Quello che ci mancherà di Nené Camilleri

Camilleri

Dell’assenza di Andrea Camilleri avremo piena contezza tra un po’ di tempo. Per fortuna non oggi, non domani, non ora che ovunque si parla di lui. Non adesso che il vuoto che già intuiamo viene subito colmato dalla sua voce roca e familiare in tv, non ora che vederne la sagoma ci rende meno viva la consapevolezza di saperlo morto. Perché come quando se ne va un parente stretto, una persona cara, il primo giorno non è mai il peggiore. Bisogna aspettare: aspettare che la gente si dimentichi di telefonare per sapere come va, che la routine di ogni giorno prenda il sopravvento, che il ricordo e il dolore reclamino il loro tempo e il loro spazio.

Sarà così pure per lui. Per Nené Camilleri. Sentiremo la sua mancanza. E non è di letteratura che parliamo, del piacere di una lettura “amica” che ci resta, ci resterà. Piuttosto è della sua “cultura” che ci preoccupiamo. Della sua ineguagliabile umanità. Del suo impareggiabile talento nel leggerci dentro, per poi scriverne. Della sua capacità di pronunciare parole sagge anche in un mondo folle, spesso cattivo. Della curiosità di un uomo arrivato a 93 anni senza diventare “vecchio”.

E’ di questo, ma non solo, in un giorno di magone e malinconia, che già assaporiamo il retrogusto amaro. Abbiamo “nostalgia del futuro”. Delle parole che Camilleri non potrà tuonare, delle strigliate che verranno a mancare, dei ragazzi che non lo conosceranno, delle certezze che non incarnerà. E ci perdonerete se ci portiamo avanti, se una lacrima la versiamo in anticipo, già ora. Ora che è troppo presto per sentire la tua mancanza, Nené.

“Polizia, carabinieri. Polizia, carabinieri”.

Ho aspettato qualche giorno per scrivere di Antonio Stano, il pensionato di Manduria morto dopo essere stato torturato per anni da una baby-gang. L’ho fatto per capire se quel senso di turbamento sarebbe prima o poi passato. Se le immagini di quei vigliacchi che lo attaccano da tutti i lati mentre ridono e sghignazzano avrebbero lasciato il posto ad un senso di rassegnazione amara, di assuefazione a questa società degradata. Ma non è successo.

Mi sono chiesto a cosa servisse mandare in onda quel video a ripetizione. Che senso avesse. Non l’ho trovato. Era il dramma di un uomo fragile. Vittima prima di se stesso e poi degli altri, accerchiato come un animale da un branco di iene che ridono prima di azzannarlo. Ma due parole mi hanno toccato più di altre:”Polizia, carabinieri. Polizia, carabinieri”.

Pure quell’uomo prigioniero della sua mente e dei suoi aguzzini aveva chiaro che l’unico a poterlo salvare dalla ferocia ignorante, dall’indifferenza dilagante, era lo Stato. “Polizia carabinieri, polizia carabinieri”. Antonio Stano lottava come poteva, mentre quei vandali intorno a lui se ne facevano beffe, ignari che la ruota gira, che un giorno in quelle condizioni potrebbe trovarcisi un loro padre, una loro madre.

E proprio i genitori sono a mio avviso i colpevoli principali di questa terribile storia. Perché non c’è scusa che tenga, dipendenza dagli smartphone che dir si voglia, difficoltà a comunicare tipica di questa età e di questi tempi che possa giustificare l’incapacità di un padre o di una madre di capire ciò che sono diventati i propri figli: dei delinquenti.

In questo momento storico il governo taglia i fondi per la Scuola, per l’istruzione. Io penso sia il caso di rilanciare, di raddoppiare gli sforzi. C’è un bisogno di cultura che fa spavento: c’è bisogno di cultura per scacciare la paura. Si pensi allora all’istituzione di una scuola per genitori, anche con un incentivo alla frequenza. Si mettano al suo interno esperti, psicologi, le migliori forze ed esperienze di questo Paese investano in questo progetto a lungo termine. Basterebbero 2 ore a settimana. Per confrontarsi, per imparare il mestiere più difficile che esista, per entrare in possesso dei codici che servono a comunicare con i più giovani.

Perché il problema non è Manduria. Il problema è l’Italia, è questo folle mondo. Ne ha fatto le spese Antonio Stano. E quelle urla: “Polizia, carabinieri. Polizia, carabinieri”, è giusto ci perseguitino. Ma almeno non invano.