Mes-ti al traguardo

C’è un clima di falsa attesa. Come se la riunione di maggioranza in programma oggi a Palazzo Chigi potesse invertire il senso di marcia di un’esperienza di governo mai realmente partita. O più semplicemente: come se il Mes fosse il vero problema in grado di far saltare il governo. Non è così. Non c’è nessun complotto, nessun “tradimento” da parte di Giuseppe Conte. Lo scrive chi non ha mai provato particolare simpatia per l’autoproclamato “avvocato del popolo” al punto da averlo ribattezzato quasi subito “avvocato Azzeccagarbugli“. C’è però un problema, al di là delle rassicurazioni di Gentiloni e dell’establishment europeo, che economisti di livello e non imputabili di simpatie sovraniste hanno ammesso. Cottarelli, Galli, Visco: tutti hanno riscontrato dei rischi nella riforma del Meccanismo Europeo di Stabilità così concepita. Ne abbiamo parlato qui. O sono impazziti o c’è dell’altro.

Da parte del Pd la voglia di non cedere su tutto alle richieste M5s. E da parte del MoVimento la volontà di non concedere troppo terreno alla propaganda di Salvini, capace di fare il populista anche quando avrebbe qualche ragione da vendere. Sarebbe bastato dire che la riforma non è vantaggiosa per il nostro Paese, elencare i rischi senza farne una questione di sovranismo, ma di tutela dell’interesse nazionale. Una differenza non sottile ma spessa.

L’appuntamento politicamente più interessante, più che il vertice di governo in programma in serata, sarà quello che vedrà Giuseppe Conte parlare alle Camere. E’ lecito attendersi una riedizione del 20 agosto, quando il premier in Senato divenne almeno in un’occasione “bellissimo”, affrontando in un sol colpo tutta l’incoerenza di un Salvini che aveva aperto la crisi nella speranza di passare all’incasso.

Domani potrebbe accadere qualcosa di simile rispetto alle accuse sul Mes: e quanto più Conte citerà direttamente gli attacchi di Salvini, personalizzando lo scontro, tanto più vorrà dire che il premier ha intenzione di continuare la propria esperienza politica. Anche dopo che questo governo sarà finito.

Non troppo tardi, insomma, se come sembra il Mes sta trasformandosi in ciò che fu la Tav per il governo gialloverde. Un “casus belli” per dirsi addio. Per conclamata incompatibilità. Per debolezza di idee. Per assenza di visione. Mes-ti al traguardo.

Senza di Mes

Tra i soliti strepiti di Matteo Salvini, che accusa – a torto – Giuseppe Conte di “alto tradimento”, e la debolezza di una classe dirigente che ha scambiato l’Europa per una balia (se non proprio una matrigna), si trova la verità sul Mes.

Un illustre economista come Carlo Cottarelli – personalità che non può essere di certo accusata di anti-europeismo o simpatie sovraniste – ha messo in guardia il nostro governo dal firmare una riforma del Meccanismo Europeo di Stabilità che così concepita metterebbe a rischio il nostro Paese. Secondo l’analisi del direttore dell’Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani – un signore che le nostre finanze le conosce bene – l’errore di fondo sta nel fatto che uno Stato, per accedere agli aiuti del Mes, debba ristrutturare il proprio debito (ovvero ripagare solo in parte i propri creditori, come fece la Grecia nel 2012).

Quest’analisi, molto lucida come spesso lo sono quelle di Cottarelli, mette in evidenza l’impatto “psicologico” che la notizia di una ristrutturazione del debito italiano potrebbe comportare sui mercati. Sì, perché ciò che dimentichiamo è che i “mercati” non sono entità astratte – eppure i politici li descrivono molto spesso come cattivoni impegnati a sabotare le loro politiche in nome di chissà quali complotti – ma cittadini, privati, società, banche, fondi che decidono di investire i loro denari sull’acquisto di titoli di stato finanziando l’Italia.

Nel momento in cui per accedere al Mes venisse chiesto all’Italia di ristrutturare il proprio debito pubblico, la reazione dei mercati sarebbe dettata dal panico. Il nostro Paese verrebbe ritenuto non in grado di ripagare i suoi investitori. Chi possiede titoli di stato italiani interpreterebbe il segnale come un principio di insolvenza e sarebbe portato a sbarazzarsene al più presto, per evitare danni maggiori. Come conseguenza lo spread tornerebbe ad aumentare a dismisura: per ottenere soldi dai mercati, infatti, l’Italia dovrebbe assicurare ai compratori dei suoi titoli di stato degli interessi molto alti. Un effetto domino a dir poco insostenibile per un Paese come il nostro.

Detto ciò, sarebbe sbagliato ma più probabilmente frutto di una strumentalizzazione politica in chiave anti-europea, dire no a priori ad una riforma del Mes. Ed è qui che di volta in volta si coglie l’incapacità di partiti come Lega e Fratelli d’Italia di condurre una politica priva di tratti populisti.

Il Mes inteso come meccanismo che aiuta i Paesi in crisi è iniziativa lodevole. Punto. Bisogna però calibrarla perché non arrechi degli svantaggi all’Italia. Se è naturale che le altre nazioni europee pretendono delle garanzie per essere certe che i soldi dei loro contribuenti non vengano spesi “invano”, allo stesso tempo è doveroso che l’Italia – tra i Paesi potenzialmente più a rischio – stabilisca dei paletti non dannosi per la sua condizione.

Se ristrutturare il debito significa rivedere le condizioni originarie di un prestito per alleggerire il carico del debitore, non si può fare a meno di sottolineare che il 70% del debito pubblico nostrano sia in mano agli italiani stessi. Ciò si tradurrebbe per loro in una patrimoniale mascherata in nome del rafforzamento dei conti pubblici. Qualcosa di inammissibile.

Ecco perché non bisogna confondere i piani della discussione. Il Mes è una rete di protezione, ma più che un sovranista è un populista o un illuso chi ritiene che gli altri Paesi europei debbano costruirla senza ottenere garanzie in cambio. E’ qui che si gioca la partita. Ed è solo per questo che, alle condizioni attuali, bisogna dire “senza di Mes”.