualcuno mostra delle potenzialità viene messo fuori causa prima: si veda Navalny, arrestato con l’accusa di corruzione.

Del resto Vladimir Putin è uomo deciso: è l’ex bambino che ancora scolaro si recò in una sede dei servizi segreti per chiedere come entrare a far parte del KGB. Alcuni funzionari gli risposero di rigare dritto e di studiare legge: e lui così fece. Il destino volle che fosse proprio Putin, a Dresda, nel palazzo della Stasi (la famigerata polizia segreta della Germania comunista) a difendere il Kgb e l’Unione Sovietica in procinto di crollare assieme al Muro di Berlino.

Dinanzi a migliaia di manifestanti pronti a forzare i cancelli, Putin imperturbabile disse: “Ho 12 pallottole. Una la lascio per me. Ma compiendo il mio dovere, dovrò sparare“. 

Ma nella fedeltà alla Grande Madre Russia si riscontra un tratto tipico della personalità di Putin: il senso di lealtà. Uomo fidato di Anatoly Sobchak, primo sindaco democratico di San Pietroburgo (oltre che suo ex professore universitario), quando questi venne sconfitto alle elezioni Putin rifiutò l’abboccamento del vincitore: “Meglio essere impiccati per fedeltà che essere ricompensati per tradimento“, disse.

Personaggio controverso, uomo dalle mille facce, Putin è all’occasione il miglior amico dell’Occidente e il suo peggiore incubo. Russia alleata privilegiata nella lotta al terrorismo islamico, ma anche unico motivo d’esistenza della NATO; Russia mediatrice con la Corea del Nord, ma pure elemento destabilizzante quando si tratta di Medio Oriente; Russia che apre i rubinetti del gas per l’Europa, ma che forse usa il nervino per uccidere le spie in Inghilterra. Russia croce e delizia, Russia “rebus avvolto in un mistero che sta dentro ad un enigma“, come disse Winston Churchill.

Mosca tornata centrale grazie a Putin figlio di nessuno: papà comunista che guidava i sommergibili contro i nazisti, mamma operaia semplice. Ha fatto gavetta, scalato posizioni, mantenuto le sue conquiste. Adesso, dal Cremlino, vede il mondo come una scacchiera. Muove i pezzi con disinvoltura, ben consapevole che nessuno al mondo può pensare di sfidarlo sperando di uscire vincitore dal conflitto. Del resto Vladimir sa come si fa: “La strada a Leningrado, cinquant’anni fa, mi ha insegnato una lezione: se la rissa è inevitabile, colpisci per primo“. Putin è questo: l’Orso russo è uscito dal letargo.

Trump incontra Kim: saluti e baci (e ci salvi chi può)

 

Faccia a faccia tra potenti. Prova di forza, incontro d’affari. Gabbia di matti. Chiamatelo come volete l’incontro fra Donald Trump e Kim Jong-un, ma una cosa è certa: da qui a poco si fa la storia. Nella stessa stanza, il prossimo maggio, si troveranno di fronte l’uomo più potente del mondo (ma occhio a Putin che avanza) e quello che gli ha tolto il sonno nell’ultimo anno e mezzo.

Usa e Corea del Nord, mai così vicine. Al punto che si fatica pure a determinare il luogo dell’incontro. Perché uno, Kim, non è mai uscito dalla sua Corea. Mai una visita ufficiale, un viaggio da Capo di Stato, nulla. L’altro, The Donald, dopo aver spalancato un portone al dittatore non può rischiare di andarlo a trovare in casa propria, incappando magari in un Kim che si alzi quel giorno di pessimo umore, faccia saltare il banco, gli rifili uno schiaffo diplomatico e sancisca la sua fine politica.

Così l’inquilino della Casa Bianca non avrà modo di osservare da vicino il “grosso pulsante nucleare” posizionato sulla scrivania di Kim. Quello con cui il Capo di Stato nordcoreano ha terrorizzato non solo gli Usa, ma soprattutto Corea del Sud e Giappone. Perché ormai è chiaro, verificato, certo: il dittatore ha i missili e possono arrivare lontano. Ne è la prova proprio l’incontro di maggio, annunciato da Trump su Twitter (e dove sennò?).

A Washington hanno preso atto che la Corea del Nord è a tutti gli effetti una potenza nucleare. Sedersi al tavolo col nemico significa riconoscerlo come un problema, ma anche accreditarlo come interlocutore. E qui entrano in gioco Trump e il suo desiderio di scrivere la storia. Quella voglia di ottenere un riconoscimento universale, di smentire chi dall’inizio lo ha bollato come un tamarro arricchito.

trump

E in questa sorta di deficit emotivo, in questo atteggiamento tipico del bullo che picchia duro perché non si sente accettato, l’uomo di New York trova sponda nel leader di Pyongyang. Anche lui desideroso di approvazione, al punto di aver sfidato il mondo intero: costruendo missili, aprendo lager nel Paese per sopprimere i pochi che si azzardavano a mettersi di traverso, arrivando a giustiziare uno zio e ad uccidere il fratello maggiore col gas nervino. Zero scrupoli, molti calcoli.

E scordatevi che Kim accetti di arrivare negli Usa. Si sente braccato in patria, al punto di limitare i suoi (pochi) spostamenti alle ore precedenti al sorgere del sole. Teme di essere vittima di attentati, di finire avvelenato. Figurarsi se deciderà di mettere piede a Washington, dove qualcuno un attimo dopo l’atterraggio potrebbe ammanettarlo. E a quel punto chi s’è visto s’è visto. Tanti saluti alla guerra nucleare e ai missili, che nessuno in Corea del Nord avrebbe più il coraggio di sganciarli.

Per cui teniamoci forte, allacciamo le cinture di sicurezza, ma controlliamo pure che il seggiolino eiettabile funzioni a dovere. Trump e Kim. O Trump contro Kim. Ma magari Trump con Kim. Magari, sì…